Archivio mensile:Ottobre 2015

Carnia: appello per la strada da Cavazzo a Pusea di Verzegnis

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di Remo Brunetti .

CARNIA Cammino delle Pievi, una tappa da sistemare.

Di anno in anno, il Cammino delle Pievi che attraverso sentieri, mulattiere e strade secondarie, porta i pellegrini a conoscere le pievi della Carnia, assume via via notorietà ed estimatori. Le sue venti tappe vengono percorse ogni anno da migliaia di persone, tra pellegrini e semplici turisti. Il Cammino però non sempre è agevole. É il caso della tappa n°4, la Cesclans-Verzegnis, in particolare per il segmento di Cammino che da Val di Cavazzo porta a Pusea di Verzegnis. Questa vecchia strada venne iniziata per impiegare i nostri emigranti che, nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, erano dovuti rientrare nei nostri paesi, e venne completata poi per le sue esigenze, dal Regio Esercito. Essa è stata per anni la via più breve tra il Comune di Verzegnis e il Comune di Cavazzo Carnico. Purtroppo le intemperie, coalizzate con la mancata manutenzione, l’avevano resa inagibile, anche a causa del crollo di un ponte. 

Nel 2004, la Comunità Montana della Carnia, d’intesa con i comuni di Cavazzo e Verzegnis la ripristinò. Ma anche se il progetto contemplava la ricostruzione del ponte crollato, l’opera rimase sulla carta. Così oggi, i pellegrini, arrivati nei pressi dell’interruzione, sono obbligati a raggiungere il resto della strada, scendendo e risalendo per un sentiero scosceso, franoso e insicuro. Sarebbe pertanto opportuno che gli amministratori di Verzegnis e Cavazzo Carnico, con il Commissario della Comunità Montana, si attivassero in modo da rendere agibile questa strada non solo per i pellegrini del Cammino delle Pievi, o per consentire alle rispettive Protezioni Civili Comunali la possibilità di un intervento più rapido ed efficace in quei luoghi, ma anche per consentire un accesso ai boschi del Faeit. 

Carnia: l’Osteria da Alvise di Sutrio protagonista a Expo

 

 

L’Expo si chiude questa settimana portando con sé i sapori della Carnia. L’Osteria Da Alvise di Sutrio è infatti l’ultimo, in ordine di tempo, dei ristoranti friulani che hanno proposto le loro specialità nel gettonatissimo Padiglione di Eataly che, nei 6 mesi dell’esposizione, hanno imbandito a rotazione il meglio della cucina regionale italiana.

Menù tutto carnico, il suo, che parte da una Selezione di formaggi di malga e di latteria di valle, e prosegue con una Selezione di salumi ( prosciutto Wolf Sauris IGP, salame e pancetta) e con due piatti che rappresentano al meglio la tradizione gastronomica carnica, ovvero i Cjarsòns e il Frico con polenta. Per concludere il tipico strudel di mele.
Letteralmente preso d’assalto da migliaia di persone, il “temporary restaurant carnico” – al piano terra dell’edificio che ospita i 20 ristoranti regionali selezionati da Oscar Farinett, patron di Eataly –
ha riscosso un grandissimo successo, soprattutto con i suoi mitici Cjarsòns, nell’interpretazione che il giovane e vulcanico chef Giacomo Della Pietra ha fatto della ricetta di sua nonna Maria.
Per tutto il mese di ottobre Da Alvise (tra le 10 osterie del Friuli Venezia Giulia segnalate nella guida Osterie d’Italia 2016 di Slow Food) ha conquistato il pubblico con i suoi sapori genuini e i pregiati prodotti carnici che ha proposto come antipasto: un eccellente biglietto di presentazione per tutto il territorio, che ha avuto la possibilità di presentarsi in questo modo all’amplissima ribalta del pubblico italiano e straniero che ha affollato in modo straordinario l’Expo nell’ultimo mese.
Ai fornelli e fra i tavoli, la famiglia Della Pietra al gran completo: lo chef Giacomo, la mamma Elena Di Ronco (che gli ha passato passione per la cucina e sapienza), il padre Enzo e il fratello Filippo.

Carnia: Alessandro Pittin “Atleta dell’Anno FISI” 2015

 

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Il prestigioso riconoscimento al finanziere carnico è arrivato grazia alla medaglia d’argento conquistata ai Mondiali di combinata nordica  ed è stato ufficializzato oggi a Modena nell’ambito della Fiera “Skipass” e premia la splendida medaglia d’argento conquistato dal finanziere carnico lo scorso febbraio ai Campionati Mondiali di combinata nordica di Falun, in Svezia.

