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L’anima carnica di Pietro Cescutti

Da “Lettere al Direttore del MV” del 22/01/2020

con questa lettera vorrei ricordare mio padre Pietro Cescutti nel venticinquesimo anniversario della sua morte.Si era fatto qualche anno di Grecia e Albania, arruolato nel terzo granatieri di Sardegna, meritandosi la croce di guerra al valore militare. Era riuscito a tornare a casa un po’ prima che finisse la guerra a causa di problemi a un orecchio, in seguito allo scoppio di una bomba, per questo cercò di ottenere una pensione per invalidità, che però non ebbe mai.Rientrò nel suo paese natale, in Carnia, e venne subito nominato podestà, al posto di quello che aveva tagliato la corda, visto come si stava mettendo la situazione per il regime di allora.Non era fascista, anzi, apparteneva alla brigata Osoppo, ci sono i documenti che lo testimoniano, e, grazie a quella “copertura”, riuscì a salvare molte persone. Per questo trattò con i cosacchi di Verzegnis, con il comando dei tedeschi stabilitisi nell’albergo Rossi e, più tardi, con gli inglesi, sempre lì alloggiati. A causa della denuncia di un fascista – che io ho avuto modo di conoscere – venne imprigionato a Tolmezzo, rischiando di essere deportato. Se la cavò perchè riuscì a fuggire dalle carceri prima di essere trasferito. In seguito fu eletto primo sindaco della Repubblica, incarico che onorò per due volte.Ha insegnato con passione, competenza e dedizione per molti anni nelle scuole elementari, dove era rinomato per la sua paterna severità e per la sua spiccata capacità artistica. È stato anche il primo corrispondente del Messaggero Veneto per la Carnia. Molto ha fatto per il suo paese, sia sul piano culturale che su quello sociale. Nipote diretto di Giovanni Gortani, si deve anche a lui se i trecento e passa libri, scritti dal nonno, sono stati raccolti e trasferiti nell’archivio di stato. Ha lasciato una infinità di quadri, dopo aver esposto in diverse mostre personali. E tanto si potrebbe dire ancora…Personalmente lo ricordo come uomo mite, schivo, di grande cultura e grande sensibilità. Voglio ricordarlo anche insieme a sua moglie, donna Alessandra, donna a sua volta eccezionale, con la quale ebbe una storia incredibile, e dalla quale ricevette gli stimoli e lo sprone necessario per fare tutto ciò che ha fatto.Dimenticato ormai da molti, soprattutto da chi non dovrebbe… sempre presente invece nella mia vita.Era mio padre e, come tale, con infinita tenerezza lo ricordo, insieme a quegli occhi azzurri, che mi guardarono, per l’ultima volta, venticinque anni fa!

Giuseppe Cescutti.

Tolmezzo: Presentazione del film ‘Cercivento. Una storia che va raccontata’

Venerdì 25 maggio, ore 20.00 presso Cinema David, piazza Centa 1.

