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Carnia: è il momento di riflettere sul mercato del legno

di Delio Strazzaboschi.
Dopo l’eccezionale maltempo e i danni epocali provocati ai boschi della montagna, occorre provvedere al più rapido recupero del materiale legnoso, e successivamente alla ricostituzione dei boschi stessi. Ma, indipendentemente da ciò, dovrà anche essere colta l’occasione per riflettere, forse diversamente, sulla cosiddetta “filiera legno”. È un po’ difficile da spiegare: soggetti che da sempre agiscono solo dal punto di vista del proprio interesse, ora offrono e chiedono collaborazione, auspicano e anelano, organizzano tavoli e tavolini. Ma è ben semplice: i rapporti fra cliente e fornitore sono comunque rapporti di mercato, basati su interessi oggettivamente opposti. La sensazione è che ora si voglia promuovere come obiettivo generale una ingiustizia sostanziale, ovvero riuscire a ottenere al minor prezzo possibile il prodotto dal soggetto a monte della filiera (pretendendone addirittura il consenso formale): il produttore di semilavorati o pannelli rispetto alla segheria, la segheria rispetto al proprietario boschivo, eccetera. Così facendo, tutto viene ribaltato a monte, sui proprietari, che risultano i benefattori della filiera in nome dell’interesse di tutti e dei profitti di qualcuno. Il risultato non può che essere l’ulteriore riduzione delle utilizzazioni boschive: meno investimenti e meno occupazione, paesi abbandonati, territorio che frana (e più importazioni). E una ulteriore delusione, probabilmente l’ultima. Sì, si parla troppo di filiera legno. I proprietari del bosco nella montagna friulana sono prevalentemente i Comuni, i domìni collettivi e i consorzi privati. Perché non si taglia abbastanza? Perché manca la viabilità forestale. La Regione ancora si illude che possa essere realizzata con contributi al 50%, dimenticando il valore non soltanto economico ma di generale fruibilità (didattica e turistica) delle foreste. Serve di più, il 90%. Ai proprietari pubblici e collettivi si finanzino poi finalmente gli investimenti per impianti di cogenerazione basati sulle biomasse forestali (compresi quelli per la logistica del cippato). E non si taglia, soprattutto, perché non si guadagna abbastanza vendendo il bosco in piedi. La Regione non riconosca più contributi ai proprietari che continuano a farlo e non affidano le lavorazioni alle imprese boschive locali (che in questo modo sarebbero concretamente sostenute), vendendo poi direttamente o tramite la borsa del legno il legname assortimentato a piazzale, o che non si organizzano in azienda forestale con propri uomini e attrezzature per la gestione diretta del bosco. È vero, i prezzi sono un po’ migliorati vendendo i tronchi in Austria o Germania. Ma il problema generale è che si vendono i tronchi all’estero, da cui poi si ricomprano travi, tavole, perline e segati in genere. Non è che ci voglia molto a capire: servono le segherie di vallata (per esempio, tre in Carnia, due in Canaldeferro-Valcanale). Grandissime, tecnicamente all’avanguardia, tutte dotate di impianto per la produzione di pellet. Finanziate direttamente e totalmente dalla Regione quale infrastruttura pubblica di sistema, e poi gestite da manager (veri, no parenti e amici) che potranno operare sul mercato, nell’interesse generale, a prezzi competitivi perché non costretti a recuperare gli investimenti. Dovranno invece essere capaci e bravi a vendere ovunque possibile semilavorati segati e pellet della montagna friulana, scalzando i prodotti d’importazione. La politica prenda finalmente atto che anche nella filiera legno si è in presenza di un fallimento del mercato: risorse non valorizzate (non si taglia e si importa legno, no investimenti e no occupazione) e bisogni non soddisfatti (economia locale, vitalità delle comunità, cura del territorio). E agisca, finalmente, di conseguenza. —

Tolmezzo: i Carnici dovrebbero scegliere la ricetta per l’autogoverno della montagna