 In lizza, ricordiamo, c’era anche la sappadina Lisa Vittozzi assieme alle compagne della staffetta bronzo ai Mondiali di biathlon di Kontiolahti, ovvero Dorothea Wierer, Karin Oberhofer e Nicole Gontier. Per la FISI Friuli Venezia Giulia è il quarto vincitore del premio dopo tre fondisti campioni olimpici: Gabriella Paruzzi nel 2004, Pietro Piller Cottrer nel 2005, Giorgio Di Centa nel 2006. Ad Alessandro vanno gli applausi del presidente del Comitato Franco Fontana, del consiglio direttivo e di tutto l’orgoglioso mondo dello sci regionale.

Friuli: scissione di Edipower, le 26 centrali del Fvg cedute a una spa di Bolzano

di Elena Del Giudice.
Passano di mano 26 impianti idroelettrici friulgiuliani. Ovvero la quasi totalità del “patrimonio” utile alla produzione di energia idroelettrica della regione, che da Edipower andranno a Sel spa, Società elettrica altoatesina. A dare l’annuncio è A2A, la più grande multiutility italiana, che informa dell’avvenuta assemblea straordinaria della controllata Edipower e Cellina energy nel corso della quale è stato approvato il processo di scissione non proporzionale di Edipower. L’operazione prevede l’assegnazione a Cellina energy di un compendio costituito da un complesso di impianti idroelettrici di titolarità di Edipower e dei relativi rapporti giuridici. L’operazione rientra in un accordo-quadro che definisce i presupposti i termini e le condizioni nonchè i tempi di realizzazione dell’uscita dal capitale sociale di Edipower non solo di Società elettrica altoatesina, ma anche dei soci finanziari Banca Popolare di Milano, Fondazione Cassa di Risparmio di Torino e Mediobanca Banca di credito finanziario spa. A valle di questa operazione il capitale sociale di Edipower sarà detenuto al 100 per cento da A2A e «ciò comporterà per Edipower – spiegano dalla società – un determinante recupero in termini di competitività e per l’intero gruppo A2A una significativa semplificazione gestionale». Se A2A non dettaglia quali siano le centrali idroelettriche interessate dal cambio di proprietà, lo fa Sel Spa. «Abbiamo deliberato l’uscita di Sel da Edipower in cui deteniamo una quota oggi pari all’8,54 per cento. Grazie all’acquisizione delle quote minoritarie di diverse banche in aggiunta alla propria partecipazione in Edipower, Sel rileverà un parco di centrali idroelettriche nelle province di Udine, Gorizia e Pordenone». «Sel esce da una società nazionale in cui detiene una piccola quota di partecipazione – ha detto il presidente della Provincia di Bolzano Arno Kompatscher – e questa quota minoritaria dell’8,5 per cento, viene convertita in un pacchetto di impianti idroelettrici in Friuli». «Con questa operazione – ha detto l’assessore all’energia Richard Theiner – cediamo la partecipazione in centrali a produzione fossile e guadagniamo un parco centrali che punta sulla produzione da energia rinnovabile». Il parco di centrali è quello che Edipower indica come “Nucleo di Udine”, che ha sede a Somplago di Cavazzo Carnico, e raggruppa gli impianti situati in Fvg e che utilizzano le acque del torrente Cellina, dei fiumi Isonzo e Tagliamento e di alcuni affluenti, comprese le dighe, le opere di derivazione, le stazioni elettriche e le pertinenze. Il Nucleo si compone di 8 impianti principali di cui 2 di grandi dimensioni (Somplago e Ampezzo), 6 di medie dimensioni (Barcis, San Leonardo, San Foca, Cordenons, Villa Rinaldi, Ponte Giulio) collegati alla rete ad alta tensione, e 18 minori collegati alla rete a media tensione. Della ventilata ipotesi di passaggio di mano del patrimonio idroelettrico del Fvg, ne aveva parlato per primo la scorsa estate Enzo Marsilio (Pd) che aveva chiesto, attraverso un’interrogazione alla giunta, che la Regione entrasse nella trattativa. E questo in considerazione che «la valorizzazione delle risorse idroelettriche è uno degli obiettivi strategici dell’amministrazione», e che avrebbe potuto essere interessante e remunerativo per il territorio costruire un progetto in grado di mantenere in loco la proprietà degli impianti.

