Archivio tag: tradizioni

Paularo: l’Albergo Impero quanti ricordi

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di Dino Menean Paularo.

Non si può non vederlo. Ignorarlo. È un edificio massiccio che si leva davanti alla fermata delle corriere, sul crocevia delle strade principali. Nei paraggi sorge la chiesa con accanto la scuola materna. Poco distante il municipio. Insomma nel centro di Paularo si erge l’albergo Impero. Mi ricordo il proprietario originario. Pizzo alla francese, prince-nez. Alto, compassato, voce stentorea. Sembrava uscito anche lui come il suo albergo direttamente dall’Impero coloniale. Era un uomo di una gentilezza squisita. Si muoveva con grazia fra i tavolini. «Tutto a posto signori?!» mi sembra ancora di udirlo. Era poco più che un ragazzo. L’albergo allora, constava di un’ampia sala e di un bancone enorme dove bottiglie e bicchieri ben allineati facevano bella mostra di sé. Una sala più piccola adiacente conteneva un biliardo e una tavola di marmo con schacchiere, dame e scacchi e carte per giocatori appassionati e assidui. Al piano superiore le camere per i turisti, davano sul torrente Chiarsò. Un’altra sala si apriva per ricevere le riunioni di club e partiti. E giù nel seminterrato un vasto spazio era riservato per il ballo, veglia verde e alpini. In una nicchia nascosta una targa ricordava il passaggio e il pernottamento del poeta Giosué Carducci, durante il suo “excursus” per i paesi della Carnia. L’albergo Impero era il fiore all’occhiello di Paularo. Quando è iniziata la sua decadenza non lo so. Mentre crescevo ho visto avvicendarsi diversi proprietari. E l’albergo, pur conservando la sua figura, in qualche modo perdeva smalto e fulgore. Poi un giorno l’ho visto chiuso: finestre sprangate, cancello sbarrato. E poi un altro giorno un enorme cartello con su scritto “Vendesi”. E poi è iniziato il dissesto; e ora giace abbandonato. Muri scrostati, vetri infranti. La lettera I di Impero penzolante nel vuoto. Seduto nella corriera che mi portava a Tolmezzo ho osservato l’albergo Impero. Riflesso sul finestrino assieme al mio volto invecchiato. E nell’ordine delle cose pensavo brillare – spegnersi, vivere – morire. È nell’ordine delle cose decadere, passare, finire. E mentre la corriera correva portandomi via un sorriso e una lacrima mi sorgevano dentro. Ecco, pensavo, ancora una volta il dolce e l’amaro mischiati. La gioia e la tristezza intrecciati nel mistero insondabile dell’esistenza. 

Carnia: si è ripetuta anche nel 2016 la “Magia del legno” a Sutrio

magia del legno

di Federica Nodale.

Anche quest’anno grandissima affluenza di persone alla magia del legno che ha ospitato artisti locali e provenienti da Friuli Veneto Slovenia Alto Adige Lombardia che hanno dato vita ad un paese che si presta ad accogliere nel migliore dei modi chi da’ voce e forma alla propria interiorità….e io per le strade li guardo questi artisti e mi riportano alla fiaba di Pinocchio…da un pezzo di legno prende forma una scultura che poi rivela la loro natura.
Nasce dalla creatività dal sentimento ritagliata fra attimi di vita in cui l impegno quotidiano rende statico l animo umano.
La loro mano silenziosa scalpella leviga e dona incanto a chi passa al loro fianco.
Il mondo del sapere antico oggi ci parla dalle vie…ci trasforma in allievi e maestri o semplici appassionati.
Viviamo in una societa’ che toglie manualita’ e regala tecnologia, ma e’ nell’ arte la vera magia.

Socchieve: «Restauriamo la chiesetta di San Biagio a Mediis»