Se penso alle continue proposte di nuovi assetti istituzionali per la montagna degli ultimi anni, mi viene in mente la celebre critica di Dante a Firenze nel canto VI del Purgatorio: “Atene e Lacedemona, che fenno l’antiche leggi e furon sì civili, fecero al viver bene un picciol cenno verso di te, che fai tanto sottili provedimenti, ch’a mezzo novembre non giugne quel che tu d’ottobre fili”. Ripercorriamo brevemente la storia: subito dopo la fine della seconda guerra mondiale fu costituita la “Comunità Carnica”, libera associazione dei Comuni, per iniziativa di Gortani, Lepre e Marchetti, a cui successe nel 1974 la “Comunità montana della Carnia”, prevista dalla Legge nazionale 1102/71 e dalla L.R. 29/73, ente di diritto pubblico obbligatorio, che è rimasta in vita per più di 30 anni. Detto en passant, l’Assemblea prevedeva la presenza di Sindaci e consiglieri dei vari Comuni, tra maggioranza e opposizioni, con ben 119 delegati! Questo fino all’inizio del 2000 quando ne facevano parte solo i Sindaci o delegati dei Sindaci. Poi venne la proposta della 5° provincia della Giunta Illy, naufragata a seguito del referendum del 2004 e quattro anni dopo la Giunta Tondo propose il Circondario, che ebbe a sua volta vita breve. Così dopo anni di commissariamento si giunse all’UTI, che non comprendeva tutti i Comuni della Carnia, essendoci alcuni Comuni “ribelli”, che non aderirono. Nel frattempo qualcuno (l’ex sindaco di Tolmezzo, Piutti) lanciava la proposta dell’unico “Comune Carnico”, raccogliendo poche adesioni, a dire il vero. E siamo giunti al 2018; nuova Giunta regionale, nuova proposta, direi meglio “nuove proposte, giacchè si parla di nuovi/vecchi enti provinciali o sub-provincial, ma si è sentito addirittura parlare di una nuova provincia montana che comprenda l’intera zona montana delle due ex Province di Udine e Pordenone. Ancora Dante ci aiuta a descrivere il tutto “E se ben ti ricordi e vedi lume, vedrai te somigliante a quella inferma che non può trovar posa in su le piume, ma con dar volta suo dolore scherma.Alla fine di questa forse lunga premessa vorrei rivolgere una preghiera ai nuovi governanti regionali: perché non lasciate che siano i carnici a scegliersi la forma migliore di autogoverno per la nostra zona? Leggo proprio oggi che i comuni della Comunità collinare (Buia e contermini) ribadiscono la volontà di ricostituire il loro Consorzio che funzionava bene per le loro necessità. Perché non si potrebbe fare lo stesso ripristinando la “Comunità montana della Carnia”, rivedendo al limite qualche aspetto organizzativo: elezione diretta o meno, presenza delle minoranze e non solo dei Sindaci? Se ne potrebbe discutere senza la cappa uniformante della proposta unica regionale. Aggiungerei anche “Torniamo allo Statuto”, copiato naturalmente dal celebre motto di Sonnino del 1897, che non è naturalmente lo Statuto albertino, ma lo Statuto della Comunità montana del 1975, frutto di un lavoro unitario tra le forze politiche di allora. Rileggerlo ora sarebbe di grande aiuto agli attuali amministratori e ai consiglieri regionali della zona!