Friuli: Poste, i Sindaci della montagna si ribellano alle chiusure

di Tanja Ariis.

Venerdì in città si svolgerà un vertice dei sindaci della montagna carnica e pordenonese con Poste italiane. I primi cittadini pretendono spiegazioni sulle ultime novità introdotte da Poste italiane che riguardano 26 comuni della Carnia su 28 (esclusi Tolmezzo e Forni di Sopra) e 19 del Pordenonese (San Giorgio della Richinvelda, Sequals, Travesio, Arba, Anduins, Pinzano, Castelnovo, Meduno, Fanna, Montereale Valcellina, Cavasso, Tramonti, Vivaro, Barcis, Andreis, Cimolais, Erto-Casso, Claut, Frisanco). Dalle 15 venerdì, nella sede della Comunità montana della Carnia Poste italiane illustrerà ai sindaci le modifiche che sta per apportare al servizio di recapito postale e le modalità con cui sarà gestito. A inizio ottobre nel confronto con il commissario dell’ente comprensoriale, Lino Not, Poste italiane aveva dato la sua disponibilità a incontrare in seguito i sindaci su questo aspetto. Ecco dunque l’incontro di venerdì che, organizzato dalla Comunità montana carnica e inizialmente rivolto ai sindaci della zona, si è presto allargato anche a quelli della montagna vicina poiché anche da quel territorio è arrivata la richiesta a parteciparvi. In tanti sono infatti curiosi di sapere cosa Poste italiane andrà a dire loro, dopo la mossa affatto gradita di lasciare sul loro territorio un servizio di recapito della corrispondenza che funzionerà a giorni alterni (una settimana il lunedì, mercoledì e venerdì e quella successiva il martedì e il giovedì). Una decisione unilaterale e presa senza alcun coinvolgimento delle amministrazioni locali che pesa ancora come un macigno e condisce di malumore e sospetto la reazione dei sindaci alle promesse di Poste italiane di miglioramento dei servizi attraverso il postino telematico. Diversi, in attesa di capire venerdì come funzionerà nei territori montani, temono uno specchietto per allodole, un modo fumoso per far digerire a questi territori un boccone indigesto. Di fatto, rilevano molti, Poste italiane ha fatto ciò che ha voluto, senza consultare i territori e senza un solo passo indietro. Ha giusto ritardato di un mese l’avvio concreto del nuovo sistema, ma ora partirà. Not ha più volte evidenziato a Poste italiane come tale riduzione di servizio determinerà una grave discriminazione per i territori montani, già in difficoltà per spostamenti poco agevoli da una località all’altra, prevalenza di popolazione anziana, mancanza di banda larga. C’è intanto un’iniziativa che potrebbe interessare, se andasse a buon fine, anche questi territori: l’Anci Piemonte con 41 Comuni di quella regione ha presentato ricorso al Tar del Lazio contro la delibera Agcom 395-15-9 di giugno, l’atto cioè che autorizza il nuovo sistema di recapito della corrispondenza di Poste italiane.

Carnia: da Paularo riflessioni sulla questione del caro GPL

Rinaldo Tarussio Paularo.
Lettera al Direttore del MV del 27/10/2015.

