Archivio mensile:Luglio 2016

Arta Terme: la 13 edizione del Octo-Biker

http://www.bikerslife.com/contenuti/immagini/1141_g.jpg

 

Il progetto di una ri-edizione del octobiker e stato possibile per merito del sostegno offerto da “carnia welcome. Una visita alla ridente arta terme e un sopralluogo nel corso del prestigioso e recente concorso ippico, hanno fatto scoccare la scintilla su come poterne sfruttare la logistica e le idee sono fiorite numerose. Massimo coinvolgimento delle realtà locali, giri moto turistici e visite alle attrazioni della zona, accoglienza a prezzi agevolati presso le strutture ricettive locali e in particolare presso le prestigiose terme, cucina tradizionale concerti i rock, tante moto e auto americane. …. queste saranno le principali attrattive che allieteranno il fine settimana dell’8 e 9 prossimo. Si punta soprattutto sul mototurismo italiano, austriaco, sloveno e tedesco a medio raggio, quello che si fermerà alcuni giorni per apprezzare le bellezze e le bontà locali , momenti utili per instaurare rapporti duraturi che possono dare frutti anche nel futuro. Il programma dell’evento sarà presto online su www.octobiker.it. Non mancate, ci sarà da divertirsi.

Un evento imperdibile che a ottobre si propone di far visitare i panorami incantati delle montagne friulane, per un week end all’insegna di:

– Mototurismo

– Wellness

– Enogastronomia

– Rock

– Storia

– Auto americane

– Paesaggi da sogno

Per info:

Stand e generali: [email protected] – 0432.948272

Booking: [email protected] – 331.748500

L’eredità Berlusconiana, di Ermes Dorigo

di ermes dorigo.

Invece che nella promessa mitica età dell’oro o in un nuovo Rinascimento (Fatto!) tanta parte d’Italia dalla sbornia mediatica, dopo il torrenziale pantano parolaio e le scenografiche pagliacciate – che hanno stregato e imbarcato, insieme ai disonesti, tanti poveri cucchi e illusi in buona fede di partecipare alla modernizzazione del Paese –, oltre che con le scarselle vuote e depredate s’è risvegliata trasformata in una grande discarica a cielo aperto di rottami industriali arrugginiti, di insegne di negozi chiusi, di segnali turistici dismessi, di ferruginosi attrezzi artigianali accatastati alla rinfusa; in un deposito di reietti umani – immigrati, prostitute, tossicodipendenti, omosessuali, barboni -, ai quali si mescolano, relitti e rotti e feriti dentro, licenziati, disoccupati,  cassintegrati, precari, pensionati affamati, malati trascurati, magistrati calunniati ed emarginati, giornalisti e uomini di cultura epurati, sopra i quali esalazioni miasmatiche condensano una fosca ghignante nube, – che, a confronto, quella di ceneri e lapilli dell’Etna sembra una cartolina – di disperazione, paura, insicurezza, morte, incubi suicidi, che lugubri venti ghignanti trasportano e depositano su tutta la penisola, fanno penetrare nelle case dei cittadini onesti e pure in quelle d’ingenua gente comune anche perbene che tenta di chiudere le imposte sulla realtà, dopandosi  con la TV spazzatura; case pervase ora tutte da ansia e angoscia, da tensioni laceranti, da crisi d’identità e di valori, demoliti  uno ad uno, come l’onestà, il civismo, la laboriosità, la dignità e il rispetto dell’altro, l’intimità e la privatezza, lo spirito di servizio, la solidarietà, il dialogo politico ed il confronto dialettico con quello che nella nostra tradizione civile e culturale si chiamava ‘avversario’ ed oggi invece ‘nemico’.

Gli azzurri fiumi torrenti ruscelli, che allietavano il multiforme modulato paesaggio italiano, sono divenuti d’un color marrone scuro melmoso ed emanano una pestilenziale loffa diarroica – che si diffonde sino in Europa, nuova bandiera, prevalentemente verdastra, dell’incultura e inciviltà della rapace classe dominante italiana -, segnale evidente della mancanza di controllo degli sfinteri (vedi Freud) da parte dei nuovi padroni che, del resto, guazzano e si rinvigoriscono solo nella cacca, metafora del denaro; sopravvivono, in realtà, alcune altomurate zone protette, dove risiedono le consorterie dei delinquenti legalizzati che, anziché in carcere – lì dentro rischiano di finirci senza indulto gli onesti che si ribelleranno, perché hanno pagato sempre Irpef, canone Rai, bollo auto, Ici… -, se ne stanno beati nelle recintate oasi dell’evasione fiscale, dell’impunità giuridica, della frode sistematica, dell’insipienza, dell’improntitudine; ogni tanto escono, come i borseggiatori che di notte salgono/scendono con la metro dalle periferie per razziare il centro di Roma; poi si rinchiudono nella loro separatezza.