di Giacomina Pellizzari.
«Salviamo la chiesa di Mediis». L’appello è partito dal piccolo paese carnico, centro amministrativo del comune di Socchieve, dove l’antica chiesa di San Biagio è chiusa al pubblico da oltre un anno. La domanda, una delle tante, inoltrata a Roma per accedere ai fondi destinati ai cantieri della cultura non ha trovato riscontri e la Curia ha ricevuto dalla Regione solo 40 dei 75 mila euro necessari per mettere a norma la struttura. Mancano 35 mila euro e il Comitato di cittadini del quale fa parte anche la professore Silvana Fachin Schiavi, già onorevole tra il 1987 e il 1992 e docente dell’università di Udine, ha lanciato un appello per racimolare la cifra. Il primo appuntamento è fissato per domenica 21 agosto, alle 20.30, nella pieve di Castoia. Qui si terrà il concerto di beneficienza per il restauro della chiesa di San Biagio a Mediis. Si esibiranno l’organista Gianluca Micheloni, la soprano Milena Ermacora, e il contralto Gabriella Pellos. Presenterà Fabio Turchini. Restaurare la chiesa di San Biagio, risalente al XVI-XVII secolo, significa salvaguardare la storia del paese perché al di là del valore religioso e artistico, quel luogo con il suo portico, meglio noto come guba, ha sempre svolto una funzione sociale. Tanti gli aneddoti che raccontano di anziani seduti sotto il portico e di bambini impegnati nei loro giochi. Ora non possono più farlo perché le travi di legno e i pilastri in tufo che sorreggono il pronao necessitano di interventi di manutenzione. Le condizioni attuali non rispondono ai requisiti di sicurezza previsti per un luogo di culto. Restaurare quel piccolo gioiellino restituirebbe alla comunità un luogo ricco di ricordi. Non a caso quella stessa comunità si sta mobilitando per sensibilizzare le istituzioni, le Fondazioni, le aziende pubbliche e private affinché contribuiscano al finanziamento dell’intervento. Nel quarantennale del terremoto sarebbe un gesto apprezzabile, in linea con la filosofia dei friulani che, nel 1976, lottarono per non snaturare l’anima dei luoghi distrutti dal sisma. Questa chiesetta non solo ha un’anima, ma fa parte del circuito storico-culturale delle pievi che da queste parti caratterizza il paesaggio. Al suo interno custodisce anche lacerti di affreschi proto-rinascimentali. «La chiesetta – fa notare la professoressa Schiavi nata e cresciuta a Mediis – è importante non solo per il suo aspetto architettonico, tipico di molte piccole chiese carniche e friulane, ma anche perché custodisce un altare ligneo del 1538 (Fluegelaltar) con pregevoli statue dell’artista altoatesino Michael Parth, che richiama numerose visitatori». Oltre alla Madonna con bambino, nella parte centrale dell’altare si possono ammirare i santi Biagio e Floriano, mentre i santi Antonio e Mauro in bassorilievo sono ben visibili all’interno degli sportelli e nel basamento. Non mancano il Cristo che esce dal sepolcro e i santi Rocco e Agnese. «Nel nostro paese, piccolo e ormai poco popolato – continua Schiavi -, la presenza della chiesa con le sue bellezze artistiche, il suono familiare delle sue campane e il ripristino delle funzioni liturgiche, costituisce un elemento di aggregazione e di identità per tutta la comunità».

Carnia: Cleulis, il paese dello storico Trio Pakai

Scemature del 08/08/2016.

