Archivio mensile:Settembre 2017

Pesariis: Ataman, l’avventura italiana dei cosacchi

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di PAOLO MEDEOSSI.
Chi è passato in Val Pesarina in una domenica dello scorso agosto può essersi imbattuto in una lunga processione che seguiva la statua della Madonnina del Culzei portata a spalla alla sua cappella, verso Pradisbosco. Momento suggestivo di un culto e di un rito che si rinnova ogni cinque anni a Pesariis quale ringraziamento per una strage evitata e che stava per compiersi nel Natale del 1944. Come atto di rappresaglia, 33 abitanti del paese dovevano essere fucilati su ordine di un ufficiale cosacco al quale si avvicinò una donna, Marianna Machin, che conosceva la lingua russa dopo aver lavorato sulla Transiberiana e con le parole giuste seppe convincerlo a desistere. Comincia così, con una storia vivissima nella memoria della valle, ma sconosciuta fuori di lì, un romanzo appena pubblicato dall’editore Gaspari di Udine. Narra, viaggiando tra realtà e fantasia, quei mesi dall’estate del ’44 al maggio del ’45 in cui la Carnia e ampie zone del Friuli vennero invase da 40 mila cosacchi, alleatisi con i tedeschi dopo essere stati attratti dall’ingannevole prospettiva di approdare in una Terra Promessa dove insediarsi definitivamente come popolo. Vicende già narrate, studiate, discusse in tanti romanzi e ricerche a cominciare dallo splendido “Illazioni su una sciabola” di Claudio Magris, ma quest’ultimo libro ( “Ataman. L’avventura italiana dei cosacchi”, 210 pagine, prezzo 16 euro) aggiunge una serie di elementi originali e in parte inediti. La prima sorpresa è il nome stesso dell’autore, Lorenzo Colautti, avvocato di Udine, che si è cimentato in questo impegno per narrare come meritava la straordinaria esperienza di cui è stato protagonista l’ingegner Gaetano Cola, personaggio conosciutissimo in Friuli per la sua attività professionale e per i trascorsi giovanili come giornalista al Messaggero Veneto. In più occasioni, Cola (suocero dell’avvocato Colautti) ha raccontato a familiari e amici i momenti del suo passato, in particolare nella fase finale della guerra quando lui, ragazzo, con padre campano e madre carnica, si era trasferito tra le montagne partecipando alla lotta di liberazione. Il romanzo dà un nome di fantasia al protagonista, Nicolò Costa, ma ripercorre ciò che Gaetano affrontò davvero in giorni nei quali la vita di tutti, nelle valli e ovunque, era appesa un filo. L’episodio più clamoroso avvenne quando, arrestato assieme ad altri due giovani sospettati di essere partigiani, venne portato dal comandante dei cosacchi, il generale Petr Krasnov, l’atamano, nome rimasto tra storia e leggenda, militare sì, ma anche scrittore di una certa notorietà internazionale negli anni