Archivio mensile:Agosto 2014

Cercivento: il Sindaco Boschetti dice “no” all’elettrodotto aereo

di Gino Grillo.

Dice di avvertire un certo disinteresse tra i sindaci e i politici della Carnia sulla vicenda dell’elettrodotto aereo Wurmlach-Somplago, il primo cittadino di Cercivento, Luca Boschetti. Da qualche tempo nessuno ne parla – sostiene -, in attesa della convocazione degli stati generali da parte della presidente Debora Serracchiani. Nessuno, infatti, fra i sindaci e i politici del territorio interessato dall’attraversamento dell’opera ha ancora assunto una posizione chiara. «Un ritardo – osserva il sindaco – nel prendere iniziative, che rischia di impedire ricorsi al Tar contro la decisione del Ministero che ha concesso il Via al progetto». «È vero che contro questa opera si sono espressi i vari comitati – prosegue Boschetti – ma la politica in generale è assente». Così, per smuovere un po’ le acque Boschetti ha convocato per settembre il consiglio comunale con all’ordine del giorno la questione dell’elettrodotto. «Ne scaturirà – anticipa- una posizione nettamente contraria all’opera». Nella delibera l’amministrazione comunale chiederà alla presidente Serracchiani di tenere fede alla parola data durante la campagna elettorale. «La presidente – prosegue il sindaco – deve rispondere ai cittadini su quanto dichiarato in campagna elettorale, e cioè che l’elettrodotto, se di deve fare, sarà interrato e non aereo, ma mi pare che Serracchiani abbia già sposato la causa di Alpe Adria Energia». Boschetti chiede che anche i sindaci delle vallate, i cui territori non sono direttamente interessati al passaggio della linea elettrica (Ligosullo, Paularo, Arta Terme, Sutrio) di prendere una netta posizione.

Tarvisio: 2014 tartufi e porcini da record nei boschi

(g.m. dal MV di oggi)

Pare proprio che la tanta pioggia di questa pazza estate stia favorendo la “fioritura” di funghi, agevolata senz’altro anche dal ritorno del clima agostano e tutto ciò anche per la gioia degli amanti delle bella camminate, nei boschi. Ma a Lidia e Giorgio Veluscek, zia e nipote tarvisiani che avevano già riposto nel cesto alcuni porcini, il giro fra i prati, i boschi e le abetaie del circondario ha riservato loro una ulteriore piacevole sorpresa: l’incontro con due tartufi neri dalle belle dimensioni. È stato il comportamento di un bell’ esemplare di capriolo a incuriosirli. Hanno notato il cervide intento a scavare il terreno con le zampe e, avvicinatisi, la bestia ha lasciato loro il campo e anche quella che sarebbe dovuta essere la sua preda. Infatti, dalla terra sono subito affiorati i due tartufi, uno a testa, e Giorgio il suo l’ha prontamente portato al padre Angelo titolare della “Pregiatissima” spaghetteria di via Udine. Non pare sia proprio una prima volta per il tartufo di Tarvisio, ma senz’altro non è un incontro abitudinario. E la fortuna ha arriso anche a due amici gemonesi che, saputo del ritrovamento e soprattutto del luogo, si sono recati a loro volta dove era stato visto “scavare” il capriolo e continuando l’opera sono stati premiati da un tartufo, il terzo della serie, solo un po’ più piccolo. E solo il giorno prima, sulle pendici del monte Lussari, versante Camporosso, c’era stato un altro incontro fortunato. In questa occasione, un cercatore di funghi, il tarvisiano Roberto Frangella, s’è imbattuto in un porcino da… lustrarsi gli occhi. Si tratta di un bell’esemplare dal cappello di 91 centimetri di circonferenza e dal peso di 1,2 chilogrammi.

Ovaro: Aplis, atmosfera del ’700 ai piedi dello Zoncolan

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di Antonio Simeoli.