Le visite e i siti culturali in genere, condividono la funzione del ricordo. Musei, monumenti, collezioni, sono luoghi di raccolta e conservazione di testimonianze, materiali ed immateriali, dell’umanità e dell’ambiente. Le visite stesse, le gite, le escursioni guidate o non, sono occasione di studio, educazione e diletto, per la conoscenza e la memoria del ricordo. Questa settimana il mio invito è di raggiungere una località e di partecipare a un appuntamento, non tanto perché rientra nella programmazione di un festival o di una manifestazione, fuori dai grandi circuiti e i cui presupposti sono in armonia con l’ambiente ospitante, come sono solito fare. La meta che consiglio è tutt’uno con la persona o le persone che l’hanno abitata e di cui voglio contribuire a preservarne il ricordo. Il luogo è Cleulis, nell’alta Valle del But, dove pochi giorni fa è venuto a mancare un uomo la cui umanità, manifesta tanto nella vita quanto nell’arte, l’ha reso presto un personaggio pubblico, un’istituzione per la Carnia e il Friuli, inviso alla sua disarmante semplicità. La persona è Genesio Puntel, il contrabbassista dello storico Trio Pakai. Ci ha lasciati dopo almeno sessant’anni di musica, balli e allegria che ha disseminato in tutto il Friuli e nei fogolârs furlans d’Europa, Africa, Canada, America. Lui, assieme ad Amato Matiz, il fisarmonicista carnico per antonomasia scomparso ormai trentun anni fa, il chitarrista e autore Paolo Morocutti e la voce di Stefano Paletti, ancora e con gioia con noi, tutti del posto, sono stati il primo esempio di “star” della musica friulana (tra l’altro, i primi in Friuli ad incidere un 45 giri), senza però saperlo, volerlo, senza la minima altezzosità. “Gjenesio” poi, con la battuta sempre pronta e la passione per la vita, sapeva muoversi sul palco come non altri, facendo roteare il suo “liron” a ritmo di musica durante un’esibizione, oppure lo suonava tenendolo abbracciato come fosse una chitarra. Così fino all’ultimo, coi suoi novantun anni. Percuoteva le corde sui ritmi di polke e mazurche, quelle che li han resi celebri, con le mani forti e callose, non di un operaio prestato alla musica, piuttosto il contrario, di un musicista prestato all’edilizia. Che suonasse a orecchio poco importa, fino allo sfinimento, lui che oltre al contrabbasso si divertiva anche con la fisarmonica, da buon polistrumentista, di quelli che la musica la imparano sulla strada, nei borghi, nelle osterie di paese. Ed è lì che la restituiscono, come lui, attorniato da volteggi di dame, ballerini e compagnoni avvinazzati, tutti desiderosi di fare feste ballando le fatiche del lavoro e le ansie della vita. Per questo vi invito ad andare a Cleulis, per bere un bon “tai di neri” in suo onore, allo storico Bar Pakai, dove per mezzo secolo e ancora oggi risuonano quelle melodie diventate eterne. Passate poi a posargli un fiore in cimitero, oppure prima andate sul Moscardo a visitare il piccolo ma prezioso museo domestico dedicato ad Amato Matiz e al Trio Pakai, dove potrete ammirare fisarmoniche, violini, vestiti di scena, premi e tante fotografie. Consiglio infine, oltre all’ascolto della musica del Trio, la lettura di un libro: “Amato Matiz Pakai, un om e la sô armoniche” di Celestino Vezzi, dove l’autore ha raccolto una serie di simpaticissime storie e aneddoti, molti raccontati da Genesio. Teniamo così vivo, con il sorriso, il ricordo di una persona sublime.

Alto Friuli: Bevorchians, il paese che si affolla d’estate per i sentieri nei boschi

di DARIO ZAMPA.
Il viaggio nei paesi dimenticati fa tappa a Bevorchians, frazione di Moggio. Come arrivare Partendo da Moggio si prosegue per la Val d’Aupa, lungo la strada provinciale che costeggia l’omonimo torrente. Dopo una decina di km c’è il bivio (la beòrcje) con regolare segnaletica che indica la località di Bevorchians, sulla sinistra. Altri 500 metri in leggera salita e si arriva alle prime case del paese. Il territorio Il Comune di Moggio con i suoi 142 km² è il terzo Comune della Regione per estensione di territorio, superato solo da Tarvisio e Claut. Oltre allo straordinario complesso abbaziale, ricco di storia e fascino, va segnalata una particolarità: il suo territorio è dotato di oltre 100 chilometri di percorsi per mountain bike che si snodano lungo sentieri immersi nei boschi, costeggiano vecchi borghi, scendono lungo greti di fiumi e riportano in paese. Questi percorsi richiamano migliaia di appassionati escursionisti che d’estate affollano anche le piccole località del territorio. Gli irriducibili Un paese che si chiami Bevorchians non esiste. Come i Comuni di Buia, Ragogna, Verzegnis, ecc. che non hanno una località che corrisponde al nome del Comune, così anche la frazione di Bevorchians risulta composta da una decina di borgate senza che nessuna porti quel nome. Eccole: Gallìzis, Culòs, Bèlcis, Frucs, Ors, Chiampiùi, Plans, Saps, Pacol da la Cite, Nanghèz e altre ancora. Abbiamo scelto questa località perché lo spopolamento è stato pressoché totale: degli oltre 600 abitanti del primo dopoguerra, oggi si contano una ventina di residenti, perlopiù anziani. Lilly, la signora di Bevorchians Abbiamo incontrato la signora Liliana Tolazzi che con il marito Fiorenzo Filaferro, ambedue nati a Bevorchians, gestisce l’antica osteria del paese. «Da oltre 150 anni – esordisce Lilly – questa osteria è un punto di riferimento per tutta la vallata. Prima si chiamava “Al nasòn” poi semplicemente “da Lilly e Renzo”. Negli anni ’50 tutte le borgate pullulavano di gente e funzionavano a pieno ritmo ben due latterie. C’era la scuola elementare con oltre 80 ragazzi. Le tre maestre, Isabella e Ucci di Udine ed Elena di Moggio, si fermavano a dormire nella scuola. Ricordo – dice scuotendo la testa – che d’inverno arrivava un vecchio camion, residuato bellico, che portava la legna per riscaldare la scuola. Si fermava sotto la borgata, sulla strada provinciale, e noi bambini facevamo a piedi quasi due chilometri, salita e discesa, con un legno ciascuno per portarli nella scuola». «A 12 anni – interviene Renzo, il maschio del paese – con l’aiuto di mio padre ho ucciso il primo maiale. Si andava a caccia di camosci e lepri e poi, nel primo dopoguerra, sono arrivati dall’Austria anche caprioli e cervi che prima non c’erano». Un mondo che non c’è più, che il progresso ha cancellato senza distinguere il positivo dal negativo. La curiosità Appena sopra Bevorchians sono ancora visibili le gallerie di una vecchia miniera di fluorite. Si tratta di una pietra bianchissima che a quel tempo – spiega Renzo – serviva per fondere l’acciaio. Vi lavoravano una quarantina di operai e tutto il materiale estratto veniva portato a valle con una teleferica e proseguiva il viaggio verso le fonderie siciliane. È stata chiusa negli anni ’50. Bevorchians era il paese più popoloso e benestante della valle con 10 casere, 4 mulini, 2 segherie, il più alto numero di bovini allevati e di prati. Da una trentina d’anni ha ceduto il posto alla vicina frazione di Dordolla.