Cercivento: il paese delle erbe, i segreti della coop Taviele

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di Giuseppe Ragogna

Perché scappare dalla montagna? I dati demografici rendono fragili le speranze di rimanere, soprattutto tra i giovani. Ma ci sono ancora storie da raccontare come testimonianze di paesi che non vogliono arrendersi: «Quassù ci sono risorse, basta crederci». Emergono i segni di creatività che sviluppano lavoro. Cercivento, che è un puntino sulla mappa geografica vicino all’Austria, rappresenta un esempio di identità. Il comune raccoglie 700 anime nel cuore della Carnia. Lungo i due assi stradali, di Sore e di Sot, molti edifici propongono murales e mosaici che rappresentano scene tratte dalle Sacre Scritture: una Bibbia a cielo aperto. Si esprime così l’anima di una comunità, che si allarga a un abbraccio ideale con Illegio, nel periodo delle mostre ospitate nel piccolo scrigno d’arte, poco distante da Tolmezzo.Ripristino delle taviele. Qua e là ci sono campi ben coltivati con erbe officinali: l’autunno regala ancora qualche fiore con colori vivaci. Il profumo però rimane e si fa intenso nei locali che ospitano l’impianto di essiccazione, dove in un grande contenitore in acciaio inox sono in lavorazione le foglie di melissa. È il regno della cooperativa agricola di Cercivento, la cui ragione sociale è sintetizzata in due parole-chiave che raccontano storie di lavoro e di solidarietà in una terra difficile. La prima parola è taviele, nome di battesimo della cooperativa: significa che un pianoro è stato strappato alla montagna per destinarlo a un po’ di agricoltura. È il risultato di un atto di resistenza all’avanzamento disordinato e irruente dei boschi. La taviele è la tenacia di mantenere fertile una piccola superficie per trarne risorse economiche. È un “piccolo seme” che può aiutare a contenere gli effetti devastanti dei processi di fuga dalla montagna. La seconda parola è saut che mette assieme due significati, i quali si mescolano per rappresentare la filosofia dell’impresa agricola: quello della generosità della pianta del sambuco con quello del sapere inteso come conoscenza delle tradizioni di queste zone ruvide, che non regalano nulla se non il loro fascino. Taviele e Saut sono contemporaneamente il braccio e la mente. Agiscono per dare forza (anche economica) a un progetto che si sviluppa attraverso la forma della coop sociale agricola. Sotto la crosta di una denominazione burocratica c’è il calore dell’inserimento lavorativo sia di persone socialmente svantaggiate sia di disabili psico-fisici. Questa non è un’operazione semplice in un piccolo paese, ma è la testimonianza che i valori autentici della vita sono custoditi con generosità tra i monti. Ogni azione è una conquista. Per esempio, non è stato facile mettere assieme i minuscoli ritagli di terreno sparpagliati nel territorio. L’eccessiva frammentazione delle proprietà è un ostacolo enorme per la montagna. Occorre metterci caparbietà nella ricucitura di micro-situazioni familiari, un’operazione assai complicata perché le persone sono disperse in giro per il mondo. «Gli appezzamenti ci sono stati affidati in comodato gratuito – spiega la presidente della cooperativa, Loretta Romanin, che è il punto di riferimento dell’iniziativa – da alcuni abitanti di Cercivento. Sarebbe stato uno spreco averli lasciati incolti. E da noi non ci si può permettere di buttare via niente. I legittimi proprietari li potranno riottenere quando vorranno». È stato così recuperato poco più di un ettaro di terreno: «Si può sempre migliorare».Inizio dell’avventura. L’idea è stata quella di attingere risorse dalla storia, quando già in tempi lontani il paese si trasformava in ricche sfumature cromatiche, che si rispecchiavano nelle tele di Van Gogh, cariche dei colori delle piante officinali. Dalla lavorazione scrupolosa dei vari tipi di erbe uscivano dei prodotti apprezzati che alimentavano i magri affari di tanti cramârs (venditori ambulanti), i quali, con la gerla sulle spalle o con i muli, girovagavano per le valli andando “per mercati”. Vendevano, scambiavano prodotti e fiutavano il vento delle novità. Oggi le tele dei colori si moltiplicano e abbelliscono una galleria a cielo aperto. In aggiunta, rispetto ai dipinti, si diffondono i profumi della Natura. C’è la riscoperta delle tante erbe che arricchirono storie e leggende, molte delle quali raccontate dal maestro Domenico Molfetta, cantore delle bellezze locali. Per esempio, è ancora sentita la tradizione dei fiori raccolti nei campi per il Mac di San Zuan (il Mazzo di San Giovanni), tant’è che la notte di San Giovanni Battista (24 giugno) è ancora oggi qualcosa di magico: un insieme di riti religiosi che si intrecciano con le feste pagane. I mazzi, una volta benedetti, potranno essere bruciati per tenere lontane le minacce più insidiose del maltempo. I molteplici usi delle erbe risalgono a secoli lontani: almeno al Seicento – Settecento. Oggi tornano in auge: possono integrare il reddito. Serviva però ripristinare una struttura operativa, con un po’ di organizzazione. «Ecco che dalle ceneri di un vecchio progetto degli inizi del Duemila si è innescata la cooperativa – spiega il vicepresidente Mario Ceschia – con idee, entusiasmo e finalità sociali. Sono state rilevate le apparecchiature esistenti e acquistate di nuove. Prima c’era un programma di attività transfrontaliera Italia-Slovenia denominato “Interreg”, che puntava all’uso di fondi comunitari per la promozione delle risorse naturali. Una volta esaurito, c’era il rischio di perdere tutto. Invece, dal 2013, a Cercivento opera la nostra cooperativa che non ha scopo di lucro. Tutti gli utili sono infatti reinvestiti nelle attività sociali». La Taviele è un progetto che vive grazie alla passione dei soci.Esplosione di colori e profumi. I metodi di coltivazione sono rigorosamente naturali. «Il miglior diserbante è costituito dalle nostre mani», spiega con orgoglio Mario Ceschia, che arriva a Cercivento dalla pianura friulana proprio per dare un aiuto. «Non vogliamo robe chimiche – aggiunge – tant’è che usiamo concimi organici. Beh, in questo caso, merita proprio spezzare una lancia a favore della montagna: qui possiamo lavorare la terra in armonia con l’ambiente». Niente meccanizzazione, in quanto è impraticabile per evidenti difficoltà logistiche. Il core business dell’attività è rappresentato da una ventina di varietà di piante officinali e da una decina di aromatiche. La filiera è strutturata nelle varie fasi del lavoro. Le semine sono fatte nel semenzaio all’interno di serre, poi in primavera c’è il trapianto in campo aperto: «E che il tempo ci assista. Ogni stagione ha andamenti diversi, perché non possiamo comandare alla Natura». Da marzo a settembre il lavoro tocca la punta massima dell’impegno. Seguendo i consigli di un’esperta agraria, Elena Valent, e di un funzionario dell’Uti, Franco Sulli, nelle taviele cresce ogni bendidio: menta, melissa, malva, calendula, timo, rosmarino, salvia, camomilla, papavero, fiordaliso. Un altro pezzo di attività consiste nella raccolta di essenze selvatiche: tarassaco, ortica, sambuco, arnica e tiglio. «Ma ci stiamo specializzando – aggiungono – anche nel recupero di alcune coltivazioni autoctone: varietà antiche, come fagioli (la Carnia ha potenzialità immense) e patate». Ogni tipo di pianta ha una sua specifica trasformazione: in parte alimentare (un buon 30 per cento), ma soprattutto nel settore della cosmesi, perché garantisce un maggior valore aggiunto. Gran parte di questo lavoro è curata in proprio nei laboratori di essiccazione dai quali escono infusi di ogni tipo, tisane e sali aromatizzati per impreziosire le ricette in cucina. Il trattamento immediato del raccolto valorizza i principi attivi. La parte della cosmetica (crema idratante, latte detergente, deodorante, shampoo doccia, oli balsamici) è curata invece da una società cooperativa di Padova molto quotata nel campo dell’erboristeria. «Noi non abbiamo le attrezzature – spiega la presidente Romanin – per quel tipo di lavorazione, così ci siamo affidati all’azienda con la quale avevamo già un rapporto di fiducia. In Carnia non c’è nessuna ditta, in futuro vedremo che cosa fare perché puntiamo decisamente sul made in Friuli». La commercializzazione avviene attraverso il marchio Saut, con tanto di fiore di sambuco stilizzato sulle confezioni. Il mercato locale è fondamentale, e quindi le iniziative sono curate nei minimi dettagli. «Cerchiamo di sfruttare ogni opportunità – spiega la presidente – valorizzando i rapporti diretti con i consumatori che puntano sull’originalità e sulla freschezza». Le attività di vendita si svolgono attraverso lo spaccio aziendale di Cercivento, il sistema eco-solidale, i gruppi di acquisto friulani (che prenotano già prima del raccolto) e le manifestazioni di maggior richiamo (Friuli Doc a Udine e Filo dei sapori a Tolmezzo). Una particolare attenzione riguarda i contatti on-line, gestiti con il coinvolgimento di “reti carniche”, attraverso social e web: come Cort store, che pratica l’e-commerce, o come Natural Carnia, che è riuscita ad aggregare sistemi di imprese per rilanciare l’immagine del territorio. Produzione, trasformazione e commercio ruotano attorno a un concetto imprescindibile in questa parte del Friuli: l’identità della Carnia.