La notizia giornalistica riportata recentemente riguardante il rimborso straordinario agli utenti collegati alla rete gpl dei comuni montani che usufruiscono di tale servizio, pur nella sua positività porta inevitabilmente a una serie di riflessioni su una decisione della giunta Regionale che indubbiamente accontenta in minima parte gli utenti del “prezioso gas” dai costi lievitati verso l’alto da parecchi anni, ma crea altresì delle palesi disparità nei confronti di chi non è allacciato alla rete gpl. Quest’ultima precisazione corre d’obbligo perché va ricordato che fino ad alcuni anni orsono la Comunità Montana erogava alle famiglie della Carnia un contributo per l’abbattimento dei costi del riscaldamento per ogni tipo di combustibile usato, in seguito sospeso per mancanza di fondi. Ora la Regione mette in campo una cifra non indifferente (500mila euro) a parziale rimborso del costo più che raddoppiato nei confronti del gas naturale metano al cui prezzo di riferimento doveva essere legato il gpl grazie agli accordi tra l’allora Comergas, la Regione e i comuni interessati. Se un tanto verrà rimborsato per i consumi del 2014 con soldi della regione pere evidente che si vuole dare un parziale contributo ad un costo che in realtà rimarrà invariato , creando come accennato seppur minima disparità nei confronti di chi non usa il gpl. In ogni caso, agli utenti montani del gpl i conti non tornano avendo subito da parecchi anni questo spropositato aumento dei costi delle bollette, che vanno di pari passo con una forte crisi economica molto accentuata nelle zone della montagna. Tra l’altro bisogna ricordare che l’intera opera a suo tempo è stata finanziata per il 65% dalla stessa Regione, lasciando gratuitamente allora alla Comergas l’erogazione del servizio per oltre 20 anni. A tal proposito viene spontaneo chiedersi se al termine del periodo pattuito verrà chiesto un costo per l’erogazione dell’intera rete all’attuale gruppo Eni, si profila l’aumento che di fatto ricadrà sull’utente finale. Infine se si pensa che a suo tempo il servizio di erogazione del gpl per i comuni montani, veniva sbandierato per un servizio da dare alla montagna con le stesse opportunità dei territori più a valle serviti dal gas metano, pere evidente la grande disparità economica a svantaggio dei comuni montani. Questo mi preme ricordarlo nonostante le solite promesse elettorali che spuntano ad ogni elezione per la montagna dove i costi di permanenza, se rapportati alla pianura friulana, sono da sempre di gran lunga superiori. Ora, se il Tar accoglierà il ricorso dei comuni interessati contro l’Eni, al fine di interrompere la prescrizione, ogni singolo utente potrà agire con una class action per ottenere un rimborso che, paragonato alle difficoltà economiche, non ne compensano quelle reali di vita giornaliera.

Friuli: Screm e il messaggio universale della musica

di Alessio Screm

Forse non tutti conoscono la storia di Ayham al-Ahmad, il ventisettenne pianista siriano di origine palestinese che fino a poco tempo fa, rifugiato con moglie e figli nel campo profughi di Yarmouk a sud di Damasco, suonava un pianoforte sgangherato che portava con un carretto da ortolano lungo le strade devastate dei quartieri. Tra la polvere, le macerie, i raid aerei, accompagnava il canto dei rifugiati in uno scenario di distruzione, suonava per condividere attraverso la musica un forte messaggio di pace e speranza. Cantava: «Non andatevene, tornate, siamo fuggiti troppo a lungo». Ma anche lui è dovuto scappare, non potendo più resistere agli orrori dell’Isis che da aprile a Yarmouk sta conducendo un vero e proprio massacro, una situazione definita dall’Onu «al di là del disumano». Anche il pianoforte di Ayham è stato distrutto, perché «l’Islam non permette la musica», come ha intimato il fondamentalista che poi gli ha bruciato lo strumento, minacciando di mozzargli le dita. Ora Ayham è fuggito con la famiglia in Germania, dopo un lungo ed estremo viaggio in barca dalla Turchia alla Grecia, poi a piedi attraverso la Macedonia, la Croazia e l’Austria. Ha portato e porta ancora con sé «le melodie dell’infanzia, l’amore in musica», come racconta nei suoi post, tanto che giorni fa è stato invitato a esibirsi davanti a tremila persone alla Königsplatz di Monaco per il Danke-Konzert, un evento organizzato da artisti tedeschi come benvenuto ai rifugiati e ringraziamento ai tanti volontari impegnati nell’accoglienza. Ha eseguito un brano che era solito cantare coi bambini di Yarmouk, un’invocazione alla pace. Ora Ayham è ancora in Germania e collabora con diversi musicisti. Morale di una storia vera: non sarà certo la musica a risolvere i drammatici problemi dello jihadismo e dell’emigrazione di massa, ma di certo può aiutare a lenire le ferite dell’anima dei tanti sfollati, ispirare comunione e speranza tra accolti e accoglienti. Anche l’Italia, patria della musica, potrebbe ricordare i benefici di quest’arte, mezzo universale di comunicazione.

Carnia: Strazzaboschi e il ritorno della cultura romantica

di Delio Strazzaboschi Prato Carnico.

