Archivio mensile:Ottobre 2017

Cercivento: il paese delle erbe, i segreti della coop Taviele

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di Giuseppe Ragogna

Perché scappare dalla montagna? I dati demografici rendono fragili le speranze di rimanere, soprattutto tra i giovani. Ma ci sono ancora storie da raccontare come testimonianze di paesi che non vogliono arrendersi: «Quassù ci sono risorse, basta crederci». Emergono i segni di creatività che sviluppano lavoro. Cercivento, che è un puntino sulla mappa geografica vicino all’Austria, rappresenta un esempio di identità. Il comune raccoglie 700 anime nel cuore della Carnia. Lungo i due assi stradali, di Sore e di Sot, molti edifici propongono murales e mosaici che rappresentano scene tratte dalle Sacre Scritture: una Bibbia a cielo aperto. Si esprime così l’anima di una comunità, che si allarga a un abbraccio ideale con Illegio, nel periodo delle mostre ospitate nel piccolo scrigno d’arte, poco distante da Tolmezzo.Ripristino delle taviele. Qua e là ci sono campi ben coltivati con erbe officinali: l’autunno regala ancora qualche fiore con colori vivaci. Il profumo però rimane e si fa intenso nei locali che ospitano l’impianto di essiccazione, dove in un grande contenitore in acciaio inox sono in lavorazione le foglie di melissa. È il regno della cooperativa agricola di Cercivento, la cui ragione sociale è sintetizzata in due parole-chiave che raccontano storie di lavoro e di solidarietà in una terra difficile. La prima parola è taviele, nome di battesimo della cooperativa: significa che un pianoro è stato strappato alla montagna per destinarlo a un po’ di agricoltura. È il risultato di un atto di resistenza all’avanzamento disordinato e irruente dei boschi. La taviele è la tenacia di mantenere fertile una piccola superficie per trarne risorse economiche. È un “piccolo seme” che può aiutare a contenere gli effetti devastanti dei processi di fuga dalla montagna. La seconda parola è saut che mette assieme due significati, i quali si mescolano per rappresentare la filosofia dell’impresa agricola: quello della generosità della pianta del sambuco con quello del sapere inteso come conoscenza delle tradizioni di queste zone ruvide, che non regalano nulla se non il loro fascino. Taviele e Saut sono contemporaneamente il braccio e la mente. Agiscono per dare forza (anche economica) a un progetto che si sviluppa attraverso la forma della coop sociale agricola. Sotto la crosta di una denominazione burocratica c’è il calore dell’inserimento lavorativo sia di persone socialmente svantaggiate sia di disabili psico-fisici. Questa non è un’operazione semplice in un piccolo paese, ma è la testimonianza che i valori autentici della vita sono custoditi con generosità tra i monti. Ogni azione è una conquista. Per esempio, non è stato facile mettere assieme i minuscoli ritagli di terreno sparpagliati nel territorio. L’eccessiva frammentazione delle proprietà è un ostacolo enorme per la montagna. Occorre metterci caparbietà nella ricucitura di micro-situazioni familiari, un’operazione assai complicata perché le persone sono disperse in giro per il mondo. «Gli appezzamenti ci sono stati affidati in comodato gratuito – spiega la presidente della cooperativa, Loretta Romanin, che è il punto di riferimento dell’iniziativa – da alcuni abitanti di Cercivento. Sarebbe stato uno spreco averli lasciati incolti. E da noi non ci si può permettere di buttare via niente. I legittimi proprietari li potranno riottenere quando vorranno». È stato così recuperato poco più di un ettaro di terreno: «Si può sempre migliorare».Inizio dell’avventura. L’idea è stata quella di attingere risorse dalla storia, quando già in tempi lontani il paese si trasformava in ricche sfumature cromatiche, che si rispecchiavano nelle tele di Van Gogh, cariche dei colori delle piante officinali. Dalla lavorazione scrupolosa dei vari tipi di erbe uscivano dei prodotti apprezzati che alimentavano i magri affari di tanti cramârs (venditori ambulanti), i quali, con la gerla sulle spalle o con i muli, girovagavano per le valli andando “per mercati”. Vendevano, scambiavano prodotti e fiutavano il vento delle novità. Oggi le tele dei colori si moltiplicano e abbelliscono una galleria a cielo aperto. In aggiunta, rispetto ai dipinti, si diffondono i profumi della Natura. C’è la riscoperta delle tante erbe che arricchirono storie e leggende, molte delle quali raccontate dal maestro Domenico Molfetta, cantore delle bellezze locali. Per esempio, è ancora sentita la tradizione dei fiori raccolti nei campi per il Mac di San Zuan (il Mazzo di San Giovanni), tant’è che la notte di San Giovanni Battista (24 giugno) è