Pesariis: Ataman, l’avventura italiana dei cosacchi

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di PAOLO MEDEOSSI.
Chi è passato in Val Pesarina in una domenica dello scorso agosto può essersi imbattuto in una lunga processione che seguiva la statua della Madonnina del Culzei portata a spalla alla sua cappella, verso Pradisbosco. Momento suggestivo di un culto e di un rito che si rinnova ogni cinque anni a Pesariis quale ringraziamento per una strage evitata e che stava per compiersi nel Natale del 1944. Come atto di rappresaglia, 33 abitanti del paese dovevano essere fucilati su ordine di un ufficiale cosacco al quale si avvicinò una donna, Marianna Machin, che conosceva la lingua russa dopo aver lavorato sulla Transiberiana e con le parole giuste seppe convincerlo a desistere. Comincia così, con una storia vivissima nella memoria della valle, ma sconosciuta fuori di lì, un romanzo appena pubblicato dall’editore Gaspari di Udine. Narra, viaggiando tra realtà e fantasia, quei mesi dall’estate del ’44 al maggio del ’45 in cui la Carnia e ampie zone del Friuli vennero invase da 40 mila cosacchi, alleatisi con i tedeschi dopo essere stati attratti dall’ingannevole prospettiva di approdare in una Terra Promessa dove insediarsi definitivamente come popolo. Vicende già narrate, studiate, discusse in tanti romanzi e ricerche a cominciare dallo splendido “Illazioni su una sciabola” di Claudio Magris, ma quest’ultimo libro ( “Ataman. L’avventura italiana dei cosacchi”, 210 pagine, prezzo 16 euro) aggiunge una serie di elementi originali e in parte inediti. La prima sorpresa è il nome stesso dell’autore, Lorenzo Colautti, avvocato di Udine, che si è cimentato in questo impegno per narrare come meritava la straordinaria esperienza di cui è stato protagonista l’ingegner Gaetano Cola, personaggio conosciutissimo in Friuli per la sua attività professionale e per i trascorsi giovanili come giornalista al Messaggero Veneto. In più occasioni, Cola (suocero dell’avvocato Colautti) ha raccontato a familiari e amici i momenti del suo passato, in particolare nella fase finale della guerra quando lui, ragazzo, con padre campano e madre carnica, si era trasferito tra le montagne partecipando alla lotta di liberazione. Il romanzo dà un nome di fantasia al protagonista, Nicolò Costa, ma ripercorre ciò che Gaetano affrontò davvero in giorni nei quali la vita di tutti, nelle valli e ovunque, era appesa un filo. L’episodio più clamoroso avvenne quando, arrestato assieme ad altri due giovani sospettati di essere partigiani, venne portato dal comandante dei cosacchi, il generale Petr Krasnov, l’atamano, nome rimasto tra storia e leggenda, militare sì, ma anche scrittore di una certa notorietà internazionale negli anni Trenta. Durante l’interrogatorio davanti all’atamano, che lui non aveva riconosciuto, Nicolò-Gaetano si sentì rivolgere una domanda a sorpresa: «Ha mai letto autori russi?». Il ragazzo, che conosceva un po’il francese, dopo aver citato Tolstoj aggiunse proprio Krasnov, del quale la madre gli aveva fatto conoscere libri come “Dall’aquila imperiale alla bandiera rossa” e “Tutto passa”, ritenuto (anche dallo stesso Magris) il suo capolavoro.Con tale risposta a sua volta lasciò senza parole l’atamano che lo liberò dandogli una sorta di salvacondotto. Quel colloquio fu uno dei rari momenti nei quali il generale dialogò con gente della Carnia, rimanendo per il resto isolato tra i suoi incubi e la malinconia, a Verzegnis. E un altro dei momenti clou riguarda l’incredibile partita di calcio disputata a Osoppo nell’aprile del ’45 fra una squadra di partigiani e una di tedeschi e cosacchi. Episodio sul quale molto si è favoleggiato e anche discusso, nato forse dalla volontà di qualche tedesco di garantirsi una salvezza prima della imminente catastrofe. Nicolò-Gaetano fu l’arbitro di quell’incontro, vinto dai partigiani per 1-0. Il romanzo di Colautti narra poi una vicenda sorprendente sui cosacchi dopo la resa. In gran parte, come si sa, vennero consegnati dagli inglesi alle truppe sovietiche e molti morirono suicidi nelle acque della Drava. L’unico a resistere al potentissimo esercito di Stalin fu il principe del Liechtenstein che schierò un pugno di guardie a difesa di chi aveva chiesto asilo da lui, respingendo la minaccia. Ma il racconto di “Ataman” non si ferma al dopo guerra. Nella seconda parte, seguendo sempre le tracce cosacche, schiude nuovi scenari giungendo ai giorni nostri con una narrazione quasi da spy-story ambientata nella tensione conflittuale, di cui a livello mediatico ora si sa poco, che oppone la Russia di Putin all’Ucraina. Confronto che vede in gioco enormi e strategici interessi legati al petrolio, rendendo esplosivi i rapporti di forza tra le nazioni dell’ex Urss. Ne esce una ricostruzione mozzafiato, affidata alle intuizioni e alla fantasia dell’autore, il quale vuol mostrare come da quell’episodio accaduto a Pesariis i rivoletti lungo i destini di un popolo si siano sparpagliati ovunque, toccando anche i drammi attuali. «Ho voluto fare un romanzo storico, non un saggio – dice Colautti – rendendomi conto con stupore, visto il tempo trascorso, che indagare i fatti di quel periodo non è facile. Ci sono rancori e recriminazioni non sopiti. Sono contento di aver trovato un editore come Gaspari che mi ha indirizzato e consigliato un po’ su tutto. Il protagonista, che ha ora 93 anni e di cui io ho riordinato gli appunti, mi ha chiesto infatti per quale motivo il romanzo riporti sulla copertina il mio nome, non il suo».