Tolmezzo: gli esempi del passato per rialzare la Carnia

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di Gianni Nassivera

Sono questi, per la Carnia, giorni cupi e tristi: il bilancio dei danni provocati dalla recente alluvione di fine ottobre appaiono ingenti e sconfortanti. Troppo ingenti e pesanti per un territorio fragile come la Carnia che alimentano il dubbio che rimettere tutto a posto e sanare le gravi ferite inferte dalla natura sarà un’impresa che richiederà ancora molto impegno. Danni non solo di tipo materiale, ma di un altro tipo, forse più subdolo e pericoloso, quello che produce scoramento e che determina l’indebolimento dell’idea stessa di futuro per le nostre comunità. Sento, infatti, aleggiare tra la nostra popolazione montanara un sentimento di impotenza e rassegnazione giustificato anche dal ricorrente fallimento di tutte le politiche promesse (ma purtroppo non realizzate) a favore della montagna. Questo sentimento, pur giustificato, va però da subito contrastato attingendo a quelle risorse che le nostre popolazioni, in contesti altrettanto difficili, hanno dimostrato di possedere e valorizzare. Il ricordo non può non riferirsi al periodo del post-terremoto: allora il pessimismo della ragione venne sconfitto dall’ottimismo della volontà con gli esiti straordinariamente positivi che da tutti viene riconosciuto. Venne fatto, allora, uno sforzo straordinario, corale, concreto e lungimirante che riuscì ad ancorare le nostre popolazioni, la gente dei nostri paesi, al proprio territorio e a farlo considerare come il luogo in cui valeva la pena di continuare a vivere.L’interrogativo, dunque, è il seguente: saranno di nuovo in grado il territorio e le comunità (specie quelle più periferiche) della Carnia di reagire positivamente e con sufficiente energia a questa nuova sfida che hanno di fronte? A distanza di oltre quarant’anni dal sisma del 1976 la situazione appare un po’ diversa: l’elemento che più diversifica il post-terremoto dall’oggi è la fragilità delle comunità locali caratterizzate dalla senilizzazione delle loro popolazioni e dal fenomeno dello spopolamento che ha molto indebolito i nostri paesi. In questa situazione problematica è ancora possibile coltivare la speranza di vedere i nostri paesi ancora vitali e sufficientemente in grado di offrire accettabili livelli complessivi di qualità della residenza? Credo che l’urgenza e l’emergenza odierne e dei prossimi mesi siano proprio queste: convincere con i fatti, con atti concreti di condivisione delle aspettative della gente, che vivere la montagna anche nei suoi luoghi più periferici (ma anche, lasciatemelo dire, più belli e affascinanti) sia cosa possibile e fattibile. Ben vengano quindi la responsabilizzazione degli amministratori locali, la concreta vicinanza della Regione e dello Stato, la dotazione di risorse straordinarie, la semplificazione e la deburocratizzazione delle procedure amministrative per sanare le tante ferite della Carnia. Se questo, come spero, avverrà sarà molto utile ricavare dalla storia recente e meno recente del nostro territorio alcuni insegnamenti ed esempi di lungimiranza politica ed amministrativa. Ognuno nella propria esperienza di impegno sociale, politico e amministrativo ha apprezzato modelli esemplari di comportamenti e azioni positivi. Per quello che mi riguarda, e non per rivendicare primazie o per creare classifiche di merito, da vecchio militante del Partito Socialista (partito ancora vivo nella memoria e nel cuore di tanti compagni) mi piace ricordare alcuni eventi e vicende che hanno contribuito a scrivere alcune pagine della storia della nostra Carnia. Come non ricordare l’esempio e l’opera di Enzo Moro, l’indimenticabile vice presidente della Regione, artefice dello sviluppo turistico del Varmost di Forni di Sopra e dello Zoncolan a Sutrio. Come non va dimenticato il lavoro svolto dal senatore Bruno Lepre, promotore della legge 1102/71 istitutiva delle comunità montane, legge finalizzata alla gestione del proprio territorio per chi in montagna lavora e vive, nonché l’impegno svolto per creare la zona industriale sud di Tolmezzo. E per concludere l’emanazione della legge 97/94 “provvedimenti a favore delle zone montane da parte del senatore Diego Carpenedo. Ovviamente, per la Carnia, altre pagine di storia sono state scritte da altre personalità della politica, penso al senatore Michele Gortani che come costituente è stato capace di fare inserire all’articolo 44 della costituzione “la legge dispone di provvidenze a favore delle zone montane”, nonché il grande magistero morale, culturale e politico lasciato ai carnici. A me piace ricordare questi uomini politici (con la “p” maiuscola) perché, in questa fase delicatissima che riguarda la nostra Carnia, avere degli esempi che indichino modelli e comportamenti da adottare per ridisegnare scenari di progresso civile, sociale ed economico è assolutamente importante. Altrettanto importante è alimentare, sulla scorta di tante esperienze e vicende positive del passato, l’idea di un possibile e positivo futuro per il nostro territorio che dovrà aver come esito, ineludibile e fondamentale, l’ancoramento e la presenza attiva della popolazione nei propri paesi e tra le proprie montagne, indistintamente per tutti dovrà essere l’impegno per garantire la permanenza dell’uomo sul territorio, garanzia concreta per saper gestire i pericolosi eventi che la natura ci presenta. —