Trenta. Durante l’interrogatorio davanti all’atamano, che lui non aveva riconosciuto, Nicolò-Gaetano si sentì rivolgere una domanda a sorpresa: «Ha mai letto autori russi?». Il ragazzo, che conosceva un po’il francese, dopo aver citato Tolstoj aggiunse proprio Krasnov, del quale la madre gli aveva fatto conoscere libri come “Dall’aquila imperiale alla bandiera rossa” e “Tutto passa”, ritenuto (anche dallo stesso Magris) il suo capolavoro.Con tale risposta a sua volta lasciò senza parole l’atamano che lo liberò dandogli una sorta di salvacondotto. Quel colloquio fu uno dei rari momenti nei quali il generale dialogò con gente della Carnia, rimanendo per il resto isolato tra i suoi incubi e la malinconia, a Verzegnis. E un altro dei momenti clou riguarda l’incredibile partita di calcio disputata a Osoppo nell’aprile del ’45 fra una squadra di partigiani e una di tedeschi e cosacchi. Episodio sul quale molto si è favoleggiato e anche discusso, nato forse dalla volontà di qualche tedesco di garantirsi una salvezza prima della imminente catastrofe. Nicolò-Gaetano fu l’arbitro di quell’incontro, vinto dai partigiani per 1-0. Il romanzo di Colautti narra poi una vicenda sorprendente sui cosacchi dopo la resa. In gran parte, come si sa, vennero consegnati dagli inglesi alle truppe sovietiche e molti morirono suicidi nelle acque della Drava. L’unico a resistere al potentissimo esercito di Stalin fu il principe del Liechtenstein che schierò un pugno di guardie a difesa di chi aveva chiesto asilo da lui, respingendo la minaccia. Ma il racconto di “Ataman” non si ferma al dopo guerra. Nella seconda parte, seguendo sempre le tracce cosacche, schiude nuovi scenari giungendo ai giorni nostri con una narrazione quasi da spy-story ambientata nella tensione conflittuale, di cui a livello mediatico ora si sa poco, che oppone la Russia di Putin all’Ucraina. Confronto che vede in gioco enormi e strategici interessi legati al petrolio, rendendo esplosivi i rapporti di forza tra le nazioni dell’ex Urss. Ne esce una ricostruzione mozzafiato, affidata alle intuizioni e alla fantasia dell’autore, il quale vuol mostrare come da quell’episodio accaduto a Pesariis i rivoletti lungo i destini di un popolo si siano sparpagliati ovunque, toccando anche i drammi attuali. «Ho voluto fare un romanzo storico, non un saggio – dice Colautti – rendendomi conto con stupore, visto il tempo trascorso, che indagare i fatti di quel periodo non è facile. Ci sono rancori e recriminazioni non sopiti. Sono contento di aver trovato un editore come Gaspari che mi ha indirizzato e consigliato un po’ su tutto. Il protagonista, che ha ora 93 anni e di cui io ho riordinato gli appunti, mi ha chiesto infatti per quale motivo il romanzo riporti sulla copertina il mio nome, non il suo».