Le eroiche portatrici carniche, due alpini rileggono la storia

di VALERIO MARCHIÈ
La recente l’approvazione da parte della Giunta regionale, su proposta dell’assessore alla Cultura, Gianni Torrenti, di un avviso pubblico sulla concessione di incentivi per progetti di rievocazione di una pagina mirabile della Grande Guerra: l’epopea delle portatrici carniche. La decisione è certamente apprezzabile. Peraltro, soprattutto negli ultimi anni, non sono mancate ricerche, pubblicazioni, spettacoli teatrali, celebrazioni (citiamo, fra tutte, quella del 2016 per il centenario della morte eroica di Maria Plozner Mentil, le cui spoglie riposano al Tempio Ossario di Timau). Innumerevoli vicende attestano la tenacia e le capacità delle donne nel primo conflitto mondiale: figure perlopiù (ma non soltanto) umili, pronte a tutto per sostituire gli uomini in famiglia, nelle scuole, negli ospedali, nelle aziende, nelle amministrazioni comunali, nei lavori militari… Per lungo tempo si è raccontata la Grande Guerra senza parlare delle donne. Oggi tuttavia, dopo quel lungo oblio, e sebbene vi sia ancora molto da fare, disponiamo di contributi notevoli. Ricordiamone alcuni esemplificativi, chiedendo venia a chi non verrà citato.Fra il 2015 e il 2016 l’editore udinese Paolo Gaspari ha pubblicato: “Le donne nella Grande Guerra”, di Lorenzo Cadeddu; “Le donne nella Prima Guerra Mondiale in Friuli e in Veneto”, di Elpidio Ellero (con dati anagrafici delle portatrici, e un saggio di Antonio Gibelli); “Accanto agli eroi. Diario della duchessa d’Aosta. Maggio 1915 – Giugno 1916”, a cura di Alessandro Gradenigo e dello stesso Gaspari.Un altro editore in regione (la Leg di Adriano e Federico Ossola a Gorizia) ha dato alle stampe nel 2012 “Donne nella Grande Guerra”, volume di autori vari a corredo di una mostra allestita a Gorizia sulle donne nel conflitto (con relativo convegno nell’ambito di “èStoria”).Ancora nel 2012, Alessandro Gualtieri ha scritto “La Grande Guerra delle donne. Rose nella terra di nessuno” (editore Mattioli 1885). Nel 2014, poi, il Mulino ha edito sia “Donne nella Grande Guerra” (un lavoro collettivo di giornaliste e scrittrici, introdotto da Dacia Maraini e con un capitolo di Francesca Sancin dedicato alle portatrici carniche) sia “Una patria per le donne. La mobilitazione femminile nella Grande Guerra” scritto da Augusta Molinari.Nel 2015 Antonella Fornari, con “Le donne e la Prima guerra mondiale” (Edizioni Dbs), ha proposto storie al femminile, fra cui alcune delle portatrici, mentre l’anno scorso è uscito “Donne in guerra”, a cura di Valentina Catania e Lorisa Vaccari (Cierre edizioni), che spazia dal primo conflitto mondiale all’Isis.A questi e altri sforzi si aggiunge ora quello di due alpini: lo storico-collezionista Enrico Meliadò e il generale Roberto Rossini, convinti che non si possa considerare la Grande Guerra sulle nostre montagne senza la storia delle donne che giorno per giorno, compiendo sacrifici estremi con rigida ed esemplare autodisciplina, rifornivano i soldati italiani fino alla cime più aspre.È nato cosi “Le donne nella grande guerra 1915-18. Le portatrici Carniche e Venete, gli Angeli delle trincee” (editoriale Sometti, con il contributo dell’Associazione Filatelica Numismatica Scaligera di Verona, della Fondazione Bpa di Poggio Rusco e della Sezione di Udine dell’Ana).Gli autori, che offrono fra le altre cose un ampio quadro storico e una sezione dedicata alle testimonianze di alcune portatrici, sono stati coadiuvati da enti e da appassionati: basti citare l’Associazione Amici delle Alpi Carniche, la Scuola primaria e il Museo della Grande Guerra di Timau, o il pittore-alpino Enrico Tonello. E l’apparato iconografico, confezionato in un volume di pregio con un prezzo che resta comunque abbordabile, colpisce per la quantità e la qualità delle immagini

Carnia: “Note di vita bellica in Carnia 1916-1917” con “I fusilâz” e “Le Portatrici carniche”, sei spettacoli che rileggono la Storia

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R.C. dal MV di oggi.

