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Carnia: Caponnetto all’Auditorium di Tolmezzo il 17/05/1995 a ricordare Falcone e Borsellino

di Ermes Dorigo.

Ringrazio tutti: chi ha organizzato questa mia salita a Tolmezzo, chi ha organizzato questa splendida riunione, chi ha usato parole tanto cortesi per presentarmi e per presentarmi quale io non sono, come qualcuno ha detto come una personalità. Io non sono nessuno, sono un modesto pensionato, che sta seguitando a girare il paese con tanta passione, con tanta stanchezza, ma con tanto entusiasmo, per portare ai giovani, nei quali ho tanta fiducia, come ne aveva Paolo Borsellino, una parola di fiducia, di coraggio e averne in cambio anche una iniezione di coraggio, perché io mi rigenero continuamente in questi incontri quotidiani, spesso anche due-tre al giorno, con gli studenti di tutta Italia.

E’ stato letto quello che io chiamo il testamento spirituale di Paolo, una piccola parte; forse vi è sfuggita l’importanza enorme di quelle parole, che ha scritto Paolo all’alba del 19; lui si alzava alle quattro, è andato a frugare tra le sue carte e ha trovato una lettera di sette mesi prima dei liceali di Padova, del liceo Cordaro. Lo rimproveravano perché era mancato a questo appuntamento del gennaio precedente e gli facevano dieci domande per iscritto. A quattro delle quali risponde; poi suona il telefono e deve uscire di casa per quella che sarà la sua ultima mattinata al mare. Quando ha scritto quelle parole – ed è questo che impressiona, il fatto che abbia trovato l’ispirazione, la forza di scrivere a voi giovani quelle parole che ricordo a memoria: “Sono ottimista, perché so che voi giovani, quando sarete adulti, avrete maggiore forza di reagire di quanta ne abbiamo avuta io e la mia generazione”. Pensate al significato e al valore di queste parole. Forse non ci avete messo sufficiente attenzione. Sono parole scritte da una persona, che sa di andare incontro alla morte, perché ha saputo fin dal giovedì precedente che il tritolo per lui era già arrivato a Palermo; aveva già chiamato il confessore e si era già fatto impartire la comunione, perché diceva: “Devo essere pronto in qualunque momento al grande passo” e probabilmente sapeva che quella sarebbe stata la sua ultima domenica; lo dimostra anche il fatto della sua insolita insistenza nel riprendere la barca che amava tanto, la sua barca che mi mostrò con orgoglio una mattina, e nel voler andare al largo da solo; non volle la scorta, si impose al legittimo divieto della scorta di allontanarsi con la barca: “No, questa mattina non me lo potete impedire”. Sentiva proprio che era l’ultimo suo addio alla vita, al mare che amava tanto. Ecco, in quella lettera questa eccezionale figura, questo magistrato, questo uomo di una tempra morale e intellettuale quale forse non si ritroveranno più, si rivolge ai giovani esprimendo la propria fiducia, il proprio ottimismo, perché, dice, voi avrete più forza di reagire di quanta ne abbiamo avuta io: Paolo Borsellino, che stava lottando contro la mafia da dodici anni e ogni giorno era una sfida alla morte; eppure trova la forza di scrivere quelle parole suggeritegli non so da chi, forse da qualcuno che sta lassù. Cercate di capire la forza, la bellezza di questo messaggio, di questo testamento che vi ha lasciato Paolo. “Voi avrete più forza di quanto ne abbiamo avuta io, Paolo Borsellino,” che stava andando consapevolmente, lucidamente incontro alla morte, serenamente, con la serenità degli antichi martiri cristiani, quando andavano al supplizio. Cercate di non dimenticarle queste parole bellissime, splendide.

Ho sempre detto che non conto nulla, non sono nessuno, e quindi le mie parole non hanno nessun peso, ma vorrei tanto che queste frasi fossero incise in tutte le aule scolastiche d’Italia e servissero di sprone, di incitamento, di insegnamento, di ricordo, di ammonimento a tutti i giovani che stanno crescendo, che stanno apprestandosi ad affrontare una società difficile, ingrata, dura, spesso ostile ma che bisogna saper affrontare con lo stesso coraggio e la stessa serenità con cui Paolo seppe affrontare la propria morte. Qualcuno di chi mi sta a fianco ha detto che noi dobbiamo aiutarvi a crescere; si questo è vero, ed ha anche detto, ed è altrettanto vero, che noi abbiamo immensa responsabilità verso la vostra generazione, ma è vero anche quello che ha scritto Rita Borsellino, la sorella di Paolo; sono delle parole splendide, in cui ribalta il concetto e cioè dice in definitiva che dovete essere voi giovani ad aiutare noi a riscoprire e ad amare la vita; noi che vi abbiamo insegnato e seguitiamo ad insegnarvi dei disvalori, noi come generalità; facciamo in modo, scrive Rita Borsellino, che nelle scuole non si faccia solo cultura in senso astratto, ma cultura prima di tutto come educazione, come conoscenza, per migliorare i nostri rapporti con l’altro. Insegniamo ai nostri ragazzi il rispetto della persona umana, dell’altro, il rispetto dell’alterità della diversità, ma anche il rispetto di sé; il rispetto della diversità come fonte di arricchimento morale e culturale; il rispetto della natura come patrimonio comune. E voi ragazzi dovete esigere tutto questo, è un vostro diritto sacrosanto, di cui troppo spesso siete stati privati ingiustamente. Ridate a noi adulti – sentite questa bellissima frase di Rita – che abbiamo perso la capacità di distinguere i veri dai falsi valori, il desiderio e l’entusiasmo per una vita più autentica; fatevi voi portatori di proposte nuove, voi, sulle cui spalle grava la  responsabilità di quella che sarà la società di domani. Proposte nuove basate sul rispetto della persona umana, aiutateci a riscoprire e amare la vita, dice Rita. Questo di Rita, che si accompagna a quello del fratello Paolo, sono due messaggi incredibilmente belli ed è vero quello che scrive Rita, perché io mi rigenero continuamente e dimentico stanchezza, dimentico i miei 75 anni, dimentico le delusioni, le sofferenze, quando mi trovo con voi giovani. E come se mi si schiudesse tutte le mattine un nuovo orizzonte, luminoso, come se nell’animo mi entrasse tutte le mattine una carica di energia, di fiducia, di speranza.

Non so se avete avuto mai un incontro con un altro personaggio meraviglioso, Michele Del Gaudio. Michele è stato un magistrato coraggioso che tredici anni fa, giudice istruttore a Savona, mandò a giudizio, in manette tutti gli uomini più potenti della Regione ligure socialista e ne ottenne la condanna, benché non incoraggiato affatto dai propri superiori, che lo tiravano per la giacca, dicendo: “Stai attento, non ti mettere contro i potenti”. Tredici anni fa in magistratura c’erano capi ufficio così; oggi per fortuna non ce ne sono più, ce ne sono altri come Borrelli, Caselli, Cordova, Vigna.  Lo esortavano alla prudenza, a non buttarsi in questa battaglia contro la corruzione e contro il malcostume politico. Ma lui andò diritto per la sua strada; ci ha rimesso la carriera, fu trasferito a Napoli, ci ha rimesso un matrimonio splendido con Luciana Lu, quella Lu a cui indirizza le lettere in quel volume bellissimo che tutte le biblioteche scolastiche dovrebbero avere, La toga strappata, in cui racconta questa sua allucinante esperienza, in forma di lettere tra Michi e Lu, in cui parlano di moltissimi problemi, ma soprattutto parla di questa allucinante esperienza, stretto da una parte da quello che era il suo obbligo di coscienza, il suo dovere di fare giustizia, dall’altro dalle intimidazioni dei propri superiori, dai consigli di prudenza dei propri pavidi superiori e dalle minacce espresse, formulate in Parlamento dai capi politici di allora: “Un giorno faremo i conti con questi giudici prevaricatori, con questi giudici che opprimono, che perseguitano gli innocenti “. Sono tredici anni che noi sentiamo queste parole, perché poi ci hanno preso l’abitudine e le sentiamo ancora ripetere, queste parole di arroganza politica rivolte contro i magistrati, non contro tutti i magistrati, neanche contro i magistrati corrotti: quelli vengono dimenticati. Stranamente si sentono queste minacce contro i magistrati che fanno il proprio dovere, che hanno il coraggio di perseguire i potenti senza riguardo per nessuno, come Del Gaudio. E Del Gaudio ha raccontato questa sua esperienza in questo libro, che io raccomando a tutte le scuole, perché è emblematico, perché rappresenta un poco quella che è sempre stata, nel corso dell’umanità, la lotta, la sfida tra un uomo coraggioso armato solo della propria coscienza e dei propri ideale, che sia magistrato, che sia sacerdote, che sia uomo di pensiero, che sia un letterato, filosofo, e l’arroganza e la corruzione del potere. Ecco, simboleggia proprio questo contrasto eterno, che ci sarà sempre, tra il bene e il male. Ecco perché tutti i giovani dovrebbero leggere libri come quello.

Ora ha scritto ultimamente un altro bellissimo libro dedicato a voi giovani con tanto amore. Non so se è girato tra le vostre mani, se è arrivato nelle scuole di Tolmezzo: Vi racconto la Costituzione. Magari tornerò per parlare di questo libro, perché non è il tema di oggi. Questa carta fondamentale, nella quale sono descritti i diritti e i doveri dello Stato verso i cittadini, dei cittadini verso lo Stato, questo patto fondamentale che i cittadini hanno stretto con lo Stato e che non si può ignorare. In America insegnano il preambolo della Costituzione americana ai ragazzini delle prime elementari, proprio a significare che non è possibile essere buoni cittadini, se non si conosce la Costituzione, se non si conoscono questi diritti-doveri fondamentali del cittadino. Per questo l’America per concedere la propria cittadinanza agli stranieri li sottopone a un duro esame che dura due ore e che è durissimo. Cosa gli chiedono? Gli chiedono di dimostrare la conoscenza della Costituzione americana. Mi sembra un concetto così ovvio, eppure i paesi occidentali non ci sono arrivati, carichi ancora di tutta la loro vecchia e spesso polverosa concezione dei rapporti tra Stato e cittadini. Ecco, nella pragmatica moderna America – non c’è bisogno di sottolineare anche i difetti di quella società – in questo sono estremamente pragmatici. In questo rapporto tra cittadini e Stato credo che diano a tutta la nostra antica e sofisticata cultura dei grossi punti. Ecco perché bisogna anche insegnare la Costituzione.

Del resto lo ha detto il Capo dello Stato. Non so nemmeno se questi messaggi arrivino alle scuole, se siano letti agli studenti, se siano commentati. So che ogni anno me ne manda una copia, il Capo dello Stato, e ho visto che nell’ultimo messaggio del settembre scorso, il 15 settembre, anche l’invito agli insegnanti ad essere particolarmente vicini, con particolare affetto a quelli che stentano a tenere il passo, a quelli che lui chiama “gli ultimi” e che hanno bisogno di particolari cure, di particolari attenzioni da parte degli insegnanti. Ai miei tempi, ricordo, gli insegnanti amavano coccolare i più bravi e trascuravano quelli che non tenevano il passo; facciamo il contrario, dice Scalfaro, dedicate affetto proprio a quelli che dimostrano di non tenere il passo, spesso non tanto per carenze individuali, ma perché portano nella scuola il peso magari di situazioni familiari o personali difficili; cercate di capirli, di essere loro vicini con affetto, non vi limitate a svolgere il programma da pagina x a pagina y; quella è solo una parte della vostra missione. La parte più importante è quella di educare, di formare il cittadino, di essere vicino allo studente, di capire i suoi problemi, di rispondere alle sue domande, di leggerle negli occhi, anche quando non ha il coraggio di parlarne, di avvicinarlo, di non affrettarsi di lasciare la cattedra appena suona il campanello della fine d’ora, ma approfittare per chiamare a sé gli alunni che non tengono il passo,  per cercare di recuperarli, di capire le loro difficoltà, i loro problemi, la loro solitudine. Anch’io ho vissuto la vostra età e so che può racchiudere momenti di solitudine e di sconforto. L’essenziale, dicevo, è nel messaggio dell’anno scorso. Scalfaro ricorda ancora queste belle parole: “Rialzarsi e sapersi rialzare dopo ogni caduta sia nella scuola, sia soprattutto nella vita”. Avere il coraggio di rialzarsi sempre, di non cedere mai allo sconforto, mai allo scoraggiamento.