È stato ristrutturato nel 2009, eppure pochi lo conoscono. Stiamo parlando del complesso turistico-alberghiero, ma soprattutto museale, di Aplis a Ovaro sulla destra del Degano. Sotto lo Zoncolan con una vista sul Monte Crostis, il Crostis e la Panoramica delle vette da urlo. C’è un albergo a tre stelle completamente ristrutturato con i soldi del Consorzio (e quindi pubblici), è stata inoltre recuperata pure la storica segheria, che risale addirittura a metà del ’700. Ed è diventata un museo. Il meccanismo era semplice e dava lavoro a centinaia di persone in tutta la val Degano. Veniva sfruttata la forza dell’acqua del fiume per la lavorazione del legno. Esattamente come accadeva in Cadore. E nel canale di Gorto all’epoca furono realizzate fino a undici segherie. Ma non c’è solo quello nel complesso di Aplis perchè, sempre ngrazie al Consorzio Boschi Carnici, nel sito un tempo di proprietà della famiglia Micoli-Toscano, è stato creata anche un’esposizione faunistica con in mostra oltre cento esemplari autoctoni. Inoltre è stata recuperata la vecchia fornace, sono stati sistemati i laghetti. E c’è l’hotel a tre stelle con una cinquantina di posti letto. Il Consorzio nel 2009 aveva avviato una gara per la gestione, per invogliare gli imprenditori proponendo addirittura un affitto mensile di nemmeno 400 euro al mese. Sì, avete capito bene. Eppure l’hotel non è mai decollato. Ed è pazzesco che sia accaduto questo perchp Aplis sarebbe la base di partenza perfetta per i centinaia di ciclisti che ogni anno d’estate danno l’assalto allo Zoncolan in bici, ma anche (d’inverno) per gli appassionati di sci. Ampio parcheggio, anche per i bus, stanze per ospitare le bici. Ora il Consorzio ha cambiato gestione, punterà sul web e su offerte ad hoc per fare breccia sui turisti. Aplis è un paradiso, come spesso ahinoi accade in Carnia conosciuto da pochi.

Trasaghis: vandali chiudono la roggia moria di trote ad Alesso

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foto cjalcor.blogspot.com .

di Piero Cargnelutti.

Chiudono la paratoia del Palâr, ma lo scherzetto costa la sopravvivenza a una quarantina di trote che vivevano nelle acque della piccola roggia che attraversa la località di Alesso. E’ successo nella notte fra mercoledì e giovedì quando qualcuno ha chiuso la paratoia posta a lato della prima briglia del torrente Palâr: proprio in quel punto c’è infatti una presa che porta l’acqua della roggia di Alesso, la quale alimenta anche il depuratore della frazione e successivamente si immette nell’alveo del Taj dal Lac, l’antico emissario del Lago dei Tre Comuni. Proprio in quella roggia, già da diversi anni l’Ente tutela pesca aveva seminato degli esemplari di trota Fario che ormai erano diventati adulti e rappresentavano un’attrattiva nel paese, su di essi infatti vigeva un divieto di pesca, e lo stesso torrente era stato destinato a zona di ripopolamento di questa specie ittica. Ora, tutti quei pesci sono morti, proprio perché nel corso di una notte è mancata l’acqua nel letto del corso d’acqua. A scoprire l’accaduto è stato Angelo Stefanutti, guardapesca volontario dell’Etp, che non ha potuto far altro che riaprire la paratoia, dopo aver raccolto i pesci morti. Il fatto è stato segnalato alla direzione di Udine dell’Ente,che ora seguirà tutti gli adempimenti del caso: «A questo punto – ha detto Gianni Zilli, presidente dell’Associazione pescatori Val del Lago – è necessario che la paratoia venga messa in sicurezza una volta per tutte, onde evitare altri gesti inqualificabili, che purtroppo si sono già verificati anche in passato». Di fatto, non è la prima volta che la paratoia del Palâr viene spostata da qualcuno, ma stavolta la chiusura completa del flusso di acqua ha causato la moria di tutti i pesci, che nella frazione venivano spesso alimentati anche dagli stessi anziani di Alesso che passeggiando a volte e buttano briciole di pane. Già in passato la roggia, che un tempo alimentava un mulino, era interdetta alla pesca e la sua popolazione ittica, alimentata anche da alcuni borghigiani, contribuiva a rendere caratteristica la borgata. La trota Fario era stata seminata dai pescatori nella roggia di Alesso già da molti anni e attualmente gli esemplari avevano raggiunto, come detto, la quarantina, molti di essi ormai nati e cresciuti proprio in quelle acque. Da parte sua il gruppo pescatori della zona si dice pronto a reinserire altri pesci nella roggia in futuro, pur esprimendo il proprio disappunto sull’atto vandalico perpetrato con la chiusura della paratoia che ha causato l’interruzione di una zona dedicata al ripopolamento.