Una rassegna nuova, e non soltanto perché si affaccia per la prima volta in Carnia: nuova anche per il suo modo di raccontare la Grande Guerra. Si tratta di “Pace alla guerra”, “Note di vita bellica in Carnia 1916-1917”, in scena con sei spettacoli a partire da martedì 25 aprile fino a sabato primo luglio in diversi paesi e città tra Carnia e Friuli. Sei performance fra storia, teatro e musica, che andranno in scena il 25 aprile a Cercivento, il primo maggio a Timau di Paluzza, il 21 maggio a Tolmezzo, il 2 giugno a Somplago (Cavazzo Carnico), il 29 giugno a Udine e il primo luglio a Forni Avoltri. Protagonisti principali saranno il giornalista Guerrino Pacifici (interpretato da Adriano Giraldi) e il tele-cine-operatore Miro Vojnovich (Maurizio Zacchigna), che racconteranno la Grande Guerra. Con loro anche le attrici Maria Grazia Plos e Roberta Colacino e il gruppo strumentale Lumen Harmonicum, che rivisiterà il repertorio italiano e austro-ungarico del periodo bellico. La cura del progetto (l’idea, i contenuti testuali e musicali, la supervisione) è di Massimo Favento; la regia teatrale è dell’Associazione Mamarogi e le illustrazioni – prodotte ad hoc sui personaggi delle storie, sono di Mauro Zavagno. “Pace alla Guerra” è un progetto di Lumen Harmonicum che si avvale del contributo della Regione Fvg e della collaborazione della Fondazione Luigi Bon. “Pace alla Guerra” è un’anteprima di “Carniarmonie”. «Parlare della Grande Guerra – spiega Celestino Vezzi – ha senso se si esce dalla retorica, si guarda oltre i forzati paraocchi, si dà spazio e voce non solo ai testi ufficiali, ma anche ai diari della gente comune, si evita di citare a ogni piè sospinto la parola Patria quale panacea giustificatrice di ogni scelta. In questo contesto alcuni termini assumono significati precisi e i riferimenti non sono casuali: disobbedienza, sacrificio, diserzione, follia, ideologia, memoria». Proprio queste, infatti, saranno le chiavi di lettura per i singoli episodi. La rassegna s’iniziera il 25 aprile, alle 16 alla Cjase da Int di Cercivento, con il primo spettacolo intitolato “Rapsodia di una pallottola. Backstage per giornalisti & plotone musicale su “I Fusilâz di Çurçuvint” che si raccoglie sotto il “cappello” della disobbedienza. Sul palcoscenico sono gli attori Adriano Giraldi in Guerrino Pacifici e Maurizio Zacchigna in Miro Vojnovich e nel Colonnello; con loro il Gruppo Strumentale Lumen Harmonicum (Chiara Minca – voce, Mauro Verona – corno, Marco Favento – violino, Massimo Favento – violoncello, Denis Zupin – percussioni). Attraverso i dialoghi degli attori e le “spiegazioni” musicali scorrerà un particolare racconto dell’episodio – ormai noto – de “I Fusilâz di Çurçuvint”, il tragico caso di Silvio Gaetano Ortis e di altri tre alpini fucilati dai Carabinieri per essersi rifiutati di sostenere un attacco decisamente suicida contro una postazione austriaca sulle montagne che loro conoscevano tanto bene, pur avendo proposto una valida alternativa. Un caso estremo di disobbedienza (e purtroppo di giustizia sommaria) ancora molto dibattuto nel quale la logica irrazionale della disciplina militare prese il sopravvento su buonsenso e umanità. Lo spettacolo rovescia la prospettiva dando la parola non alle vittime, ma al plotone d’esecuzione. Il secondo appuntamento si terrà il primo maggio alle 16 a Timau di Paluzza nella sala parrocchiale San Pio X, quando si parlerà del senso di sacrificio. “L’amica di Maria” sul mito di Maria Plozner & delle Portatrici Carniche affronterà ancora un caso più e più volte discusso, quello delle Portatrici Carniche, di cui Maria Plozner, uccisa da un cecchino, è l’emblema. Gli spettacoli continueranno il 21 maggio, il 2 giugno, il 29 giugno e il primo luglio con altri quattro episodi-reportage nei quali si rileggono alcune pagine divenute aneddoti e leggende con gli occhi esterni delle persone comuni, dei non protagonisti. 

Friuli: anche il Tiramisù avrà un giorno tutto suo sul calendario

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Anche il tiramisù avrà la sua giornata sul calendario, aggiungendosi alla lista dei food day. Queste giornate sono un modo, più o meno goliardico, per celebrare un prodotto o una ricetta. Promossi da istituzioni o da associazioni, ma anche da singoli appassionati (a loro poi la capacità di diffondere l’iniziativa) prevedono di cucinare/mangiare lo stesso cibo in contemporanea in un Paese o nel mondo, condividendo poi sui social network foto e quant’altro riguardi la giornata.

Negli Stati Uniti c’è il National Peanut Butter Day, per gli appassionati del burro d’arachidi. In Italia abbiamo il Nutella World Day (5 febbraio), ideato dalla blogger americana Sara Rosso nel 2007. Dedicato alla preparazione piemontese a base di aglio e acciughe il Bagna Cauda Day, creato ad Asti e festeggiato a fine novembre con tanto di ironico bacio della mezzanotte. Alcune ricorrenze nascono per sensibilizzare l’opinione pubblica sul valore del cibo, come la Giornata Mondiale del Latte, voluta dalla Fao (1 giugno) o l’International Coffee Day (29 settembre). Poi c’è il primo novembre la Giornata dei vegani e il World Pasta Day il 25 ottobre.
Ecco, adesso il 21 marzo sarà l’occasione di preparare o comunque gustare il dolce italiano più famoso nel mondo. Però non è detto che la sua fama vada di pari passo con la conoscenza della sua storia, così Eataly con Clara e Gigi Padovani, autori del libro Tiramisù – Storia, curiosità, interpretazioni del dolce italiano più amato (Giunti) hanno organizzato la giornata, che, per la prima edizione partirà in contemporanea in tutti e 34 i Paesi dove la catena del made in Italy è presente, da Dubai a Torino, da San Paolo in Brasile a New York.

