Archivio mensile:Agosto 2016

Alto Friuli: a “Moggessa di Là” sono rimasti solo Silvio e i gatti selvatici

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di DARIO ZAMPA.
Questa settimana il viaggio nei paesi dimenticati fa tappa a Moggessa di Là, frazione di Moggio Udinese. Ad accompagnarci e a fare da guida ai lettori del Messaggero Veneto è ancora il cantautore Dario Zampa. Come arrivare Partendo dal capoluogo si prosegue per la Val Aupa. Dopo 6 km si gira a sinistra, verso Grauzaria. Superato il paese si prosegue per altri 2 km, fino a Monticello. Qui si lascia l’auto e si prosegue a piedi per 6 km (un’oretta di strada). Si può continuare solo in moto o con un mini fuoristrada. Il Comune Qualsiasi turista, anche sbadato, non può tralasciare nel suo itinerario montano la visita all’abbazia di San Gallo, a Moggio di Sopra, fondata nel 1085, con la sua torre medioevale e l’elegante chiostro. E’ una rara chicca storica! Una curiosità: a Moggio è nata Miranda Martino una famosa cantante e attrice, oggi 82enne. Vanta 3 presenze al festival di Sanremo, cinque a Canzonissima, a numerose commedie musicali, teatrali. Figlia di napoletani, Miranda ha vissuto la sua prima infanzia a Moggio, fino a 7 anni, ed ha sempre mantenuto un bel ricordo di quel periodo tanto da incidere, nel 2006, una canzone in friulano: O tornarai. Ti aspettiamo! Silvio, un po’ selvatico Se c’è una Moggessa di Là è ovvio che ci sia anche una Moggessa di Qua. Ebbene sì! Esistono due Moggesse che si trovano a mezz’ora di cammino l’una dall’altra. Ambedue si trovano a oltre 6 km dai primi casolari delle altre borgate e sono raggiungibili solo a piedi. Sono totalmente isolate. Moggessa di Qua, che nel primo Novecento contava oltre 170 abitanti, è rimasta completamente disabitata. Per poter parlare con qualcuno ci siamo recati a Moggessa di Là dove risiede l’ultimo vero moggessano: Silvio Simonetti. Silvio, quasi ottantenne, si è ormai fossilizzato nella borgata e nessuno è mai riuscito a convincerlo di scendere a valle anche se l’età, l’isolamento e la salute cominciano a richiedere attenzione. Non c’è verso! Ormai sono anni che non si muove dal paese, neanche per fare la spesa. «Questo posto è il mio paradiso terrestre – dice sorridendo –, si sta benissimo! Ci sono tre fontane con l’acqua che sgorga purissima. C’è la chiesetta ristrutturata con dentro la Madonna, anche Lei sola come me…». Fa quasi tenerezza sentirlo parlare, lui che ha lavorato 30 anni in miniera a Cave del Predil dov’è rimasto per due lunghi giorni, tra la vita e la morte, intrappolato per il crollo di una galleria. «Mi dicono che il mondo è cambiato – dice scuotendo la testa –, ma non mi preoccupo: io sono fuori da quel mondo. Quassù non arrivano neanche i ladri! Per me è già cambiata troppo Moggessa. Fino a quindici anni fa c’era il telefono ma i pali si sono infraciditi e nessuno li ha sostituiti. Una volta veniva tanta neve… Oggi non viene neanche quella! Avevo una decina di galline, ma la volpe e la faina le hanno dimezzate. Qui – balbetta fra se – non c’è posto neanche per galline!». Mandi Silvio! La curiosità A Moggessa di Là, oltre a Silvio, unico umano, vi è una colonia di gatti selvatici che si è appropriata del paese. Oltre una ventina di felini percorrono indisturbati le stradine del piccolo borgo. La signora Nadia, delegata dal Comune di Moggio, ha il compito di accudire, curare e sterilizzare i felini con la collaborazione, quando necessita, di un veterinario. «Il problema non è semplice – ci confida Nadia – perché è molto difficile catturare gatti selvatici da sottoporre alle varie cure: quando si sentono braccati diventano pericolosi. Possono saltarti addosso e lacerarti il corpo con un’aggressività impressionante. Stiamo studiando qualche espediente per poterli gestire».