Torna la cultura romantica nInvocano sempre le passioni, forse perché la loro mancanza è diventata il principale problema della società. Famiglie fragili, lavori instabili, e ci si chiude in casa. Anzi nella propria stanza, come fanno i giovani che si ritirano prima dal mondo circostante e poi in sé stessi, sempre meno disponibili a farsi illudere. Dei due milioni di italiani che non studiano e non lavorano pare che il dieci per cento rifiuti non solo di completare la propria crescita ma in un certo senso addirittura di vivere, murandosi in camera con internet, facebook e twitter; e con un’ansia e una paura di essere tagliati fuori che rafforzano lo spavento della vita e delle relazioni reali con le persone. Spesso i giovani ritirati sono persone sensibili e colte, con grande spirito critico, che non accettano la falsa alternativa vincenti-perdenti, temendo di far già parte dell’enorme numero dei secondi. Rumore, superficialità, consumismo esagerato, estroversione obbligata e gli eccessi della competizione per lo studio o il lavoro danneggiano il fragile carattere giovanile, impedendogli di condividere le emozioni col mondo reale. Dotati quindi di senso morale, non hanno però consapevolezza del proprio valore perché soffrono individualmente una tragedia che ha invece dimensione sociale, e dubbi sconosciuti alle generazioni precedenti: stare in casa o no, laurearsi o prendere il primo lavoro che capita (ma perfino quelli che lo trovano subito non possono evitare di soffrire per la propria instabilità), eccetera. Dopo aver attivamente corrotto l’unica idealità, quella comunista, isterici tecnocrati e stampa conservatrice hanno proclamato la morte delle ideologie: i privilegiati avanzano e concentrano su di sé tutto il potere, il popolo impotente si dissolve. Il padronato sogna e il governo realizza: cancellare il contratto nazionale di lavoro e lasciare a ogni singola impresa la libertà di decidere quanto pagare un operaio sarà la prossima “riforma”, ma si immaginano già anche ulteriori restrizioni del diritto di sciopero. I poveri, anziché poter contare su uno Stato che cerca costituzionalmente di rimuoverne le cause, avranno la certificazione della loro “vergognosa” indigenza con la prossima renziana poor-card. Le proteste degli ultimi anni sembrano rivolte collettive mosse dai bisogni interiori e dai sentimenti, dalla morale e dall’etica piuttosto che dalla politica. E mentre qualcuno delle nuove generazioni cerca fortuna all’altro capo del mondo, in tanti ascoltano il richiamo dei paesi rurali, imparano a stare nella natura e a percepirne la profondità, a fare le cose in silenzio e lentamente. Se prima ci si spostava in città sempre più grandi, oggi avviene il contrario: meno rumore, meno vicini, più vegetazione e più animali, si sente la mancanza della natura. E si vuole ri-conoscere il passato della propria famiglia e quello della propria comunità, e magari raccontarlo come fanno i nuovi cantastorie, si intuisce il bisogno di emozioni collettive. Fioriscono in campagna e in montagna forme di controcultura, volontariato e di localismo in ogni ambito sociale. Per i giovani murati proiettare se stessi sul territorio è nuovamente necessario; i rapporti personali sono meno numerosi ma più profondi, prevale di nuovo la fiducia sulla diffidenza, la mobilità ossessiva in ogni campo soccombe al bisogno profondo di stabilità. Una nuova cultura romantica riprende a fluire, ci si commuove di nuovo.

Enemonzo: il Tagliamento “minaccia” il centro volo, la preoccupazione del Centro volo nordest

di Gino Grillo.

Il Tagliamento “minaccia” il centro volo Timori sono stati espressi dal Centro volo nordest (Cvne) per eventuali esondazioni del fiume Tagliamento che potrebbero mettere in pericolo la permanenza dl campo volo nella piana di Enemonzo. Raffaello Dal Moro, presidente del sodalizio chiede un intervento di salvaguardia da parte della Regione. «Enemonzo rappresenta una realtà – dichiara Dal Moro – importante per la Carnia, in quanto il nostro campo volo può tranquillamente, e lo diciamo senza falsa modestia, essere paragonato alle realtà aeroportuali di Bled in Slovenia, a Notsch e Lienz in Austria e a Belluno e Bolzano in Italia». L’attività di volo a vela sta sempre più maturando e raggiungendo una significativa e qualificata offerta turistico-sportiva per la Carnia. L’attività di volo libero è iniziata una quindicina di anni fa e oggi conta oltre trenta soci iscritti, essendo frequentata da praticanti di questa attività che giungono da tutto il Triveneto e dai paesi esteri confinanti. In particolare Dal Moro ricorda come quest’anno il centro volo carnico sia annoverato al sesto posto nazionale nella classifica Olc, specifica per il volo a vela. Recentemente la zona è stata interessata da lavori che hanno visto stendere 500 metri quadri di terreno per allungare la pista di circa 50 metri verso ovest e il fiume regionale. Un intervento che permette di arretrare l’area di decollo permettendo la partenza anche dal pianoro rialzato usato fino ad ora solo per allineare gli alianti prima del decollo. La zona comprende un hangar di proprietà del club, che a fine concessione diverrà di proprietà comunale, proprietaria del sito, e un ristorante che da lavoro a quattro persone per tutto l’anno. (g.g.) Paularo Tragico gesto di un anziano a Cogliat Tragico gesto di un uomo del posto in val d’Incaroio. Un settantunenne, probabilmente provato da una malattia contro la quale combatteva, si è tolto la vita gettandosi dal ponte di Rio, in località Cogliat. Il ponte non è troppo alto, solo quattro-cinque metri dal letto del torrente, ma è caratterizzato da una copiosa portata d’acqua. L’allarme è scattato nel primo pomeriggio di ieri, ma all’arrivo dei soccorsi e delle forze dell’ordine ormai per l’anziano non c’era più nulla da fare. Il corpo, una volta recuperato, è stato portato nella della mortuaria del paese in attesa del nulla osta per i funerali.