Partendo proprio da Trieste, ultima apertura di Eataly e capoluogo della regione dove il Tiramisù sarebbe nato. Sì perché i Padovani col loro libro hanno rivoluzionato la storia del dolce, trovandone le origini a Gorizia e Udine e non – come sempre si era detto – a Treviso. E avevano infatti anche provocato la dura reazione del presidente della regione Veneto Luca Zaia: “Possono anche scrivere che l’hanno inventato in Bulgaria – ha tuonato – ma la realtà è che si tratta di un dolce veneto”.   
 Ma è nato invece a Pieris (Gorizia) e poi lo avrebbero ‘perfezionato’ a Tolmezzo (Udine) secondo le ricostruzioni storiche dei giornalisti gastronomi.  
La prima ricetta è rimasta segreta in quel di Pieris per 70 anni nelle mani della signora Flavia Cosolo, figlia dello chef Mario, che ha inventato questo dolce nel suo ristorante “Al Vetturino” tra gli anni 40 e 50 del Novecento. Questo tiramisù è molto diverso da quello ormai diffuso nel mondo. Si presenta in coppa e i suoi ingredienti sono: crema zabaione, panna montata, pan di Spagna imbevuto al Marsala secco e cacao in polvere.
La primogenitura del Friuli Venezia Giulia si conferma pure nella seconda ricetta “storica”, portata alla luce dal libro e creata alle fine degli Anni Cinquanta del Novecento all’Hotel Roma di Tolmezzo dalla cuoca Norma Pielli (ormai scomparsa), i cui figli l’hanno tramandata: è quella consacrata dalla tradizione, in teglia, a base di savoiardi imbevuti nel caffè e crema al mascarpone. Poi nel 1970 è stato codificato il “Tiramesù” delle Beccherie Treviso, del tutto simile a quello di Tolmezzo, ma che ha saputo intraprendere le strade del mondo.

Proprio per raccontare questi e altri aneddoti sul dessert simbolo della cucina italiana è nato il #tiramisuday. Il 21 marzo si gusteranno porzioni del dolce, ma si ascolteranno anche storie e confronteranno ricette. Si scoprirà, per esempio, che il suo boom avviene dopo la seconda guerra mondiale, quando molti (anche convinti dalla Guida Michelin che suggeriva l’indirizzo) andavano da Mario al Vetturino per assaggiare la specialità, immortalata anche nella foto di matrimonio del pugile Tiberio Mitri e della Miss Italia 1948 Fulvia Franco.

Anche il Tiramisù avrà un giorno tutto suo sul calendario

Dolce tirami su (1954-1959), Hotel ristorante Roma –Tolmezzo (Ud), di Norma Pielli Del Fabbro
INGREDIENTI
4 uova, 300 g di zucchero, 500 g di mascarpone, Savoiardi, Caffè nero, Cacao amaro
PROCEDIMENTO
Mettere in una ciotola 3 tuorli ed un uovo intero, mescolare con lo zucchero, aggiungere il mascarpone mescolando con cura in un solo senso. Aggiungere gli albumi d’uovo montati a neve e formare, con delicatezza, un impasto soffice ed omogeneo. Inzuppare i savoiardi nel caffè amaro caldo, sgocciolarli ed adagiarli in una pirofila. Coprirli con uno strato di crema, creare un altro strato di savoiardi e di nuovouna copertura uniforme di crema. Mettere il tutto in frigo almeno per 12 ore, al momento di servire spolverare con il cacao amaro.

Carnia: omaggio a Romano Marchetti, che il 26 gennaio 2017 compie 104 anni

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di Ermes Dorigo.

Le Cooperative assumono fin dall’inizio del Novecento, quando erano presenti circa 120 di queste associazioni, un ruolo considerevole per quanto concerne l’evolversi della società in Carnia; infatti, la costituzione di tali associazioni hanno creato in questa zona una partecipazione attiva a livello economico, sociale, amministrativo e politico. Le Cooperative si sono diffuse  allo scopo di creare degli strumenti di progresso, favorendo il miglioramento della qualità della vita delle popolazioni montane, combattendo la povertà e l’usura presenti sul territorio carnico.

Tra queste purtroppo non più  la Cooperativa Carnica di Consumo, fondata nel 1906 dai socialisti, ma  ancora vive diverse Casse Rurali e Artigiane, fondate dai cattolici – la prima nel 1900 -, che nel 1994, dopo la fusione, hanno assunto la denominazione di Banca di Credito Cooperativo della Carnia, modificando lo statuto sociale in linea con le disposizioni contenute nella Legge Bancaria d.lg. n° 385/1993.

Durante il periodo fascista, però, queste associazioni vennero represse, in quanto il regime non riconosceva il diritto di associarsi liberamente come previsto all’art. 18  (“I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale”), mentre la nostra Costituzione riconosce ad esse all’art. 45 un ruolo fondamentale: “La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità”.

La formazione della Giunta di Governo della Zona Libera rappresenta il punto d’arrivo di questa tradizione cooperativistica e un modello per la successiva creazione della Comunità carnica.

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La Zona Libera della Carnia e del Friuli fu una vera e propria isola democratica in un territorio invaso ed annesso alla Germania dopo l’8 settembre 1943. Il primo obiettivo dei dirigenti politici e militari della Resistenza carnica e friulana fu quello di costituire nuovi e legittimi organi di potere locale ‑ i sindaci e le Giunte comunali ‑ per gestire la normale attività amministrativa. I Sindaci e le Giunte comunali popolari dovevano essere eletti dalla popolazione. Così, dalla fine di agosto a tutto settembre, nei comuni della Zona Libera si svolsero le elezioni, le prime libere elezioni in Italia dopo venti anni di regime fascista.  Si votò per capifamiglia, secondo la tradizione delle latterie sociali, l’unico modo possibile in quelle circostanze, e votarono anche le donne se ricoprivano tale ruolo.

Le Giunte comunali, composte da un numero variabile di persone, da cinque ad undici, avevano il compito di amministrare la vita del Comune, di costituire la Guardia del Popolo (cioè la Polizia Municipale), di amministrare i beni pubblici, di organizzare il servizio di alimentazione, di contribuire alla lotta, dando aiuto alle formazioni partigiane. Le Giunte rappresentarono un successo non solo per l’affermazione di principio costituita dal fatto che erano state liberamente elette dalla popolazione, ma per come funzionarono: tenevano pubbliche sedute alle quali partecipava la comunità, che poteva così discutere i problemi che direttamente la riguardavano.