E ridono, mentre  gran parte d’Italia piange; sghignazzano deridono denigrano (e)ruttano (c’è chi mica parla: emette peti dalla gola); inventano giochi a chi più distrugge – “ Dai, dai! divevtiamoci!” -, proprio come adulti regrediti alla fase anale, tra deliri di onnipotenza e d’immortalità; nuove divinità intoccabili negli intermundia, al di sopra dei comuni mortali – si capisce come, con tanti e tali ceffi concorrenti, Dio si sia ritirato dal mondo. Recitano all’Olìmpore – aprendo periodicamente (c’è un timer) le cateratte del cielo e investendo i sudditi con diluvi verbosi incoerenti e farneticanti -, al banchetto dell’indiato (mi perdoni Dante) Prostatéus: unti del Signore (Dio mi perdoni la maiuscola); battezzati dal dio Po; giocatori di Monopoli (“Io do una pvopvietà pubblica  a te e tu ne dai una a me; tanto, mica son nostve”!); occhialute  Barbie, riciclate dall’economia domestica in economiste; la dea Tristizia, scheletrica Mary Poppins a cavallo d’una falce,   gode a tagliare e devastare università, ricerca (finanziata con la fumosa tassa sul fumo!) e istruzione (tra l’altro: nei professionali mancheranno i finanziamenti per gli stage obbligatori!); Ganimede si ribella talvolta alle eccessive palpate; e poi, un gradino più in basso, supponenti di mediocre statura vaniloquenti sui massimi sistemi, macchiette grezze,  comparse grossolane, maghi che trasformano gli occhi in video e il virtuale in reale – che squallore! -. Ma si divertono, soprattutto nei giochi di società, quali: sostituire i competenti con incompetenti; trasformare l’economia politica da scienza previsionale in navigazione a vista; sostituendo le estrazioni del Lotto con l’estrazione della Finanziaria; scommettere su quanti clandestini moriranno in mare in un giorno x e dove; quale additivo sia più adatto a trasformare le camicie verdi in camicie brune; come togliere il legittimo sospetto dai mafiosi; il gioco del baro, per testare la disonestà degli eletti; quiz storico: vince chi ignora il maggior numero di date, cause e avvenimenti (un po’ distratto il Ramarri, che rimugina su come scancellare L’eredità e Passaparola, troppo intelligenti per i suoi gusti e pericolose, perché rendono gli italiani colti: telefonerà al Re Magio che aumenti il numero di ore delle trasmissioni: “Esponete in pubblico le vostre mutande sporche!”). Questi giochi  sono facoltativi;  invece, in attesa che il Cacatelli ne lasci cadere una delle sue, tutti devono sottostare al gioco dell’Oco: sfilare servili, untuosi e reverenti ai piedi del trono di Prostatéus, che li rabbuffa con un sorriso, se hanno la mandibola un po’ cadente e non caninamente aggressiva; o le labbra troppo strette e poco ondulate e i denti un po’ giallognoli o cariati; o si mostrano poco scattanti e poco  arroganti con occhi magari limpidi e non carogneschi (in questo caso, però, è prevista una punizione: scendere e salire di corsa cento volte i gradini dall’Olìmpore alla terra): poi ognuno viene collocato nella sua casella –  proprio così, non: cella – in base agli equilibri vigenti nella  libera casa chiusa; infine, dopo che a tutti è stata sostituita in una parte cerebrolesa la cassetta preregistrata di quanto dovranno dire, tornati in terra, il Premier dei Consigli, come un buon padre di famiglia, scioglie l’adunanza.

Si divertono. Ma protervi cattivi vendicativi (si vendicano di aver dovuto in passato sottostare alle leggi come i comuni mortali), ossessivi nelle loro allucinazioni devastanti; sostenitori del darwinismo sociale e della legge della selezione naturale – la società come foresta di belve, in cui sopravvive solo il più potente -; privi di un benché minimo barlume culturale, etico e morale, disturbati da fantasmi, turbe psichiche – c’è chi sembra parlare come un impasticcato da come strascica la lingua -, traumi infantili mai/mal curati; senza disciplina interiore e freni intellettuali inibitori liberano gli istinti più bassi e bestiali, esaltano il primitivismo non la socialità e la razionalità. In realtà, dominati, direttamente o indirettamente, dalla paura della morte che determina, ad un tempo, vaneggiamenti d’eternità ( lasciare macerie come ricordo perenne di sé), atteggiamenti e comportamenti ridanciani (da bambini irresponsabili o da vecchi biliosi) e la cacarella, appunto, la cui puzza esonda dalle fogne e impesta l’aria, togliendo il respiro, riducendo la visibilità, soprattutto del cielo azzurro e infinito e del verde della speranza, – non dico dell’acqua,  fonte della vita, ridotta a torrenziali melmosi razzisti volgari sproloqui – con la devolution in Padania (?) Dante diverrà un autore di lingua straniera;  e un minimo di vivibilità  sociale, civile e culturale.