Le eroiche portatrici carniche, due alpini rileggono la storia

di VALERIO MARCHIÈ
La recente l’approvazione da parte della Giunta regionale, su proposta dell’assessore alla Cultura, Gianni Torrenti, di un avviso pubblico sulla concessione di incentivi per progetti di rievocazione di una pagina mirabile della Grande Guerra: l’epopea delle portatrici carniche. La decisione è certamente apprezzabile. Peraltro, soprattutto negli ultimi anni, non sono mancate ricerche, pubblicazioni, spettacoli teatrali, celebrazioni (citiamo, fra tutte, quella del 2016 per il centenario della morte eroica di Maria Plozner Mentil, le cui spoglie riposano al Tempio Ossario di Timau). Innumerevoli vicende attestano la tenacia e le capacità delle donne nel primo conflitto mondiale: figure perlopiù (ma non soltanto) umili, pronte a tutto per sostituire gli uomini in famiglia, nelle scuole, negli ospedali, nelle aziende, nelle amministrazioni comunali, nei lavori militari… Per lungo tempo si è raccontata la Grande Guerra senza parlare delle donne. Oggi tuttavia, dopo quel lungo oblio, e sebbene vi sia ancora molto da fare, disponiamo di contributi notevoli. Ricordiamone alcuni esemplificativi, chiedendo venia a chi non verrà citato.Fra il 2015 e il 2016 l’editore udinese Paolo Gaspari ha pubblicato: “Le donne nella Grande Guerra”, di Lorenzo Cadeddu; “Le donne nella Prima Guerra Mondiale in Friuli e in Veneto”, di Elpidio Ellero (con dati anagrafici delle portatrici, e un saggio di Antonio Gibelli); “Accanto agli eroi. Diario della duchessa d’Aosta. Maggio 1915 – Giugno 1916”, a cura di Alessandro Gradenigo e dello stesso Gaspari.Un altro editore in regione (la Leg di Adriano e Federico Ossola a Gorizia) ha dato alle stampe nel 2012 “Donne nella Grande Guerra”, volume di autori vari a corredo di una mostra allestita a Gorizia sulle donne nel conflitto (con relativo convegno nell’ambito di “èStoria”).Ancora nel 2012, Alessandro Gualtieri ha scritto “La Grande Guerra delle donne. Rose nella terra di nessuno” (editore Mattioli 1885). Nel 2014, poi, il Mulino ha edito sia “Donne nella Grande Guerra” (un lavoro collettivo di giornaliste e scrittrici, introdotto da Dacia Maraini e con un capitolo di Francesca Sancin dedicato alle portatrici carniche) sia “Una patria per le donne. La mobilitazione femminile nella Grande Guerra” scritto da Augusta Molinari.Nel 2015 Antonella Fornari, con “Le donne e la Prima guerra mondiale” (Edizioni Dbs), ha proposto storie al femminile, fra cui alcune delle portatrici, mentre l’anno scorso è uscito “Donne in guerra”, a cura di Valentina Catania e Lorisa Vaccari (Cierre edizioni), che spazia dal primo conflitto mondiale all’Isis.A questi e altri sforzi si aggiunge ora quello di due alpini: lo storico-collezionista Enrico Meliadò e il generale Roberto Rossini, convinti che non si possa considerare la Grande Guerra sulle nostre montagne senza la storia delle donne che giorno per giorno, compiendo sacrifici estremi con rigida ed esemplare autodisciplina, rifornivano i soldati italiani fino alla cime più aspre.È nato cosi “Le donne nella grande guerra 1915-18. Le portatrici Carniche e Venete, gli Angeli delle trincee” (editoriale Sometti, con il contributo dell’Associazione Filatelica Numismatica Scaligera di Verona, della Fondazione Bpa di Poggio Rusco e della Sezione di Udine dell’Ana).Gli autori, che offrono fra le altre cose un ampio quadro storico e una sezione dedicata alle testimonianze di alcune portatrici, sono stati coadiuvati da enti e da appassionati: basti citare l’Associazione Amici delle Alpi Carniche, la Scuola primaria e il Museo della Grande Guerra di Timau, o il pittore-alpino Enrico Tonello. E l’apparato iconografico, confezionato in un volume di pregio con un prezzo che resta comunque abbordabile, colpisce per la quantità e la qualità delle immagini

Zuglio: l’importante recupero di cinque statue del corpus sottratto all’altare di San Pietro

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di Gilberto Ganzer.