Perché vi dico questo? Perché sono ancora colpito da quella dolorosa notizia di poche ore fa. Quei due liceali di 18 anni che, per usare le parole di Don Riboldi, si sono “dimissionati dalla vita”. I suicidi adolescenziali sono la seconda causa di morte per la fascia di età fino ai 19 anni, dopo l’omicidio colposo. Perché? Noi dedichiamo forse appena una occhiata distratta ai giornali o alla televisione, che ci porta queste terribili notizie; magari ci colpiscono e il giorno dopo non ce ne ricordiamo più, riprendiamo la vita di prima, distratta, qualche volta troppo distratta. Ci rimettiamo dietro alla televisione, questi spot che ci descrivono una società tanto diversa, quella in cui voi vi accingete ad entrare. Una società tutta sorridente, bella, pulita, lucida, lustra, tirata a lustro, in cui tutto è armonia, tutto è sorriso, tutto fila per il verso giusto, in cui le case sono tutte ordinate, pulite, lustre, con due televisori, magari due frigoriferi, non manca niente. Questa è l’immagine che danno della società di oggi gli spot, i terribili spot diseducativi di oggi. Guardatevene o, perlomeno, non dico come Ciotti “buttate il televisore dalla finestra”, tenetelo, perché ci sono anche programmi educativi, ma guardatevi da questo tipo di programmi che non vi preparano all’impatto con la società che potrebbe anche essere duro, potrebbe essere anche difficile. Ecco una delle cause di queste ricorrenti dismissioni dalla vita. Come si può a 18 anni? In una vita che non presenta problemi, perché apparentemente oggi i giovani hanno tutto, perlomeno molto di più di quanto non ha avuto la mia generazione che è cresciuta nella povertà. Sembra che oggi abbiate tutto e invece c’è qualcosa che i vostri cuori non riescono ad avere, una pienezza di affetti, di comprensione. Ecco dove noi adulti, parlo dei genitori, insegnanti, noi estranei anche, noi adulti che vi abbiamo lasciato cattivi esempi, vi abbiamo lasciato una società malata, che voi dovrete faticare a raddrizzare. Don Ciotti un anno fa, 5.5.1994, scrisse un articolo sull’Avvenire; consentitemi di leggervelo. Era rimasto impressionato da un episodio come quello di ieri, solo che era un ragazzo di 15 anni, che non aveva lasciato scritto un rigo, non aveva lasciato scritto niente: “Si è tolto la vita a 15 anni. Lo hanno trovato i genitori con una corda al collo nella sua stanza, dove viveva, dove cresceva, dove soffriva e dove più che in altri posti, si interrogava sul senso delle tante difficoltà che il diventare grandi comporta: scuola, matematica, brutti voti, legame con i genitori, affettività, primi amori, solitudine. Paradossalmente nella sua stessa abitazione si sentiva senza casa, senza un luogo sicuro non soltanto fisico, in cui esprimere le sue fatiche, le sue contraddizioni, le sue voglie di capire, di sfogarsi, di piangere, di essere capito”. Come sempre accade in questi casi gli interrogativi, i perché non hanno fine. Se la morte scuote sempre in queste circostanze tutto diventa più drammatico, si pensa ai genitori, al dolore indescrivibile che devono avere provato nel tentativo estremo e disperato di salvarlo,  di tagliare quella corda che lo ha ucciso. I due giovani di ieri si sono uccisi in modo forse più incredibile, lasciando aperto il tubo di scappamento dell’auto. Ci si interroga senza risposte esaurienti come sia possibile che a 15 anni manchino già la voglia o la capacità di reagire a difficoltà così normali per noi. O perché non si sia stati in grado prima di cogliere eventuali messaggi e richieste di aiuto, che il ragazzo può avere inviato alla scuola, agli amici o ad altre persone che vivevano con lui. Chissà quanti messaggi ha lanciato, magari con lo sguardo implorante senza che nessuno lo abbia saputo raccogliere, senza che nessuno abbia saputo rispondere alle sue domande anche se inespresse. Domande doverose che diventano ancora più inquietanti, quando ci si accorge che per ogni suicidio realizzato, se ne contano almeno dieci sventati. Eppure bisogna prendere coscienza che tra i ragazzi, al di sotto dei 19 anni, come dicevo prima il suicidio è la seconda causa di morte dopo gli incendi stradali. Gesti estremi riusciti o tentati, che sembrano in aumento e che testimoniano sempre più la fatica e la sofferenza in cui si trovano quanti stanno crescendo; questo male di vivere, come ho sentito ieri dire dal commentatore della tv nel parlare di questi episodi. “Giudicare o colpevolizzare  – continua Don Ciotti – non serve a nulla, non aiuta a capire. Le domande e le angosce di chi resta non possono essere affrontate con moralismi superficiali e non è questo che voglio fare oggi. Si tratta piuttosto di interrogarsi sul perché, perché sia così difficile ascoltarsi oggi. E ascoltare la sofferenza di chi ci è vicino,  perché si può vivere gomito a gomito senza accorgersi che l’altro sta male, anche se viviamo sotto lo stesso tetto. Perché si è portati a pensare che il compito educativo degli adulti verso i ragazzi si possa considerare esaurito con il concludersi dell’infanzia, mentre invece proprio allora comincia. Si dimentica, invece, che pre-adolescenti e adolescenti hanno un bisogno estremo di sentire vicini i genitori, di avere punti di riferimento autorevoli”. Non so se ci sono dei genitori qui nella sala, mi piacerebbe tanto ci fossero. “Non gli basta che gli adulti trasmettano i loro valori, ma hanno un bisogno quasi disperato di qualcuno che testimoni loro in cosa vale la pena credere, per cosa impegnarsi e lottare, hanno bisogno di esempi, di testimonianze, non di parole. Vivono spesso con molte cose materiali a disposizione, ma quasi sempre non hanno ciò che più desiderano e serve: il senso profondo del loro diventare grandi. Ideali capaci di impregnare la vita di sogni, di speranza, di progetti; si trovano così incapaci di dare un senso ai limiti, agli ostacoli, agli errori che il procedere negli anni obbligatoriamente comporta. Vivono come tutti, ma in modo particolarmente doloroso e conflittuale, il bisogno dell’affettività, dell’essere accettati per ciò che sono, del comunicare, dell’essere valorizzati; hanno voglia di protagonismo e di libertà ma hanno anche paura di restare soli senza relazioni, senza amici. A questo si aggiunga questo disagio giovanile pauroso, crescente, che la mia generazione non ha conosciuto, che la vostra purtroppo conosce.

La paura di andare incontro a una società, appunto, che non regala nulla, nella quale bisognerà sgomitare anche per avere un posto di lavoro. Eppure c’è un art. 4 della Costituzione che dice che il cittadino ha diritto al lavoro. Cosa ne è stato di quelle parole? Perché è stata così disattesa e tradita quella nostra meravigliosa carta costituzionale. E pongono domande non facili agli adulti. “E poi accidenti – scrive un ragazzo di 16 anni con straordinaria lucidità – accidenti, perché quando eravamo piccoli non ci avete insegnato subito che esistevano anche le avversità della vita; ci avete tolto ogni ostacolo ed ora che ci troviamo a dover affrontare la vita appena ne incontriamo uno cadiamo rovinosamente”. Queste parole che ha lasciato scritte un ragazzo di 16 anni sono un atto di accusa terribile contro chi, non lo dice, contro gli adulti, contro chi non lo ha saputo capire, che non ha saputo essergli vicino, contro chi non gli ha insegnato che la vita è una cosa seria. La vita non è uno scherzo – dice un poeta – se avrò un minuto ve la leggerò quella splendida poesia. ­E va amata, va amata la vita, proprio perché è una cosa seria. Rivendicano con la forza del linguaggio di cui sono capaci, alcune volte anche con le tragiche parole che non vorremo mai ascoltare, con questi gesti di dimissioni della vita, diritti, interventi, programmi, strategie, spazi, opportunità concrete, presenze che con un espressione tecnica potremmo definire: politiche giovanili. Dove per politica si intende il coraggio di credere e di inseguire a ogni costo e nonostante tutto giustizia, onestà, solidarietà, e legalità vissute e praticate. E dove con politiche giovanili si prende coscienza che i ragazzi e i giovani sono risorsa, sono progettualità, sono ricchezza, una ricchezza che bisogna curare e non disperdere.  Con le parole del Vangelo potremmo dire che ci ricordano l’espressione di Gesù “lasciate che i ragazzi vengano a me”; perché se si continua a scappare da loro e a lasciare inevase le domande che pongono, non serve poi molto piangere, quando loro scappano dalla vita, scappano dalla nostra società, dal nostro bisogno di loro, scappano dalla nostra incapacità di capirli. Ecco cosa scriveva don Ciotti. La vita non è uno scherzo, una poesia di un poeta turco che è morto a 33 anni, nel 1963. La vita non è uno scherzo. Me l’ha regalato per la Pasqua nel 1993 un meraviglioso sacerdote, parroco a Sariano in provincia di Rovigo, don Giuliano Zatterin. La vita non è uno scherzo, prendila sul serio. Come fa lo scoiattolo, ad esempio, senza aspettarti nulla dal di fuori, o nell’aldilà. Non avrai altro da fare che vivere. La vita non è uno scherzo, prendila sul serio. Ma sul serio a tal punto che messo contro un muro, le mani legate, o dentro un laboratorio con il camice bianco, con grandi occhiali tu muoia affinché vivano gli uomini. Gli uomini di cui non conoscerai la faccia, e morrai sapendo che nulla è più bello, più vero della vita. Prendila sul serio. Ma sul serio a tal punto che a settant’anni tu pianterai degli ulivi non perché restino ai tuoi figli ma perché non crederai alla morte, pur temendola e la vita peserà di più sulla bilancia. Ecco perché bisogna amare la vita, cari ragazzi.

Non so nemmeno più qual’era il tema d’oggi. Forse le prospettive della lotta alla mafia dopo la morte di falcone e Borsellino, a tre anni di distanza delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio. Anche questa grande lezione che ci viene dalla vita, dal sacrificio e dalla morte di Paolo e di Giovanni sono una lezione, sono un insegnamento, sono un insegnamento dal quale voi dovreste trarre una lezione d’amore soprattutto, di attaccamento alla vita. Quando commemorai nella Chiesa di Sant’Ernesto l’amico d’infanzia, il fratello, il compagno di lavoro Giovanni Falcone, Paolo si pose la domanda che tanti studenti mi pongono nelle scuole: Perché – dice -, pur sapendo che andavano incontro a morte sicura – perché questo lo sapevano entrambi che la sentenza di morte era stata pronunciata e che un giorno o l’altro, non sapevano come, dove e quando, la loro vita si sarebbe chiusa tragicamente e con loro la vita degli agenti che li scortavano – perché hanno seguitato ad andare avanti, perché non si sono fatti da parte, perché non hanno smesso di lavorare, non si sono fatti trasferire, perché non sono fuggiti, perché hanno accettato questa tremenda situazione? Perché non si è turbato – si sta riferendo a Giovanni, Paolo quando pronuncia queste parole – perché è sempre stato pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Risponde con due parole semplicissime: per amore. E’ bella questa risposta di Paolo. La sua vita è stata – si riferisce a Giovanni, ma le stesse parole le possiamo applicare a Francesca la dolce compagna di Giovanni, a Paolo, agli otto agenti che si sono sacrificati e che troppo spesso sono dimenticati, che si sono sacrificati anche loro con la consapevolezza di andare incontro alla morte: per amore. Perché la sua vita è stata un atto d’amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato. Se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui e per coloro che gli sono stati accanto in questa meravigliosa avventura, amare Palermo e la sua gente ha avuto ed ha il significato di dare a questa terra qualcosa. Tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali, professionali, per rendere migliore questa città. Qui Falcone cominciò a lavorare in modo nuovo. La lotta alla mafia – dice Paolo – primo problema da risolvere nella nostra terra, bellissima e disgraziata, non deve essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma deve essere un movimento culturale, morale anche religioso. Si avverte qui quella profonda fede cattolica in cui è vissuto Paolo e sono vissuti i suoi, che proprio a motivo di questa profonda fede sono riusciti in una cosa a cui io non riesco, a perdonare gli uccisori.

Una lotta culturale, morale e religiosa, che coinvolga tutti, che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà, che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità. Vi parlavo prima di Michele Del Gaudio. Ha scritto anche lettere ai giovani; non sono in commercio, ci sono pochi esemplari stampate dall’editore Pironti, che Del Gaudio ha donato ad amici, a presidi, a scuole; la prima lettera ai fratelli

della camorra, la seconda ai sacerdoti in terra di mafia e la terza ai giovani. “Cari ragazzi – dice Michele – io fino a qualche anno fa lavoravo solamente, poi mi sono accorto che era necessario impegnarsi nel civile, nel sociale. Ho in particolare incominciato a girare le scuole di tutta Italia, per farvi capire che la cosa più importante nella vita sono i sentimenti e gli ideali, per diffondere tra voi una coscienza collettiva della legalità – quella cui vi richiamava prima il Preside -. Non mi importano le vostre scelte future, ideologiche e partitiche, ma mi sta a cuore che da destra o da sinistra voi abbiate, quando vi sedete al tavolo della politica, un denominatore comune, la cultura della legalità”. E io aggiungerei il rispetto della persona umana, il rispetto dell’avversario, perché democrazia vuol dire rispettare anche le idee degli altri. Non mi ricordo più chi, forse un grande pensatore, forse Voltaire, spiegava così l’essenza della democrazia: rispettare la diversità di pensiero del nostro avversario politico, ed essere pronti a sacrificare anche la propria vita, perché il nostro avversari¢ politico non venga privato del diritto di esprimere le proprie opinioni.

Ecco la bellezza suprema del valore della democrazia. Voi siete nati in un paese che avete già trovato libero e democratico; per me non è stato così, io sono nato in un paese dove c’era la dittatura. E so quanti sacrifici, quanto sangue sono costate la conquista della democrazia e della Costituzione. La nostra democrazia è la più bella che ci sia al mondo. Ecco perché dovete difendere questi valori contro chiunque attenti ad essi; e state in guardia, perché è stato difficile conquistare democrazia e libertà, ci è voluto il sacrificio di una intera generazione, ci è voluto tanto sangue. Questa Costituzione non è un pezzo di carta che qualcuno oggi vorrebbe stracciare e buttare in un cestino. Questa Costituzione è un pezzo di vita, è un pezzo di storia, ci sono grumi di sangue dentro questa Costituzione: cercate di non dimenticarvene.  E cercate di tenere sempre presente che così come avete trovato democrazia e libertà senza nessuno sforzo da parte vostra, potreste anche in un domani, perderla facilmente. Più facilmente di quanto non crediate. Non c’è più bisogno oggi di manganelli o di carri armati, per distruggere democrazia e libertà, bastano anche le armi insidiose di una propaganda ben manovrata. State attenti, state vigili! Cercate sempre di tenere a cuore questi valori essenziali, autentici, quelli che diceva ancora Scalfaro nei suoi messaggi, anche se gli studenti e i professori li hanno tutti dimenticati. Diceva: “Rimanete attaccati con le unghie e con i denti ai valori autentici, a quelli che non cambiano mai. Mettete dei picchetti attorno alla vostra splendida giovinezza, fate in modo che non c’entrino i disvalori: l’egoismo, l’indifferenza, l’illegalità”. Ecco, questi disvalori fate in modo che non entrino nell’ambito della vostra esistenza. L’incontro con voi  ­dice Michele,  mi è sempre di conforto. La leggo volentieri questa lettera spesso agli studenti, perché riflette il mio stato d’animo, i miei sentimenti. Sono in perfetta sintonia con Michele; quando ci troviamo, qualche volta le nostre strade si incrociano, è proprio una festa. Ultimamente si sono incrociate spesso, perché sono andato in giro a presentare il suo libro, assieme a lui e ho conosciuto anche i ragazzi con i quali egli dialoga nello spiegare i valori della Costituzione, tutti di Torre Annunziata. Ora i suoi impegni parlamentari – è stato eletto nelle ultime elezioni nel collegio di Savona – lo tengono un pò lontano da questi contatti con gli studenti , ma appena può, di sabato e di domenica, è di nuovo accanto ai giovani.