Dopo di loro, niente. E neppure prima. Nanuncoli, non hanno alcun interesse a confrontarsi col passato – se sono costretti, capziosamente lo distorcono -, sarebbero schiacciati da giganti. Per essi il mondo comincia con la loro presenza in esso ed esiste solo ciò che essi fanno esistere: se loro non ‘dicono’ (nominano) una cosa o una persona, queste non esistono: emarginati o epurati. Del resto, a subumani, trasformati in macchine contabili, aliquote ambulanti, indici borsaioli, apprendisti stregoni della finanza, frodatori legalizzati, antenne televisive, fonometri…, cosa può interessare la memoria storica, lo spessore culturale individuale e collettivo? Anzi, lo rifuggono come peste minacciosa, per la loro sopravvivenza omunculare. Le nuove divinità – tali sono, avendo realizzato la coincidenza degli opposti e annullato l’ossimoro: detto e disdetto coincidono, come pure vero e falso, apparenza e realtà – alimentano e utilizzano questa deprivazione intellettuale ed emotiva diffusa  con l’unico scopo di mantenere il potere degli affaristi: dividono e frantumano, delineano scenari impossibili, come illusionisti in scena, manovratori di marionette. Infantilizzano la società, capovolgendo anche i canoni tradizionali della psichiatria (una loro riforma poco evidenziata), per cui la schizofrenia diventa normalità, non tanto perché recto e verso coincidono, quanto perché abituano alla deresponsabilizzazione: “ ‘sta schifezza l’ha pronunciata il mio leader, mica io”;  “L’ho detto, ma non l’ho detto, nel senso che volevo dire…”; condivisione e presa di distanza sono simultanee. Questo cosiddetto comun pensare (si fa per dire) e agire, come una colata di immondizia lutulenta impesta e ammorba tutti coloro che non sono dotati di antivirus o di maschere antigas (loro ‘sono’ maschere: tutti vestiti uguali, con gli stessi gesti cialtroneschi, gli stessi movimenti, gli stessi sorrisi oltraggiosi e derisori: clonati sepolcri imbiancati), li intristisce, li impoverisce dentro; sporca i rapporti interpersonali e sociali, rendendo la società sempre più simile ad una porcilaia, dove la comunicazione è sostituita da grugniti, grufolii, urla, ragliate, motteggi ed irrisioni; dove il ragionamento (altra importante loro riforma) inizia dalle conclusioni poste come premessa (di nuovo la coincidenza degli opposti): non ha una articolazione, non più un diagramma di flusso logico organico argomentato, ma un segmentino: assiomi, spot, gesto con rutto, televisionese; deturpa, quasta immondizia, ogni bellezza: il patrimonio culturale storico è soffocato dal kitsch e dallo schif: ogni baggiano si reputa una persona colta e capace mentre, per il meccanismo della negazione dell’altro (altra importante loro riforma), la persona colta, che ha dedicato una vita allo studio, alla ricerca e al dibattito sulle idee, è considerata un povero …one,  che non ha capito che la vita va per denari non per conoscenza e valori: hanno ribaltato il messaggio di Dante: “Fatti foste a viver come bruti/ non per seguire virtute e canoscenza”.  

Dall’Olìmpore delle nuove divinità piovono scaracchi e caccole e non bastano gli ombrelli a proteggersi dalla loro nauseabonda appiccicosità, che rende scivolose le strade e dubbioso il procedere ancora in questo schifo. Invero, nei cittadini, a differenza che nei sudditi, disillusione disperazione sconforto cedimento interiore chiusura nel privato rischiano di aprire una voragine, dalla quale rischiano di essere ingoiati, se non faranno emergere ed esplodere tutta la loro indignazione per questa vergogna nazionale, uscendo dall’isolamento e dalla solitudine e ritornando sulle piazze di tutti i paesi e di tutte le città d’Italia, a ritessere legami interpersonali e sociali, a ragionare e discutere del bene comune, a denunciare truffatori e prepotenti, a fare progetti, a organizzarsi per realizzare direttamente quelli ‘piccoli’ e costringere le forze di opposizione a dare respiro e realizzazione a quelli grandi: fare da soli o in antagonismo a coloro si sono eletti garantisce solo un lungo futuro necro/coprofilo. I fatalisti e i rassegnati, che non sanno o non riescono a resistere e incazzarsi, potrebbero almeno andare in chiesa che così farebbero contenti almeno i preti senza pecorelle.

Mi auguro che sia ancora valida l’affermazione di Vincenzo Cuoco, per cui “gli uomini si muovono non per raziocinii, ma per bisogni”, vale a dire che la materialità cruda della vita quotidiana prevalga sulle chiacchiere e sul bambinesco mondo virtuale. Propongo un giuoco: dividere le 24 ore della giornata in minuti e provare a calcolare per ogni piccola e grande frazione di ora quanto esce dalle nostre tasche,  ad ogni respiro e per ogni giorno dell’anno, per Irpef – diminuite le tasse e aumentate le pensioni (Fatto! )-, bollette dell’acqua, della luce, del gas, canone televisivo, bollo e assicurazione auto, affitto, spese condominiali, tassa immondizie, trasporti, abbigliamento, assicurazioni sulla casa, alimentazione, tasse scolastiche, libri, trasporti, mense… e, come uscita, il diminuito potere d’acquisto dei salari e degli stipendi erosi dall’inflazione e dai mancati aumenti contrattuali: un gioco terra terra non olimpico, ma che dovrebbe riportare un minimo di coscienza e di consapevolezza in certe zucche, che infine butterebbero la testa in dotazione e in prestito e riprenderebbero la propria, sempre che ce l’abbiano o l’abbiano avuta una propria.  