ancora oggi qualcosa di magico: un insieme di riti religiosi che si intrecciano con le feste pagane. I mazzi, una volta benedetti, potranno essere bruciati per tenere lontane le minacce più insidiose del maltempo. I molteplici usi delle erbe risalgono a secoli lontani: almeno al Seicento – Settecento. Oggi tornano in auge: possono integrare il reddito. Serviva però ripristinare una struttura operativa, con un po’ di organizzazione. «Ecco che dalle ceneri di un vecchio progetto degli inizi del Duemila si è innescata la cooperativa – spiega il vicepresidente Mario Ceschia – con idee, entusiasmo e finalità sociali. Sono state rilevate le apparecchiature esistenti e acquistate di nuove. Prima c’era un programma di attività transfrontaliera Italia-Slovenia denominato “Interreg”, che puntava all’uso di fondi comunitari per la promozione delle risorse naturali. Una volta esaurito, c’era il rischio di perdere tutto. Invece, dal 2013, a Cercivento opera la nostra cooperativa che non ha scopo di lucro. Tutti gli utili sono infatti reinvestiti nelle attività sociali». La Taviele è un progetto che vive grazie alla passione dei soci.Esplosione di colori e profumi. I metodi di coltivazione sono rigorosamente naturali. «Il miglior diserbante è costituito dalle nostre mani», spiega con orgoglio Mario Ceschia, che arriva a Cercivento dalla pianura friulana proprio per dare un aiuto. «Non vogliamo robe chimiche – aggiunge – tant’è che usiamo concimi organici. Beh, in questo caso, merita proprio spezzare una lancia a favore della montagna: qui possiamo lavorare la terra in armonia con l’ambiente». Niente meccanizzazione, in quanto è impraticabile per evidenti difficoltà logistiche. Il core business dell’attività è rappresentato da una ventina di varietà di piante officinali e da una decina di aromatiche. La filiera è strutturata nelle varie fasi del lavoro. Le semine sono fatte nel semenzaio all’interno di serre, poi in primavera c’è il trapianto in campo aperto: «E che il tempo ci assista. Ogni stagione ha andamenti diversi, perché non possiamo comandare alla Natura». Da marzo a settembre il lavoro tocca la punta massima dell’impegno. Seguendo i consigli di un’esperta agraria, Elena Valent, e di un funzionario dell’Uti, Franco Sulli, nelle taviele cresce ogni bendidio: menta, melissa, malva, calendula, timo, rosmarino, salvia, camomilla, papavero, fiordaliso. Un altro pezzo di attività consiste nella raccolta di essenze selvatiche: tarassaco, ortica, sambuco, arnica e tiglio. «Ma ci stiamo specializzando – aggiungono – anche nel recupero di alcune coltivazioni autoctone: varietà antiche, come fagioli (la Carnia ha potenzialità immense) e patate». Ogni tipo di pianta ha una sua specifica trasformazione: in parte alimentare (un buon 30 per cento), ma soprattutto nel settore della cosmesi, perché garantisce un maggior valore aggiunto. Gran parte di questo lavoro è curata in proprio nei laboratori di essiccazione dai quali escono infusi di ogni tipo, tisane e sali aromatizzati per impreziosire le ricette in cucina. Il trattamento immediato del raccolto valorizza i principi attivi. La parte della cosmetica (crema idratante, latte detergente, deodorante, shampoo doccia, oli balsamici) è curata invece da una società cooperativa di Padova molto quotata nel campo dell’erboristeria. «Noi non abbiamo le attrezzature – spiega la presidente Romanin – per quel tipo di lavorazione, così ci siamo affidati all’azienda con la quale avevamo già un rapporto di fiducia. In Carnia non c’è nessuna ditta, in futuro vedremo che cosa fare perché puntiamo decisamente sul made in Friuli». La commercializzazione avviene attraverso il marchio Saut, con tanto di fiore di sambuco stilizzato sulle confezioni. Il mercato locale è fondamentale, e quindi le iniziative sono curate nei minimi dettagli. «Cerchiamo di sfruttare ogni opportunità – spiega la presidente – valorizzando i rapporti diretti con i consumatori che puntano sull’originalità e sulla freschezza». Le attività di vendita si svolgono attraverso lo spaccio aziendale di Cercivento, il sistema eco-solidale, i gruppi di acquisto friulani (che prenotano già prima del raccolto) e le manifestazioni di maggior richiamo (Friuli Doc a Udine e Filo dei sapori a Tolmezzo). Una particolare attenzione riguarda i contatti on-line, gestiti con il coinvolgimento di “reti carniche”, attraverso social e web: come Cort store, che pratica l’e-commerce, o come Natural Carnia, che è riuscita ad aggregare sistemi di imprese per rilanciare l’immagine del territorio. Produzione, trasformazione e commercio ruotano attorno a un concetto imprescindibile in questa parte del Friuli: l’identità della Carnia.