 L’incontro con voi mi è sempre di conforto, perché voi credete a quello che dico, cercate disperatamente di farmi capire che attendente delle indicazioni, che vorreste tanto liberarvi dai disvalori che vi stiamo insegnando come genitori, docenti, istituzioni. I nostri messaggi – purtroppo, aggiungo io – sono ossessivamente indirizzati verso la vittoria del più bello, del più ricco, del più forte, verso questo mito del consumismo che sta distruggendo i valori ideali della vita. Ma a voi non interessano solo il rock e le discoteche; ancor di più vi sentite presi da amore, amicizia, solidarietà, uguaglianza, giustizia. Io ricevo migliaia di lettere da voi giovani. Purtroppo non ho il tempo di rispondere e di questo mi faccio un rimprovero incessante, ma mi manca il tempo, sono sempre fuori. Sono lettere bellissime. Giovani che ho incontrato e che mi ringraziano, pure i giovani che non incontrerò mai indirizzano: dr. Capponetto Antonino, Firenze; le lettere mi arrivano tutte. Mi chiedono consigli, una parola di incoraggiamento; magari giovani che attraversano crisi di solitudine, di sconforto e allora in quei casi rispondo, quando capisco che è necessario. E sono queste le parole che io sento ricorrere nelle lettere di voi giovani, che gli adulti giudicano giovani superficiali, senza ideali. Quanto sbagliano, di quanto sono lontani dalla verità! Qualche volta mi sono preso a parole con loro. Dicono: Ma perché ha tanta fiducia nei giovani? Non lo vede come non si può avere fiducia in questi giovani che si affollano, che si entusiasmano per dei miti effimeri? Ma io rispondo: “Non guardate alle manifestazioni esteriori, che qualche volta possono a noi di un’altra generazione apparire come dei riti incomprensibili, e che sono momenti di aggregazione, nulla di più. Guardate, invece, a quello che hanno in fondo al cuore e aiutateli a tirarlo fuori. In fondo alla mente, in fondo al cuore provate a cavare fuori quello che hanno di più bello dentro e resterete ammirati come me. Venite a sentirli, venite a un incontro mio con i giovani, fatevi trovare sulla porta, magari, se non vi fanno entrare. Quante volte l’ho detto a tanti adulti, mettendomi a tu per tu con loro, magari anche litigando. Venite a leggere a casa le migliaia di lettere che ho e dalle quali, prima che si spenga la mia vita, vorrei avere il tempo di cavare le tre o quattrocento più belle e pubblicarle a mie spese e intitolarle: “I giovani scrivono a un vecchio pensionato“, senza mettere il mio nome. Non mi importa. Mi importa soltanto che il paese conosca quanti valori racchiudono i giovani di oggi e come si debba amarli ed avere fiducia in loro.

Perbacco – dice Michele – io trovo ragazzi entusiasti, che ascoltano attenti, che applaudono, si commuovono, si affollano attorno a me dopo il dibattito per parlare ancora, che mi scrivono lettere bellissime. Quando ero ancora poco più che un ragazzino sono diventato giudice, ho cercato di essere onesto e indipendente, ma ho trovato contro di me – lo dicevo prima – proprio le istituzioni che mi dovevano difendere. Ho continuato la mia lotta non violenta a mafia e corruzione e oggi ho incontrato voi, che date un senso – dice Michele – alla mia vita. Voi che date un senso – potrei dire io – a questa mia meravigliosa vecchiaia. Continuate così. Sentite questo eptalogo, questi sette comandamenti di Michele, cercate di racchiuderli nell’animo, di non dimenticarli per quanto è possibile. Lo so, avete mille distrazioni; magari tra qualche giorno vi passeranno di mente ma fate uno sforzo di memoria e nei momenti di sconforto, di sfiducia, cercate di riandare a questi comandamenti di Michele. “Rifiutate i compromessi. Siate intransigenti sui valori. Convincete con amore chi sbaglia. Rifiutate il metodo del saperci fare, questo vezzo italiano della furbizia, io ce la so fare, a me non me la fanno. Non chiedete mai favori o raccomandazioni”. Questo è un ammonimento importante. La Costituzione e le leggi vi accordano dei diritti, sappiateli esigere. Esigete i vostri diritti sempre con fermezza, con dignità. Non chiedete mai come elemosina quello che le leggi vi accordano come diritti. Chiedeteli, esigeteli con fermezza, con dignità, senza piegare la schiena, senza abbassarvi al più forte, al più potente, al politico di turno. Dovete esigerli! Questo è un imperativo, che deve sorreggere tutta la vostra vita. E’ un imperativo di dignità, di dignità umana. Abbiate sempre rispetto della vostra dignità e difendetela anche in questo modo, esigendo i vostri diritti e non chiedendoli come favori o come raccomandazioni, al politico, al potente, al funzionario di turno.

E votate in modo consapevole quando sarà il vostro momento. Votate in modo consapevole, non per ottenerne dei vantaggi, e tanto meno per fare dei favori o per ricambiare dei favori a qualcuno. Tanti di voi si sono schierati -dice Michele –  hanno fatto una scelta contro la mafia, la corruzione, il favoritismo, la rassegnazione. Basta con la cultura della quiescenza. Oggi ci vuole la cultura della ribellione, della consapevolezza, della partecipazione, della solidarietà, della resistenza. Fatelo tutti. Il silenzio non basta più, bisogna parlare, denunciare, agire, essere normali – dice tra virgolette Michele – cioè onesti, leali, corretti. Anche se oggi diventarlo ha un significato quasi eversivo, quasi rivoluzionario. Facciamo capire ai nostri amici di non comprare uno stereo, un motorino rubato a prezzo stracciato (e alla tentazione spesso non sapete resistere) e vi accorgete che è rubato, si vede dalla matricola abrasa: sono queste piccole illegalità quotidiane da cui dovete guardarvi, perché significa dare il proprio consenso al furto generalizzato degli stereo e dei motorini; mettersi inconsapevolmente in un circuito di illegalità. Il grave è che poi questa somma di illegalità quotidiane – non rispettare i segnali di circolazione stradale, non pagare le tasse per gli adulti, non chiedere le ricevute fiscali, andare in autobus e non pagare il biglietto, non rispettare il verde, i monumenti pubblici, cedere ad atti di teppismo, di vandalismo, anche all’interno delle scuole, non ci nascondiamo dietro a un dito, anche all’interno delle scuole – contribuiscono a creare nel paese un clima di illegalità diffusa, nella quale poi allignano e trovano terreno fertile i grandi fenomeni di illegalità, di corruzione e di criminalità organizzata. Inoltre, se soggettivamente si cede a queste piccole illegalità quotidiane e si reiterano questi comportamenti, si finisce col perdere – e questo è un grosso rischio attenzione – la cognizione, il senso del limite, dello spartiacque tra ciò che è illegale e ciò che è legale; ciò che è conforme a legge e ciò che è contrario a legge. Guardate che è una linea di confine così sottile, così esigua che poi di varcarla non ci si rende nemmeno conto, e si passa dalla piccola illegalità alla grande illegalità.

Conosco il mio tormento di magistrato: qualche volta dovevo giudicare degli imputati e io stesso non ero sicuro se mi trovavo di fronte a qualcosa che aveva violato la legge o no. E passavo notti insonni, notti di tormento, perché l’indomani dovevo emettere il mio verdetto, il mio giudizio e rischiavo di condannare un innocente o di assolvere un colpevole. State attenti a questi piccoli gesti di illegalità quotidiana. Sono convinto che alcuni ragazzi, che oggi distruggono delle vite – ci sono state delle vite distrutte oltre che persone ferite, gettando dei macigni dai ponti sulle autostrade o sulle ferrovie – hanno cominciato quando erano ragazzini, magari a tirare delle sassate alle lampadine della pubblica illuminazione, senza rendersi conto della illegalità del gesto, senza che nessuno genitore, insegnante, o adulto presente li riprendesse. Ci scherzavano sopra, ci ridevano, era una ragazzata. Non era una ragazzata, era una piccola illegalità quotidiana. Poi, piano piano, crescendo, l’illegalità, il piccolo sasso è diventato un macigno, e si sono trovati senza sapere il perché a lanciarlo e a distruggere delle vite umane. Perché lo avete fatto? hanno chiesto: 16, 15, 18 anni, 21 i più grandi. Hanno dato risposte allucinanti.

Qualcuno ha la consapevolezza oramai – e la dobbiamo proprio al sacrificio di Paolo, di Giovanni, di Francesca degli agenti – che la mafia è un male che si è esteso in tutto il Paese ed ha tra valicato anche i confini nazionali, che ha s,tretto patti ed alleanze con la mafia turca, cinese, colombiana, russa. Che è un fenomeno criminale, che accanto all’aspetto puramente criminale, ha assunto questo aspetto di grande impero economico-finanziario. Ecco oggi l’aspetto più preoccupante del fenomeno mafioso. Al di là del fenomeno puramente criminale, dell’esistenza di 200 latitanti decisi a tutto, c’è questo armamento sofisticato della mafia, ­missili terra-aria, kalasnikov che comprano negli arsenali della Germania dell’Est e del dissolto impero sovietico, vanno e comprano con i denari che hanno in grossa quantità, comprano armi anche delle più sofisticate, ultimamente comprano anche ordigni, elementi nucleari, comprano armi batteriologiche e chimiche, per farne cosa? Non si sa ancora. Non si sa se la mafia, Cosa Nostra, coltivi folli e disperati segni di grandezza, sogni di grandezza anche politica o se invece sia soltanto per farne commercio. Perché il commercio delle armi convenzionali e non, è diventato il business principale per Cosa Nostra. Ecco perché ora, come dice Violante, bisogna spostare in avanti la frontiera nella lotta contro la mafia, bisogna aggredire il patrimoni dei mafiosi, le ricchezze della mafia.

 Il fenomeno criminale in sé ormai preoccupa poco, è un fenomeno destinato inevitabilmente alla fine, quando non lo so. Forse io non ne vedrò la fine; sono ottimista ugualmente come lo era Borsellino a poche ore dalla morte. Era ottimista e, quindi, ognuno di noi ha il dovere morale di esserlo. Era ottimista Paolo a poche ore dall’agguato di via D’Amelio a cui sapeva di andare incontro – non sapeva le modalità, non sapeva l’ora, non sapeva quando e come e dove, ma sapeva che i suoi giorni e le sue ore erano contati – in quella lettera che ha lasciato a tutti voi studenti. Se era ottimista lui, nessuno, dico io, può permettersi il lusso di essere pessimista. Quindi sono ottimista come lo era Paolo e so che la fine della mafia verrà E che io potrò, se sarò ancora vivo, togliermi il desiderio inappagato di uscire come un cittadino libero qualsiasi, e portare a spasso i miei nipotini, cosa che non riesco oggi a fare e me ne dispiace tanto. Quindi non è che io vi dica la fine è imminente, è dietro l’angolo. Vi dico state attenti, è una lotta che può durare ancora anni, è una lotta che potrà richiedere ancora lo spargimento di sangue in terra di Sicilia e anche altrove, ma la fine della mafia è ormai inevitabile, è irreversibile; perché quelle due stragi hanno segnato un punto di non ritorno. E’ stato questo il regalo che ci hanno fatto Paolo e Giovanni, cioè di segnare il punto di non ritorno, da cui è cominciato il declino inarrestabile della mafia. Per quanto possa essere grande, sofisticato il suo armamento, per quanto possa essere grande la sua potenza economico-finanziaria, è destinata a cadere. Perché? Cos’è che mi dà questo ottimismo? Prima di tutto me lo dà la consapevolezza con cui state crescendo voi giovani, che respingete, ignorate, disprezzate il fenomeno mafioso e questo è importante, estremamente importante. Mi dà questo ottimismo la consapevolezza che ormai il consenso della mafia si sta riducendo. Pochi anni fa, prima delle due stragi, era del 50% a Palermo e l’altro 50% – scriveva Giovanni – stava alla finestra a vedere come finiva la corrida. Oggi il discorso non regge più. Oggi c’è un 20-25% secondo i mafiologi più esperti di consenso attorno alla mafia: vecchie isole mafiose, che ormai resistono a questa cultura mafiosa, che resistono a qualsiasi innovazione; queste famiglie di vecchi mafiosi e anche tutto un giro di interessi, di persone che vive attorno alla mafia, e spartisce le ricchezze con la mafia e la favorisce nei suoi disegni anche insospettabili. Ma questo consenso si sta restringendo e la mafia se ne accorge. E a questa emorragia continua, giornaliera di mafiosi che scavalcano il fosso e passano dalla parte dello Stato la mafia non può reggere a lungo, e fa di tutto per arginarla. Vedete, questi attentati degli ultimi giorni, anche questi omicidi che sono avvenuti a ripetizione, che qualcuno interpreta come una prova di forza della mafia: “Vedete la mafia è ancora forte, perché spara, uccide, no, no”… E’ il contrario. La mafia è consapevole di questa emorragia interna e di questa perdita di consensi esterna e reagisce proprio in questo modo, reagisce con l’intimidazione, con la ferocia, cercando di mostrare il suo volto più bestiale e cercando di intimidire le persone oneste, che si stanno ribellando in tutto il paese, che stanno cercando di liberarsi di questa cancrena, di questo male. Ecco perché queste manifestazioni feroci della mafia sono un segno di debolezza e non di forza. Come tali dovete interpretarle.