Ovaro: “Le confessioni di un carnico” storia della vita straordinaria di Giovanni Battista Lupieri

di PAOLO MEDEOSSI
«Io nacqui veneziano il 18 ottobre 1775 e morrò per la grazia di Dio italiano». Questo è il famoso inizio del grande romanzo storico “Le confessioni di un italiano”, in cui Ippolito Nievo narrava le avventure di Carlino Altoviti. A vivere veramente lo stesso percorso fu un uomo straordinario e poco noto, protagonista di una vicenda che potrebbe essere intitolata “Le confessioni di un carnico”. Giovanni Battista Lupieri nacque il 17 giugno 1776 a Luint, frazione di Ovaro, in val di Gorto, e morì a 97 anni nel 1873. Già questo dato lo rende eccezionale perché la sua fu un’esistenza lunghissima in tempi nei quali età simili erano una assoluta rarità. Il fatto più notevole (e per noi adesso prezioso) è che trascorse quel periodo da intellettuale ricco di interessi e di curiosità, partecipando, osservando, leggendo, informandosi e soprattutto scrivendo, per cui tra libri, carteggi e archivi ci ha lasciato una massa unica di documenti e notizie con i quali è possibile in maniera minuziosa sapere ciò che accadde in Carnia, in Friuli e in Italia in genere in quanto il sagace Lupieri, pur vivendo in una zona appartata, era aggiornatissimo. Ed è un mistero capire come potesse esserlo visti i difficili collegamenti del tempo. Ma la vivacità e l’attualità dei commenti fa comprendere che non si perdeva una battuta di ciò che avveniva in tempi decisivi, passando dall’epoca napoleonica alla Restaurazione, al lungo dominio austriaco, al Risorgimento e infine, nel 1866, al momento in cui questa parte di Friuli fu annessa al regno d’Italia. Di tutto Lupieri fornisce una versione dinamica e anche inedita essendo stato testimone partecipe, in prima persona, in vari importanti momenti politici. E poi nelle sue cronache non trascura la piccola vita quotidiana e i personaggi che lo attorniavano, rivelando una sincerità stupefacente. La storia di Giovanni Battista Lupieri verrà raccontata venerdì, alle 18, nella sala del Consorzio boschi carnici, ad Aplis di Ovaro, come quarto appuntamento della rassegna “Libri nel bosco” organizzata dall’Albergo diffuso Zoncolan. A narrarla sarà Bianca Agarinis Magrini che con pazienza, competenza e passione ha ritrovato nella casa di famiglia, a Luint, e poi ordinato e pubblicato, i testi più significativi, alcuni dei quali sono usciti per la Forum editrice di Udine, come “Memorie storiche e biografiche” e “Cronache sulla Carnia, l’Italia, il mondo 1420-1870”. Va detto che Lupieri si laureò in medicina a Padova nel 1801 quando in Carnia c’erano solo due-tre medici ed esercitò la professione fino al 1850 introducendo in montagna la vaccinazione antivaiolosa. Ma si dedicò anche all’agricoltura e ai boschi, in particolare avviò la coltivazione del gelso, occupandosi delle proprietà di famiglia. Poi si chiuse nel suo studio dove scrisse all’infinito. Tra le sue imprese ci fu la traduzione dal latino in italiano di una “Storia antica della Carnia”, scritta nel Cinquecento da Fabio Quintiliano Ermacora, altro personaggio tolmezzino di cui si vuole recuperare la memoria. Lupieri completò il lavoro di Ermacora narrando le vicende carniche fino al 1870 e poi ancora produsse saggi di carattere storico, medico, scientifico, pedagogico, politico-amministrativo, filosofico, e si cimentò in testi poetico-letterari. Sul sito “Cjargne online” di Giorgio Plazzotta è possibile trovare elencate tutte queste opere. Lupieri viaggiò anche molto, ci ha lasciato ritratti magici di Venezia, Milano, Trieste, Udine. Partecipò in prima persona a tutto. Ebbe il dolore di perdere il figlio Giulio tra i patrioti al fianco di Daniele Manin nel 1848 a Venezia. E un suo nipote morì nel 1866 dopo essersi arruolato volontario con gli italiani. Una storia straordinaria durata un secolo, che riaffiora con le sorprendenti confessioni di un carnico innamorato del suo mondo e della vita.

Ampezzo: ondata di proteste per gli stavoli all’asta nella conca di Pani

di Tanja Ariis.
Volantini di disapprovazione e voci contrarie alla vendita all’asta da parte del Comune di due stavoli nella conca di Pani si levano sempre più in queste ore ad Ampezzo: un gruppo di persone che in paese stava lavorando a un progetto per la valorizzazione naturalistica, storica e turistica dell’area nell’interesse di tutta la Carnia – così affermano – non accetta quella che definisce una svendita di beni della comunità per la cui ristrutturazione erano stati anche concessi non pochi contributi regionali. A esprimere per tutti il punto di vista del gruppo è Mido Martinis, che esprime grande amarezza per la messa in vendita di tali immobili (il termine per le offerte scade giovedì). Il prezzo a base d’asta per uno degli stavoli è di 81 mila euro e per l’altro è di 67 mila euro, quando però, segnala Martinis, il Comune ha investito negli anni per uno di essi 99 mila euro e per l’altro 82 mila per ristrutturarli, senza contare le infrastrutture di servizio come acquedotto e strada asfaltata e allora la spesa lievita ulteriormente. Perché spendere soldi pubblici per tali immobili, se l’obiettivo era venderli anziché valorizzarli a favore della comunità? Perché – insiste soprattutto Martinis – non dare appoggio e seguito al progetto che si stava cercando di avviare, su idea del compianto Giovanni Spangaro, per valorizzare tutto il sito, tra l’altro estremamente panoramico, degli “stavoli della Congregazione” (si chiama così perché deriva da un lascito di Giacomo Taddio fu Valentino nel 1836 alla Congregazione di carità di Ampezzo, dopo la cui soppressione finì nelle proprietà del Comune) e della conca di Pani come risorsa per la Carnia? Gli stavoli nell’estate 2013 erano già stati oggetto di un incontro e di interesse tra sindaci, Università di Udine, Giovanni Spangaro, Giulio Magrini e Martinis, come punto di partenza di un percorso che avrebbe coinvolto ben cinque Comuni. L’idea era (e per diversi resta) realizzare nei tre stavoli (due di essi sono quelli in vendita) un punto di aggregazione e per eventi culturali, un punto di appoggio per numerose escursioni naturalistiche e storiche (per esempio sui sentieri della Resistenza) in Carnia e per cicloturisti, un rifugio-ristoro e una sede di accoglienza per studi di agraria, scienze dell’alimentazione e architettura, cercando di dare un futuro a questi luoghi anche per le nuove generazioni nell’ottica di un turismo sostenibile.