Carnia: la Burgo chiude in Abruzzo, ma investe a Tolmezzo

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foto tolmezzo.wordpress.com

di Michela Zanutto.

La chiusura della cartiera Burgo di Avezzano, in Abruzzo, non spaventa in Carnia. L’annunciata crisi non avrà ricadute in regione, anzi, «il gruppo sta investendo nello stabilimento friulano per produrre di più e meglio», sottolinea Paolo Morocutti della Slc Cgil. Resta però il nodo depuratore. Per la direzione della cartiera la gestione è troppo costosa. Intanto l’orizzonte ad Avezzano è grigio. Il gruppo Burgo ha annunciato martedì la cessazione dell’attività nello stabilimento Cartiere Burgo di Avezzano nel corso di un incontro con le organizzazioni sindacali. Alla riunione era presente il responsabile risorse umane del gruppo Burgo, Franco Montevecchi, che ha spiegato la decisione dell’azienda. «È un’azione sofferta, presa in seguito alle gravi difficoltà economiche della società che non consentono di effettuare investimenti sullo stabilimento marsicano, da gennaio 2014 destinato alla produzione di tipologie di carta naturale». Insomma, la fabbrica non riaprirà più i battenti dopo la chiusura estiva per ferie. E 220 dipendenti si ritrovano senza un lavoro. Scene purtroppo conosciute anche in regione, alla cartiera Romanello. Ma che non si ripeteranno a Tolmezzo. Ne è certo Morocutti: «La proprietà ha fatto importanti investimenti per modernizzare i macchinari, a breve entrerà in funzione un impianto che consente di aumentare la produzione, migliorando la qualità». Come detto però la gestione del depuratore rappresenta ancora uno scoglio. Recentemente c’è stato un incontro fra la società e il governatore Debora Serracchiani, ma nulla è trapelato. Si sa che per realizzare l’opera erano stati impegnati 10 milioni di euro della Regione e 4 milioni della Burgo. L’impianto era stato progettato per servire un’utenza equivalente a 138 mila abitanti. E il carico della sola cartiera Burgo equivale a 85 mila abitanti. Il depuratore serve anche i comuni di Tolmezzo, Villa Santina e Amaro. Dopo la lettera shock inviata a ottobre dalla direzione della cartiera all’allora sindaco Dario Zearo, nulla. La missiva informava il primo cittadino che nel 2014 il colosso cartario avrebbe proceduto a realizzare un depuratore interno allo stabilimento per il trattamento delle acque reflue della cartiera. E che dal primo gennaio 2015 si sarebbe staccata dal depuratore consortile, non pagando più il relativo canone da 1,8 milioni considerato eccessivo. La notizia aveva lasciato senza parole tutta Tolmezzo. Ma dopo le febbrili consultazioni e le proteste per mantenere la gestione del megadepuratore, la questione si è arenata. «Non sappiamo nulla – spiega Morocutti –, abbiamo scritto mail al Comune, alla Regione e alla proprietà per avere lumi. Ma nessuno ha risposto».

Timau: lo sfogo di Don Tarcisio Puntel “Siamo dimenticati da tutti, neanche gli immigrati vengono qui”

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Duro sfogo di don Tarcisio Puntel, parroco di Timau che guarda la sua montagna morire. “Siamo dimenticati da tutti, neanche gli immigrati vengono qui. E ora vogliono distruggere quel poco che ci rimane con l’elettrodotto”. Ascolta l’intervista di Radio Spazio 103.

Tolmezzo: “Carnia in movimento” contesta “Inchiesta in Carnia” per il mancato riferimento all’elettrodotto

di Tanja Ariis.