Occorre che lo Stato non abbassi la guardia. Molto è stato fatto, sempre dopo il sacrificio di Paolo e Giovanni. E’ stata approvata, e se ne discuteva da otto anni, la legge che tutela i collaboratori e le loro famiglie.. Ricordate l’ultimatum di Riina da quella gabbia di Reggio Calabria. Allucinante. Col consenso del pubblico ministero, che non avrebbe mai dovuto consentire uno show di quel genere a un ergastolano. Ebbene gli è stato consentito, non solo, ma la Rai si è graziosamente prestata a diffondere a tutto il Paese questo ultimatum di Riina. Un vero e proprio ultimatum; qualcuno di voi avrà assistito a quella allucinante trasmissione in cui si vede un ergastolano, il boss dei boss – gli stava per succedere Provenzano a capo della cupola, del consiglio di amministrazione di Cosa Nostra – dalla cui bocca uscì questo ultimatum verso lo Stato che tradotto – perché il linguaggio mafioso è sempre un pò cifrato – in parole modeste significava: Noi vi diamo una mano nella lotta contro il comunismo – questo fu il termine usato da Riina, che evidentemente non si è ancora molto aggiornato sui termini -, vogliamo in cambio due cose: l’abolizione della legge per la tutela dei collaboratori, che ha incentivato questo fenomeno della collaborazione, minando alle basi e gettando anche questo germe del sospetto nella famiglia mafiosa, e l’abolizione dell’art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario. Ne avrete sentito parlare spesso anche da pseudo-garantisti che lo osteggiano, stracciandosi le vesti per questi poveri boss mafiosi condannati a un regime carcerario severo, gente che ha sulla coscienza migliaia di omicidi, migliaia. Noi abbiamo giudicato nel maxi processo soltanto 120 – 130 omicidi,  perché? Perché soltanto 120 – 130 cadaveri furono ritrovati, gli altri centinaia, forse mille, duemila, erano stati dissolti negli acidi, erano stati dati in pasto ai maiali, erano stati cementificati nelle fondamenta della Palermo che cresceva, negli edifici della nuova Palermo. Ecco a Riina è stato consentito di lanciare questo ultimatum, ma lo Stato ha risposto con fermezza, bisogna dargliene atto. Ha risposto con fermezza dopo qualche momento iniziale di sbandamento, che aveva un pò preoccupato tutti, e in cui sembrava che la preoccupazione del nuovo Ministro di Grazia e Giustizia fosse solo quella di rivedere la legge di tutela dei collaboratori; ci fu questo momento, poi le cose sono rientrate nell’ordine e oggi nessuno parla più di abrogare, nemmeno di aggiornare o mitigare la legge per la tutela dei collaboratori, che fu approvata alla Camera sette giorni dopo la morte di Giovanni e al Senato, dodici giorni dopo la morte di Paolo Borsellino. Senza il loro sacrificio sarebbe accaduto questo? E’ la domanda che pongo a me, a voi. Erano otto anni che noi avevamo lanciato questa proposta e per otto anni era stata ignorata. Giaceva lì,  nel Parlamento,  nessuno si decideva a mandarla avanti, c’è voluta questa ribellione, questa presa di coscienza civile, questa ribellione in tutto il Paese, di giovani soprattutto…le donne in nero di Palermo, le donne del lutto, le donne del digiuno di Palermo, questi giovani studenti di Palermo. Questo moto di ribellione popolare, che poi si diffuse in tutto il Paese per dare una scossa al Parlamento, per fare approvare sia pure a stretta maggioranza questa legge fondamentale nella lotta contro la mafia. E poi è venuta la riorganizzazione dei servizi di ricerca dei latitanti che ha consentito l’arresto, in due anni, di oltre 200 pericolosi latitanti; ne sono rimasti 200 armatissimi e decisi a tutto, ma verrà anche il loro momento. State tranquilli. Stanno lavorando sul serio queste pattuglie per la ricerca dei latitanti. Ognuna di loro ha in consegna un latitante. In questo senso è stato riorganizzato questo servizio; prima era svolto confusamente senza direttive: guardia di finanza, polizia, carabinieri davano la caccia allo stesso individuo, si ostacolavano spesso nelle ricerche addirittura. Invece è stato accolto il suggerimento che noi lanciavamo da anni di razionalizzare questo servizio, affidando ad una squadra di 10-12 poliziotti o carabinieri o finanzieri la ricerca di un latitante: ne ricostruisca l’identikit, il passato, ne ricostruisca le abitudini, i familiari, il suo modo di agire e si preoccupi solo di ricercare questo latitante. Ecco i frutti: in due anni oltre 200 latitanti, tra l’altro anche importantissimi, sono stati catturati, della mafia, della camorra, della ‘ndrangheta, della sacra corona unita. E anche per gli altri questa sorte sarà inevitabile, a meno che non decidano prima di fare il passo, di costituirsi, di collaborare con la giustizia. Ecco l’art. 41 bis, la sua importanza ed ho concluso. Tagliare ogni legame, ogni possibilità di mantenere i contatti tra boss e la propria famiglia, questo è l’art. 41 bis. Perché prima d’ora – basta leggere di Arlacchi sulle confessioni di Calderone, Gli uomini del disonore, o di Buscetta, Addio Cosa Nostra – questi delinquenti all’Ucciardone, neanche passavano dalle celle, non ci passavano proprio, entravano ed andavano diritti in infermeria tutti quanti. Pigiami di lusso, rolex d’oro al braccio, pasti ordinati presso i migliori ristoranti di Palermo innaffiati con champagne. Questa era la vita dei boss mafiosi in infermeria all’Ucciardone e, come ultimo tocco, voglio dirvi questo, che addirittura lì dentro si tenevano di notte riunioni; i latitanti entravano con la complicità del direttore, del personale di custodia – tutti arrestati, identificati – entravano quelli che erano fuori, si riunivano ai capi mandamento che erano dentro, e ricostituivano e tenevano in carcere all’infermeria la riunioni della cupola, pensate. Qualche volta si facevano nella villa di Michele Greco, ma spesso si facevano nell’infermeria del carcere, addirittura. Ora tutto questo è finito; i boss stanno vivendo la loro carcerazione nelle isole, o in carceri di sicurezza, dove veramente espiano la loro pena, ma soprattutto dove non hanno più la possibilità di mantenere i contatti, di emanare ordini all’esterno. E sono delegittimati, ormai sono privi di carisma; questo è il grosso secondo risultato psicologico. Il capo mafioso che finisce in carcere viene – dice Buscetta – “posato”, cioè viene messo da parte, sostituito, perde ogni potere perché perde il controllo del territorio. E’ il controllo del territorio la forza principale del potere mafioso, oltre al suo verticismo. Una volta che è allontanato dal proprio territorio il capo mafioso non conta più niente. Ecco perché l’art. 41 bis aveva una sua ragion d’essere. Ed ecco perché è da apprezzare la decisione con cui dopo tanti attimi di indecisioni finalmente il Parlamento l’ha prorogato per cinque anni. Ecco perché la mafia ha sparato negli ultimi tempi e seguita a sparare. Proprio perché lo Stato non ha accettato questo ultimatum. La legge che tutela i collaboratori è lì ferma, e l’art. 41 bis è stato prorogato per cinque anni, quello di cui Riina chiedeva con tono sprezzante, come ultimatum, come una sfida allo Stato, l’abrogazione. Se lo Stato tiene così alto il livello di guardia non ci possono essere dubbi sulla fine della mafia; ripeto non so quando, ma non ci possono essere ragionevoli dubbi che questo debba essere l’esito di questa sfida. Non mi importa se non avrò l’avventura di assistere a questo giorno.

L’essenziale è che questo giorno venga e che venga per i miei figli, per i miei nipoti, che venga per voi, per le vostre generazioni, per questa generazione meravigliosa che sta crescendo. Voi crescerete senza più il ricordo della mafia, questo ve lo assicuro io. Mi potete credere. Voi crescerete, e ve lo auguro, nel culto dei valori veri, nel culto della legalità, della solidarietà, dell’amore per il prossimo, del rispetto della persona umana qualunque sia il colore della sua pelle, qualunque sia la sua razza, qualunque sia la sua religione. Questo è l’augurio che vi faccio. Con tutto il cuore.

 

Artisti Carnici: Marco Marra e le sue “Geometrie dell’anima”

a cura di Ermes Dorigo.

Ricerca estetica come impegno etico per una mente chiara e ordinata; dunque, rigore formale come rigorosa disciplina interiore: questa mi pare la cifra semantica dell’arte di Marco Marra. Conoscenza e dominio razionale del Sé e delle sue inquietanti pulsioni; equilibrio e armonia spirituale; creazione e visione dell’immagine come decantazione catartica e come interrogazione meditativa sul mistero dell’esistenza e della vita; tensione delle forme tra finito e infinito; corrispondenze tra micro e macrocosmo; educazione della percezione al bello contro la mercificazione del gusto; bisogno di serenità e aspirazione alla pace; il sogno della coincidenza degli opposti; la fiducia nella forza della ragione; le forme dell’anima razionale come oggetto vero e centrale della rappresentazione artistica: non la realtà – naturale, sociale o individuale – nelle forme della razionalità, more mathematico, ma le forme stesse dell’intelletto con i suoi archetipi percettivi (le forme geometriche) e i suoi simbolismi (colori), che tendono a fondere, in una utopica o possibile o desiderata sintesi, materia e spirito, concretezza ed astrazione.

In questo sollecitare il singolo all’autocontrollo, al miglioramento di sé, alla consapevolezza della propria potenza intellettuale, ma anche della sua fragilità creaturale l’arte di Marra si connota d’impegno civile, perché, proponendosi di migliorare i singoli, vorrebbe contribuire al miglioramento della qualità della vita sociale.

Se tale lettura delle opere di Marra è plausibile, allora ci si rende conto, solo dalla sommaria elencazione della poetica sottesa ad esse, che dietro le tecniche contemporanee dell’Optical Art ci sta qualcosa di più radicato e sedimentato nella psicologia e nella cultura dell’artista: ci sta la tradizione umanistica e un anonimo ancestrale inconscio collettivo con tendenza alla stilizzazione, geometrizzazione, astrazione della materia, che non significa la sua negazione, ma l’affermazione dell’ordine e dell’intervento attivo della ragione sulla opacità, alterità e oscurità di essa. L’arte di Marra rivela, dunque, una triplice appartenenza: al genius loci – inteso non in senso naturalistico ma come abito mentale e strutture percettive astraenti -; alla tradizione umanistica; alle avanguardie contemporanee (più Vasarely che Mondrian, a mio avviso).

Genius loci, dicevo. In realtà, in una zona di frontiera come la Carnia convivono diverse culture che, schematicamente, possiamo ridurre a quella mediterranea (pensiamo alla grande influenza di Venezia nel passato) e a quella nordica: qui agisce, nelle menti e nei cuori e nelle relazioni sociali, in forme contraddittorie, confuse e talora aspre l’antica contrapposizione o conciliazione o crogiuolo tra le tonalità psicologiche, le sensibilità delle genti del Sud e del Nord Europa. L’approdo di Marra al suo ‘classicismo geometrico’ si ha a conclusione di un percorso sperimentale tormentato, che passa attraverso quell’arte nordica dell’angoscia, dell’orrore, degli abissi torbidi dell’interiorità, che è l’espressionismo, che tocca il dolore nel nervo (del quale, comunque, conserva la carica oppositiva ai disvalori). La sua è una scelta, prima che culturale, di vita; un autoperfezionamento di sé per gli altri; la riaffermazione di una identità che è consapevole della oscura potenza dell’inconscio e delle sue sirene, ma che non intende abdicare al primato luminoso della ragione, come chiarezza e ordine individuale, sociale e naturale. Scelta estetica e scelta etico-civile nelle sue opere coincidono.

Certo non è un’opera che si offre al facile consumo; richiede anzi attenzione, riflessione, volontà di superare la sua resistenza di oggetto assoluto, senza riferimenti naturalistici; le forme dell’anima non sono comparabili con quelle della realtà. È necessario familiarizzare con la sua grammatica e la sua sintassi, col suo forte spessore allegorico- simbolico; forme e colori stanno per qualcos’altro, rinviano al altro, ma sempre sul piano della concettualità e della razionalità, in cui vengono sussunte e filtrate anche le sensazioni e le emozioni, proprio perchè l’artista vuol far percorrere al fruitore un percorso conoscitivo e catartico, non emotivamente irrazionale (il sonno della ragione ha generato, nel nostro secolo, parecchi mostri) e consumistico, attraverso il piacere delle forme, delle simmetrie, degli accostamenti di colore con un ruolo fondamentale della luce, retaggio delle sue prime prove post- impressioniste. 

Mi permetto di avanzare un’’ipotesi di lettura, con­sapevole della sua soggettività: del resto, qualsiasi attività critica, se affrontato in umiltà, è solo una approssimazione all’opera d’arte, che per sua natura è polisemica.

Innanzitutto colgo uno dialettica fondamentale tra forme e sfondo monocromatico, che afferisce alle  ‘poetiche dei silenzio’, che hanno caratterizzato tante espressioni artistiche e letterarie del Novecento; tensione tra ciò che è e ciò che È, tra finito e infinito, tra esistenza e vita: si coglie, insomma, una tensione metafisica, che assume varie forme di declinazione del rapporto tra imma­nenza e trascendenza, ora come presenza ora come distanza (il colore dello sfondo identico/simile o diverso da quello della figura).

Troviamo il cerchio, simbolo dello perfezione e dell’aspirazione all’armonia con se stessi, traversa­to talora da linee, che rappresentano lacerazioni, ferite, sofferenze, ma plasmate e placate appunto in questo dolce ventre ‑ il cerchio ci ricorda anche la luna e il sole, il femminile e il maschile, come sovrapposti e conciliati; il cerchio richiama anche il foro della vita – la pietra forata -; ciò che ci porta al di là, al senso e al significato dell’esistenza, la porta verso l’Assoluto. Anche il quadrato è la figura della perfezione, i cui vertici alludono ai quattro elementi vitali – terra, acqua, aria e fuoco-, dicendoci l’appartenenza della vita individuale a quella Cosmica.