Tolmezzo: passaggio della Magneti Marelli dalla FCA – la Samsung Electronics ne vorrebbe solo una parte

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Quando si è diffusa la notizia di trattative in atto per il passaggio della Magneti Marelli dalla FCA alla Samsung Electronics pareva che la cosa fosse di agevole definizione, invece a distanza di poche settimane pare che le difficoltà non manchino e i colloqui tra le parti avrebbero subito uno stop. Va ribadito che non ci sono notizie ufficiali da parte delle due società, ma organi di stampa coreani hanno pubblicato indiscrezioni secondo cui le divergenze sarebbero sensibili, appunto fino alla paralisi delle trattative. Le questioni sul tappeto sono di fondo: l’oggetto della compravendita (tutta la Magneti Marelli o solo alcune sue parti) e l’importo relativo, ovviamente molto diverso a seconda che l’affare riguardi tutte le attività della società di componentistica della FCA, o se invece si faccia passare di mano solo una parte di esse.

Secondo i rumors pubblicati (che fanno riferimento a fonti interne alla Samsung) il colosso coreano sarebbe interessato appunto soltanto ad alcune parti della Magneti Marelli, per un impegno finanziario attorno a 1,5 miliardi di dollari. Da parte della FCA invece si vorrebbe vendere tutta la Magneti Marelli, per un controvalore superiore a 3 miliardi di dollari. La situazione sarebbe tale da imporre un intervento dei massimi vertici delle due società. In proposito sempre la stampa coreana fa presente che l’occasione potrebbe essere imminente: nei prossimi giorni è prevista una visita in Italia di Lee Jae Yong, vicepresidente della Samsung Electronics ( figlio del n° 1 del gruppo Samsung). Nel corso del suo soggiorno in Italia si svolgerà anche il consiglio di amministrazione e l’assemblea della Exor, la finanziaria della famiglia Agnelli, di cui Lee Jae Yong è consigliere d’amministrazione. È dunque possibile un incontro con Sergio Marchionne per valutare lo stato della trattativa. 

Tolmezzo: il Comune allestirà un’area per i cani in via Grialba, la domanda al Cosilt

Mappa di: Via Grialba, 33028 Tolmezzo UD

di Tanja Ariis.
La città avrà presto la sua area per le corse e i giochi dei cani, probabilmente già entro la fine dell’anno. L’assessore comunale Mario Mazzolini annuncia di aver presentato formale domanda al Cosilt (Consorzio per lo sviluppo industriale di Tolmezzo) per poter realizzare, in una porzione dell’area, di proprietà del consorzio, di fronte all’albergo Al Benvenuto in via Grialba, un’area di sgambamento per i cani. «Dovremmo – anticipa – riuscire a farla entro quest’anno». Mazzolini spiega infatti che contatti informali sono già avvenuti con il Cosilt, che ha dato la sua disponibilità a collaborare in questa direzione. Ora si tratta di formalizzare il tutto. «L’area per lo sgambamento dei cani – sottolinea Mazzolini – è molto richiesta dai cittadini di Tolmezzo e la nostra volontà è collocarla in quella parte della città perché ha il vantaggio di essere collegata già a una pista pedonale. È uno dei pochi siti in realtà che possono andare bene perché è una zona abbastanza vicina al centro, ma non eccessivamente e non si trova accanto alla pista di guida sicura o al poligono di tiro, da dove provengono emissioni sonore non indicate per questo tipo di attività». Il costo per realizzare l’area per i cani è di 20 mila euro che saranno sostenuti in toto dal Comune. I fondi raccolti da volontari con varie iniziative, come “Giro…in giro con Bau”, spiega Mazzolini, potranno invece essere impiegati per equipaggiare l’area interna, dotandola di attrezzature per lo sfogo, il gioco e l’educazione dei cani. Già nel 2010 un gruppo di cittadini aveva chiesto un’area di questo tipo. Il dibattito era nato in realtà dall’allora ipotizzata interdizione da parte del Comune dei cani dal centro di Tolmezzo per il problema delle deiezioni canine non raccolte da troppi proprietari di amici a quattro zampe. Ne era derivata una petizione a cui avevano aderito 600 persone per dire no all’interdizione dei cani dal centro, vissuta come una grave limitazione della libertà personale di spostarsi come un qualunque altro cittadino, solo perché accompagnati da un animale. Esse chiedevano piuttosto l’introduzione di sanzioni pesanti per quei conducenti di cani sprovvisti dell’occorrente per la pulizia delle deiezioni dei loro amici a quattro zampe e, tra le varie obiezioni, sottolineavano anche come in città mancassero zone di sgambamento per i cani. Da allora ne domandano una.