Carnia: Ovaro “patria” della land art con le donne nel bosco

Una buona notizia per chi ama i boschi in genere e la Carnia in particolare. Dopo alcuni anni di silenzio, tornano finalmente le “Donne del bosco”, un gruppo di artiste che aveva riempito di iniziative le zone della nostra montagna a cominciare dal 2003 quando erano nate a Ovaro. Tutta la loro storia può essere letta in alcune pubblicazioni e anche nell’omonimo sito su Internet. Adesso riappaiono con le loro opere proponendo un appuntamento classico, ovvero il percorso “Arte in natura”, giunto così alla nona edizione. Sarà inaugurato sabato, alle 17, lungo il tracciato della ex ferrovia con partenza da Chialina di Ovaro. L’iniziativa è sostenuta dal Comune di Ovaro, dalla Pro loco e dall’Albergo diffuso Zoncolan e sicuramente non mancherà di richiamare il grande pubblico degli anni scorsi quando questa zona si affollava di visitatori, capaci di tornare un po’ bambini in quanto la solitudine necessaria a un’esperienza simile e la fantasticazione sono condizioni connaturate all’infanzia, sempre attenta alle cose che ci circondano, anche a quelle che in apparenza sono senza significato. Ad accendere le fantasie assopite ci penseranno le opere create in mezzo al bosco, utilizzando sempre elementi del paesaggio, le artiste Luisa Cimenti, Albina Mazzolini, Maria Grazia Paderi, Sandra Palazzi, Laura Piovesan, Manuela Plazzotta e Ilaria Rotter. Anche stavolta, in questo ritorno, hanno agito con i materiali trovati sul posto sapendo che ogni gesto finirà per svanire nel tempo in quanto le loro invenzioni, costruite con legno e pietre, si dissolveranno tornando alla terra, così da sottolineare (come dice uno dei loro principi fondamentali) «la sottomissione al ciclo eterno delle stagioni e della natura». Altro aspetto importante: in questo modo l’artista vuole mettere in risalto dettagli e frammenti minimi e invisibili dell’ambiente che sta attorno piuttosto che imporre la propria personalità. È la natura che suggestiona e guida il gioco senza subirlo. C’è allora una magica filosofia all’origine di tutto e trae ispirazione certo dai dettami della “Land art”, molto diffusa soprattutto nel Nord Europa, ma anche da testi letterari di culto come “La vita nei boschi” dell’americano Henry D. Thoreau, che scrisse: «Il gusto del bello ci colpisce soprattutto all’aperto, dove non ci sono né case né padroni». Alla fine del percorso artistico è sempre posto un quaderno dove i visitatori, dopo un simile percorso che ci allontana dai rumori e dagli eventi quotidiani, possono scrivere pensieri e sensazioni. Eccone alcuni, raccolti durante le esperienze passate: «Ogni anno, appena arriviamo in Carnia per le vacanze, non vediamo l’ora di fare un giro e ammirare, sulla cara vecchia ferrovia, le vostre creazioni… La vera arte è come un fuoco che riscalda il cuore… Fate qualcosa di insolito. Viva la genialità delle donne… Con molta gratitudine per la poesia e il sentimento. Le vostre opere sollevano il mio spirito». C’era anche chi aveva scritto anni fa: «Che la favola continui». Adesso finalmente succede con un ritorno capace di donare un’attrazione in più alla Val di Gorto, del tutto in armonia con il suo spirito e il suo mondo.