Dante Spinotti, il regista di Hollywood di origini carniche, criticato lunedì all’entrata al cinema David per non aver affrontato nel suo docufilm “Inchiesta in Carnia” il tema dell’elettrodotto, replica che il filo conduttore del suo lavoro è la protezione del territorio e, quindi, non può esserci dubbio sulla sua posizione in merito. “Carnia in movimento” lunedì sera, fuori del David, dove veniva proiettato il film, ha contestato Spinotti per non aver neppure accennato nel suo lavoro all’elettrodotto dall’Austria. «Da una parte – denuncia Renato Garibaldi- si vuole promuovere l’immagine di una Carnia bella, incontaminata, tutta natura, dall’altra non si fa nulla per difenderla. Si fa un documentario per far conoscere le bellezze della Carnia, ma poi le distruggono con opere come l’elettrodotto. La Serracchiani da una parte pontifica, dall’altra non contrasta l’elettrodotto». Spinotti osserva: «Uno dei temi principali che ho affrontato nel documentario è la protezione dell’ambiente e del paesaggio. Non c’è, quindi, dubbio sulla mia posizione sull’elettrodotto. Il mio è uno sguardo generale sulla Carnia, se dovessi parlare di elettrodotto, andrebbe realizzato un documentario solo su questo tema. La storia, la natura e la bellezza del paesaggio sono le vere risorse della Carnia». Garibaldi ha anche puntato il dito sulle scene in cui un pilota «guida a folle velocità da Ovaro ad Amaro». «Non sa Spinotti – chiede – delle centinaia di ragazzi morti su queste strade, che i cimiteri della Carnia sono pieni di giovani morti perché correvano troppo? Così si invita a correre». Spinotti spiega la sua scelta: «Voleva essere un modo per rispondere a chi dice che si abbandona la montagna perché c’è tanta strada da percorrere per andare al lavoro. Credo che si capisca subito che la risposta è ironica. È una provocazione, non credo possa essere letta come un invito a correre. È cinema, fatto con artifizi per spiegare in maniera semplice alla gente che il problema non è fare un po’ di strada per arrivare al lavoro. Le scene le abbiamo girate all’alba e il suono lo abbiamo aggiunto dopo. Su queste strade non si corre, e, poi, la polizia è sempre all’erta». Garibaldi contesta anche «le troppe interviste politiche a quelli che hanno sponsorizzato il prodotto» e il troppo spazio dedicato alla solita politica. Molti non hanno potuto vedere lunedì”Inchiesta in Carnia” poiché i biglietti erano esauriti e su Facebook si è acceso il dibattito sui biglietti introvabili. Comunque a Tolmezzo al cinema David ci sarà una replica lunedì prossimo alle 21 (prevendita dei biglietti da domani), mentre a Comeglians sarà proiettato domani sera alle 20,30 all’Alpina e c’è già il tutto esaurito; una replica è prevista per venerdì alla stessa ora (ingresso gratuito) fino ad esaurimento posti (senza prenotazione) che sono 200.

Gemona: un bando per la gestione del Cinema Sociale

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di Piero Cargnelutti.

Scadrà il prossimo 21 ottobre la gestione del Cinema Sociale, che era stata affidata cinque anni fa attraverso gara pubblica alla Cineteca del Friuli. A tal proposito, la giunta comunale ha già approvato gli indirizzi per la formulazione del bando di gara che verrà pubblicato nel corso delle prossime settimane. L’obiettivo dell’amministrazione comunale è far sì che la struttura possa essere operativa anche nei prossimi anni come lo è stata finora. «Cinque anni fa – ha spiegato il sindaco Paolo Urbani -, avendo avviato la gara per l’affidamento all’indomani del nostro primo insediamento non avevamo perfezionato il bando come abbiamo fatto stavolta: tra le novità, c’è certamente la durata della gestione di quattro anni subito rinnovabile per altri quattro senza necessità di avviare un altro iter. È una scelta che abbiamo fatto per permettere a chi si assumerà l’onere della gestione di avere più anni davanti per programmare la propria attività, oltre che per semplificare gli iter burocratici». Tra i punti contenuti nella delibera della giunta, l’impegno per l’affidatario di impiegare almeno 10 mila euro in attività promozionali del cinema all’anno, e la disponibilità dell’edificio anche per le necessità della stagione teatrale, mentre è stato stabilito un compenso a base di gara per la concessione del servizio di 15 mila euro, soggetto ad eventuale ribasso. «Naturalmente – aggiunge ancora il sindaco Urbani – un punteggio particolare lo avranno i proponenti che assicureranno anche posti di lavoro. Speriamo nella disponibilità della Regione per assicurare i finanziamenti necessari a risolvere il problema del comfort interno: di fronte all’attribuzione di una parte del contributo, il Comune è pronto a mettere il suo». Dal canto suo, la Cineteca, che ha gestito la struttura in questi anni avviando un progetto per cinema d’essai, sembra essere interessata a ripropors. «Avendo anche fatto degli investimenti – dice il direttore Livio Jacob – c’è la nostra volontà di proseguire, anche se oggi le difficoltà nel raccogliere l’utenza necessaria per mantenere in piedi un cinema, non sono poche. Dal parte nostra, ci rendiamo disponibili».