Come si sa il patrimonio d’arte di una comunità non è soltanto “memoria storica” della stessa, ma un importante tassello identitario che se viene a mancare non protegge più la comunità da quell’epidemia di disumanizzazione incombente che caratterizza il nostro tempo.Il recupero fatto dai Carabinieri del Nucleo tutela patrimonio artistico di cinque statue del corpus sottratto all’altare di San Pietro di Zuglio restituisce così una parte di quelle testimonianze di un sito storico che era stato prima forum e poi municipium; Julium Carnicum appunto esempio del fiorire di questo centro che con il Cristianesimo fu anche sede episcopale, titolo che ora giustamente riscoperto detiene il Nunzio Apostolico in Siria monsignor Mario Zenari. Zuglio è infatti simbolo di una storia amministrativa che determinò l’autonomia della regione montuosa da quella della pianura, tanto che la Carnia fece parte per se stessa ed ebbe una organizzazione territoriale, giurisdizionale e amministrativa autonoma, secondo quel processo delle autonomie così caratteristiche del mondo italiano.San Pietro di Zuglio, antico castello bizantino del V secolo, sarebbe diventata così il fulcro di una organizzazione religiosa potente e vasta se si pensa che solo nel 1380 la chiesa di Gemona veniva staccata dalla Prepositura di San Pietro, continuazione dell’antico vescovado e testimonianza dell’antichità territoriale del romano municipium. Nella pieve grandeggia ancora il magnifico altare di Domenico da Tolmezzo con al centro San Pietro in abito papale e alla sua destra gli apostoli Taddeo, Simone e Andrea; alla sinistra Paolo, Giacomo Maggiore e Mattia. Il piano superiore dell’ancona accoglie la Madonna con Bambino nel centro; gli apostoli Matteo, Bartolomeo e Giovanni e a sinistra Giacomo Minore, Ambrogio e Agostino. Le guglie del raffinato coronamento sono terminate con piccoli angeli che sovrastano le nicchie ove sbocciano figurine di profeti e sulla parte terminale troneggia un eterno padre benedicente. La grande ancona porta la firma mutila di Domenico da Tolmezzo con la data ascrivibile al 1483, sapendo che nel 1484 l’opera è già in sito e se ne reclamava il pagamento.Questo capolavoro del maestro tolmezzino non privo di rimandi al nuovo verbo rinascimentale padovano-veneziano, ma anche alle fascinazioni gotiche della tradizione oltralpina costituisce un unicum e grazie a questo recupero una restituzione importante per l’aspetto storico-artistico, ma anche più propriamente storico perché è l’importante testimonianza del prestigio che Zuglio aveva in tutto il territorio.Le statue erano state trafugate il 17 novembre 1981 dopo che, in epoca imprecisata, erano scomparsi quattro santi a mezzo busto della predella, raffiguranti come detto i padri della Chiesa latina. Per lo studioso Guido Nicoletti l’ancona di Zuglio «è la più bella tra quelle eseguite di Domenico, ormai padrone assoluto della tecnica che trasforma il legno in un arazzo fastoso e ricco con luci e splendori quasi musivi».La cerimonia della restituzione è stata quasi la premessa a un impegno che l’Arma porta avanti da decenni nel recupero di quel patrimonio identitario che caratterizza la nostra nazione e alla consegna infatti era presente il comandante del Comando dei Carabinieri – Tutela patrimonio artistico generale Fabrizio Parulli con i referenti del Nucleo di Venezia dottor Carlone e il capitano comandante del Nucleo di Udine Pella assieme ai Carabinieri in rappresentanza dell’Arma. L’accoglienza di queste preziose testimonianze è stata fatta da sue eminenza il Nunzio apostolico in Siria e arcivescovo titolare di San Pietro monsignor Mario Zenari con la presenza del già arcivescovo emerito di San Pietro monsignor Pietro Brollo e di sue eminenza l’arvivescovo metropolita di Udine Andrea Bruno Mazzocato, il prevosto titolare di San Pietro mons. Giordano Cracina e il sindaco di Zuglio Battista Molinari. In questa importante e significativa giornata il prevosto di San Pietro monsignor Cracina ha annunciato la prossima convenzione e fruizione della dimora Grassi – Gortani del comune di Zuglio in Formeaso che raccoglierà le testimonianze archivistiche, d’arte e di memoria collettiva, relazionandosi con il Museo archeologico Julium Carnicum; il percorso integrato di questa nuova sede sarà chiamato “Ianua Coeli” e proprio per questo era presente il direttore del polo museale del Friuli dottor Luca Caburlotto, il dirigente della Soprintendenza archeologica del Friuli, dottor Corrado Azzolini, la dottoressa Flaviana Oriolo, curatrice del Museo archeologico, già così validamente proposto. Monsignor Cracina ha annunciato che con l’ausilio di esperti e volontari atti a coinvolgere anche la comunità evidenzieranno ancor più come tale patrimonio culturale sarà un luogo non solo votato a visitatori o spettatori, ma un luogo dei diritti fondamentali della persona, proprio all’insegna del recupero della loro identità. Tra le figure istituzionali va ricordata la presenza della dottoressa Auriemma per il Centro regionale di catalogazione, del dottor Claudio Gortani. C’erano inoltre il presidente della Provincia dottor Pietro Fontanini e i rappresentanti di comunità parrocchiali quali il sindaco di Arta, monsignor Angelo Zanello e don Alessio Geretti della comunità di Tolmezzo.