E si potrebbe percorrere anche la complessa simbologia dei colori, che dicono dell’anima non le forme ma la ‘tonalità’ : ad esempio, l’azzurro può essere inteso come l’oscurità divenuta visibile; fra bianco e nero è la conciliazione del giorno e della notte, del conscio e dell’inconscio. E poi la dialettica tra colori caldi avanzanti, che indicano attività, e colori freddi, retrocedenti, che indicano passività e debilitazione. Jolan Jacobi, seguace di Jung, scrive: «Il colore azzurro (colore dello spazio e del cielo limpido) è il colore del pensiero; il colore giallo (il colore del sole che viene da lontano, sorge dalle tenebre come messaggero della luce e scompare nell’oscurità) è colore dell’intuizione, cioè di quella funzione che illumina istantaneamente le origini; il rosso ( il colore del sangue palpitante e del fuoco) è il colore dei sensi impulsivi e ardenti; verde invece…».

Le opere d Marra, oltre che conoscitiva, permettono anche una fruizione ludica, nel senso di giocare a l’interpretazione sulla (gradevolmente) intrigante simbologia delle loro forme e dei loro colori; fruizione ludico-conoscitiva favorita dalla piacevolezza dei ritmi quasi musicali della scansione degli spazi e delle strutture compositive.

 

Presentazione nel catalogo della mostra Geometrie dell’anima, Tolmezzo, 1996

Intervista inedita, per entrare nell’ ”Officina letteraria” di Siro Angeli nel 25° della sua scomparsa

 

di Ermes Dorigo.

Sei domande a Siro Angeli — (La Fiera Letteraria, 21/10/1962)
D. – Finalmente è uscito il tuo libro di poesie L’ultima libertà. Da quanti anni lo aspettavi? E credi che il ritardo gli sia giovato?
R. – Il volume doveva uscire nel 1959. Tre anni di attesa mi hanno consentito di aggiungere una quarantina di poesie (fra le quali il lungo poemetto Assisi) alle venti premiate al Trebbo di Cervia nel 1958, e di rielaborare a mio agio le une e le altre, Ora, a pubblicazione avvenuta, ignoro se tale lavoro di revisione protrattosi per tanto tempo, sia stato sempre opportuno e mi sia effettivamente giovato. Lo ritengo indispensabile, almeno nel mio caso, ma so che non comporta di per sé una maggiore validità di risultati. Ci si può avvicinare di più a quella che dovrebbe essere la poesia grazie a questo, oppure nonostante questo. Posso dire che ho fatto del mio meglio, ma il bisogno che avverto di riprendere la rielaborazione dei miei versi dopo averli riletti in volume non mi tranquillizza.
D. – Hanno detto di te che sembri riproporre modi e accenti della poesia stilnovistica. Sei d’accordo con questo giudizio critico, o credi che questa “guida di lettura” tradisca (in tutto o in parte) la sostanza del tuo libro?
R. — Il richiamo alla poesia stilnovistica mi sembra pienamente giustificato, e non solamente per i modi e gli accenti, ma anche e soprattutto per la presenza di un tema dominante l’amore per la donna, sentito come l’esperienza fondamentale dell’esistenza umana, quella che riflette e riassume in sé tutte le altre esperienze, e dà loro valore e significato; e approfondito nelle sue radici psicologiche e concettuali, nei suoi riferimenti metafisici e religiosi. Anche quando affronto altri temi (la vita ultraterrena, il mistero dell’universo e le sue “corrispondenze”, la solitudine, la funzione e il valore della poesia, ecc.), esiste quasi sempre un nesso, esplicito o implicito, con questo motivo centrale, Oltre che agli stilnovisti, il richiamo andrebbe esteso a Petrarca e a Leopardi; e fra i contemporanei almeno a Saba, Ungaretti e Montale. Naturalmente non mi sono rifatto a questi autori di proposito: mi sono trovato a fare i conti con essi; e anche se può sorprendere la molteplicità e la diversità delle influenze che ammetto di avere subìto spero che quello che ho scritto non si riduca alla loro somma.
D. – Pensi che la tua poesia possa aprire un nuovo discorso, se letta e capita bene? In pratica, vorresti dire qualcosa ai critici e ai lettori?
R. – Benché una domanda del genere possa lusingarmi, non ho esitazioni nel dare una risposta negativa. Non presumo assolutamente di bandire messaggi o di scoprire verità, né di portare alcun contributo a innovazioni espressive. Il mio modo di concepire la poesia e di farla è rimasto quello tradizionale. Spero che non sia anche convenzionale, perlomeno non sempre; ma posso sbagliarmi. Comunque, sono convinto che sia più meritorio e anche più proficuo, ai fini di un rinnovamento da tutti auspicato, rifarsi alle esperienze più recenti della poesia italiana e straniera. Per quello che mi riguarda, sono piuttosto per l’autonomia che per l’eteronomia dell’arte il che non significa considerarla fine a sé stessa, evasione, torre d’avorio, negare la sua socialità e la sua storicità. Non sono insensibile all’esigenza dell’impegno, ma temo che esso divenga controproducente se non è accompagnato da una altrettanta viva capacità di distacco. Ho l’impressione che oggi si tenda ad accettare l’impegno come una legge imposta dall’esterno, anziché a servirsene come urgenza interiore; a servirlo ciecamente a priori, senza servirsene consapevolmente in concreto. Ritengo sia indispensabile aderire all’attualità, ma senza dimenticare che si corre il rischio di confonderla
E mi sembra che non si risolva il problema con la scelta di certi contenuti e il rifiuto di altri (esistono oggi dei temi “privilegiati”) né con il puntare sulla registrazione o sulla protesta invece che sulla rappresentazione o sulla interpretazione: suI grido invece che sulla parola, sulla lacerazione e disintegrazione sintattica invece che sul discorso logicamente costruito. Dubito che la crisi, il disordine, il caos trovino miglior espressione nel disordine piuttosto che nell’ordine formale. Per questa strada si finirebbe con il dare una riproduzione esistenziale, una ripetizione quasi materia1e dalla realtà, invece di reinventarla e trasporla in una dimensione totalmente diversa.
D. – Sei uno scrittore appartato e modesto (scusa la spicciativa definizione). Perché lo sei? Pensi che il riserbo sia una dote necessaria per un poeta? Non senti di comportarti in modo diverso da come vorresti intimamente?
R. – Appartato sì, modesto non so. Per temperamento sono incline a partecipare, a comunicare, a chiedere e a offrire confidenza e solidarietà. Tra l’altro, sentendomi assai poco sicuro delle mie effettive capacità, ho particolare bisogno di ricorrere al giudizio di qualcuno che sappia e voglia conciliare la comprensione che nasce dall’amicizia con la sincerità senza riserve; e ciò capita abbastanza di rado. Posso aggiungere che il riserbo mi è consigliato anche dalla constatazione di casi sempre più frequenti in cui si eccede in direzione opposta. D. – Il teatro ti interessa ancora? E c’è un accordo di fondo tra la tua poesia e il tuo teatro, addirittura c’è un punto nel quale convergono?
R. – Tornare a scrivere per la scena mi sta a cuore quanto continuare a comporre versi. Ma se alla poesia riesco a dedicarmi anche nei ritagli di tempo concessimi dai miei impegni professionali per il teatro è diverso. Posso abbozzare e maturare a lungo una vicenda drammatica solo mentalmente, senza prendere appunti; ma per la stesura vera e propria mi è indispensabile disporre interamente delle mie giornate. Anche il cinema esige la sintesi, la scelta del particolare significativo, la traduzione di idee e concetti in immagini, e in particolare il senso della costruzione. Se non mi inganno nell’avvertire nelle mie liriche un impianto strutturale piuttosto solido, certo la mia esperienza di sceneggiatore vi ha contribuito non meno della mia esperienza di autore drammatico. Ed è probabile che nell’accanimento che metto a rielaborare decine e talvolta centinaia di volte una poesia che nessuno mi ha ordinato di scrivere, vi sia una intenzione più o meno consapevole di rivalsa e di riscatto, per le migliaia di pagine che ho scritto su ordinazione, con l’angoscia di non fare in tempo per la scadenza fissata sul contratto.
D. – Cosa hai pronto, e cosa stai approntando per le stampe?
R. – Preparo da tempo una nuova raccolta di poesie che spero di avere pronte entro l’anno. Il nucleo sarà costituito da un lungo poemetto, già apparso due anni addietro in una rivista, Il grillo della Suburra, nel quale mi è avvenuto – per la prima volta in venticinque anni che vi abito – di prendere Roma a soggetto. Ne è venuta fuori, con mia sorpresa, una rappresentazione della città come un inferno.

Portis: nella frazione di Venzone minacciata dalla frana i giovani cercano le loro radici

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di Giacomina Pellizzari.
Portis non è morto. L’unico paese distrutto dal terremoto del 1976 e non ricostruito dov’era continua a vivere nella memoria collettiva. L’anima del luogo è rimasta tra le case non demolite e messe a dura prova dal tempo. Lì i residenti di allora, una ventina, continuano a coltivare orti e vigne, lì i giovani vanno a cercare le loro radici. Quest’estate hanno riacceso il fuoco di Sant’Antonio nell’ansa del fiume, una sorta di porto naturale, dove, ai tempi della Repubblica Veneta, venivano scaricate le zattere piene di legname. Tra quei muri lesionati a croce di Sant’Andrea, l’antropologo, Stefano Morandini, contrattista di ricerca all’università di Udine, assieme alla docente Donatella Cozzi, del dipartimento di Lingue, letterature, comunicazione, formazione e società dello stesso ateneo friulano, scrivono la storia di Portis. È una storia che inizia nel Settecento, ad allora risale la prima casa costruita della quale oggi resta solo un cippo. Quella pietra segna il passaggio della strada nel mezzo del paese prima che la statale venisse spostata più in alto, sotto la montagna dalla quale il 15 settembre 1976 si staccò il masso, lasciando in bilico una frana di ben più ampie dimensioni. Il sasso cadde sul cartello “Portis deve rinascere qui” esposto da chi non voleva spostarsi e nascose il qui. Portis è risorto in borgo Gnocs, ma la frana è ancora lì appesa al monte: «Se il picco si stacca – cantavano gli anziani prima del terremoto – Portis sarà sepolto». Quarant’anni fa la gente mentre piangeva i sei morti, due non erano residenti a Portis, comprese il pericolo e la stragrande maggioranza degli abitanti accettò di rifare il paese altrove. Ma con il cuore il luogo di sempre non venne mai abbandonato, tant’è che oggi, se non fosse per il bosco che ha la meglio su tutto, sembrerebbe rinascere. L’anima dei luoghi «Portis non può rinascere perché non è mai morto», spiegano Cozzi e Morandini facendo notare che chi è nato e cresciuto a Portis vecchia ogni giorno torna nella piccola frazione di Venzone. Lo fanno gli amanti della bicicletta che percorrono la ciclabile Alpe Adria, gli anziani e i giovani. «I paesaggi e i modi dell’abitare – aggiunge la docente – sono i paesaggi dell’anima, ci torni. È l’anima dei luoghi e tu gli assomigli». È quella stessa anima che quarant’anni fa i terremotati del Friuli tutelarono pretendendo la ricostruzione dei paesi dov’erano e, quando era possibile, anche com’erano. Oggi l’anima di quel luogo attira l’attenzione dei giovani come Katia che di anni ne ha 27, Umberto, è neppure maggiorenne. «Siamo arrivati alla terza generazione – continua Morandini – pur non avendo vissuto il terremoto, i giovani hanno un rapporto con il paese di allora. Nella chiesetta di San Rocco organizzano concerti e funzioni, in una casa trasformata nella sede della Proloco hanno esposto le immagini di 40 anni fa e raccolto la documentazione per attribuire un proprietario a ogni casa». Basta lasciare spaziare lo sguardo per imbattersi nel cartello con scritto “Cjase Valent Sigars”. Tessera dopo tessera, gli antropologi ascoltano e interpretano i racconti di Maddalena, la nonnina che nonostante sia rimasta sotto le macerie non ricorda nulla del terremoto. Ogni sera recita una preghiera perché quel dramma non si ripeta, pur sapendo che quando la terra deciderà di tremare ancora lo farà. E poi ci sono Giuseppe, Giovanna e Valerio Pituelli, colui che promosse la cooperativa “Nuova Portis”. La ricostruzione La cooperativa “Nuova Portis” è un esempio virtuoso. Seppur non senza difficoltà e qualche diffidenza di troppo, la maggior parte degli abitanti nel paese minacciato dalla frana capì che Portis non poteva rinascere dov’era. La legge consentiva alla gente di riunirsi in cooperativa e un emigrante, proprietario al 90 per cento di un’area, mise a disposizione il terreno in Borgo Gnocs. Qualcuno tentò inutilmente di dissuaderlo arrivando a presentare un ricorso al Tar (Tribunale amministrativo) per chiedere l’annullamento del Piano particolareggiato. Non mancarono i blocchi stradali per respingere le accuse che arrivavano anche dagli agricoltori. Furono proprio i ricorsi a spaventare i dirigenti regionali che temporeggiarono e rinviarono all’infinito la firma degli espropri. «Politicamente con Adriano Biasutti, allora assessore regionale ai Lavori pubblici, – racconta Pituelli – non avevo nulla a che fare. Ma con il presidente della cooperativa e gestore dell’osteria di Portis, Giovanni Battista Jesse, andammo da lui e gli illustrammo il problema. “Lasciatemi le carte” ci disse, una settimana dopo fu proprio lui a firmare gli espropri». Il presidente della cooperativa Jesse, la segretaria Silvana Valent e lo stesso Pituelli si assunsero la responsabilità della gestione dei fondi gratuitamente. «Gli sciacalli con la valigetta e la cravatta c’erano anche allora» sottolinea Pituelli ricordando un fantomatico impresario dal quale prese le distanze quando scoprì che era solo un venditore di fumo. I lavori furono affidati e completati nel 1981 dall’impresa Trevisan Sergio di Fontanafredda (Pordenone). Ma c’è di più perché, fatti tutti i conti, in cassa restarono quasi 5 milioni di vecchie lire che la cooperativa donò al Cro di Aviano. Questo è solo un capitolo della storia di Portis. L’idea di recuperare la memoria è stata proposta da tre soci della cooperativa su progetto di Morandini che l’ateneo friulano sostiene gestendo i finanziamenti messi a disposizione da Legacoop e Assicop ai quali si aggiunge il contributo del Centro audiovisivo per il documentario.