Carnia: Salars mobilita artisti e scrittori e fa sentire “Le voci dell’acqua”

di PAOLO MEDEOSSI.
L’acqua non fa piú notizia e, se lo fa, accade solo quando rappresenta un problema, un’emergenza, oppure un fatto commerciale. Le previsioni meteorologiche, seguendo la moda che semina insicurezza sempre e comunque, alla vigilia di un temporale un po’ impegnativo annunciano di sicuro l’arrivo di “bombe d’acqua”. E poi ci sono le alluvioni, le inondazioni appena a fine estate qualche fiume si ingrossa e fa i capricci. E poi c’è l’acqua impacchettata, imbottigliata, rinchiusa, domata e portata a spasso per l’Italia visto che quella di rubinetto è ormai un oggetto misterioso e pericoloso. In poche parole, ci hanno sottratto l’acqua, portata via, privatizzata, e il fatto clamoroso è avvenuto in modo strisciante e silenzioso, senza che nessuno (o quasi) avesse qualcosa da ridire. Allora ha ragione Paolo Rumiz quando scrive: «Il piú sublime dei simboli e il piú comunitario dei beni, il segno piú antico della condivisione, la quintessenza della purezza, è diventato un bene prigioniero. Il rumore dell’acqua che scorre non è piú una ninnananna per i nostri figli, i torrenti hanno smesso di essere uno spazio di gioco. Non soltanto nelle città, ma anche nelle campagne. Persino in montagna. Una mutazione culturale drammatica, di cui vediamo le conseguenze: frane, alluvioni, siccità. Non sappiamo piú usare l’elemento primordiale e piú diffuso in natura. Da qui una domanda: perché ci nascondono l’acqua?». Già, perché? La grande vittoria sociale nel secolo scorso fu quando l’acqua arrivò nelle case perché prima bisognava prenderla nella fontana in cortile o lungo le rogge. Oggi abbiamo accettato di tornare indietro, siamo di nuovo portatori d’acqua. Dunque, afferma sempre Rumiz, ben venga una mostra o un libro che ricordi l’esistenza dell’acqua, ne accenda la nostalgia, la celebri e la benedica con immagini limpide, intense. E dove farlo al meglio se non sulle montagne di casa nostra? Ecco, tutta questa è la premessa per accostarsi nel giusto modo a una serie di iniziative che, come accade da qualche anno, vanno in scena a fine agosto, sul ciglio dell’estate, in un paesino carnico che riaccende la fantasia, l’immaginazione e la sincerità. Questo posto è la “cjasa da Duga”, a Salars di Ravascletto, borgo della memoria cresciuto grazie all’opera e alla passione della fotografa Ulderica Da Pozzo, che vi propone le sue visioni, il suo mondo. “Le voci dell’acqua” (titolo anche di un libro pubblicato dalla Forum con la prefazione di Paolo Rumiz) è il tema scelto per quest’anno, basato su una mostra che sarà inaugurata domani, alle 18. In tale occasione sarà pure presentata la rivista culturale “Tam Tam”, la cui idea spuntò proprio a Salars un anno fa, in un’atmosfera di naturalezza e suggestione molto particolari. Il programma predisposto da Ulderica continuerà con questi appuntamenti: martedí 23, alle 20.30, “Dietro lo specchio delle acque: riti e altri prodigi nel Friuli arcaico”, immagini e parole con Angelo Floramo; il 24, 25 e 26 agosto “Fotografare l’acqua” con i bambini dai 7 agli 11 anni; martedí 30, alle 20.30, “Storia di una donna che guarda al dissolversi di un paesaggio”, poesie e lettura di Antonella Bukovaz, video di Paolo Comuzzi, musica di Antonio Della Marina: venerdí 9 settembre, alle 20,30, “Viandanze” con lo scrittore triestino Luigi Nacci; sabato 10 settembre, “Passi e poesia nei luoghi della memoria”, camminata con Luigi Nacci, Alessandra Beltrame e il gruppo Rolling claps. In caso di pioggia, tutti gli incontri si svolgono nella chiesa di San Giovanni, vicino alla “cjasa da Duga”. Insomma, da Salars arriva un messaggio chiaro e limpido: riprendiamoci fiumi, torrenti, ruscelli attraverso le foto di Ulderica o passeggiandoci accanto. Non occorrono grandi imprese e salite. Piccolo esempio: la strada che parte da Comeglians e va, dopo un paio di brevi gallerie, verso il magico Rio Margò. Sotto, a decine di metri, scorre affascinante il Degano con il suo suono armonioso, i suoi colori, una bellezza antica e dimenticata. Non possiamo perdere tutto questo. Basta uno sguardo e si ricomincia.