Carnia: Ovaro “patria” della land art con le donne nel bosco

Una buona notizia per chi ama i boschi in genere e la Carnia in particolare. Dopo alcuni anni di silenzio, tornano finalmente le “Donne del bosco”, un gruppo di artiste che aveva riempito di iniziative le zone della nostra montagna a cominciare dal 2003 quando erano nate a Ovaro. Tutta la loro storia può essere letta in alcune pubblicazioni e anche nell’omonimo sito su Internet. Adesso riappaiono con le loro opere proponendo un appuntamento classico, ovvero il percorso “Arte in natura”, giunto così alla nona edizione. Sarà inaugurato sabato, alle 17, lungo il tracciato della ex ferrovia con partenza da Chialina di Ovaro. L’iniziativa è sostenuta dal Comune di Ovaro, dalla Pro loco e dall’Albergo diffuso Zoncolan e sicuramente non mancherà di richiamare il grande pubblico degli anni scorsi quando questa zona si affollava di visitatori, capaci di tornare un po’ bambini in quanto la solitudine necessaria a un’esperienza simile e la fantasticazione sono condizioni connaturate all’infanzia, sempre attenta alle cose che ci circondano, anche a quelle che in apparenza sono senza significato. Ad accendere le fantasie assopite ci penseranno le opere create in mezzo al bosco, utilizzando sempre elementi del paesaggio, le artiste Luisa Cimenti, Albina Mazzolini, Maria Grazia Paderi, Sandra Palazzi, Laura Piovesan, Manuela Plazzotta e Ilaria Rotter. Anche stavolta, in questo ritorno, hanno agito con i materiali trovati sul posto sapendo che ogni gesto finirà per svanire nel tempo in quanto le loro invenzioni, costruite con legno e pietre, si dissolveranno tornando alla terra, così da sottolineare (come dice uno dei loro principi fondamentali) «la sottomissione al ciclo eterno delle stagioni e della natura». Altro aspetto importante: in questo modo l’artista vuole mettere in risalto dettagli e frammenti minimi e invisibili dell’ambiente che sta attorno piuttosto che imporre la propria personalità. È la natura che suggestiona e guida il gioco senza subirlo. C’è allora una magica filosofia all’origine di tutto e trae ispirazione certo dai dettami della “Land art”, molto diffusa soprattutto nel Nord Europa, ma anche da testi letterari di culto come “La vita nei boschi” dell’americano Henry D. Thoreau, che scrisse: «Il gusto del bello ci colpisce soprattutto all’aperto, dove non ci sono né case né padroni». Alla fine del percorso artistico è sempre posto un quaderno dove i visitatori, dopo un simile percorso che ci allontana dai rumori e dagli eventi quotidiani, possono scrivere pensieri e sensazioni. Eccone alcuni, raccolti durante le esperienze passate: «Ogni anno, appena arriviamo in Carnia per le vacanze, non vediamo l’ora di fare un giro e ammirare, sulla cara vecchia ferrovia, le vostre creazioni… La vera arte è come un fuoco che riscalda il cuore… Fate qualcosa di insolito. Viva la genialità delle donne… Con molta gratitudine per la poesia e il sentimento. Le vostre opere sollevano il mio spirito». C’era anche chi aveva scritto anni fa: «Che la favola continui». Adesso finalmente succede con un ritorno capace di donare un’attrazione in più alla Val di Gorto, del tutto in armonia con il suo spirito e il suo mondo.