FRiuli: San Simeone, spettacolare balcone sul Friuli

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di Antonio Simeoli

Per chi ha almeno quarant’anni quel nome evoca ancora sinistri ricordi. San Simeone, epicentro del terremoto del 1976. Mille morti, i paesi intorno distrutti: Gemona, Venzone, Buja, Majano, Osoppo al di là del Tagliamento; Bordano, Trasaghis e le sue frazioni sotto la montagna. Eppure il monte San Simeone, 1.505 metri sul livello del mare, è uno degli itinerari più belli del Friuli. Semplicemente perché è un balcone su una regione intera. Quando il cielo è terso, come in alcuni momenti ieri mattina, il mare sembra lì a pochi chilometri. La montagna è una di quelle “per tutti”: gli escursionisti hanno a disposizione diversi sentieri da Bordano o dal versante di Venzone e soprattutto la strada carrozzabile, quella che il Regno d’Italia costruì come tante altre in Friuli e sulle Alpi all’inizio del secolo scorso per prepararsi il terreno alla Grande guerra. Fu luogo di battaglie il San Simeone, più precisamente lo fu il “gemello” monte Festa con gli artiglieri che continuarono a martellare la valle del Tagliamento, quando già le truppe austro-ungariche stavano occupando la pianura dopo Caporetto, e poi furono protagonisti di un’epica ritirata. E, proprio per poter portare in quota cannoni e munizioni, le pendenze della strada non superano quasi mai il 10 per cento. La salita è lunga 12 chilometri, il primo porta alla sella di Interneppo. Da lì parte l’ascesa sia al monte Festa sia al San Simeone. Mezzo chilometro dopo il bivio la biforcazione. In 12 km il dislivello è di quasi mille metri. Il paesaggio è meraviglioso perché dopo un chilometro nel bosco si incontra il primo dei 28 tornanti, nove dei quali sono in galleria. E a ogni tornante la vista sulla pianura, in primis sul Tagliamento, è suggestiva. Ieri mattina abbimo affrontato la salita in bicicletta. Dopo cinque chilometri senza incontrare anima viva (tranne un capriolo sbucato dal bosco), i ciclisti trovati sul percorso sono diventati, in pochi minuti, una quarantina. Insomma, il San Simeone, pur con un asfalto e diversi tratti cementati non certo a prova di bici da corsa, è una salita per ciclisti, una palestra di allenamento perfetta per le pendenze non impossibili (solo tra il sesto e il settimo chilometro c’è un tratto al 12%) e per la presenza del bosco, che anche nelle giornate più calde garantisce un certo refrigerio. Una salita per tutti, ma anche per tutte le stagioni. Sul San Simeone, a piedi o in bici, ci si puù andare anche in autunno e persino in inverno. Raramente anche ad alta quota la strada è innevata perché è esposta al sole. E man mano che si snocciolano i tornanti il paesaggio cambia e si sale in… paradiso. Gemona, Sella Sant’Agnese, Venzone lì sotto in tutta la sua bellezza. Poi le montagne intorno: il Chiampon e, dopo un tornante a sinistra, i prati sotto la vetta. Da lassù la vista delle montagne carniche e della Valle del Lago è impagabile. Il mare è laggiù, ci si arriva con lo sguardo semplicemente seguendo il corso del Tagliamento, il grande fiume. Uno spettacolo il San Simeone. La montagna simbolo del terremoto ora è semplicemente il balcone sul Friuli.