Arta Terme: la vita, il fascino, i dipinti, la Carnia scopre Delia del Carril

di Nicola Cossar.
Pablo Neruda, che visse al suo fianco per quasi vent’anni, la definì “filo d’acciaio e miele che legò le mie mani negli anni sonori”. Amica, amante, moglie del grande poeta cileno, nata in una ricca “estancia” d’Argentina tra gauchos, pianure sterminate e quei cavalli che l’accompagneranno per sempre, Delia del Carril fu anche spagnola, francese, italiana e adesso pure carnica. Una donna minuta eppur fortissima, cittadina del mondo dell’arte e dell’impegno civile, capace di ricominciare e riscrivere più volte la propria lunghissima esistenza (morirà nel 1989 a 104 anni in quel Cile divenuto la sua seconda patria). Ripartì da capo, Delia, anche a 70 anni, quando, memore della lezione umana e artistica di Fernand Léger, decise di dedicarsi alla pittura, alle incisioni, a quelle opere grafiche che imprigionano in bianco e nero la maestosità e l’indomabilità di quei cavalli che sono il tratto distintivo della sua arte. Arte poco conosciuta in Italia e in buona parte dell’Europa, ma che ora, grazie al Comune di Arta Terme, approda nel vecchio continente con la mostra “Filo d’acciaio e miele”, che si inaugura domani, venerdì, alle 18, a palazzo Savoia, alla presenza di Antonio Arevalo, poeta e addetto culturale dell’ambasciata del Cile a Roma (che patrocina l’iniziativa culturale), di Irene Dominguez, pittrice e grande amica di Delia, e del curatore di questa esposizione, l’artista carnico Luciano Martinis, che ebbe l’onore di conoscere la del Carril negli anni Settanta del secolo scorso. Accanto a un centinaio di opera fra incisioni in rame e xilografi si potranno ammirare documenti autografi e foto in gran parte inediti e altri materiali che riguarderanno anche la figura di Pablo Neruda. Ma come nasce questo progetto di altissimo profilo, che poi farà tappa a Roma e a Parigi? Ce lo racconta l’assessore alla cultura del centro termale Guido Della Schiava: «L’idea di questa mostra è nata da un incontro con l’amico Luciano Martinis, che ho rivisto dopo tanto tempo. Parlando dell’attività culturale di Arta Terme, Luciano, un “globetrotter” della cultura a 360 gradi, si è dimostrato particolarmente interessato al concorso internazionale di poesia dedicato a Giosuè Carducci, da noi organizzato con un notevole successo. Così mi ha raccontato di un personaggio straordinario che aveva conosciuto in Cile negli anni Settanta: Delia del Carril, della quale possiede una rara e completa collezione della produzione grafica. Nelle sue parole c’era il fascino di terre lontane, di una vita straordinariamente avventurosa, delle grandi personalità che quella donna aveva conosciuto e della quale era stata amica. Mi sono venuti i brividi al solo sentir pronunciare i nomi degli straordinari personaggi che “Hormiguita” – come la chiamavano tutti – aveva frequentato: Luis Buñuel, Salvador Dalì, Igor Stravinskij, Tommaso Marinetti, Pablo Picasso, André Darrain, Amedeo Modigliani, Giorgio de Chirico, Diego Rivera, Frida Kahlo, Adrienne Monnier, Robert Capa, il Comandante Carlos, Tina Modotti, Federico García Lorca, Ernest Hemigway, Tagore, Ejzenstein, André Gide, Rafael Alberti. Insomma, il fior fiore dell’arte e del pensiero contemporanei. Inoltre i vent’anni passati come moglie a fianco del grande Pablo Neruda (la loro storia si cementerà negli anni della guerra civile spagnola, si sposarono nel 1943, divorziarono nel 1954; ndr) mi hanno incuriosito ancor di più. Approfondendo, sono rimasto definitivamente affascinato dalla storia di Delia e da quell’enorme fermento culturale sviluppatosi in un clima politico difficile e complesso, segnato dalla presa del potere di Franco in Spagna e dal golpe militare in Cile. Il materiale di Luciano, poi, mi è sembrato subito estremamente qualificante e non sono davvero riuscito a capire come mai per più di quarant’anni Martinis abbia proposto invano una mostra di quei materiali a varie blasonate organizzazioni. Ho deciso quindi di raccogliere la sfida e, sebbene assessore di un piccolo Comune della Carnia, ho pensato che fosse mio compito sfruttare l’opportunità che si presentava per far conoscere, attraverso l’opera di Delia del Carril, anche il suo affascinante mondo lontano». Un altro forte stimolo è stata sicuramente l’amicizia di Delia per la grande fotografa friulana Tina Modotti (era con lei fino agli ultimi istanti prima della sua drammatica morte) e la poesia di Pablo Neruda (incisa sulla sua tomba e ora anche sulla facciata della sua casa natale di Udine), creano un forte legame con la nostra terra, descritta così mirabilmente dal grande Poeta: «Nelle vecchie cucine della tua patria, nelle strade polverose, qualcosa viene detto e passa, qualcosa ritorna alla fiamma del tuo dorato popolo, qualcosa si sveglia e canta». «Infine – sottolinea Della Schiava – ritengo che Delia del Carril, che all’età di settant’anni ebbe il coraggio di iniziare una nuova vita e diventare una grande artista, debba essere un esempio per tutti noi. Per questo il Comune di Arta Terme ha voluto organizzare la mostra, realizzata con il sostegno della Regione e patrocinata anche dall’ambasciata cilena in Italia e dal Museo di Storia contemporanea di Santiago. La Carnia ospita, con orgoglio, la prima tappa di questo viaggio alla riscoperta di una donna e di un’artista rivoluzionaria». La mostra potrà essere visitata fino al 10 settembre tutti i giorni dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 19.