Tolmezzo: Deltaplano 2018, la Carnia al centro del mondo

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di Simonetta D’Este
Il deltaplano ha scelto il Friuli Venezia Giulia per disputare il XXII Mondiale, che si svolgerà dal 12 al 27 luglio 2019, preceduto dal pre Mondiale dal 26 luglio al 4 agosto 2018. E sarà questa un’occasione unica per il territorio per proporsi come riferimento per questo sport, anche grazie alla collaborazione con Austria e Slovenia che hanno accettato che durante le prove di volo i deltaplani possano sconfinare senza preoccupazioni. La competizione si svolgerà nei principali siti di volo della regione e avrà come centro operativo la città di Tolmezzo, dove domani, al cinema David alle 18, sarà presentato il programma dettagliato. A fare gli onori di casa di saranno il sindaco Francesco Brollo, il vice-presidente della giunta regionale Sergio Bolzonello e il project manager del comitato organizzatore Enzo Cainero. L’evento è organizzato dall’Aeroclub d’Italia, con l’appoggio di tutti i club di volo del Fvg, e in particolare di quelli di casa, Volo Libero Carnia e Volo Libero Friuli, e con la collaborazione dei Comuni interessati. A occuparsi degli aspetti pratici ci saranno la Lega Piloti e Flyve con Bernardo Gasparini e Suan Selenati, quest’ultimo componente della squadra nazionale italiana cinque volte campione del mondo. Selenati non potrà partecipare, però, ai Mondiali friulani, perché coinvolto in veste di organizzatore. I piloti (ne sono attesi oltre 150) avranno come aree di decollo principali il Crostis, il passo Pura, il Curanan, il Valinis, ma anche secondarie come Tolmino e Nova Gorica. Gli atterraggi principali sono previsti a Cercivento, Bordano e Travesio, e quelli secondari anche a Lignano Sabbiadoro, per esempio, Greifenburg in Austria o Kobarid in Slovenia. Una gara di deltaplano segue le stesse dinamiche di una regata velica: esiste una linea immaginaria aerea che tutti i piloti devono oltrepassare dopo un orario prestabilito, ma ci sono anche boe da aggirare (cilindri virtuali con 400 metri di raggio) e una linea di arrivo. Vince il pilota che riesce a compiere tutto il percorso nel minor tempo possibile. Le singole task possono variare dai 50 ai 250 chilometri di ampiezza e il tempo necessario per concludere ogni gara varia dai 60 minuti alle 5 o 6 ore. Il deltaplano, infatti, non ha motore e sfrutta la forza del vento: la velocità media di percorso e compresa tra i 30 e i 70 chilometri per ora, mentre nelle planate discendenti tra una corrente e l’altra i moderni deltaplani possono raggiungere anche i 140 orari.

Imponzo: se il cartello è inutile e controproducente

di Marco Lepre, Tolmezzo.

Mi capita di percorrere con una certa frequenza, soprattutto in primavera e in autunno, i sentieri che dal paese di Imponzo salgono alla Pieve di San Floreano e, purtroppo, mi trovo a constatare, attraverso le tracce fresche lasciate dagli pneumatici, che in alcuni tratti hanno prodotto solchi profondi più di trenta centimetri, il passaggio sistematico di moto da trial ed enduro lungo l’intero itinerario. Qualche giorno fa, tornato a camminare in quei luoghi, mi sono però imbattuto anche in una novità, del tutto inattesa, ma sconcertante: poco sopra gli stavoli Dimielie, a circa metà strada del percorso che sale da Illegio alla Pieve, è spuntato infatti un cartello stradale che indica il “divieto di transito a tutti i veicoli a motore”.Non so se questa sia stata la risposta delle “autorità” alla protesta espressa all’inizio dell’estate, sulle pagine proprio del Messaggero Veneto, dal parroco di Tolmezzo e dal presidente della Consulta Frazionale di Illegio, i quali si erano evidentemente fatti interpreti dell’insofferenza di molti per il passaggio di rumorose motociclette su un itinerario giudicato di “interesse storico”. Sta di fatto che mi sembra una soluzione del tutto sbagliata: molto più logico sarebbe stato collocare il suddetto cartello “stradale” nella sua sede idonea, cioè al termine delle strade che portano ai cimiteri di Imponzo e Illegio (dove invece non c’è traccia), nel punto nel quale hanno inizio i rispettivi sentieri diretti a San Floreano. Un cartello “stradale” collocato su un sentiero di montagna è infatti un “non senso”: è brutto da vedere, situato com’è tra le tabelle che indicano le stazioni della via crucis; deturpa quello che giustamente è stato definito un itinerario storico (mi chiedo, poi, se abbia ottenuto un’autorizzazione paesistica) e, oltretutto, è controproducente. Qualcuno, infatti, potrebbe essere indotto a pensare – o a far credere, per giustificare la propria presenza in sella a una moto – che fino a quel punto del sentiero il transito ai veicoli non è vietato!Inutile rilevare che sul sentiero che sale direttamente dal versante di Imponzo, dove non si incontrano cartelli, le tracce delle motociclette erano di nuovo evidenti e l’obiettivo di evitare che le stesse raggiungessero la pieve era del tutto fallito. Mi chiedo: come mai, invece di sprecare fatica e denaro per piantare un cartello stradale a venti minuti di cammino da Illegio, nessuno ha pensato di far organizzare ai vari corpi di vigilanza un appostamento per cogliere in flagrante i trasgressori e infliggere loro una multa salata?