Paolo Medeossi: il “babau” e le ondate di fango che inquietano i nostri paesi

L'immagine può contenere: cielo, spazio all'aperto e natura
di Paolo Medeossi

La natura segue il suo corso, da sempre. E dunque in Friuli piove molto, moltissimo, da sempre, anche se da qualche anno in forme bizzarre, ma per questo più minacciose e difficilmente prevedibili visto l’effetto serra e i problemi connessi su cui Luca Mercalli ci informa ogni volta che fa tappa da noi e tiene affollate conferenze, dalle quali si torna a casa con il morale sotto i tacchi e la testa piena di domande. Ma ci sarà un motivo se in Friuli esistono toponimi come Pioverno o Piovega; se il primato italiano in fatto di piovosità appartenga alla remota Uccea dove nel 1960 si registrò una punta di 6103 millimetri; se il più grande genio nato a Udine, e cioè Arturo Malignani, dedicò la vita a tante imprese e pure al fatto di rilevare ogni giorno, per decenni, nella sua torre sotto il castello, i dati meteorologici della città, pioggia in testa; se ogni volta che un film viene ambientato in Friuli la maggior parte delle scene ha come sfondo panorami molto umidi; se insomma il nostro destino di regione ai confini nazionali è legato a un pregiudizio atmosferico per cui, in giro per l’Italia, Friuli fa rima con acquazzoni, temporali, nevicate, tempo da lupi e da orsi eccetera… Situazioni che hanno ispirato scrittori e poeti come Leonardo Zanier (che, da gabbiano controcorrente, ironicamente diceva: «In Carnia abbiamo i più bei temporali del mondo») o Pierluigi Cappello, che scrisse in friulano i versi di “Qui è appena grandinato”. Invece un giovane gruppo musicale, i “Luna e un quarto”, propone come cavallo di battaglia nientemeno che il brano “Il blues del temporale”.C’è poi la realtà con cui bisogna confrontarsi perché fa i conti direttamente con la natura. Il babau grande, al di là dei babau piccoli disseminati ovunque, resta sempre il Tagliamento, il fiume che taglia il Friuli dividendolo e anche unendolo in qualche modo. Un solco tracciato nella geografia e nella coscienza di questa terra. È lì, sul Tagliamento, che tutto va a finire oltre alle acque degli affluenti. In questi giorni riaffiorano, come sempre in simili situazioni, i ricordi delle disastrose alluvioni del 1965 e 1966, quando il nostro mondo venne messo in ginocchio, dalla Carnia a Latisana, dove si visse il dramma peggiore. Momenti nei quali vennero coinvolti anche i cronisti nel raccontare ora dopo ora la tragedia. Restano nel mito giornalistico friulano le parole di Mario Blasoni che, assieme ai colleghi, era asserragliato nel municipio latisanese. Il suo articolo, la sera del 4 novembre 1966, cominciava così: “Telefono mentre l’acqua sale…”. Quel disastro, causa di molti morti, segnò pure una presa di coscienza sul problema delle alluvioni, come una decina di anni dopo accadde con il terremoto. Si rafforzò dopo di allora una maggiore e vigile consapevolezza, tanto da portare alla nascita di una straordinaria Protezione civile, quella che in queste ore è entrata in azione in modo efficiente, logico, silenzioso perché chi ne fa parte sa a memoria cosa deve fare. È un sistema che va ringraziato e ricordato di continuo, perché ci avvolge in una rete di sicurezza che una volta non esisteva.Rischi e scenari da piovosità disastrosa possono dunque essere affrontati, limitati, combattuti anche se ancora di più si può fare per ridurre la vulnerabilità dei territori di fronte allo spauracchio-acqua che da noi ha una lunga storia. Sono almeno una sessantina le alluvioni gravi nei secoli recenti, riguardando soprattutto la sponda della Sinistra Tagliamento. Già nel 1483 il cronista Martino Sanudo definiva il fiume come rapace, furioso e rabbioso. Da allora si susseguirono tante “ordinarie alluvioni” perché l’apparente quiete idraulica non deve mai ingannare. Basta tenerlo presente e poi saper imbrigliare acque e panico quando dal nulla appaiono quelle ondate limacciose che scheggiano la tranquillità dei nostri paesi.

Alto Friuli: solo la nuova economia salverà la montagna

di Mauro Pascolini, –geografo, Università di Udine.