Verzegnis: Pozzis non vuole morire, resta solo il “Coco” a sorvegliare case e lago

di DARIO ZAMPA.
Questa settimana il viaggio nei paesi dimenticati fa tappa a Pozzis, frazione di Verzegnis. Ad accompagnarci e fare da guida ai lettori del Messaggero Veneto è ancora il cantautore Dario Zampa. Come arrivare Pozzis si trova a 11 chilometri dalla sede municipale di Verzegnis. Per raggiungere la borgata si percorre la provinciale che porta a Sella Chianzutan. Superata la Sella si prosegue ancora per 3 chilometri fino a trovare, sulla destra, la segnaletica che indica Pozzis. Dopo 500 metri in ripida discesa sono visibili le prime case del paese. Il Comune Attraversando il territorio comunale di Verzegnis l’occhio cade, inevitabilmente, sullo specchio d’acqua che forma l’omonimo lago. È un bacino che può contenere quasi 4 milioni di metri cubi d’acqua, con una profondità media di 40 metri. Essendo un bacino a recupero giornaliero, però nel giro di poche ore può raggiungere anche 5 metri di oscillazione del livello, rendendo difficile il suo sfruttamento turistico. Comunque, sulle sue sponde sono nati un albergo, uno chalet e due ville private. Chissà mai che un giorno diventi un’attrazione turistica. Coco, l’uomo (solo) di Pozzis Camminando per Pozzis non si può non incontrare l’unico abitante che da decenni vive stabilmente nella borgata, a parte qualche forzata assenza: il Coco. Personaggio un po’ introverso e solitario come il paese che ha scelto per vivere, un po’ inquieto e arrabbiato con il mondo, ma pur sempre un carnico che con la sua testarda ostinazione ha saputo superare momenti difficili. Il Coco, va sottolineato, ha contribuito fattivamente a mantenere viva una fiammella a Pozzis oltre a sorvegliare il paese da qualche malsana intrusione da parte dei soliti malintenzionati. Ha una smisurata passione per le moto che smonta e rimonta in continuazione nella sua modesta casa-officina. «Vivo a modo mio», sentenzia leccando la cartina di una sigaretta, «e faccio quello che mi sento di fare, senza fretta e senza orario. Anche se non sembra, questa è una libertà che si paga a caro prezzo. Però è quella vera». Radici indimenticate Anche il sindaco di Verzegnis, Renzo Lunazzi, ha qualcosa che lo accomuna a Pozzis. Il nonno materno, infatti, era originario della borgata. Ricorda con una certa emozione un fatto successo alcuni anni fa, quando a Pozzis è arrivato un intero pullman di parenti, nipoti e pronipoti di un certo Josef Marmai, un uomo originario del paese emigrato in Germania nel 1878 e morto nelle miniere dell’Est Europa. Erano oltre una trentina fra giovani e anziani che hanno voluto visitare e fotografare tutti gli angoli della borgata dov’era nato il loro avo. «Un fatto inconsueto», evidenzia il primo cittadino, «mi ha perfino commosso vedere quelle persone incantate camminare in quel paesino, dimenticato e disabitato, dov’era nato un seme del loro albero genealogico, dimostrando un amore, un apprezzamento e un rispetto per le proprie radici che raramente si riscontra». Grazie Verzegnis! La curiosità Pozzis si trova in provincia di Udine e sotto la diocesi di Concordia – Pordenone. Se l’intero territorio comunale fa riferimento alla provincia di Udine, non è così per quanto riguarda i confini ecclesiastici. Pozzis, infatti, si trova alcuni chilometri oltre Sella Chianzutan, nell’alta val d’Arzino. Questa valle, ecclesiasticamente parlando, rientra nella diocesi di Concordia – Pordenone cosicché, mentre tutti gli altri paesini del territorio comunale si trovano sotto la diocesi di Udine, Pozzis è alle dipendenze di quella di Concordia – Pordenone, essendo oltre il confine naturale della provincia udinese, delimitato dalla Sella Chianzutan.