Paularo: inaugurato il rinnovato negozio Despar di Stefano Fabiani

____Paularo

Giovedì 07 Luglio, alle ore 11,00, è stato inaugurato il rinnovato negozio Despar di Paularo alla presenza del Sindaco, di alcuni dirigenti Despar, del Parroco Don Tita e naturalmente del titolare Stefano Fabiani e  della sua famiglia. Brevi e coincisi gli interventi che hanno ripercorso le tappe della storica attività della famiglia Fabiani. Il  negozio Despar dei coniugi Stefano e Loredana ha una lunghissima tradizione alle spalle. Il “Cramar” Giacomo Fabiani (Dierico 1667-Kaposvar 1727) diede inizio con grandi sacrifici all’attività commerciale recandosi spesso in Ungheria dove morì nel 1727. In seguito i suoi discendenti aprirono un negozio in Dierico per poi trasferirsi con l’attività a Paularo capoluogo nel 1865 circa. Il 02 gennaio 1972 i genitori di Stefano Fabiani, Piero e Pola, inaugurarono il negozio, sempre con marchio Despar, trasferendosi nell’attuale sito in P.zza IV Novembre 5 all’interno dello storico Palazzo Fabiani già Calice-Linussio, visitato pure dal poeta Carducci nel 1885 . Stefano Fabiani e Loredana Gortan assunsero la conduzione del negozio il primo gennaio del 1995.  Nel 1999 il titolare venne premiato con medaglia d’oro dalla camera di commercio di Udine per la lunghissima attività della sua azienda (270 anni)  che con lui ha raggiunto le 10 generazioni consecutive. Dopo il taglio del nastro da parte del Sindaco  e la benedizione del Parroco è seguito un momento conviviale all’esterno del locale.

Carnia: l’appello di Ganzer, salviamo gli affreschi di Fossati nel cuore di Tolmezzo

di GILBERTO GANZER.

Quando il grande economista Luigi Luzzato affermava che la Fabbrica Linussio «può essere definita senza esagerazione, come un vero colosso dell’industria» certamente aveva individuato uno dei personaggi piú importanti per lo studio della storia economica della Repubblica di Venezia e anche nel contesto europeo. Protetto da Venezia che sorvegliava attentamente questa crescita industriale e si teneva informata anche attraverso relazioni semestrali redatte appositamente da un notaio di Tolmezzo, rispondeva con risultati sorprendenti, storicamente appurati. Di questa importante realtà ci resta la grande struttura di Tolmezzo, già Caserma Cantore, pronta a offrirci valori di memorie collettive che ancora ci parlano. Lo straordinario complesso, un vero e proprio fuori scala nel contesto urbano di Tolmezzo, necessita di un pronto recupero e valorizzazione nell’ambito non solo strutturale degli edifici, ma anche nella sua nuova complessità di sito ormai cuore dell’area viaria del luogo. È un problema peraltro che non investe solo l’ex caserma tolmezzina ma anche quell’enorme patrimonio di edifici un tempo destinati all’uso militare e che da piú di un ventennio giacciono abbandonati e ignorati in attesa di improvvide demolizioni sbandierando “criticità” burocratiche che in un paese civile dovrebbero essere da lungo tempo superate, dando stura alle piú selvagge speculazioni su aree che andrebbero conservate nella loro integrità, alla faccia dei convegni sulle sostenibilità urbane. Si costruiscono cosí ospedali, strutture pubbliche legate alla gestione tutoria del territorio, scuole e università, grottescamente lontane dai centri urbani che dovrebbero servire, facendo andare in rovina enormi spazi edificati facilmente riutilizzabili, spesso anche di valenza storica ed architettonica. La Fabbrica Linussio può diventare un esempio eloquente per una nuova progettualità anche perché riveste una forte identità simbolica come testimonianza europea di proto-industria, progettuale per gli usi integrati del grande complesso e ambientale ai fini del recupero della vasta area ambientale. Urgente è l’intervento da concretarsi nel corpo centrale che comprende il fastoso salone da ballo, il piú scenografico dell’intera nostra Regione. Ed è proprio un artista-scenografo che lo realizzò: Domenico Fossati, a partire dal fatto che il pittore veneziano vi pose la sua firma autografa, negli anni c’è stato un dibattito acceso sull’attribuzione degli affreschi, ma gli elementi a suo favore sono chiari. L’artista aveva cominciato la carriera come “pittore di ornati” e incisore a fianco di Gian Domenico Tiepolo e Jacopo Guarana e come “scenografo di apparati per feste pubbliche” con il padre Giorgio, a sua volta pittore, architetto e incisore. Aveva ideato e realizzato numerosissime scene per i teatri della Serenissima, ma anche per quelli di Udine, Milano, Monza, Graz. La lettura del complesso decoro del soffitto secondo gli schemi propri del teatro è immediata e risente senza dubbio dell’esperienza accumulata con gli apparati per le feste, come viene chiarito anche dal confronto fra il realizzato e lo studio preliminare presente in una collezione privata, nel quale si era privilegiata una lettura piú elegiaca e piú pittoricamente tradizionale. La struttura della sala è articolata su due piani con balaustra e un bel gioco di porte e decori architettonici inseriti nell’interno della composizione affrescata; colonne dipinte ritmano il percorso di entrambi i piani e al piano terreno tra le colonne che sono affiancate da finte nicchie con figure allegoriche sono ospitate quattro scene di ambientazione storica fortemente influenzate dall’esperienza maturata in campo teatrale. Il taglio delle composizioni e l’organizzazione dello spazio rimandano ai tanti bozzetti su questi temi realizzati dal Fossati. L’illuminazione, poi, sottolinea l’artificiosità dei fondali e la netta differenza fra lo spazio teatralmente praticabile e le quinte. L’indagine condotta da Gianluca Macovez ci renderà a breve una piú puntuale definizione di questo notevolissimo apparato che è un unicum nella nostra Regione e deve necessariamente essere preservato quale una delle testimonianza “principe” dei rapporti tra la capitale, Venezia, promotrice di modelli culturali per tutta Europa e la patria del Friuli, soprattutto nel 18° secolo. Sarà anche una pagina che chiarirà la produzione dell’artista veneziano nei suoi termini artistici e cronologici come già suggerito dallo studioso Massimo de Grassi che attribuisce all’artista l’intero complesso decorativo. Se San Leucio a Caserta fu restaurata con i fondi della Comunità Europea (e non pochi) non si vede perché questo complesso così importante, costruito con le sole forze di un privato e non di un re, non possa meritare le stesse provvidenze. Pertanto è doveroso l’impegno della nostra Regione in sede comunitaria nel rivendicare i necessari aiuti in concerto con l’impegno degli enti locali, dell’università e di tutte le istituzioni che potranno trovare in questo grande sito un luogo ove sviluppare progetti di ricerca ed incubatori di potenzialità d’impresa. Sono certo che di fronte a questa sfida le nostre istituzioni saranno presenti e incideranno spero per il riutilizzo di quell’enorme patrimonio che insiste nella nostra Regione. Enormi sono gli spazi che una progettualità attenta potrebbe ridefinire nelle città, ma anche nei singoli comuni , ovviando cosí alla desertificazione del territorio, concretata con demenziali “de-localizzazioni” utili per ulteriori costi a carico di un’utenza ignara di tali alate idee.