Carnia: l’appello di Ganzer, salviamo gli affreschi di Fossati nel cuore di Tolmezzo

di GILBERTO GANZER.

Quando il grande economista Luigi Luzzato affermava che la Fabbrica Linussio «può essere definita senza esagerazione, come un vero colosso dell’industria» certamente aveva individuato uno dei personaggi piú importanti per lo studio della storia economica della Repubblica di Venezia e anche nel contesto europeo. Protetto da Venezia che sorvegliava attentamente questa crescita industriale e si teneva informata anche attraverso relazioni semestrali redatte appositamente da un notaio di Tolmezzo, rispondeva con risultati sorprendenti, storicamente appurati. Di questa importante realtà ci resta la grande struttura di Tolmezzo, già Caserma Cantore, pronta a offrirci valori di memorie collettive che ancora ci parlano. Lo straordinario complesso, un vero e proprio fuori scala nel contesto urbano di Tolmezzo, necessita di un pronto recupero e valorizzazione nell’ambito non solo strutturale degli edifici, ma anche nella sua nuova complessità di sito ormai cuore dell’area viaria del luogo. È un problema peraltro che non investe solo l’ex caserma tolmezzina ma anche quell’enorme patrimonio di edifici un tempo destinati all’uso militare e che da piú di un ventennio giacciono abbandonati e ignorati in attesa di improvvide demolizioni sbandierando “criticità” burocratiche che in un paese civile dovrebbero essere da lungo tempo superate, dando stura alle piú selvagge speculazioni su aree che andrebbero conservate nella loro integrità, alla faccia dei convegni sulle sostenibilità urbane. Si costruiscono cosí ospedali, strutture pubbliche legate alla gestione tutoria del territorio, scuole e università, grottescamente lontane dai centri urbani che dovrebbero servire, facendo andare in rovina enormi spazi edificati facilmente riutilizzabili, spesso anche di valenza storica ed architettonica. La Fabbrica Linussio può diventare un esempio eloquente per una nuova progettualità anche perché riveste una forte identità simbolica come testimonianza europea di proto-industria, progettuale per gli usi integrati del grande complesso e ambientale ai fini del recupero della vasta area ambientale. Urgente è l’intervento da concretarsi nel corpo centrale che comprende il fastoso salone da ballo, il piú scenografico dell’intera nostra Regione. Ed è proprio un artista-scenografo che lo realizzò: Domenico Fossati, a partire dal fatto che il pittore veneziano vi pose la sua firma autografa, negli anni c’è stato un dibattito acceso sull’attribuzione degli affreschi, ma gli elementi a suo favore sono chiari. L’artista aveva cominciato la carriera come “pittore di ornati” e incisore a fianco di Gian Domenico Tiepolo e Jacopo Guarana e come “scenografo di apparati per feste pubbliche” con il padre Giorgio, a sua volta pittore, architetto e incisore. Aveva ideato e realizzato numerosissime scene per i teatri della Serenissima, ma anche per quelli di Udine, Milano, Monza, Graz. La lettura del complesso decoro del soffitto secondo gli schemi propri del teatro è immediata e risente senza dubbio dell’esperienza accumulata con gli apparati per le feste, come viene chiarito anche dal confronto fra il realizzato e lo studio preliminare presente in una collezione privata, nel quale si era privilegiata una lettura piú elegiaca e piú pittoricamente tradizionale. La struttura della sala è articolata su due piani con balaustra e un bel gioco di porte e decori architettonici inseriti nell’interno della composizione affrescata; colonne dipinte ritmano il percorso di entrambi i piani e al piano terreno tra le colonne che sono affiancate da finte nicchie con figure allegoriche sono ospitate quattro scene di ambientazione storica fortemente influenzate dall’esperienza maturata in campo teatrale. Il taglio delle composizioni e l’organizzazione dello spazio rimandano ai tanti bozzetti su questi temi realizzati dal Fossati. L’illuminazione, poi, sottolinea l’artificiosità dei fondali e la netta differenza fra lo spazio teatralmente praticabile e le quinte. L’indagine condotta da Gianluca Macovez ci renderà a breve una piú puntuale definizione di questo notevolissimo apparato che è un unicum nella nostra Regione e deve necessariamente essere preservato quale una delle testimonianza “principe” dei rapporti tra la capitale, Venezia, promotrice di modelli culturali per tutta Europa e la patria del Friuli, soprattutto nel 18° secolo. Sarà anche una pagina che chiarirà la produzione dell’artista veneziano nei suoi termini artistici e cronologici come già suggerito dallo studioso Massimo de Grassi che attribuisce all’artista l’intero complesso decorativo. Se San Leucio a Caserta fu restaurata con i fondi della Comunità Europea (e non pochi) non si vede perché questo complesso così importante, costruito con le sole forze di un privato e non di un re, non possa meritare le stesse provvidenze. Pertanto è doveroso l’impegno della nostra Regione in sede comunitaria nel rivendicare i necessari aiuti in concerto con l’impegno degli enti locali, dell’università e di tutte le istituzioni che potranno trovare in questo grande sito un luogo ove sviluppare progetti di ricerca ed incubatori di potenzialità d’impresa. Sono certo che di fronte a questa sfida le nostre istituzioni saranno presenti e incideranno spero per il riutilizzo di quell’enorme patrimonio che insiste nella nostra Regione. Enormi sono gli spazi che una progettualità attenta potrebbe ridefinire nelle città, ma anche nei singoli comuni , ovviando cosí alla desertificazione del territorio, concretata con demenziali “de-localizzazioni” utili per ulteriori costi a carico di un’utenza ignara di tali alate idee.