Tolmezzo: Claudio Magris, Marchetti, l’Ors di Pani e Mussolini – dal Corriere della Sera del 27/02/1993

di

Claudio Magris.

Per gentile concessione dell’autore: dal CORRIERE DELLA SERA
Sabato 27 febbraio 1993.
A cura di Ermes Dorigo.

Alcuni giorni fa a Tolmezzo in Carnia Romano Marchetti mi ha dato la fotocopia di un curioso documento che non gli consta sia mai stato pubblicato. Marchetti ha da poco compiuto ottant’anni; è stato uno dei comandanti partigiani della brigata Osoppo, la formazione democratica che, mentre combatteva contro i fascisti, i tedeschi e i loro alleati cosacchi, si trovò ad essere proditoriamente aggredita nell’eccidio fratricida di malga Porzũs, da un gruppo della brigata Comunista Garibaldi connivente con le mire annessionistiche   di Tito nei confronti della Venezia Giulia. A Tolmezzo e in altri paesi della Carnia si erano grottescamente insediati nell’inverno del ’44-’45 quei cosacchi *

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cui i tedeschi avevano promesso una patria, che era stata più volte spostata sulle carte geografiche sino ad essere assurdamente situata in quelle ruvide terre orientali d’Italia. Sono stato testimone da bambino di quell’insensata, dolorosa e colpevole odissea, che mi ha rivelato i malintesi della Storia e l’esigenza di narrarli; pure Marchetti

ha rievocato indirettamente quei tempi in alcune pagine scritte molti anni fa – e ora ripubblicate fuori commercio per i suoi ottant’anni, [oggi ne ha 102] con una incisiva prefazione di Ermes Dorigo** – e dedicate a una curiosa e solitaria figura di patriarca di montagna, l’Ors di Pani,***