Quando la storia passa dalla Carnia, qualcuno ricorda Giuseppe Chittaro Job?

 

Io, Ermes Dorigo, sì, perché, quando fu interrogato dai Carabinieri di Tolmezzo, gli chiesero se conoscesse qualcuno e lui buttò lì il mio nome, per cui fui gentilmente accompagnato da due Carabinieri in caserma, per chiarire la mia posizione. Io risposi che non lo conoscevo e che forse poteva essere uno dei “grandi”, quando ero in Collegio dai Salesiani. Una veloce verifica confermò quanto avevo affermato e con tante scuse potei tornarmene tranquillo – come quando ero stato convocato –a casa.

Da: Lotta Continua,13 febbraio 1980

Udine, 12 – Giuseppe Job Chittaro, l’uomo che avrebbe consegnato il documento su Fioroni a Pat Trivulzio ha alle spalle una storia lunga ed avventurosa. Chittaro non è un  triestino come scrivemmo nel giornale di domenica ma un friulano, come suggeriscono i cognomi, tipici di quest’angolo d’Italia e come dicono i dati anagrafici del comune di Udine, la città dove nasce una quarantina di anni fa. Figlio legittimo per alcuni, figlio adottivo di Giuseppe e Olimpia Job, per altri, Chittaro cresce a IIleggio, una frazione di Tolmezzo tra i monti della Carnia. Di questo paese sperduto e sconosciuto Chittaro finirà per essere il personaggio più famoso. Ma anche il più inquietante per le vicende che celebrità gli hanno dato. La prima volta che Chittaro sale agli onori della cronaca – titoli e foto sui giornali locali -è agli inizi degli anni ’70, imputato nel processo che si celebra il 16 maggio del ’72 nella piccola aula del tribunale di Tolmezzo. Il processo deve giudicare Chittaro – che non si presenta – per una serie di piccoli reati, furtarelli che non sempre hanno a che vedere con la professione, vera o pretesa, del rivoluzionario: alcuni gioielli finti rubati ad una statua della madonna in una stradina di montagna, uno zaino, una coperta e dei liquori rubati in un rifugio alpino, due vecchi moschetti Beretta calibro 21, sottratti ad un poligono militare dove il custode l’ha riconosciuto. Ma, sul fondo delle piccole ruberie, raccontate dalla lettura delle deposizioni rese in istruttoria dal Chittaro, si aprono squarci di una oscura vicenda accaduta tra il settembre e l’ottobre del ’69. Una storia che ha per drammatici ingredienti la morte di un anarchico, l’esistenza di una radio emittente clandestina, ed un campo di addestramento «guerrigliero» in alta montagna. Lontano dalle grandi città, nel cuore di un’area sottosviluppata coperta di caserme e di malcontenti, avrebbe dovuto sorgere – a quanto racconta Chittaro –  riedizione della Sardegna dei caschi blu e del banditismo, un’isola di guerriglia.

Legato a Feltrinelli e alfiere di questa Sierra maestra da strapazzo, proprio lui, Giuseppe Job Chittaro. Che incontra a Milano un anarchico francese, autore insieme a Pinelli, Valpreda ed altri dello sciopero della fame davanti il palazzo di giustizia di Milano, nei primi giorni dell’ottobre del ’69. Il biondo anarchico francese, amico di Cohn Bendit nei giorni del maggio parigino, è colpito da foglio di via. Chittaro lo prende con sé, gli promette di fargli passare il confine con Austria e, su una macchina carica di materiale logistico e di propaganda parte per la Camia. E’ il 6 ottobre, il 7 Chittaro ed il francese compiono il furto di due fucili al poligono di Tolmezzo, il giorno dopo giungono a Sauris. A Sauris altre quattro persone attendono Chittaro e l’anarchico: due tedeschi e «due compagni di lotta» Mario e Romano. Da lì inizia una marcia di montagna. La «base mobile» ha il compito di disturbare le trasmissioni di Radio Praga e di rivolgere proclami rivoluzionari ai pacifici montanari dell’Austria, pochi chilometri più in là. Ma in breve, si accorgono di essere seguiti dai carabinieri, sulle tracce del Chittaro e del francese per il furto d’armi nel poligono, oltre che per i furti d’arte, precedente specialità del Chittaro. Il gruppo si divide: i due tedeschi da una parte, Mario e Romano dall’altra, Chittaro e il francese da un’altra ancora. Verso mezzogiorno il Chittaro abbandona la carabina e si separa dal francese. Poco distante, su quelle stesse montagne, il 25 ottobre viene trovato il cadavere di un uomo con accanto i due fucili rubati al Poligono di Tolmezzo ed un colpo alla testa. Il documento, un foglio di congedo militare, è intestato ad un certo Pino Rossi. Ma in breve 1’identità è accertata: l’uomo è Daniel Gérard Collet. Intanto Chittaro è sparito. E’ riuscito a raggiungere la Francia. Le indagini, mesi dopo, vengono condotte da un ufficiale dei carabinieri giunto appositamente da Roma. L’ufficiale si chiama Varisco, un nome che sta cominciando a diventare famoso per il ruolo assunto nell’istruttoria Valpreda. Varisco – come si sa – morirà nel giugno 1979 per mano delle BR a Roma. L’allora capitano Varisco archivia rapidamente il caso: il francese si è suicidato, anche se qualcuno dice che il corpo presentava tre colpi al volto e non uno alla nuca come afferma la versione ufficiale.

Chittaro è in Francia, a Mulhouse. Può contare su influenti amicizie. Ha avuto modo di farsele durante i suoi soggiorni milanesi. Quando, ancora prima della vicenda della base mobile, frequentava l’albergo «Commercio Occupato», il circolo anarchico della Ghisolfa, la casa dello studente di viale Lamagna, il circolo chiamato «Internazionale 2000».Quando, strana specie di emigrante, Chittaro è intestatario di cinque auto che dovranno servire al trasporto di ricetrasmittenti ed altro. Quando mantiene rapporti con Feltrinelli, di cui vantarsi nelle cene d’osteria a Tolmezzo, dove ritorna a raccogliere lettere di emigranti e a far circolare e distribuire «materiale sovversivo». Quando conosce Allegra.

Sarà proprio Allegra a consigliarlo amichevolmente di disfarsi delle macchine, di sottrarsi ad ogni responsabilità. Chittaro gli ha scritto una lettera. Sono passati pochi giorni dalla morte dell’agente di PS Annarumma. Chittaro sostiene di aver udito all’Albergo Commercio certi discorsi che, in un certo senso, potevano preludere alla volontà di giungere al morto per far precipitare le cose. In giro, Chittaro va dicendo di essere in possesso del filmato della TV svizzera sugli scontri in cui trovò la morte Annarumma e di averlo poi distrutto perché in alcuni fotogrammi, lui stesso, il Chittaro, poteva essere riconosciuto.

12 dicembre 1969: sono passate poche ore dalle bombe alla Banca dell’Agricoltura. Allegra si ricorda di Chittaro. Si procura il suo numero di telefono. Glielo dà il console italiano a Basilea, Pastinelli, che con il «guerrigliero» amico della questura intrattiene buoni rapporti. Allegra gli telefona verso la mezzanotte e prepara un incontro. E’ per il giorno dopo a Basilea: Chittaro e Calabresi parlano a lungo. Senza ricavarne nulla – dirà Calabresi – che tra le altre cose chiede a Chittaro chiarimenti sulla lettera che il friulano avrebbe scritto all’avvocato Gentili su Pinelli, sugli anarchici. Forse Chittaro viene scaricato. Fatto è che viene arrestato in Francia e processato a Colmar. Viene concessa l’estradizione e Chittaro viene incarcerato a Tolmezzo.

Ma dura poco. Lo interrogano e lui parla, dice molto. Poi c’è l’amnistia e lo rilasciano. Al processo del maggio ’72 per i furti d’arte e di armi viene assolto. «Cose vecchie», dice il pubblico ministero.

Lui, Chittaro, non si è neppure presentato. Ha altro da fare. Ha ripreso i contatti con Feltrinelli, viene segnalato in una vacanza sullo yacht dell’Editore con Saba, un sardo il cui nome uscirà poco dopo. Poi di Chittaro si perdono le tracce. Ha molte amicizie al posto giusto, qualcuno lo aiuta a ritornare nel silenzio per tornare fuori al momento opportuno.

Feltrinelli è morto, è morto Calabresi, è morto Varisco. Lui, però è vivo, e dal buio civile ed umano della sua condizione di guerrigliero amico delle questure lascia filtrare uno o più documenti. Quelli che tirano in causa Fioroni. E che, assieme, al «rivoluzionario» di Tolmezzo fanno emergere dal sottofondo delle infiltrazioni e delle complicità, i nomi di Calabresi, di Allegra e di Varisco.

 

Toni Capuozzo

 

CHI RICORDA IL “TEOREMA CALOGERO” E L’ARRESTO DI TONI NEGRI IL 7 APRILE?

Io sì, perché gli avevo scritto come redattore di MACCHIE, e pochi giorni dopo:

 

Rebibbia G 12

Roma 18 aprile 1982

Caro Dorigo,

la tua lettera mi ha raggiunto dopo un lungo giro. Adesso sono infatti a Rebibbia Roma in attesa del processo che dovrebbe aprirsi in giugno. Il mio indirizzo è dunque Rebibbia G 12 Roma. Grazie per la tua lettera. Ho anche guardato il numero di Macchie che hai spedito e mi sembra una cosa davvero agile e radicata. Mi piacerebbe molto scrivere qualcosa per voi. Ma piuttosto che riaprire il discorso su il 7 aprile – cosa che potrebbe benissimo fare un altro – non credi che sarebbe più piacevole discuter di cose che mi stanno infinitamente a cuore, come ad esempio tematiche regionalistiche, separative, di decentramento effettivo…? Per quanto riguarda il 7 aprile ti segnalo l’ultimo numero di Critica del diritto, tutto dedicato al processo. Potresti ritagliare qualche articolo da quel numero. E poi si può intervenire, qualcuno di noi, subito. Comunque ti faccio spedire dall’agenzia 7 aprile (Via Tomacelli 103. 00186) alcuni materiali che sono stati recentemente elaborati. Per quanto riguarda il mio intervento io preferirei, come ti dicevo, un tema più legato alla vostra realtà. Al tipo di battaglie che conducete con forte radicamento. Mi dici se ti va bene? Aspetto un tuo cenno. Ti ringrazio molto per quello che comunque farai per noi. Questa galera è brutta, lunga, troppo lunga – e troppo ingiusta.

Ciao. Un abbraccio fraterno.

Tuo Toni Negri

 

Negri sconterà in totale, durante la sua vita, dieci anni di carcere di cui gli ultimi quattro in semilibertà.

Morire di corruzione? Una cosa “quasi” normale di Delio Strazzaboschi

http://www.movimentorete.org/wp-content/uploads/2014/08/18299024_rischiamo-di-morire-di-corruzione-1.jpg

di Delio Strazzaboschi.

    Ci sono medici che prendono paura se ti presenti con un piccolo taglio, non sanno lavare le orecchie né mettere un punto di sutura, le loro anamnesi sono basate sulle chiacchere e le conseguenti cure dipendono da competenza, caso e pressioni dei generosi venditori di farmaci. E ci sono ospedali nei quali si va per partorire o per un piccolo intervento di routine, e dai quali si esce cadaveri. Ci sono pubbliche amministrazioni in cui una moltitudine di impiegati spiega ai cittadini come non fare le cose che si possono fare, non compiendo però loro ogni giorno quelle che dovrebbero. Dall’altra parte, un’infinità di colleghi lavora alacremente per calcolare e farsi pagare fino all’ultimo centesimo ogni tipo di gabella, destinata esclusivamente a perpetuare l’inappagabile burocrazia. Ci sono scuole nelle quali bidelli non fanno nulla proprio e dirigenti dell’arbitrio si circondano di yes-men cui delegare ogni cosa pur di non doversene occupare, come la gestione strumentale delle pre-iscrizioni o i progetti per guadagnare di più educando di meno. Le docenti non insegnano più nulla in modo dialettico, ovvero accompagnando l’alunno nell’apprendimento: solo lezioni frontali e verifiche, estirpando per sempre la voglia d’imparare. Nell’indifferenza dei Comuni (la scuola è un elemento del marketing elettorale), dei sindacati (oggettivamente complici) e nell’impotenza dei genitori (soggettivamente vittime), la scuola riproduce coerentemente sé stessa, danneggiando così in modo irreparabile prima i giovani e dopo l’intera società.

    Poi un giorno una nave da crociera va a sbattere contro uno scoglio. Un altro giorno due treni si scontrano frontalmente. E nonostante la (inspiegabile) quotazione in borsa dell’ente controllo voli, c’è da attendersi il prossimo evento ragionevolmente possibile, la caduta di un aereo dopo il decollo o prima dell’atterraggio. Dopo le tragedie il Paese s’interroga, attonito. Completamente corrotto, e quindi complice, finge di non sapere come ciò possa accadere, ma in tutte le epoche e a tutte le latitudini il modo in cui si fanno le cose è espressione ultima di chi si è. Nessuno ricorda più come quel tale abbia vinto un concorso, quell’altro abbia avuto un lavoro, questo qui un incarico e quello là una nomina. Erano e sono un po’ troppo ignoranti, illetterati, inadeguati, incompetenti, intorpiditi, inutili. E’ colpa loro, e solo loro (perché non tutti sono così). Perché stupirsi ?

 

L’eredità Berlusconiana, di Ermes Dorigo

di ermes dorigo.