Friuli: paura degli orsi? Con il “bearwatching” no

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Chi ha paura dell’orso? In Friuli qualcuno comincia ad averne. Alcuni giorni fa, in Trentino un’orsa ha aggredito e ferito un uomo che si era avvicinato ai suoi cuccioli. Ed è scattata la psicosi: timori ad addentrarsi nel bosco nelle Valli del Natisone e del Tarvisiano, dove più spesso è stata segnalata la presenza dei plantigradi, e un aumento di richieste di informazioni al Villaggio dei Orsi di Stupizza di Pulfero, che compie attività di ricerca e divulgazione. Ma c’è da preoccuparsi? No, secondo gli esperti. «La presenza di questi animali nelle nostre aree montane si è fatta costante da almeno una decina d’anni ma senza problemi», avverte Stefano Filacorda, ricercatore del dipartimento di Scienze agrarie e ambientali dell’Università di Udine, che anche ieri era sul campo con un gruppo di studenti per monitorare gli spostamenti dei plantigradi. «Abbiamo contato dieci individui maschi in transito, non presenti contemporaneamente. Quasi tutti provengono dalla Slovenia, mentre tre sono i figli degli orsi reintrodotti in Trentino. Trasmigrano perché in Friuli trovano condizioni ideali; una più bassa densità abitativa, aree naturali poco frequentate. È una buona notizia: vuol dire che il nostro territorio è sano e sufficientemente preservato. Altrimenti questi grandi mammiferi non ci potrebbero vivere. Sono molto più vicino a noi di quanto si pensi: si muovono di notte, spesso si avvicinano alle case ma non hanno mai fatto male a nessuno. Così come quando andiamo a camminare ci premuniamo per proteggerci dalle zecche, allo stesso modo dovremmo conoscere le regole per convivere con questi grandi mammiferi». Cosa dobbiamo fare se incontriamo un orso? Lo abbiamo chiesto a chi gli orsi li vede quasi ogni giorno: Cesidio Pandolfi, ideatore dell’unica esperienza italiana di “bearwatching”, escursioni che raggiungono i territori prediletti dagli animali per osservarli senza disturbarli e in piena sicurezza. Questo avviene nel Parco nazionale d’Abruzzo, dove l’orso vanta una presenza stanziale di una cinquantina di esemplari. «Domenica uno dei nostri gruppi ha avvistato due femmine con i cuccioli. Sono esperienze bellissime da vivere senza alcun timore», spiega. Quando è più facile incontrare un orso? «All’imbrunire e all’alba. Gli animali selvatici si muovono di notte, di giorno riposano. Scelgono il crepuscolo e le ore fresche del giorno. L’orso è abbastanza abitudinario, ma anche imprevedibile. Mi è capitato di imbattermi in pieno giorno in due orsi che si stavano accoppiando. Stavo rientrando da un’escursione con un gruppo di studenti ed eravamo molto vicino al centro abitato». Qual è il comportamento consigliato quando lo avvistate? «Quello di fermarsi e indietreggiare lentamente. L’orso è solitario, ama la tranquillità e la solitudine. Osservarlo non è un problema. Basta evitare di disturbarlo: è pur sempre un animale selvatico e di grossa mole (fino a due quintali). La sua reazione normale è la fuga. Se percepisce una presenza, potrebbe sollevarsi sulle due zampe, dando l’impressione di minacciare. Invece lo fa solo per osservare meglio (vede poco, mentre invece l’olfatto è acutissimo)». Vi è capitato di trovarvi in situazione di potenziale pericolo? «Mai. E facciamo questa attività da 25 anni. Una volta abbiamo anche sorpreso due orsi che si rincorrevano. Provenivano nella nostra direzione. Teniamo presente che questi animali possono correre a 50 chilometri all’ora». Come vi siete comportati in questo caso? «Ci siamo subito fatti notare, facendo rumore, alzando e agitando le braccia. L’orso è un animale pacifico: se avverte un disturbo alla sua quiete, scappa. Infatti così ha fatto». L’orsa con i cuccioli è più pericolosa? «Come qualsiasi animale che difende i propri piccoli. Avvicinarsi ai cuccioli è sempre un comportamento a rischio. Le persone devono capire che c’è un limite invisibile oltre il quale non si può andare nel contatto con un animale». Per l’orsa trentina Daniza c’è un ordine di cattura. «L’orsa ha avuto una reazione naturale ed è sconcertante che ora la si colpisca. Dobbiamo semmai preoccuparci di accrescere l’educazione ambientale, che in Italia è molto carente». Come avviene il bearwatching? «L’avvistamento è spontaneo, senza attirare l’animale con alcuna esca, come avviene per esempio in Slovenia. Ci limitiamo a raggiungere i luoghi che sappiamo loro prediligono a seconda della stagione. Ora, per esempio, l’orso sale sulle cime dove matura una bacca di cui è particolarmente ghiotto, il ramno alpino, che cresce nelle zone rocciose. Ci appostiamo, puntiamo i binocoli e attendiamo in silenzio. E ogni volta che l’orso appare, l’emozione è fortissima».