La montagna è nuovamente al centro dell’attenzione: una perturbazione da tempo annunciata, precipitazioni intense che questo mese d’ottobre non aveva ancora conosciuto, ed ecco il bollettino di guerra che segnala frane, smottamenti, esondazioni, allagamenti, ponti crollati, strade chiuse, paesi e frazioni isolate, non solo in Carnia, ma nel Sappadino, nell’Alta Valcellina, nella Pedemontana pordenonese. Sembra che la montagna si sgretoli e che voglia scendere a valle non solo con gli abitanti che hanno da tempo hanno lasciato i centri in quota e quelli nei fondovalle più marginali e sfavoriti, andando a popolare le cinture periferiche e i paesi industrializzati della pianura, ma con tutta se stessa, con i prati, i pascoli, i boschi, i torrenti, a voler dire a tutti che questa volta non serve solo rappezzare, intervenire nell’emergenza, soccorrere: bisogna affrontare una situazione che è fondamentale per tutto il territorio regionale e non solo perché il dissesto della montagna ha pesanti conseguenze anche in pianura come i fiumi in piena lo stanno a dimostrare.E allora riemergono i temi di un territorio, quello montano, tante volte diagnosticati, ma mai realmente affrontati anche se i medici al capezzale sono stati molti e molte sono state le ricette. Il nodo fondamentale è che per fare la manutenzione di un territorio come quello montano bisogna che la presenza dell’uomo sia una presenza viva e attiva: vanno puliti i letti di rii e torrenti, vanno falciati i prati perché non diventino una inesorabile superficie che accelera lo scorrere dell’acqua, vanno curati i boschi, vanno conservate le radure, vanno presidiati gli insediamenti, e si potrebbe continuare a lungo con l’elenco. La montagna invece è contrassegnata da fenomeni di abbandono, di scivolamento a valle dei centri più elevati, dall’invecchiamento e femminilizzazione della popolazione, dalla denatalità, dall’abbandono delle professioni tradizionali, aggravati dalla mancanza di un diffuso e condiviso progetto di sviluppo del territorio che ponga al centro la possibilità reale del vivere in montagna.Troppo sporadici, pur se presenti, sono i tentativi di mettere in essere buone pratiche e il restare o il tornare in montagna è un fenomeno poco diffuso anche se su altri versanti dell’arco alpino parole come neo pastorizia, neo ruralità, ripopolamento e reinsediamento, nuove economie sono pratiche che lentamente e a fatica si stanno facendo strada, superando l’unica ricetta meccanicamente proposta, quella del turismo. La montagna in queste ore sta rendendo evidente che le sue debolezze sono quelle, se ben guardiamo, di tutta una regione che sembra aver perso l’idea di futuro e ripiegata su stessa, sembra aver perso il legame profondo con i luoghi e la conoscenza stessa dei delicati equilibri che con quei luoghi hanno elaborato nel corso di secoli permettendo alle comunità di sviluppare il loro progetto esistenziale. E riprendere il filo del discorso interrotto è tanto più urgente in quanto è ormai evidente che la dimensione del problema è planetaria se pensiamo ai cambiamenti climatici, al riscaldamento del clima, alle modifiche nella distribuzione e nella quantità delle precipitazione, al ritiro dei ghiacciai… e gli eventi di questi giorni lo stanno a dimostrare.La cura del territorio è la cura di un patrimonio che abbiamo avuto in eredità e che dobbiamo conservare e incrementare per le generazioni che verranno dopo e ciò è tanto più vero per la montagna che ha dato vita a una fittissima rete di rapporti e interrelazioni che uniscono il materiale all’immateriale realizzando una dimensione spaziale valoriale collettiva e sociale. I luoghi sono memoria, appartenenza, valore, storia e per questo la risposta deve essere una risposta di tutti: se la montagna si sbriciola si sbriciola anche l’intera comunità regionale e allora la risposta deve essere forte, pronta ed efficace con modelli di sviluppo nei quali il montanaro e i suoi luoghi siano protagonisti. 

Tolmezzo: torna la consulta dei giovani mancava da due anni

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Si va verso la ricostituzione della Consulta giovani di Tolmezzo. Nata come organo consultivo del Comune nel 2010, mancava formalmente dall’ottobre 2016. Dopo due anni di assenza della Consulta giovani, mercoledì saranno sottoposte per l’approvazione al Consiglio comunale tolmezzino alcune modifiche allo statuto della stessa proposte per agevolarne la ricostituzione effettiva. «Si propone – spiega l’assessore comunale alla cultura, politiche giovanili, innovazione, agenda digitale e turismo, Marco Craighero – che l’età massima per far parte della consulta giovani scenda da 29 a 25 anni, quella minima resta 16 anni. Il numero di componenti massimo si chiede sia portato a 15 (finora è 11), quello minimo resta 7. Anche la durata del mandato della consulta si chiede venga modificato, passando da 3 a 2 anni. Vi sono poi piccole modifiche sul funzionamento che dovrebbero migliorare l’attività della consulta, che manca formalmente dall’ottobre del 2016, di fatto anche da prima, in quanto era stata attiva fino al 2015». Era stata eletta nel 2013. Ora c’è la possibilità concreta che si ricrei la consulta perché «c’è già – segnala Craighero – un gruppo eterogeneo di 11 giovani disponibili a mettersi in gioco e partire. Con loro ho esaminato le modifiche che andrebbero apportate allo statuto per andare incontro alle reali esigenze di chi può entrare a farne parte. Dopo il consiglio, faremo un avviso pubblico per le candidature. C’è già questo gruppo di giovani, ma altri potrebbero volersi candidare, il che arricchirebbe ulteriormente la scelta. Il 27 ottobre ci sarà l’assemblea con le elezioni. Contiamo possa essere l’occasione per ricostituire finalmente la consulta, organo molto importante per un Comune per confrontarsi con le esigenze e le proposte dei giovani». Già nel 2013 il Consiglio comunale aveva approvato una modifica allo statuto della Consulta. Se prima il limite di età andava da un minimo di 16 anni a un massimo di 35, allora si era scesi a 29 anni. Il numero dei componenti del direttivo che prima oscillava tra un minimo di 15 e un massimo di 25 membri, era stato compreso in una forbice dai 7 agli 11 componenti. La Consulta si era costituita nel 2010 e il suo statuto era stato sottoposto al Consiglio. –