Invece che nella promessa mitica età dell’oro o in un nuovo Rinascimento (Fatto!) tanta parte d’Italia dalla sbornia mediatica, dopo il torrenziale pantano parolaio e le scenografiche pagliacciate – che hanno stregato e imbarcato, insieme ai disonesti, tanti poveri cucchi e illusi in buona fede di partecipare alla modernizzazione del Paese –, oltre che con le scarselle vuote e depredate s’è risvegliata trasformata in una grande discarica a cielo aperto di rottami industriali arrugginiti, di insegne di negozi chiusi, di segnali turistici dismessi, di ferruginosi attrezzi artigianali accatastati alla rinfusa; in un deposito di reietti umani – immigrati, prostitute, tossicodipendenti, omosessuali, barboni -, ai quali si mescolano, relitti e rotti e feriti dentro, licenziati, disoccupati,  cassintegrati, precari, pensionati affamati, malati trascurati, magistrati calunniati ed emarginati, giornalisti e uomini di cultura epurati, sopra i quali esalazioni miasmatiche condensano una fosca ghignante nube, – che, a confronto, quella di ceneri e lapilli dell’Etna sembra una cartolina – di disperazione, paura, insicurezza, morte, incubi suicidi, che lugubri venti ghignanti trasportano e depositano su tutta la penisola, fanno penetrare nelle case dei cittadini onesti e pure in quelle d’ingenua gente comune anche perbene che tenta di chiudere le imposte sulla realtà, dopandosi  con la TV spazzatura; case pervase ora tutte da ansia e angoscia, da tensioni laceranti, da crisi d’identità e di valori, demoliti  uno ad uno, come l’onestà, il civismo, la laboriosità, la dignità e il rispetto dell’altro, l’intimità e la privatezza, lo spirito di servizio, la solidarietà, il dialogo politico ed il confronto dialettico con quello che nella nostra tradizione civile e culturale si chiamava ‘avversario’ ed oggi invece ‘nemico’.

Gli azzurri fiumi torrenti ruscelli, che allietavano il multiforme modulato paesaggio italiano, sono divenuti d’un color marrone scuro melmoso ed emanano una pestilenziale loffa diarroica – che si diffonde sino in Europa, nuova bandiera, prevalentemente verdastra, dell’incultura e inciviltà della rapace classe dominante italiana -, segnale evidente della mancanza di controllo degli sfinteri (vedi Freud) da parte dei nuovi padroni che, del resto, guazzano e si rinvigoriscono solo nella cacca, metafora del denaro; sopravvivono, in realtà, alcune altomurate zone protette, dove risiedono le consorterie dei delinquenti legalizzati che, anziché in carcere – lì dentro rischiano di finirci senza indulto gli onesti che si ribelleranno, perché hanno pagato sempre Irpef, canone Rai, bollo auto, Ici… -, se ne stanno beati nelle recintate oasi dell’evasione fiscale, dell’impunità giuridica, della frode sistematica, dell’insipienza, dell’improntitudine; ogni tanto escono, come i borseggiatori che di notte salgono/scendono con la metro dalle periferie per razziare il centro di Roma; poi si rinchiudono nella loro separatezza.

E ridono, mentre  gran parte d’Italia piange; sghignazzano deridono denigrano (e)ruttano (c’è chi mica parla: emette peti dalla gola); inventano giochi a chi più distrugge – “ Dai, dai! divevtiamoci!” -, proprio come adulti regrediti alla fase anale, tra deliri di onnipotenza e d’immortalità; nuove divinità intoccabili negli intermundia, al di sopra dei comuni mortali – si capisce come, con tanti e tali ceffi concorrenti, Dio si sia ritirato dal mondo. Recitano all’Olìmpore – aprendo periodicamente (c’è un timer) le cateratte del cielo e investendo i sudditi con diluvi verbosi incoerenti e farneticanti -, al banchetto dell’indiato (mi perdoni Dante) Prostatéus: unti del Signore (Dio mi perdoni la maiuscola); battezzati dal dio Po; giocatori di Monopoli (“Io do una pvopvietà pubblica  a te e tu ne dai una a me; tanto, mica son nostve”!); occhialute  Barbie, riciclate dall’economia domestica in economiste; la dea Tristizia, scheletrica Mary Poppins a cavallo d’una falce,   gode a tagliare e devastare università, ricerca (finanziata con la fumosa tassa sul fumo!) e istruzione (tra l’altro: nei professionali mancheranno i finanziamenti per gli stage obbligatori!); Ganimede si ribella talvolta alle eccessive palpate; e poi, un gradino più in basso, supponenti di mediocre statura vaniloquenti sui massimi sistemi, macchiette grezze,  comparse grossolane, maghi che trasformano gli occhi in video e il virtuale in reale – che squallore! -. Ma si divertono, soprattutto nei giochi di società, quali: sostituire i competenti con incompetenti; trasformare l’economia politica da scienza previsionale in navigazione a vista; sostituendo le estrazioni del Lotto con l’estrazione della Finanziaria; scommettere su quanti clandestini moriranno in mare in un giorno x e dove; quale additivo sia più adatto a trasformare le camicie verdi in camicie brune; come togliere il legittimo sospetto dai mafiosi; il gioco del baro, per testare la disonestà degli eletti; quiz storico: vince chi ignora il maggior numero di date, cause e avvenimenti (un po’ distratto il Ramarri, che rimugina su come scancellare L’eredità e Passaparola, troppo intelligenti per i suoi gusti e pericolose, perché rendono gli italiani colti: telefonerà al Re Magio che aumenti il numero di ore delle trasmissioni: “Esponete in pubblico le vostre mutande sporche!”). Questi giochi  sono facoltativi;  invece, in attesa che il Cacatelli ne lasci cadere una delle sue, tutti devono sottostare al gioco dell’Oco: sfilare servili, untuosi e reverenti ai piedi del trono di Prostatéus, che li rabbuffa con un sorriso, se hanno la mandibola un po’ cadente e non caninamente aggressiva; o le labbra troppo strette e poco ondulate e i denti un po’ giallognoli o cariati; o si mostrano poco scattanti e poco  arroganti con occhi magari limpidi e non carogneschi (in questo caso, però, è prevista una punizione: scendere e salire di corsa cento volte i gradini dall’Olìmpore alla terra): poi ognuno viene collocato nella sua casella –  proprio così, non: cella – in base agli equilibri vigenti nella  libera casa chiusa; infine, dopo che a tutti è stata sostituita in una parte cerebrolesa la cassetta preregistrata di quanto dovranno dire, tornati in terra, il Premier dei Consigli, come un buon padre di famiglia, scioglie l’adunanza.

Si divertono. Ma protervi cattivi vendicativi (si vendicano di aver dovuto in passato sottostare alle leggi come i comuni mortali), ossessivi nelle loro allucinazioni devastanti; sostenitori del darwinismo sociale e della legge della selezione naturale – la società come foresta di belve, in cui sopravvive solo il più potente -; privi di un benché minimo barlume culturale, etico e morale, disturbati da fantasmi, turbe psichiche – c’è chi sembra parlare come un impasticcato da come strascica la lingua -, traumi infantili mai/mal curati; senza disciplina interiore e freni intellettuali inibitori liberano gli istinti più bassi e bestiali, esaltano il primitivismo non la socialità e la razionalità. In realtà, dominati, direttamente o indirettamente, dalla paura della morte che determina, ad un tempo, vaneggiamenti d’eternità ( lasciare macerie come ricordo perenne di sé), atteggiamenti e comportamenti ridanciani (da bambini irresponsabili o da vecchi biliosi) e la cacarella, appunto, la cui puzza esonda dalle fogne e impesta l’aria, togliendo il respiro, riducendo la visibilità, soprattutto del cielo azzurro e infinito e del verde della speranza, – non dico dell’acqua,  fonte della vita, ridotta a torrenziali melmosi razzisti volgari sproloqui – con la devolution in Padania (?) Dante diverrà un autore di lingua straniera;  e un minimo di vivibilità  sociale, civile e culturale.

Dopo di loro, niente. E neppure prima. Nanuncoli, non hanno alcun interesse a confrontarsi col passato – se sono costretti, capziosamente lo distorcono -, sarebbero schiacciati da giganti. Per essi il mondo comincia con la loro presenza in esso ed esiste solo ciò che essi fanno esistere: se loro non ‘dicono’ (nominano) una cosa o una persona, queste non esistono: emarginati o epurati. Del resto, a subumani, trasformati in macchine contabili, aliquote ambulanti, indici borsaioli, apprendisti stregoni della finanza, frodatori legalizzati, antenne televisive, fonometri…, cosa può interessare la memoria storica, lo spessore culturale individuale e collettivo? Anzi, lo rifuggono come peste minacciosa, per la loro sopravvivenza omunculare. Le nuove divinità – tali sono, avendo realizzato la coincidenza degli opposti e annullato l’ossimoro: detto e disdetto coincidono, come pure vero e falso, apparenza e realtà – alimentano e utilizzano questa deprivazione intellettuale ed emotiva diffusa  con l’unico scopo di mantenere il potere degli affaristi: dividono e frantumano, delineano scenari impossibili, come illusionisti in scena, manovratori di marionette. Infantilizzano la società, capovolgendo anche i canoni tradizionali della psichiatria (una loro riforma poco evidenziata), per cui la schizofrenia diventa normalità, non tanto perché recto e verso coincidono, quanto perché abituano alla deresponsabilizzazione: “ ‘sta schifezza l’ha pronunciata il mio leader, mica io”;  “L’ho detto, ma non l’ho detto, nel senso che volevo dire…”; condivisione e presa di distanza sono simultanee. Questo cosiddetto comun pensare (si fa per dire) e agire, come una colata di immondizia lutulenta impesta e ammorba tutti coloro che non sono dotati di antivirus o di maschere antigas (loro ‘sono’ maschere: tutti vestiti uguali, con gli stessi gesti cialtroneschi, gli stessi movimenti, gli stessi sorrisi oltraggiosi e derisori: clonati sepolcri imbiancati), li intristisce, li impoverisce dentro; sporca i rapporti interpersonali e sociali, rendendo la società sempre più simile ad una porcilaia, dove la comunicazione è sostituita da grugniti, grufolii, urla, ragliate, motteggi ed irrisioni; dove il ragionamento (altra importante loro riforma) inizia dalle conclusioni poste come premessa (di nuovo la coincidenza degli opposti): non ha una articolazione, non più un diagramma di flusso logico organico argomentato, ma un segmentino: assiomi, spot, gesto con rutto, televisionese; deturpa, quasta immondizia, ogni bellezza: il patrimonio culturale storico è soffocato dal kitsch e dallo schif: ogni baggiano si reputa una persona colta e capace mentre, per il meccanismo della negazione dell’altro (altra importante loro riforma), la persona colta, che ha dedicato una vita allo studio, alla ricerca e al dibattito sulle idee, è considerata un povero …one,  che non ha capito che la vita va per denari non per conoscenza e valori: hanno ribaltato il messaggio di Dante: “Fatti foste a viver come bruti/ non per seguire virtute e canoscenza”.  

Dall’Olìmpore delle nuove divinità piovono scaracchi e caccole e non bastano gli ombrelli a proteggersi dalla loro nauseabonda appiccicosità, che rende scivolose le strade e dubbioso il procedere ancora in questo schifo. Invero, nei cittadini, a differenza che nei sudditi, disillusione disperazione sconforto cedimento interiore chiusura nel privato rischiano di aprire una voragine, dalla quale rischiano di essere ingoiati, se non faranno emergere ed esplodere tutta la loro indignazione per questa vergogna nazionale, uscendo dall’isolamento e dalla solitudine e ritornando sulle piazze di tutti i paesi e di tutte le città d’Italia, a ritessere legami interpersonali e sociali, a ragionare e discutere del bene comune, a denunciare truffatori e prepotenti, a fare progetti, a organizzarsi per realizzare direttamente quelli ‘piccoli’ e costringere le forze di opposizione a dare respiro e realizzazione a quelli grandi: fare da soli o in antagonismo a coloro si sono eletti garantisce solo un lungo futuro necro/coprofilo. I fatalisti e i rassegnati, che non sanno o non riescono a resistere e incazzarsi, potrebbero almeno andare in chiesa che così farebbero contenti almeno i preti senza pecorelle.

Mi auguro che sia ancora valida l’affermazione di Vincenzo Cuoco, per cui “gli uomini si muovono non per raziocinii, ma per bisogni”, vale a dire che la materialità cruda della vita quotidiana prevalga sulle chiacchiere e sul bambinesco mondo virtuale. Propongo un giuoco: dividere le 24 ore della giornata in minuti e provare a calcolare per ogni piccola e grande frazione di ora quanto esce dalle nostre tasche,  ad ogni respiro e per ogni giorno dell’anno, per Irpef – diminuite le tasse e aumentate le pensioni (Fatto! )-, bollette dell’acqua, della luce, del gas, canone televisivo, bollo e assicurazione auto, affitto, spese condominiali, tassa immondizie, trasporti, abbigliamento, assicurazioni sulla casa, alimentazione, tasse scolastiche, libri, trasporti, mense… e, come uscita, il diminuito potere d’acquisto dei salari e degli stipendi erosi dall’inflazione e dai mancati aumenti contrattuali: un gioco terra terra non olimpico, ma che dovrebbe riportare un minimo di coscienza e di consapevolezza in certe zucche, che infine butterebbero la testa in dotazione e in prestito e riprenderebbero la propria, sempre che ce l’abbiano o l’abbiano avuta una propria.  

Carnia: l’incognita delle Uti tra Brollo e Barazzutti

di Alfio Anziutti Forni di Sopra.