Carnia: il miglior salame carnico è di Enemonzo, sbaragliata la concorrenza di 32 norcini

(g.g.)

Anche quest’anno non vi è stata condivisione di valori fra la giuria tecnica e quella popolare nell’assegnare il titolo di miglior salame di Carnia. Per la giuria popolare il migliore salame carnico è quello di Salumi di Carnia di Rinaldo Beorchia di Ovaro, mentre la giuria tecnica, presieduta dal giornalista specializzato in enogastronomia Bepi Pucciarelli il miglior salame viene da Esemon di Sotto prodotto da Gianni Cimenti. Alla 17^ “Sagra del salam di Cjargna” quest’anno hanno partecipato ben 32 norcini che hanno messo a dura prova la giuria per la grande qualità dimostrata dai norcini che hanno evidenziato le caratteristiche del salame carnico, notoriamente affumicato ma senza che questo copra, ma anzi esalta, il gusto della carne. Pucciarelli ha evidenziato il pensiero unanime della giuria: «La qualità complessivamente dei prodotti è stata elevata e nessun salame è risultato insufficiente». A ridosso dei primi tre classificati «c’erano diversi salami che avrebbero potuto aspirare al premio, distanziati solo da qualche “decimo di secondo”, tanto per usare un linguaggio sportivo». La giuria, per la cronaca, ha premiato pure i salami di Igor Cimenti di Villa Santina, giunto secondo, e di Flavio Piazza di Sutrio. Nonostante il freddo e la pioggia anche quest’anno la kermesse ha attirato un folto numero di estimatori che alla fine ha potuto pure acquistare dei salumi da portarsi a casa e godersi la cucina proposta dalla Pro Loco, organizzatrice dell’evento, e dell’agriturismo San Juri.

Carnia: a Cazzaso, dopo la frana è la chiesa ad aver bisogno di interventi urgenti