Alto Friuli: troppi incidenti pochi controlli, le strade in Carnia come fossero piste

di Marco Lepre, presidente Legambiente della Carnia.
Non è semplice intervenire all’indomani dell’ennesimo incidente che è costato la vita a un giovane motociclista. C’è sempre il timore di mancare di sensibilità e rispetto nei confronti di familiari e amici già duramente provati o di suscitare dolorosi ricordi in altre persone cui è toccato di affrontare una analoga tragedia.Eppure bisogna farlo, perché nella nostra regione il numero di vittime a causa di incidenti stradali è impressionante e supera di gran lunga quello dei decessi provocati dai crimini commessi dagli stranieri o legati al consumo di droghe (per il fumo delle quali nessuno è mai morto); ma, a differenza di questi casi, non si trova nessun (pessimo) politico pronto a sbraitare o sindaco disposto a vestire i rassicuranti panni di “sceriffo”. Il problema invece esiste e si inserisce nel più generale contesto della mancata prevenzione degli incidenti sulle nostre strade. Già dall’inizio della primavera e per tutto il periodo in cui le condizioni climatiche la rendono favorevole, assistiamo ormai a un’invasione di appassionati di motociclismo che, in singoli o in gruppi, anche numerosi, percorrono le nostre strade di montagna. Il fenomeno si concentra in particolare durante i fine settimana e, come in tutte le attività umane, coinvolge sia persone assennate e rispettose delle regole (che, dopotutto, praticano una forma di turismo ormai propagandata da riviste e siti internet specializzati), che “centauri” che scambiano le strade per piste da gran premio e si comportano come se il codice della strada per loro non esistesse. A questi ultimi, quindi, poco interessa del paesaggio e di conoscere i luoghi e le comunità che incontrano, quello che conta sono le curve e i percorsi tortuosi su cui possono esprimere o esibire le loro capacità di guida.La presenza diffusa di moto di grossa cilindrata, che rombano e sfrecciano ad alta velocità è particolarmente evidente in Carnia lungo la strada regionale n. 512, che attraversa la Val del Lago, e sulla strada provinciale che da Tolmezzo porta a Sella Chianzutan, scendendo poi in Val d’Arzino. Pericolosità, rischio di investimento per i ciclisti e i pedoni che, numerosi, frequentano per esempio la zona del Lago di Cavazzo, inquinamento acustico per i residenti nei paesi, ma ben percepibile anche dalla fauna e dagli escursionisti che frequentano i boschi della zona, come mi è capitato più volte di constatare: queste sono alcune delle conseguenze legate a questa pratica.Ora, prima ancora dei tragici incidenti di questa estate, immagino di non essere stato il solo che si sarà chiesto come mai, considerata una situazione che è sotto gli occhi di tutti e che consentirebbe, attraverso le multe erogate, di riscuotere notevoli somme per le casse pubbliche, non si vedano, a parte qualche sporadica pattuglia dei carabinieri, forze dell’ordine (polizia stradale, vigilanza urbana) presenti lungo queste strade. Il rilevante eccesso nel superamento dei limiti di velocità e la costante violazione di altri articoli del codice della strada, dovrebbero portare a battere maggiormente queste zone, rispetto ad altre dove i “normali” automobilisti rischiano di essere quotidianamente fermati per molto meno.Una risposta, che sul momento mi ha lasciato incredulo, mi è stata data, qualche tempo fa, da un “addetto ai lavori”, che si occupa di manutenzione stradale. “Le forze dell’ordine non intervengono – mi ha spiegato – perché tra coloro che hanno l’abitudine di sfrecciare in sella a moto di grossa cilindrata molti sono loro colleghi”. Possibile? Se fosse vero, saremmo proprio messi male, ma se così non fosse, come mi auguro, d’ora in poi c’è un modo molto semplice per dimostrarlo!