un vecchio selvaggio e ricchissimo, generoso e torbido, che aveva aiutato i partigiani e finì anni dopo assassinato per incerti e foschi motivi. Ma il documento che Marchetti mi ha dato risale a un’epoca più antica, in cui la Seconda guerra mondiale e le sue premesse erano ancora lontane e inimmaginabili. È’ la relazione che suo padre Sardo Marchetti, direttore didattico della scuola elementare di Tolmezzo, scrisse alla fine dell’anno scolastico 1907 sull’attività di un maestroche aveva insegnato in quei mesi e si chiamava Benito Mussolini: “ Il Sig. Benito Mussolini non fu un maestro senza una naturale disposizione all’arte educativa e senza metodo, mancante di quei mezzi e abilità che sono istromenti indispensabili all’educatore, senza la chiara visione di quanto si deve impartire nella scuola, disorganico nel procedimento; il sig. Benito Mussolini (pur riconoscendogli il suo lavoro) ha ottenuto frutti scarsi. Avrebbe potuto raggiungere un profitto molto migliore se avesse dato alla scuola buona parte delle sue non comuni Risorse intellettuali. Tolmezzo 18-81907. Dir. Sardo Marchetti”. Scritto a mano, il testo è la minuta della relazione ufficiale; la punteggiatura è frettolosa e, nella fretta, prima della parola “mancante” è stato evidentemente omesso un “ma” o un punto e virgola. Esso è tuttavia un piccolo, involontario capolavoro d’ironia – l’ironia del cortocircuito fra il quotidiano e la storia – e di civiltà. Il direttore didattico soppesa con equilibrio e senza preconcetti qualità e difetti dell’abborracciato insegnante, riconoscendo le sue doti e individuando le sue mancanze, senza permettere che le une facciano dimenticare le altre o viceversa, come avviene così spesso in chi formula un giudizio, e senza permettere che il giudizio stesso sia influenzato da simpatia o antipatia. In fondo, questa pagella data a Mussolini maestro elementare è valida, fatte le debite proporzioni, pure per Mussolini uomo della Provvidenza, che indubbiamente aveva risorse intellettuali non comuni e che, se le avesse adoperate in modo diverso e se si fosse applicato con più metodo e con una visione più chiara, avrebbe ottenuto un profitto molto migliore anche per l’Italia, anziché gettarla nella servitù e nella rovina. Nonostante il giudizio negativo, dalla scheda valutativa del direttore emerge in complesso il ritratto di un uomo non antipatico, approssimato e disordinato, ma laborioso e non avaro di sé, né duro con i ragazzi. In quell’anno trascorso a Tolmezzo il giovane Mussolini, racconta De Felice, indulgeva forse ancora più del solito ad “amorazzi”, con indecorosi contorni di risse, a gesti smodati e soprattutto a pacchiane ostentazioni di anticlericalismo, ma pure in questi gesti bislacchi si sente la generosità del sogno socialista e rivoluzionario; come ricorda egli stesso onestamente in uno scritto autobiografico, il futuro duce, che avrebbe ingiunto agli italiani di credere, obbedire e combattere, non riusciva ad ottenere disciplina dai suoi scolari della seconda elementare. Ma questo stesso fatto, e il tono col quale più tardi egli lo rievoca, rivelano come la relazione del direttore didattico, un’umanità pasticciona, ma non arida, che in quel momento non sembra destinata a commettere le colpe e a provocare le sciagure successive; mostrano un uomo della piccola, vecchia Italia, che guadagnava 75 lire al mese e che avrebbe potuto qualcosa di meglio di una Duce. Talvolta bisogna saper fare tesoro, con umiltà, anche dei voti e delle osservazioni contenuti in una pagella. La relazione del direttore Marchetti è un documento di una civile provincia che potrebbe costituire – e ancora e forse specialmente oggi, dopo le enormi ed emancipatrici trasformazioni di un secolo – la migliore Italia. Una civiltà che si esprime nella dignità, nel rispetto del lavoro e della precisione, nell’attenzione alla realtà concreta, nell’autonomia di giudizio. Oggi il “grande mondo” dei centri di potere d’ogni genere diventa sempre più astratto e irreale, una recita eclatante ma coatta, imposta da un ordine del giorno assordante ed effimero; se un tempo la provincia era spesso un microcosmo soffocante, dal quale era necessario uscire e rispetto al quale anche il più grigio anonimato metropolitano appariva una liberazione, ora essa si sveste sempre di più di quel carattere insieme colorito, plumbeo e patetico, evocato dall’aggettivo “provinciale” e offre spesso una notevole qualità di vita culturale, iniziative inedite più svincolate dal battage obbligato, un pubblico vivace e originale nelle scelte e negli interessi, buoni organi d’informazione. Questa provincia potrà diventare il volto della bella Italia se, nel dissesto generale del Bel Paese, non si lascerà bloccare, per reazione alla tracotanza e al collasso del centro, in una ringhiosa e livida chiusura, in uno sciovinismo municipale smanioso di alzare il ponte levatoio e di escludere il vicino. Al nostro futuro civile e politico è necessaria pure una provincia – termine che peraltro non ha ha quasi più senso – libera da complessi, amante delle proprie peculiarità e aperta al mondo, capace di dare pagelle equanimi a chi passa dalle sue parti e deve dimostrare, qualsiasi sia il ruolo che possa destinargli la storia, non solo di avere buone risorse intellettuali, come il maestro Mussolini, ma anche, a differenza di quest’ultimo, di sapersi applicare seriamente. Comunque nonostante le stravaganze di cattivo gusto e i magri risultati didattici, Tolmezzo**** è stata una tappa grama, ma non disonorevole nella storia di Mussolini. Marchetti – che lo ha combattuto da partigiano democratico, rifiutandosi più tardi, nonostante l’orrore di Malga Porzûs, di partecipare alle indiscriminate crociate anticomuniste – mi ha raccontato che, molti anni dopo, Mussolini già Duce, aiutò suo padre, il direttore che lo aveva bocciato, a recarsi in America per il funerale di sua figlia. Come si vede, i superiori severi ma giusti, come quel direttore, si fanno stimare e benvolere dai loro subalterni, anche quando questi ultimi sono divenuti potenti della terra che hanno perso la testa.