di Tanja Ariis.
Le attrezzature installate permettono il monitoraggio in tempo reale (come dimostrato in questi mesi) della frana di Cazzaso e intanto si programmano alcune opere. La prossima settimana è attesa la deliberazione dei primi finanziamenti dalla Protezione civile per interventi specifici sulla frana destinati alla captazione delle acque e alla sistemazione di briglie oggi inadeguate. Venerdì nella riunione organizzata nella frazione dall’associazione Amîs di Cjaçias (con la sua presidente Milva D’Orlando e il segretario Cornelio Bellina) per fare il punto sulla frana, si è anche affrontato il tema della chiesa di Cazzaso, che è chiusa da ottobre a causa del cedimento di un affresco, caduto dal soffitto, e per vecchie spaccature individuate sul pavimento. Esse sono state monitorate in questi mesi dalla Protezione civile e dal Comune con dei vetrini: fortunatamente non hanno dato segno di modifica. Più problematica invece è la questione dell’affresco. La Soprintendenza ha mostrato per l’intervento un preventivo di 20 mila euro, che non sborserà lei. Così la parrocchia e la comunità locale stanno cercando di reperire i fondi necessari, anche con una domanda rivolta alla Fondazione Crup. Per gli abitanti di Cazzaso, da mesi accolti per le celebrazioni religiose nella chiesa di Fusea (per questo, sottolinea Bellina, va un sentito grazie agli abitanti di Fusea), è importante potersi incontrare di nuovo nella propria chiesa, poterla riaprire. Hanno partecipato alla serata il sindaco, Francesco Brollo, il consigliere Mario Mazzolini, il funzionario comunale Valentino Pillinini, il direttore della Protezione civile regionale, Luciano Sulli, l’ingegnere Alessandro Coccolo, definito l’angelo custode di Cazzaso per il suo costante e attento monitoraggio sulla frana, David Zuliani dell’Ogs, monsignor Angelo Zanello e una quarantina di persone. «La comunità di Cazzaso – afferma Brollo – merita tutta la nostra attenzione. Per questo abbiamo tenuto la prima esercitazione di evacuazione in regione a ottobre, per questo abbiamo installato antenne Gps che ci avvisano di quanto si muove la frana, per questo abbiamo coinvolto la protezione civile che attraverso il direttore Sulli darà una mano per le opere di emergenza e sicurezza sul tratto di frana che si è mossa. Abbiamo concordato con gli amici di Cazzaso una raccolta firme che impegna istituzioni e protezione civile a fare tutto il possibile per la sicurezza di questa comunità, un modo per coinvolgere la popolazione sul percorso che stiamo compiendo». Sapere che la collocazione esatta dei sistemi Gps consente di monitorare in tempo reale la frana rassicura molti abitanti.

Tolmezzo: ex ferrovia sbarrata, niente marcia sui vecchi binari

di Gino Grillo.

 La marcia sul sito un tempo occupato dai binari prevista per domenica scorsa dalla stazione Carnia di Venzone sino a Tolmezzo, organizzata dall’associazione Vecchi binari Fvg non si è potuta svolgere. A frenare questa iniziativa lo stop del Cosilt (già Cosint), proprietario del sedime. A comunicarlo il presidente Flavio Cimenti e il segretario Pierpaolo Lupieri del sodalizio: «Il proprietario della tratta ferroviaria, il Cosilt, a fronte di richieste di autorizzazione pervenute già ai primi di febbraio da parte dell’associazione organizzatrice, ha deciso solo in data 23 marzo di negare l’autorizzazione alla camminata e all’esposizione di mezzi in dotazione all’associazione in quanto il tratto non risponderebbe ai canoni minimi di sicurezza». A seguito di questa decisione gli accessi liberi alla ferrovia sono stati transennati con appositi delimitatori e segnali di divieto di transito. L’associazione ha ottemperato a tale diniego, anche se non è riuscita a comunicare a tutti gli interessati che la manifestazione sarebbe stata sospesa, ma manifesta «sorpresa per la valutazione di non sicurezza della ferrovia per altro lasciata incustodita per tutti questi anni. Si trattava in fondo solo di una camminata tra appassionati manlevata da apposita firma di liberatoria apposta da tutti i partecipanti». L’iniziativa aveva avuto il patrocinio della Provincia e dei Comuni di Villa Santina, Venzone nonché di quello di Tolmezzo, quest’ultimo tuttavia subordinato al parere del Cosilt. L’Associazione esprime pure rammarico per la perdita «di un’occasione di conoscenza della nostra terra da parte del variegato mondo del turismo ecoferroviario che si era mobilitato per un evento inserito a livello nazionale a mezzo di Co.mo.do. (Confederazione della mobilità dolce) nel mese delle Ferrovie. Cimenti e Lupieri ribadiscono che la Vecchi Binari Fvg continua a tenere desta con gli alleati istituzionali, l’attenzione sul raccordo ferroviario Carnia-Tolmezzo.