Friuli: strutture dei rifugi troppo vecchie? «Mancano soldi per rifarle»

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di Melania Lunazzi.
C’era una volta il rifugio alpino spartano, silenzioso, raccolto, raggiungibile a fatica. In centocinquant’anni di storia dell’alpinismo molto è cambiato e il grande aumento di frequentazione della montagna di questo millennio fa nascere a volte discrepanze tra domanda e disponibilità dell’offerta. Una questione di mentalità cittadina poco adattabile alle scomodità alpine o una incapacità da parte delle strutture alpine di adeguarsi alla maggiore domanda di comodità? In che termini va posta la questione sollevata dalle recenti lettere e dagli interventi pubblicati dal Messaggero Veneto? Da una parte c’è chi chiede più cura nella gestione delle strutture, dall’altra chi ricorda come la montagna abbia il suo ritmo e le sue leggi.«Sposo quanto detto dal sindaco Brollo anche se il signore della lettera di protesta qualche ragione ce l’ha» dice Stefano Sinuello, presidente di Assorifugi Fvg e gestore da più di trent’anni del rifugio Pelizzo sul Matajur. «È vero, periodicamente ci sarebbe bisogno di cambiare gli arredi, la perlina va marcia, i tavoli hanno cinquant’anni e le terrazze esterne avrebbero bisogno di abbellimenti, ma questi lavori non possono essere imputati ai gestori, che a ogni stagione pagano un affitto e devono vivere dell’attività che conducono. Spesso ci troviamo a dover sopperire di tasca nostra a carenze strutturali, perché la proprietà (il Club Alpino o altri proprietari) non sempre risponde tempestivamente alle nostre richieste di intervento: dalla sostituzione del gruppo elettrogeno al bisogno di attrezzi da cucina. Non metterei in dubbio la professionalità dei gestori nel servire per quanto possibile prodotti genuini e artigianali: ognuno di noi dà il massimo. Invece direi che gli introiti che le proprietà ricevono dai nostri affitti dovrebbero essere puntualmente investiti per apportare migliorie ai rifugi».Ma anche le sezioni del Cai proprietarie di rifugi alpini stentano a volte a stare al passo e non per mancanza di volontà. «I rifugi si trovano in ambienti difficili, sono costruzioni spesso datate e richiedono costanti manutenzioni – dice Antonio Nonino, presidente della Società Alpina Friulana, proprietaria di quattro rifugi (di Brazzà, Divisione Julia, Marinelli e Gilberti – Soravito). Investiamo ogni anno circa 45.000 euro sui nostri rifugi, importo che corrisponde esattamente agli introiti ricevuti dai gestori. Siamo tra l’altro ancora impegnati per quindici anni in un mutuo per pagare le spese sostenute nella ristrutturazione del Divisione Julia di Sella Nevea. Certamente se potessimo permettercelo vorremmo investire la cifra (circa 300.000 euro) necessaria per dotare i rifugi Marinelli e di Brazzà di corrente elettrica, in modo da consentirne l’apertura invernale, con un allacciamento a bassa tensione interrato. Ma questo non è nelle nostre disponibilità».Da Tolmezzo il presidente del Cai Alessandro Benzoni cita un altro esempio che è il rifugio alpino Fratelli De Gasperi: «Purtroppo c’è una netta disparità tra entrate e uscite da destinare ai lavori. In tre anni abbiamo incassato 13.000 euro e ne abbiamo spesi 21.000, senza contare le tasse. E al momento il De Gasperi ha bisogno di un impianto per il pompaggio dell’acqua che costa 100.000 euro e verrà finanziato con un contributo regionale». Altro che tendine tirolesi.

Enemonzo: l’attività di ERSA alla 44^ mostra mercato del formaggio e della ricotta di malga

L’ERSA (Agenzia regionale per lo sviluppo rurale) ha curato alcuni eventi alla 44^ mostra mercato del formaggio e della ricotta di malga di Enemonzo (Ud), nell’ambito di due iniziative di collaborazione transfrontaliera del Programma Interreg V-A Italia-Austria 2014-2020: “MADE – Malga and Alm Desired Experience” (per conservare e tutelare il patrimonio culturale e naturale, nonché le conoscenze dell’agricoltura tradizionale nella zona alpina) e “TOP-Value Il valore aggiunto del Prodotto di montagna” (per favorire l’adesione all’indicazione facoltativa “Prodotto di Montagna” da parte dei produttori di questi territori).

Sono stati 3 i focus principali su cui è stata posta attenzione: la produzione, la qualità e l’utilizzo finale delle produzioni casearie d’alpeggio.