Socchieve: «Restauriamo la chiesetta di San Biagio a Mediis»

di Giacomina Pellizzari.
«Salviamo la chiesa di Mediis». L’appello è partito dal piccolo paese carnico, centro amministrativo del comune di Socchieve, dove l’antica chiesa di San Biagio è chiusa al pubblico da oltre un anno. La domanda, una delle tante, inoltrata a Roma per accedere ai fondi destinati ai cantieri della cultura non ha trovato riscontri e la Curia ha ricevuto dalla Regione solo 40 dei 75 mila euro necessari per mettere a norma la struttura. Mancano 35 mila euro e il Comitato di cittadini del quale fa parte anche la professore Silvana Fachin Schiavi, già onorevole tra il 1987 e il 1992 e docente dell’università di Udine, ha lanciato un appello per racimolare la cifra. Il primo appuntamento è fissato per domenica 21 agosto, alle 20.30, nella pieve di Castoia. Qui si terrà il concerto di beneficienza per il restauro della chiesa di San Biagio a Mediis. Si esibiranno l’organista Gianluca Micheloni, la soprano Milena Ermacora, e il contralto Gabriella Pellos. Presenterà Fabio Turchini. Restaurare la chiesa di San Biagio, risalente al XVI-XVII secolo, significa salvaguardare la storia del paese perché al di là del valore religioso e artistico, quel luogo con il suo portico, meglio noto come guba, ha sempre svolto una funzione sociale. Tanti gli aneddoti che raccontano di anziani seduti sotto il portico e di bambini impegnati nei loro giochi. Ora non possono più farlo perché le travi di legno e i pilastri in tufo che sorreggono il pronao necessitano di interventi di manutenzione. Le condizioni attuali non rispondono ai requisiti di sicurezza previsti per un luogo di culto. Restaurare quel piccolo gioiellino restituirebbe alla comunità un luogo ricco di ricordi. Non a caso quella stessa comunità si sta mobilitando per sensibilizzare le istituzioni, le Fondazioni, le aziende pubbliche e private affinché contribuiscano al finanziamento dell’intervento. Nel quarantennale del terremoto sarebbe un gesto apprezzabile, in linea con la filosofia dei friulani che, nel 1976, lottarono per non snaturare l’anima dei luoghi distrutti dal sisma. Questa chiesetta non solo ha un’anima, ma fa parte del circuito storico-culturale delle pievi che da queste parti caratterizza il paesaggio. Al suo interno custodisce anche lacerti di affreschi proto-rinascimentali. «La chiesetta – fa notare la professoressa Schiavi nata e cresciuta a Mediis – è importante non solo per il suo aspetto architettonico, tipico di molte piccole chiese carniche e friulane, ma anche perché custodisce un altare ligneo del 1538 (Fluegelaltar) con pregevoli statue dell’artista altoatesino Michael Parth, che richiama numerose visitatori». Oltre alla Madonna con bambino, nella parte centrale dell’altare si possono ammirare i santi Biagio e Floriano, mentre i santi Antonio e Mauro in bassorilievo sono ben visibili all’interno degli sportelli e nel basamento. Non mancano il Cristo che esce dal sepolcro e i santi Rocco e Agnese. «Nel nostro paese, piccolo e ormai poco popolato – continua Schiavi -, la presenza della chiesa con le sue bellezze artistiche, il suono familiare delle sue campane e il ripristino delle funzioni liturgiche, costituisce un elemento di aggregazione e di identità per tutta la comunità».

Forni di Sopra: il Comune tutela i murales di Spadavecchia, pittore scomparso nel 2004

di Gino Grillo.