Carnia: tra acqua rapita e un poligono militare

 

di Gianni Nassivera Forni di Sotto.

Dagli anni ’50 del secolo scorso le acque dei rii della sinistra orografica del fiume Tagliamento presenti sui territori dei comuni di Forni di Sopra e Sotto vengono captate e convogliate nel lago di Sauris a fini idroelettrici, captazioni ottenute anche con il consenso dei Comuni interessati facendo ad essi più di una promessa che a distanza di tanti anni, si può tranquillamente affermare, che sostanzialmente non sono mai state mantenute, in questi tanti anni diverse sono state le manifestazioni di proteste fatte dalle popolazioni interessate ma il comportamento della Sade prima e dell’Enel per nulla si modificò. Oggi tutti sono a conoscenza che la captazione dell’acqua, e la sua gestione viene eseguite dalla multinazionale Edipower, essendo divenuta proprietaria delle centrali di Ampezzo e di Cavazzo con la logica conseguenza di intascarsi i relativi utili che poi vengono investiti altrove. La Regione Alto Adige e non solo questa , ha acquistato dall’Enel le centrali presenti sul suo territorio, la gestione ed i relativi utili ricadono sul suo territorio ed a beneficio della sua popolazione. Perché questo non è avvenuto anche da noi? È sbagliato ora affermare che alla nostra popolazione viene praticato un continuo furto? Pochi anni dopo aver captato le acque nei modi sopra citati ai Comuni dei Forni Savorgnani arriva la beffa. Tutti siamo a conoscenza che decenni or sono l’uomo ha visitato la luna, oggi abbiamo aerei che volano senza piloti, satelliti oltre l’orbita terreste, missili che possono “viaggiare” da un Continente all’altro eccetera mentre nella piana di Casera Razzo e sui pendii del monte Bivera, l’autorità militare vincola un territorio di oltre 100 kmq di proprietà comunale per crearvi un Poligono di tiro sotto regia Nato. Nell’anno 1979, l’autorità militare espresse la volontà di espropriare ai Comuni interessati il territorio prescelto comprese malghe e pascoli cioè una vasta zona ricca di bellezze naturali con ricchezze di flora e fauna, che successivamente venne riconosciuta Zona di interesse comunitario (proprio non si riesce a capisce come possa essere attivo un poligono militare di tiro) la volontà dell’esproprio da parte dei militari fu subito contestata dall’intera popolazione carnica, che ben organizzata nell’ottobre del 1979 manifesto energicamente a Casera Razzo. Mi sia consentito ricordare i vari colloqui telefonici, che come consigliere provinciale ebbi con il compianto Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che sensibile alla situazione che si presentava subito si attivò a sostegno delle richieste delle popolazioni interessate, e in pochi giorni ci comunicò che era riuscito ad evitare l’esproprio dei terreni ed a ridurre al minimo necessario le esercitazioni , precisando che la chiusura del poligono non rientrava in quel momento nelle sue competenze essendo questo sotto la regia Nato. Il primo e più importante passo era compiuto. Ora, le esercitazioni continuano e con arroganza impongono alle popolazioni il divieto il di poter disporre dei propri beni come Democrazia vuole comportamento certamente non corretto considerati i tempi in cui viviamo, inoltre va tenuto presente, come sopra citato il progresso negli armamenti che il settore militare ha purtroppo avuto dall’inizio di questa vicenda, ed è anche su ciò che a mio avviso gli amministratoti pubblici devono far leva e saper dimostrare con determinazione che tale poligono oggi si presenta come una imposizione fanciullesca, argomenti che personalmente ritengo sostenibili per compiere un ulteriore passo innanzi affinchè questa vertenza si chiuda definitivamente, è ovvio che per arrivare a questo è necessario saper individuare il giusto interlocutore istituzionale. Continuando così, con acqua rapita e poligono militare imposto affermare che siamo soggetti al male e alle beffe è sbagliato? 