L’incognita delle Uti tra Brollo e Barazzutti nel merito al frizzante scambio di opinioni tra Franceschino Barazzutti, ampiamente conosciuto come difensore dei diritti dei carnici, e l’attuale sindaco di Tolmezzo Francesco Brollo, desidero dire alcune cose. Tema dello scontro sono le Unioni dei Comuni (UtiI), di cui Brollo è fresco presidente. Vengono elencati capacità decisionali, decentramento, vocazioni economiche dei paesi. Non un progetto, ma solo auspici su un futuro che non si presenta facile, pensiamo alla coesione dei paesi, a un piano generale, alle capacità dei nuovi amministratori, allo sbandierato decentramento. Tutte cose da verificare, uscendo, secondo Barazzutti, «dall’indifferenza e prendendo a cuore il destino della propria terra e ricostruendo lo spirito proprio delle comunità» cioè dei paesi; tracciando, secondo Brollo, «traiettorie sostenibili ma, se serve, audaci», provando «a rialzare le sorti della Carnia come gruppo» della politica. In proposito Brollo chiede «rispetto verso sindaci e amministratori»: ci mancherebbe. Sarebbe bene, penso, che anche lui rispettasse i sindaci e gli amministratori precedenti, cominciando proprio da “quel Barazzutti” (cosí lo ha apostrofato) che rappresenta i sindaci del 1976. Forse Brollo avrà sentito parlare di “quel terremoto” e del riconosciuto impegno di “quegli amministratori” (esempio mondiale che onora il Friuli), oggidí tutti pensionati che Brollo vorrebbe rottamare, senza però il permesso di «brontolare da bordo strada». La Carnia è piena di pensionati e questi vecchi montanari, anche se a Brollo danno fastidio, vorrebbero continuare a dire la propria sul futuro di questa terra. Solidarietà, quindi, al sindaco del terremoto Franceschino Barazzutti e a tutti i pensionati della montagna: sempre nel nome della Carnia.

Carnia: la rivoluzione è sempre opera di una avanguardia

di Delio Strazzaboschi.

Le mirabolanti promesse del capitalismo degli anni ’80 non sono state mantenute. Gli unici progressi si sono avuti nelle tecnologie informatiche, cioè nella simulazione della realtà, ponendo i clienti al servizio dei propri fornitori: tutto il giorno ognuno esegue gratuitamente il lavoro della banca, dell’agenzia di viaggi e del commercialista. Si esaltano creatività e imprenditorialità, ma la disponibilità di manodopera a basso costo in capo al mondo permette agli industriali d’impiegare tecniche di produzione assai meno evolute di quelle che dovrebbero usare in patria. Le scarpe da ginnastica non vengono prodotte con nanotecnologie dai cyborg, ma cucite su vecchie singer dai figli dei contadini che non possono più coltivare la loro terra. Non è quindi la concorrenza di mercato il fattore di sviluppo del capitalismo, ma come sempre lo sfruttamento del lavoro. La conseguente disfatta sociale interna ha fatto sì che oggi in Europa si salvi solo chi può.

Ed è finalmente chiaro che cosa sia la politica in Italia. Consiste nel mettere nel sacco gli sprovveduti, disinformati dalla tv, e nel comprare il consenso degli altri. Per i primi, quotidiane narrazioni favoleggiano dell’isola che non c’è (se la disoccupazione giovanile passa dal 40 al 37%, la notizia è la sua perdurante e dilaniante enormità e non certamente la sua risibile diminuzione percentuale). Dei secondi, con la fiscalità generale derivata al 90% dalle tasse strapagate dai lavoratori, si comprano semplicemente i voti: 80 euro, jobs act, 500 euro a insegnanti e diciottenni, milioni ai Comuni al voto, stipendi ai preti, Imu e dottrina cattolica a spese dello Stato, i privilegi di dirigenti pubblici e forze armate, e anche i prossimi 30mila prepensionamenti nelle banche. Si usano le risorse spremute dal vertice produttivo della piramide rovesciata del Paese (per il quale diminuisce la speranza di vita e aumenta ogni anno l’età pensionabile) per vincere le elezioni, sommando il consenso d’illegittimi interessi parassitari. E non c’è magistratura che possa impedire la corruzione dei cittadini da parte della politica, se questi sono indegni della repubblica democratica: la storia del Pci è in mano a un democristiano e quella della CGIL a una socialista. La rivoluzione è sempre opera di una avanguardia, si sa. Ma se ogni altra soluzione ha fallito, e non c’è né fiducia né speranza nelle istituzioni, per liberarsi dell’attuale angosciosa oppressione alla minoranza produttiva non resta altro.

Georges Vriz: un artista di origina carnica, che vive in Francia famoso in tutto il mondo

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Intervista di Ermes Dorigo
in occasione della esposizione della sua Divine comédie a Palazzo Frisacco.

 

Georges Vriz è nato nel 1940 in Francia, da padre italiano, Attilio, ivi emigrato da Raveo nel 1920 a Champigny-sur-Marne, dove ancora risiede, e da madre francese. Mantiene, comunque un rapporto affettivo con la Carnia per lui ‘culla’, “berceau de toute ma première enfance“. 
Tra il 1956 e il 1960 svolge l’apprendistato in intarsio ed ebanisteria a Parigi e intanto studia disegno, pittura e scultura negli ateliers Zadkine e Braver. Tra il 1975 e il 1980 dirige uno studio di disegni di mobili e ne realizza  per 70 ambasciate e consolati francesi.

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Dal 1979 si dedica esclusivamente all’arte contemporanea, utilizzando il suo materiale prediletto, il legno. Nel 1986 realizza un affresco nella sede della F.A.O. a Roma. Tra il 1984 e il 1990 diffonde la sua nuova concezione dell’intarsio nell’ambito della politica della cultura della città di Parigi. Oltre a numerosi artisti e artigiani francesi, tanti stranieri vanno a Parigi, per seguire il suo insegnamento ed apprendere la nuova tecnica dell’intarsio, chiamata appunto ‘tecnica Vriz’, “le vrizou“, come la definiscono affettuosamente i suoi allievi. Nel 1988 fonda i R.I.M. (Rencontres Internationales de la Marqueterie contemporaine). Nel 1989 riceve la medaglia di Vermeil (argento dorato) della Città di Parigi; in questo stesso anno esce una monografia sulla sua opera (‘Vriz: un marqueteur rebelle. Voyage lyrique au pays de la marqueterie contemporaine‘). Dal 1990 diviene Presidente della commissione professionale nella regione Ile de France e riveste diverse cariche nazionali (presidente di commissioni d’esame) e di nomina ministeriale: Consigliere dell’Insegnamento Tecnologico nell’educazione nazionale Dal 1996 assume la presidenza di una compagnia teatrale ‘Le pain d’Orge‘ a Champigny-sur-Marne e disegna scenografie e costumi per una commedia musicale di Guy Bontempelli, presentata al festival d’Avignone. La televisione francese, oltre a varie interviste, ha realizzato un video di 26’ sulla sua opera, conosciuta, grazie alle tante esposizioni – Parigi, Tolosa, Rouen, Strasburgo, Dallas, New York, Manchester, Ginevra, Cracovia – in tutto il mondo.

Champigny sur Marne

Marc Lechien così scrive della sua tecnica: “Un quadro di Georges Vriz non ricorda in nulla la messa a punto laboriosa di un’opera di lungo respiro, come richiede l’intarsio. Le impiallacciature di legno sembrano essere state incollate con l’impeto, la leggerezza o con la forza del pennello, come per incantesimo ed illusione: qui si avverte la differenza e il passaggio dall’artigiano al creatore, che ha imitato la pittura col legno, utilizzando la cosiddetta ‘perce‘ (la riapparizione del supporto): egli ha trasformato un errore d’apprendista in una bellezza espressiva”.

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Fu contentissimo di allestire una sua Mostra nella città, Tolmezzo, dov’è nato suo padre. Inizialmente ebanista nella bottega del padre nel Faubourg Saint-Antoine (“J’aime le bois. J’aime le toucher, le sentir, le caresser. J’éprouve à son contact une sensualité troublante. Pénétrer cette matière, c’est comme la violer, la posséder. L’arbre avec ses racines ancrées dans la terre et ses branches qui s’élancent vers le ciel n’est-il pas une merveilleuse symbole de la vie ? “), irrequieto e creativo, decide di dedicarsi totalmente all’arte (ha esposto in tutto il mondo), inventando una tecnica di pittura, “le vrizou “, che così egli descrive: “Come premessa ricordo che prima di affrontare questa tecnica, la padronanza delle tecniche tradizionali dell’intarsio è indispensabile così come la conoscenza della tavolozza delle essenze dei legni, molto bene nelle loro qualità estetiche e meccaniche. L’innovazione di questa tecnica consiste nel sovrapporre delle impiallacciature differenti e di far apparire (all’occhio) quelle di sotto con una pomiciatura estremamente calibrata e dosata: questa tecnica, definita della ‘perce’, e che è l’ossessione degli ebanisti, per i quali essa costituisce un errore, è utilizzata da me come un mezzo per la realizzazione totale dell’opera: nella mia tecnica la ‘perce’ non è mai accidentale” (per maggiori informazioni sulla sua biografia e sulle sue opere: www.marvel.it/glock ).

Incuriosito dalla realizzazione di tale opera coraggiosa –  avevo esaminato il Catalogo della Mostra di Parigi, 100 tavole di illustrazione della Divina commedia -, dopo una serie di scambi epistolari finalmente, in una delle sue rarissime discese a Raveo, ho potuto incontrarlo e cercare di capire più a fondo questa sua impresa, nella quale si sono cimentati tutti i più grandi artisti del ‘900.

Catalogo

“Nel 1994 – mi dice -, quando mi vinse il desiderio di realizzare la Divina commedia, rimasi come folgorato. Non ebbi il minimo dubbio che mi apprestavo a vivere un’avventura, che sarebbe durata più di tre anni. Ero completamente preso, dissolto in questo magnifico poema. Prima ancora della modernità di questo testo, mi prese la brama incontenibile di realizzarne una illustrazione: alcune illustrazioni, inizialmente. In forma quasi naïve, con candore e semplicità e naturalezza: io non avevo assolutamente l’intenzione di realizzare l’immensità teologico-filosofica dell’opera dantesca. Man mano che procedevo nella mia impresa la mia incertezza e ritrosia a illustrare tutto diveniva sempre più evidente: però sentivo che dovevo andare a fondo a tutti i costi. Sì, ma come? Accademicamente?… sicuramente no. Completamente figurativo?… non più. Astratto? Perché no? Io volevo andare il più vicino possibile alla interpretazione di Dante: ero diventato suo amico e non volevo assolutamente tradirlo. Lavoro e impegno gravoso e oneroso, quasi velleitario e senza umiltà. A furia di leggerlo e di rileggerlo, io ridiventai un bambino, mi meravigliavo, non comprendevo più bene ciò che emanava e mi arrivava dall’opera.

“A questo proposito – intervengo – nella Gazette Drouot si parla proprio di una figurazione onirica e allusiva”.

“Decisi – continua – di farne una illustrazione, la cui lettura potesse essere compresa da un bambino, in una forma, in una illustrazione, appunto, quasi naïve. I bambini sentono e comprendono la poesia spesso meglio degli adulti. Ma non bisognava cadere in una forma espressiva troppo infantile per rispetto e in relazione all’altezza del meraviglioso poema di Dante.”

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“Infatti – lo interrompo – come scrive Jacqueline Risset, la maggior dantista francese, nella presentazione del Catalogo: Le immagini dell’Inferno s’inscrivono in un quadrato, quelle del Purgatorio in un triangolo, e quelle del Paradiso in un cerchio. … Il quadrato è forma ‘normale’ di un quadro. Esso autorizza una rappresentazione equilibrata del male dell’universo. Il triangolo è il 3 – il numero, la cifra stessa di Dante, sulla quale è costruita la ‘Commedia’ – figura ascendente. Il Paradiso è un cerchio – figura perfetta e forma delle sfere celesti. Georges Vriz  è legato a Dante come Dante a Virgilio…. E’ questo legame che dà alla sua interpretazione una grande libertà, libertà che è allo steso tempo fedeltà e rigore.”

“Esattamente – risponde -. Scelsi, per ‘incorniciare’ le mie illustrazioni, tre figure geometriche: il quadrato, il triangolo e il cerchio, forme altamente simboliche e di significato universale. L’avventura poteva cominciare: è durata tre anni di dubbi, d’incertezze e di gioie. E’ dal Paradiso che io ho avuto le più grandi soddisfazioni e le maggiori difficoltà:

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«Outrepasser l’humain ne se peut

  Signifier par des mots : que l’exemple suffise

  A ceux à qui la grâce réserve l’expérience»

(Trasumanar significar per verba/ Non si porìa; però l’essemplo basti/ A cui esperïenza grazia serba)

Questi versi magnifici mi hanno guidato durante la mia illustrazione.

Quanto alla tecnica, ho deciso di lavorare su carta per costruire un’opera che fosse fragile: perché? Non lo so dire. Un foglio di carta incollato su foglie di legno; come fondo ho utilizzato della polvere di legno, della segatura finissima che io preparavo da solo, ricavandola da noce, acacie, sicomori e qualche legno colorato; segatura che mescolavo a della colla e che applicavo e distendevo con la spatola. Una volta che questa patina si era seccata e indurita, sono intervenuto per dipingere i miei personaggi con pastelli e matite. E’ una tecnica mista ancora mai utilizzata per quanto io ne sappia.Questa tecnica mi ha permesso di arrivare più vicino alla mia interpretazione, era completamente al servizio della mia ispirazione. Molto densa e intensa. Molto intensa la poesia di Dante, altrettanto intensa la materia che mi serviva per esprimerla Le mie fatiche terminarono; mi ci sono voluti alcuni mesi per uscire fuori e liberarmi dalla Commedia, a tal punto la mia concentrazione mi aveva preso ed era stata grande. Quando io dico ‘uscire’ è un modo di dire, perché uno non ‘esce’ mai dalla Commedia, dopo che uno ha avuto la grazia di entrarci. Tutto ciò che io ho provato, amato, si trova nelle mie illustrazioni e spero di non aver assolutamente fallito in questa meravigliosa avventura. Io non sono molto bravo nella ‘dialettica’ ma io credo che Lei abbia compreso a fondo il mio lavoro e saprebbe certamente parlarne meglio di quanto io non sappia fare: come Lei sa, gli artisti sono gli ultimi a poter parlare della loro opera”.

“Certo – concludo – non sono mancate le polemiche circa la raffigurazione di un Dante ‘nero’ in controluce nel Paradiso. Probabilmente a quei critici è mancato lo sguardo ingenuo del bambino che, simultaneamente, comprende la miseria e la grandezza dell’uomo, la sua indissolubile sostanza di oscura materia e luminosa spiritualità, la distanza incolmabile dalla Divinità se, come Lei ha detto, non interviene la Grazia”.