Ha voluto trascorrere l’ultima parte della sua lunga vita a Forni di Sopra e ora l’amministrazione comunale del paese dolomitico ha deciso che Marino Spadavecchia e soprattutto la sua opera pittorica merita di essere non soltanto ricordati ma anche salvaguardati. Proprio in questi giorni l’amministrazione fornese ha licenziato durante una seduta del consiglio una proposta tesa appunto a salvaguardare i murales di Spadavecchia (1909 – 2004). «Sono opere di grande valenza storico – culturale – ha detto il sindaco Lino Anziutti – che abbiamo il dovere di preservare e consegnare alle future generazioni». Questo passo rappresenta un ulteriore tassello alla riscoperta di questo artista dalla lunga e movimentata esistenza a cavallo fra l’Italia e il Sud America. Di padre bergamasco, nato a Trieste, era emigrato nel Sud America nel 1948, dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti a Venezia, in particolare fermandosi in Perù, dove tra l’altro fondò l’Accademia di belle arti di Huanuco di cui fu nominato direttore. Ebbe anche occasione di esporre in diverse mostre. In America Latina apprese l’arte dei murales, che tanto lo aveva affascinato. E proprio in Perù ne realizzò diversi, ispirati da scene di vita contadina e di guerra. Progettò e realizzò anche tre monumenti. Rientrato in Italia nei primi anni ’70 decise con la moglie Jolanda di stabilirsi in montagna, e scelse proprio Forni di Sopra memore di una gita di gioventù di cui aveva conservato memoria. Colpito da “sindrome da parete bianca” come la definiva lo stesso Spadavecchia, una volta rientrato in età pensionabile in regione e stabilitosi a Forni di Sopra, subito prese il pennello per descrivere, con la sua coloratissima pittura, la storia del paese, la saga dell’emigrante, quella del bosciaiolo e del malgaro. I muri della case del paese con questi murales “parlano” al visitatore e raccontano la storia e quello che accade in montagna. Ora, dopo anni dalla scomparsa di Marino, si vuole preservare le sue opere sui muri, impedendo che vengano distrutte o modificate in maniera impropria. Già da qualche anno l’amministrazione ha intrapreso un progetto di rilancio di questo artista e delle sue opere con diverse iniziative, facendo tra l’altro aprire un sito su internet intitolato al maestro Spadavecchia e alle sue opere, da parte di Promoturismo Fvg, mentre durante le stagioni turistiche, invernali ed estive, vengono effettuate gite guidate alla scoperta dei vari murales. Ora con questa ulteriore delibera il Comune vuole preservare in maniera formale e definitiva, inserendo una apposita norma nel piano regolatore comunale, questi murales proteggendoli dall’usura del tempo e dall’intervento improprio di qualche distratto abitante, per consegnarli ai posteri rivalutati.

Tolmezzo: si svuota la caserma Cantore militari alla Lesa di Remanzacco

di Tanja Ariis.
La caserma Cantore verso la chiusura: una parte consistente degli ufficiali e sottufficiali in servizio al Terzo reggimento artiglieria da montagna a Tolmezzo ha ricevuto il preavviso di impiego presso la Lesa di Remanzacco (alcuni forse otterranno di andare a Venzone), il che potrebbe avvenire verso settembre-ottobre. La situazione non pare diversa da quella di Cividale: di questo passo, con la fine dell’anno, anche la struttura tolmezzina potrebbe essere vuota. Dalla Brigata Julia non giunge alcuna conferma sulla chiusura: non vi sarebbero date certe sul trasferimento del reparto tolmezzino. Il sindaco, Francesco Brollo, a luglio non aveva nascosto che la chiusura, pur in assenza di data definita, si stesse avvicinando e in questo senso aveva partecipato a un incontro al Ministero della difesa a Roma, con la task force per la valorizzazione e dismissione degli immobili con il generale Antonio Caportundo, l’assessore regionale Mariagrazia Santoro e il sindaco di Cividale. «La partenza degli alpini dalla Cantore – commenta Brollo – non è una notizia. Inutile lamentarsi adesso. Adesso è il tempo del fare. Abbiamo già inviato lettera alla Regione che avvia la futura pratica della cessione per evitare che la struttura rimanga in terra di nessuno e destinata come tante altre al degrado. Per questo abbiamo fatto due importati passi: l’incontro al ministero della difesa a Roma, dove abbiamo concordato con Regione, Demanio ed Esercito la staffetta che consegnerà al Comune la caserma. Quindi abbiamo subito organizzato e fatto un sopralluogo alla Cantore, dove abbiamo invitato la Soprintendenza, la Regione e il Demanio alla presenza di funzionari del Comune e dei vertici del Cosilt per far capire la straordinaria bellezza di palazzo Linussio e l’altrettanto straordinaria necessità di una sua tutela e sistemazione. Dal rilancio dei locali della caserma passa parte del futuro di questa terra. Assieme al titolo di città alpina dell’anno deve servire a mostrare che abbiamo voglia, orgoglio e amore del territorio per rilanciarlo. Via gli alpini vedo palazzo Linussio nuova sede del museo carnico, dove poter esporre meglio i tesori che custodisce. E che in alcuni casi ha al buio in deposito. Per fare questo servono soldi, tanti. Faccio appello già ora a investitori privati e fondazioni che vorranno affiancarsi al pubblico per trasformare la Cantore in un museo da un lato e un laboratorio a servizio di artigianato e imprese locali dall’altro. Qui Linussio creò la più importante esperienza imprenditoriale e tessile d’Europa. Qui deve ripartire Tolmezzo, con la stessa ostinazione e forza propria degli alpini».