Verso la metà di agosto del 1944 scaturì l’accordo sulla necessità di costituire un Governo della Zona Libera della Carnia e del Friuli, cioè un Governo civile unico di tutta la zona liberata. Esso fu costituito ad Ampezzo il 26 settembre del ‘44. La Giunta era composta da  cinque rappresentanti dei partiti antifascisti ed era allargata, con funzioni consultive non deliberative, ai rappresentanti, delle formazioni partigiane e delle organizzazioni di massa, cioè i Gruppi di Difesa della donna, il Fronte della gioventù e i Comitati dei contadini e degli operai.

Aveva così inizio un’esperienza di alto valore politico e civile che, a detta anche degli storici, non ebbe eguali in nessuna delle repubbliche partigiane sorte in altre zone d’Italia nella primavera‑estate del ‘44 e che ebbe il carattere peculiare di un’esperienza di autogoverno caratterizzata da autonomia di decisione, dalla facoltà di legiferare e di operare autonomamente, senza interferenze da parte dei comandi partigiani.

Fu un’esperienza breve ‑ durò infatti dal 26 settembre al 10 ottobre, (giorno in cui il grande rastrellamento scatenato da nazisti, fascisti e cosacchi pose fine a questa esperienza) – ma di grande significato per l’intensa azione di riorganizzazione civile che fu proposta. Non dimentichiamo che l’azione di governo della Giunta della Zona Libera fu svolta in una zona annessa al III° Reich, strategicamente essenziale per le comunicazioni ed i trasporti da e per la Germania; assegnata infine a orde disperate di cosacchi e caucasici, che si erano qui insediati con le loro famiglie e ai quali era stato promesso che, a guerra finita, la Carnia sarebbe diventata la loro patria, la Kosakenland.

In quelle condizioni difficili si svilupparono concetti di democrazia che sembravano ormai dimenticati dopo venti anni di dittatura, e quelle esperienze anticiparono principi che furono poi ripresi nella Costituzione dell’Italia repubblicana.

Vediamo, come esempio, due decreti, relativi alla riforma tributaria e alla giustizia.

Nel primo caso la Giunta di Governo elaborò un decreto di carattere finanziario, con il quale vennero abolite tutte le imposte e le tasse esistenti e venne fissata un’imposta straordinaria sul patrimonio, la cui consistenza doveva essere accertata dalle Giunte popolari comunali. L’imposta era progressiva e partiva dal 2% per i patrimoni di 200.000 lire per giungere all’8% per quelli di un milione; per noi è una anticipazione di quanto previsto all’art. 53 della nostra Costituzione: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

Per quanto riguarda la giustizia fu decretata l’istituzione del Tribunale del popolo, che doveva giudicare tutti i reati che non avevano carattere politico o militare, cioè i reati comuni. L’importanza del decreto sulla giustizia risiedeva soprattutto in due principi fondamentali: il principio della gratuità della giustizia e l’abo1izione della pena di morte per tutti i reati comuni (Art 27, comma 4°: “Non è ammessa la pena di morte, se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra”).

Un primo provvedimento, però, fu il decreto sulla riapertura delle scuole elementari. Data l’impossibilità concreta di stampare un nuovo manuale scolastico, i giovani del Fronte della Gioventù, ovviamente i più interessati ai problemi della scuola, suggerirono l’adozione provvisoria del libro Cuore di Edmondo De Amicis.

Romano Marchetti, interpellato sul motivo di questa scelta, ha risposto così: «Cosa vuoi che ti dica?  L’indicazione non era così ingenua come può oggi apparire: dopo un ventennio di esaltazione della forza e di educazione allo spirito guerriero fra i giovani (si ricordi il motto di Mussolini “Libro e moschetto fascista perfetto”) il libro di De Amicis diventava un testo di tutto rispetto ed apprezzabile per il richiamo ai buoni e semplici sentimenti ed anche un segnale di continuità con la storia risorgimentale, rispetto alla quale, per noi, il fascismo rappresentava una parentesi degenerativa. Ai comunisti della Garibaldi-Carnia va il mio riconoscente ricordo per il notevole contributo dato alla guerra di Liberazione e soprattutto alla creazione della Giunta Civile della Repubblica democratica nella Alpi e Prealpi Carniche che, secondo alcuni  storici (prof. Dondi dell’Università di Bologna) è stata la più perfetta e democratica tra tutte; in questo caso grande merito ebbe il comunista dott. Gino Beltrame;  per il ruolo principe nella costituzione dei Sindaci della liberazione, nonché dei CLN comunali, di vallata, della Carnia, che ne furono premessa: in questo caso emerge soprattutto la figura di Tranquillo De Caneva. Ritengo mio dovere ricordare almeno alcuni dei comunisti della Garibaldi, che si distinsero particolarmente: Augusto Nassivera (Nembo), che si era messo in luce a seguito della Festa degli alberi a Forni di Sotto, strappando dall’aiuola quell’albero che, in omaggio al fratello Arnaldo, Benito Mussolini aveva comandato venisse piantato in ogni comune: nel 1945, partigiano tra i primi, divenne comandante garibaldino; il dott. Aulo Magrini (Arturo), sacrificatosi per difendere i propri compagni, di cui già tanto s’è detto e scritto, che aveva fatto pure parte della rete pro-resistenza, creata in Carnia da osovani nell’inverno ‘44/’45; Italo Cristofoli (Aso), pure lui comandante partigiano della Garibaldi, ucciso in azione a Sappada: era di Pradumbli, paese famoso per il gruppo di anarchici che lo caratterizzava; Tranquillo De Caneva (Ape), cui ho già accennato, dopo il 1945 fu emigrante, minatore e poi responsabile di livello nella CGIL, tanto da venir chiamato a Roma da parte di Togliatti, per dirigere il settore Assistenza, in seguito fu anche Consigliere regionale; naturalmente non si può dimenticare l’azionista Elio Martinis (Furore). Non è il caso di passare sotto silenzio anche  alcuni che, all’inizio osovani, passarono poi nelle file  della Garibaldi, come Decio Deotto e Giovanni De Mattia (Lupo). Credo infine che la propaganda comunisto-garibaldina abbia avuto il merito di riscattare molti giovani, plagiati dall’ideologia fascista, dando loro una piena dignità umana e civile, anche se in qualche modo condizionata da un credo fideistico».