L’ERSA ha proposto al pubblico una degustazione dei prodotti di malga regionali, con un approfondimento guidato sulle caratteristiche dei formaggi e delle ricotte di alpeggio. Domenica 16 si è svolto un convegno con le relazioni del prof. Giulio Cozzi dell’Università di Padova (dipartimento di medicina animale, produzioni e salute) sul tema “Riflessioni sulle ricadute positive nelle produzioni di malga dovute alla corretta interazione tra razze alpeggiate, alimentazione e gestione dei pascoli” e di Ennio Pittino (ERSA) che ha illustrato le modalità di valutazione dei prodotti in concorso, secondo apposite schede predisposte dai tecnici dell’Agenzia, ed un sistema informatizzato di raccolta dei dati di ogni giurato. Su proposta dell’ERSA è stata introdotta al concorso una nuova categoria dedicata ai “Formaggi caprini di malga”

Ecco i vincitori del concorso suddivisi per categoria:

Categoria “Formaggio di malga”
Malga Comune Gestore Casaro
1^ Montasio Chiusaforte AAFVG Toffolo Simone
2^ Confin Venzone Colomba Ennio Colomba Daniel
3^ Valuta Socchieve Erman Mirko, Erik e Petris L. Erman Bernardino
Categoria “Ricotta affumicata di malga”
1^ Lavareit Paluzza Soc. Coop. Agricleulis Flora Davide
2^ Casavecchia Forni Avoltri Gressani Aulo Gressani Aulo
3^ Pramosio Paluzza Screm Marino e Pietro Paluber Samuele
Categoria “Formaggio caprino di malga”
1^ Fossa de Bena Polcenigo De Conti Giovanni De Conti Giovanni
2^ Lavareit Paluzza Soc. Coop. Agricleulis Mella Anna
3^ Vinadia Grande Prato Carnico Piazza Mauro Rupil Daniele

Dopo l’inaugurazione della mostra “L’uomo domini sul bestiame … Dalla pastorizia alla zootecnia” allestita da ERSA e dell’esposizione dei prodotti caseari di malga in concorso, la famiglia Rugo di Enemonzo ha consegnato il premio “GIACOMO RUGO” all’azienda agricola L’allegra fattoria di Morocutti Ivan e Silverio Romina di Tolmezzo.
Questo riconoscimento viene assegnato ogni anno a giovani malghesi che si distinguono nell’attività dell’alpeggio.

Per festeggiare i vincitori l’ERSA e la PRO LOCO hanno offerto un aperitivo a base dei prodotti del territorio e dei formaggi e ricotte in mostra.

Nel tardo pomeriggio, l’Agenzia ha organizzato uno show cooking con la collaborazione dello staff del ristorante “Da Nando” di Mortegliano (Ud) per presentare al pubblico una ricetta a base di ingredienti locali e tradizionali, tra i quali i prodotti di malga del FVG.

Tolmezzo: permessi anche online per la raccolta dei funghi in Carnia e a Sappada

http://montagna.evolutiontravel.it/schede/29940/it-sutrio-a-funghi-in-carnia-in-un-paese-come-albergo-2fa1e.jpg
di Tanja Ariis .
Raccolta funghi in Carnia e a Sappada: il turista ora può ottenere il permesso anche online. È la prima volta che tale servizio viene attivato in Fvg. Lo hanno reso possibile l’Uti della Carnia con la Regione. Gli operatori turistici locali lo chiedevano da anni, rappresentando una richiesta frequente e un’attrattiva importante. È così ora disponibile sul sito web dell’Uti della Carnia la piattaforma che consente il pagamento online del permesso per la raccolta dei funghi a fini turistici, valido solo per la Carnia e Sappada. L’Uti e Insiel hanno concluso pochi giorni fa gli ultimi test sul corretto funzionamento della piattaforma di pagamento online per questo permesso messo a disposizione dall’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID), tramite Regione e Insiel. Pagare è facile e veloce: con un click sul banner dedicato ai pagamenti online presente in homepage sul sito dell’Uti della Carnia viene generato un form che permette al turista di selezionare la data per cui richiedere l’autorizzazione, inserire le proprie generalità (nome, cognome, residenza, codice fiscale)e procedere al saldo della tassa di 5 euro al giorno. Il pagamento per la raccolta funghi a fini turistici può essere effettuato per un massimo di dieci giorni, anche non consecutivi, in un anno.

Ecco il link per il pagamento:
http://www.carnia.utifvg.it/index.php?id=7707

Ecco il link per la normativa:
http://www.carnia.utifvg.it/index.php?id=6865