Alto Friuli: sui monti senza prudenza, da 204 a 290 gli interventi annuali dei volontari del Soccorso alpino

di Alessandra Ceschia.
Cadute, perdite di orientamento, malori, scivolate, ma su tutti è l’inesperienza, quando non la superficialità, a provocare gli incidenti in montagna. Una telefonata, e i volontari del Soccorso alpino e speleologico si mettono al lavoro per salvare vite umane. Lo fanno ogni giorno, senza clamore, senza retribuzioni. E lo fanno sempre più spesso. Il numero degli interventi dal 2010 al 2015, infatti è passato da 204 a 290, vale a dire un terzo in più, seguendo un trend che è in continua crescita. «Nei primi mesi del 2016 sono già stati effettuati 104 interventi – sintetizza il delegato alpino Sandro Miorini –, il 60 per cento dei quali in provincia di Udine, mentre le persone soccorse sono state 126, fra queste, 18 sono decedute. Anche nel 2015 gli interventi in provincia di Udine erano in netta prevalenza e rappresentano il 73,12% di quelli complessivi. Hanno impegnato 938 soccorritori con l’ausilio di 16 cani da ricerca per un totale di 6.531 ore–uomo». «Tutto questo senza contare gli eventi addestrativi, formativi e verifiche che hanno interessato i volontari al fine di mantenere un grado di efficienza sempre ad altissimi livelli» aggiunge il delegato. A capitanare la classifica delle chiamate che ha visto 1.672 volontari al lavoro nel 2015 è il gruppo di Cave del Predil, seguito da Forni Avoltri, Udine e Moggio. La causa più frequente degli interventi è la caduta in montagna, seguita dalla perdita di orientamento, dal malore in quota, o dalla scivolata, spesso sono i gitanti della domenica a farsi sorprendere dal maltempo, quando non tengono presente che la montagna va affrontata con una certa esperienza, un adeguato equipaggio e dopo aver consultato le previsioni meteo. L’incapacità e l’inesperienza incidono sul 9 per cento dei recuperi che coinvolgono alpinisti improvvisati. C’è che sopravvaluta le proprie possibilità e, messo a dura prova da un percorso montano tutt’altro che facile, chiede aiuto, sfinito, perché non riesce a portare a termine il tragitto. Una piccola percentuale di infortunati, che non va oltre il 3 per cento, viene determinata dalla puntura di insetti. Se le emergenze in montagna sono in aumento costante è perché, a differenza di qualche decennio fa, la montagna non è più appannaggio degli alpinisti, ma molti si accostano all’escursionismo senza la dovuta preparazione, sottovalutando i rischi. Attualmente, le stazioni del servizio regionale Friuli Venezia Giulia Cnsas comprendono 9 stazioni di soccorso alpino con 260 volontari che operano su tutto l’arco alpino e sul Carso. Tra loro ci sono 24 tecnici di Elisoccorso, un istruttore tecnico nazionale, una dozzina di istruttori tecnici regionali, altrettante unità cinofile e un paio di istruttori nazionali cinofili oltre a un istruttore medico nazionale e uno regionale, due istruttore regionali soccorso in fossa e quattro tecnici soccorso in forra. Infine vi sono quattro stazioni di soccorso speleologico con 70 volontari. L’attività del Servizio regionale è finanziata dalla Regione ed è garantita da una convenzione inerente l’impegno del servizio per attività di Protezione civile e una per l’attività presso l’Elisoccorso del 118 regionale. È stata stipulata una convenzione con Promotur per il soccorso e il collaudo degli impianti di trasporto su fune.