Tolmezzo: la caserma Cantore al Comune forse già all’inizio del 2017

di Tanja Ariis.
Si parla del futuro della caserma Cantore. Giovedì il sindaco, Francesco Brollo, ha partecipato a un incontro al Ministero della difesa a Roma, con la task force per la valorizzazione e dismissione degli immobili, alla presenza, tra gli altri,del generale Antonio Caportundo. Al tavolo era presente la Regione,con l’assessore Mariagrazia Santoro, e il sindaco di Cividale. Ormai si sa da anni che la caserma di Tolmezzo è destinata a chiudere, anche se non se ne conosce ancora la data. «Sta arrivando il momento – conferma Brollo – in cui l’ultimo alpino lascerà la caserma e per il bene che vogliamo a questo luogo, non possiamo permettere che resti una terra di nessuno a lungo». Per dare un futuro all’area della caserma Cantore, che contiene anche il prezioso Palazzo Linussio «abbiamo accelerato i tempi – spiega Brollo – e trovato un accordo a Roma, tra Ministero della difesa, Demanio, Regione e Comune, per fare in modo che, una volta che il Terzo artiglieria da montagna avrà lasciato Tolmezzo, la struttura passi nella disponibilità del Comune a titolo gratuito. Per fare questo ci saranno dei passaggi burocratici che prevedono la richiesta da parte della Regione al Governo e un decreto legislativo che dovrà passare attraverso la Commissione paritetica Stato-Regione. Nel frattempo, visto che questo passaggio non sarà immediato, la Regione chiederà al Governo di poter ottenere il bene (che non può passare direttamente dal Demanio al Comune), al contempo il Ministero darà il nulla osta, al pari del Demanio, per un rilascio anticipato, in modo da poter entrare nella disponibilità del bene in modo pressoché contestuale al rilascio dell’esercito. Mi sia consentito adesso esprimere – afferma Brollo – da un lato il dispiacere per il prossimo futuro abbandono di Tolmezzo da parte del Terzo, nostro cittadino onorario (non abbiamo avuto date ufficiali ma da quanto si capisce ciò avverrà difficilmente nel 2016, probabilmente a inizio 2017), dall’altro la volontà di reagire rafforzando la vocazione alpina della nostra città, con l’attribuzione del titolo di città alpina 2017». L’idea è quindi avviare studi di fattibilità per farne: Zona franca urbana, Polo tecnologico per il trasferimento di tecnologia agli artigiani locali, FabLab come incubatore di start up, spazi per botteghe artigiane tecnologiche urbane, spazi di coworking, housing sociale (oggi 54 famiglie in città ricevono sostegno agli affitti), valorizzazione del Palazzo Linussio per concerti e conferenze, Museo Carnico (con una sede ampia consona all’importanza del suo contenuto), Museo della civiltà alpina e degli Alpini.

Pesariis: “Orologi d’artista”, iniziativa della Galleria veneziana Melori & Rosenberg e dell’Amministrazione frazionale

orologi

Dopo l’esposizione presso la Galleria Melori & Rosenberg, in Campo del Ghetto Nuovo a Venezia, si apre a Pesariis, “Paese degli orologi”, la mostra “As time goes by”, con la partecipazione di 34 artisti. L’esposizione sarà inaugurata domenica 10 luglio, alle ore 11, presso la “Bottega del tempo” dell’Amministrazione frazionale, che ha patrocinato il progetto culturale avviato nel dicembre 2015. Artisti italiani e stranieri, professionisti e appassionati, hanno interpretato con entusiasmo il tema del tempo creando, nello stile e con i materiali a loro più congeniali, opere che sono veri e propri «orologi d’arte».
I visitatori della mostra potranno ammirare lavori singolari, ricchi di significati e simbologie e intrisi di talento e cultura.
Le opere, tutte della medesima dimensione e con orologi funzionanti, saranno visibili fino al 10 settembre, secondo gli orari di apertura del negozio di artigianato artistico ricavato nella Latteria di Pesariis, divenuta sede dell’intraprendente Proprietà collettiva carnica (www.pesariis.itwww.facebook.com/bottegadeltempopesariis/).
La Galleria Melori & Rosenberg, fondata nel 1996, è stata la prima galleria d’arte contemporanea fondata nel quartiere ebraico di Venezia ed ha esordito con un ritratto iperrealista di Andy Warhol dipinto da Luigi Rocca (www.melori-rosenberg.com).
Gli artisti in mostra a Pesariis sono: Alessandro Meli, Andrea Sarto, Ariel Tesan, Claudia Ulrich, Donatella Chiara Bedello, Edoardo La Francesca, Elisabetta Sfarda, Enrico Carimi, Fabio Colussi, Filippo Lo Iacono, Francesca Barnini, Francesca Paltera, Francesca Semenzato, Gianni D’Este “Widmann”, Gianni Torre, Gianpaolo Pupin, Giorgio Rocca, Giovanni Mascia, Igor Molin, Lucia Sarto, Luigi Rocca, Luisa Contarello, Manuela Ulrich, Mario Gualandri, Minna Laaksonen, Miria Malandri, Patrizia Poli, Renato Verzaro, Riccardo Costantini, Robin Glasser Sacknoff, Sabrina Rocca, Shalom Kelner, Silvia Finetti e Valerio Minato.