NOTE

*Nell’autunno del 1944 i tedeschi invasero la Carnia con l’aiuto dei cosacchi loro alleati, ai quali avevano promesso un luogo dove costruire un’autonoma patria cosacca, una «Kosakenland» fra i villaggi e le montagne di quella regione. I cosacchi vi si trasferirono in massa, compiendo saccheggi e atrocità di ogni tipo fino al maggio del ’45, quando scoprirono di essere stati usati e ingannati. Abbandonati a loro stessi di fronte all’avanzata dell’Armata Rossa, dovettero riparare in Austria e si arresero poi agli inglesi, i quali, però, ottemperando agli accordi segreti di Yalta, ma tradendo i patti, li consegnarono ai sovietici, che i cosacchi avevano cercato in tutti i modi di evitare. Vistisi ormai perduti, molti di loro scelsero il suicidio gettandosi nelle acque della Drava. Alcuni riuscirono a fuggire, molti altri incontrarono al morte in URSS. Da questa vicenda poco ricordata dalla storia, Claudio Magris trae spunto per comporre un resoconto toccante sul destino e sulla tragedia del vivere, ma anche su suoi brevi istanti di grazia.

** Allora Direttore della Biblioteca Civica (per questo motivo, dopo aver presentato Danubio, su mio invito, ci trovammo al Roma con Romano Marchetti). PREFAZIONE Resistenza ha significato, per chi l’ha vissuta come Romano Marchetti da intellettuale, che riflette sulle azioni, la conquista della Storia, l’uscita da una minorità regressiva, che impediva all’uomo di crescere e maturare, di decidere del proprio destino: l’abbandono di uno stato primitivo e “naturale” per diventare un essere “sociale”. 
In questo senso la Resistenza andò proprio in direzione contraria all’Ors, uomo della natura più che della storia e della società degli uomini, dallaquale visse appartato nella conca di Pani di Raveo, signore e padrone di terre e animali, avvolto da un alone di mistero al punto da assumere onnotazioni mitiche, fuori del tempo.Marchetti lo conosce e se lo fa amico durante la guerra partigiana (in Pani ci si nasconde o ci si raduna).
La miticità dell’Ors colpisce anche lui: non solo nel suo scritto lo fa come resuscitare, ma cerca di collocarlo in una tradizione mitologica, più della saga nordica, con tutto l’orrido romantico, che nella mitologia mediterranea, seppur tragica come quella greca.Non può comunque rifiutare la consapevolezza che con la sua azione partigiana, storica, ha fatto perdere all’Ors la “ferocia della solitudine”, quella pienezza che si può godere solo in un totale stato di natura, dove natura e uomo si armonizzano al punto tale da non avvertire sensi di vuoto e di mancanza, il bisogno degli altri, com’è per l’uomo storico, soggetto al limite del tempo.Da questo punto di vista l’Ors assume il duplice valore simbolico della fine di un’epoca storica (per la Carnia, la fine della civiltà contadina e l’entrata in un nuovo tempo) e della fine di un’epoca esistenziale, la giovinezza. Il rimpianto alinconico per l’Ors è l’espressione della nostalgia di Marchetti per la sua vita antecedente, la consapevolezza della proria storicità, per la giovinezza, insomma, coi suoi sogni e le sue speranze, ma soprattutto per la ‘irresponsabilità’ e la ‘atemporalità’ che la caratterizzano.Sul filo della regressione Marchetti rimane ancorato, comunque, alla sua ‘maturità’, raggiunta dolorosamente attraverso la lotta partigiana (che qui diviene la metafora, leopardiana, della sofferenza insita nel diventare adulti): indietro non si può tornare, si può solamente procedere verso il nuovo futuro, per costruire il quale si èlottato, portando dentro di sé il senso amaro di una perdita necessaria.Intrecciate di leggenda e di storia, di personaggi fantastici e reali, le dieci rievocazioni si reggono, appunto, su questo rapporto speculare tra narratore e narrato, tra l’uomo della Storia e l’uomo della Natura, e rivelano sotto otto un sogno di conciliazione e di armonia, da realizzare tra i due dopo la rottura. sogno di conciliazione e di armonia tra i due, da realizzare dopo la rottura. no di conciliazione e di armonia tra i due, da realizzare dopo la rottura.

***http://www.carnialibera1944.it/documenti/orsdipani_marchetti.htm

****http://www.repubblica.it/2006/08/sezioni/persone/mussolini-cattivo-maestro/mussolini-cattivo-maestro/mussolini-cattivo-maestro.html