Paularo: l’Albergo Impero quanti ricordi

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di Dino Menean Paularo.

Non si può non vederlo. Ignorarlo. È un edificio massiccio che si leva davanti alla fermata delle corriere, sul crocevia delle strade principali. Nei paraggi sorge la chiesa con accanto la scuola materna. Poco distante il municipio. Insomma nel centro di Paularo si erge l’albergo Impero. Mi ricordo il proprietario originario. Pizzo alla francese, prince-nez. Alto, compassato, voce stentorea. Sembrava uscito anche lui come il suo albergo direttamente dall’Impero coloniale. Era un uomo di una gentilezza squisita. Si muoveva con grazia fra i tavolini. «Tutto a posto signori?!» mi sembra ancora di udirlo. Era poco più che un ragazzo. L’albergo allora, constava di un’ampia sala e di un bancone enorme dove bottiglie e bicchieri ben allineati facevano bella mostra di sé. Una sala più piccola adiacente conteneva un biliardo e una tavola di marmo con schacchiere, dame e scacchi e carte per giocatori appassionati e assidui. Al piano superiore le camere per i turisti, davano sul torrente Chiarsò. Un’altra sala si apriva per ricevere le riunioni di club e partiti. E giù nel seminterrato un vasto spazio era riservato per il ballo, veglia verde e alpini. In una nicchia nascosta una targa ricordava il passaggio e il pernottamento del poeta Giosué Carducci, durante il suo “excursus” per i paesi della Carnia. L’albergo Impero era il fiore all’occhiello di Paularo. Quando è iniziata la sua decadenza non lo so. Mentre crescevo ho visto avvicendarsi diversi proprietari. E l’albergo, pur conservando la sua figura, in qualche modo perdeva smalto e fulgore. Poi un giorno l’ho visto chiuso: finestre sprangate, cancello sbarrato. E poi un altro giorno un enorme cartello con su scritto “Vendesi”. E poi è iniziato il dissesto; e ora giace abbandonato. Muri scrostati, vetri infranti. La lettera I di Impero penzolante nel vuoto. Seduto nella corriera che mi portava a Tolmezzo ho osservato l’albergo Impero. Riflesso sul finestrino assieme al mio volto invecchiato. E nell’ordine delle cose pensavo brillare – spegnersi, vivere – morire. È nell’ordine delle cose decadere, passare, finire. E mentre la corriera correva portandomi via un sorriso e una lacrima mi sorgevano dentro. Ecco, pensavo, ancora una volta il dolce e l’amaro mischiati. La gioia e la tristezza intrecciati nel mistero insondabile dell’esistenza. 

Carnia: torniamo ai Forni Savorgnani

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In più Comuni della Regione, si discute, si parla, si dà spazio a riunioni, dibattiti e incontri, tesi alla migliore ricerca di azioni comuni tra paesi confinanti e con pochi abitanti con l’obbiettivo mirato della loro oramai necessaria fusione. A stimolare questa scelta ha certamente contribuito la Legge regionale 26/2014, istitutiva degli Uti, che per la sua applicazione ha dato a tanti amministratori comunali l’occasione per avviare una collaborazione di lavoro tra i vari Comuni che come obbiettivo hanno il superamento del perdurare delle difficoltà economiche che giornalmente si incontrano. “Il vento di crisi soffia sempre più minaccioso”, con particolare intensità nelle zone periferiche e di montagna, portando in primo piano l’esigenza di trovare accordi, arrivare a strette di mano, sulle iniziative da assumere per garantire la sopravvivenza di questi luoghi. Fatta questa breve premessa, l’attenzione va rivolta alla situazione (a tutti nota) di come si trova la Carnia, ritenendo che tutti gli addetti ai lavori la conoscono, uno stato di cose che è pure presente anche nei Forni Savorgnani. Le comunità dei Forni di Sopra, con meno di mille abitanti, e quella di Forni di Sotto, che non raggiunge le seicento anime, vivono in una “culla” di rara bellezza ambientale che comprende un territorio di ben 175 kmq ricco di tutto quello che la natura ha potuto dare a una zona montana – parte della quale è stata riconosciuta come patrimonio Unesco – tenendo conto che quasi la metà del territorio che è compreso nel “parco delle Dolomiti friulane”, il più vasto del Friuli Venezia Giulia. Non essendo questa la sede deputata a elencare le tante possibili iniziative che possono essere intraprese a beneficio dell’economia della zona interessata, è però ovvio che per fare ciò, va operato tenendo ben presente le premesse sopra evidenziate, che portano a valorizzare il patrimonio ambientale, che unito alla storia e alla cultura di questa parte di Carnia, ci indica che la via percorribile per superare “il vento di crisi che soffia sempre più minaccioso”, con il fine di tenere in vita questa “culla” della Carnia, diventa l’improrogabile necessità di dar corso tra le parti a un dialogo aperto e costruttivo che miri al superamento degli ancora presenti e anacronistici “campanilismi” per giungere rapidamente a ricostruire la storica comunità dei “Forni Savorgnani”. Agli addetti ai lavori, ai consiglieri comunali, ai loro schieramenti politici, a quanti condividono questa indicazione e soprattutto a quanti amano il loro paese e la loro terra, spetta il compito di avviare il cammino verso una concreta speranza. L’ignorare l’attuale situazione, che certamente non presenta prospettive positive per le future generazioni, e il non assumere una comune iniziativa, a parer personale, porteranno le comunità interessate verso una situazione irreversibile. Gianni Nassivera Forni di Sotto