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Alto Friuli: Scienze motorie perde il biennio, a Udine i due anni di specialistica

di Piero Cargnelutti.
Dal corso di laurea in Scienze Motorie se ne vanno a Udine i due anni di specialistica. Una perdita per Gemona, che però vede il “numero chiuso” degli iscritti al corso di laurea aumentare da 70 a 90 e così nei prossimi anni a Gemona, se si perderanno una quarantina di studenti, se ne potrebbero avere 60 in più. La necessità di risparmiare ha imposto all’Università friulana la scelta di portare a Udine il biennio di specialistica poiché i corsi spesso sono condivisi con altre facoltà presenti nel capoluogo, ma l’accordo tra ateneo friulano, Comune e Provincia di Udine non solo salvaguarda la permanenza della facoltà di Scienze motorie a Gemona, ma la rafforza andando ad aumentare il numero di studenti che potranno seguire il corso. Il consiglio di amministrazione del Dipartimento di Scienze mediche biologiche ha infatti approvato la programmazione didattica per il prossimo anno in cui si prevede, per l’appunto, l’aumento da 70 a 90 posti per gli studenti che frequentano nella cittadina pedemontana il primo triennio della facoltà. «Appena abbiamo saputo – spiega il sindaco Paolo Urbani – della scelta di trasferire a Udine i due anni della specialistica con il rischio di perdere 45 studenti, insieme alla Provincia e all’Università abbiamo cercato di salvaguardare il corso. Ringrazio in particolare il rettore Alberto De Toni, e i referenti della facoltà Bruno Grassi, Claudio Bardini e Stefano Lazzer. Colgo l’occasione per ringraziare in particolare anche Enrico di Prampero, fondatore della facoltà e nostro cittadino onorario che anche stavolta è stato determinante per il mantenimento di una realtà molto importante per il nostro territorio che ci permetterà di sviluppare percorsi in seno al progetto Città dello sport ma anche nel contesto del nostro ospedale e in collaborazione con la direzione dell’Azienda Sanitaria». Da parte sua l’amministrazione comunale, oltre ad aver messo a disposizione dell’Università aule e spazi, insieme alla Provincia metterà a disposizione dei finanziamenti per consentire il significativo incremento degli studenti. «Dobbiamo ringraziare in particolare – spiega ancora Urbani – il presidente della Provincia Pietro Fontanini, l’assessore Beppino Govetto e il consigliere Stefano Marmai che con noi hanno seguito la problematica. Per quanto ci riguarda, siamo contenti che i risparmi effettuati negli anni scorsi ci abbiano permesso oggi di intervenire anche su questa realtà dopo che ci siamo impegnati per salvaguardare sia l’ufficio dell’agenzia delle entrate che il giudice di pace. Rispetto alla facoltà di Scienze Motorie, l’intervento del Comune era ancora più necessario visto che il corso attrae studenti in tutto il nord est».

Kurdistan: «Isis, genocidio culturale», ma i tesori della Terra di Ninive sono salvi

di Melania Lunazzi.

A poche decine di chilometri dai siti architettonici e artistici interessati dalle distruzioni dei militanti del Califfato dal 2012 è nato un cantiere archeologico aperto dall’Università degli Studi di Udine, nella regione di Dohuk, nel Kurdistan iracheno. Il progetto si chiama “Terra di Ninive” e ne è direttore l’archeologo Daniele Morandi Bonacossi, che lunedí 13 alle 18 terrà una conferenza pubblica sala Ajace sul tema “Isis, la distruzione della memoria”. «La scorsa estate – cosí il professor Morandi Bonacossi – abbiamo dovuto abbandonare Dohuk poco dopo il nostro arrivo perché l’Isis era riuscita a premere sui confini del Kurdistan con la presa della diga di Mosul, a 20 chilometri dal nostro sito. Ma poi grazie ai bombardamenti aerei degli americani la situazione è cambiata e abbiamo potuto tornare fra gennaio e marzo. Concluderemo la campagna di scavo nella prossima spedizione, tra agosto e ottobre 2015». Dopo la distruzione delle statue del museo di Mosul nel luglio 2014, le cui immagini hanno fatto il giro del mondo a gennaio, la furia iconoclasta dei militanti dell’Isis si è recentemente abbattuta sui tori androcefali alati dell’antica città di Ninive, nel cuore della moderna Mosul. «Quei tori rappresentavano i geni protettori di una delle dodici porte della Ninive di Sennacherib, il re assiro che nel VII secolo avanti Cristo rese la città la capitale dell’impero, ingrandendola da 200 a 750 ettari – una megalopoli per l’epoca. Ora non esistono piú». Nelle guerre del passato non mancano casi di spoliazioni di beni culturali, ma a partire dalla distruzione dei Buddha di Bamiyan nel 2001, in Afghanistan, in Medio Oriente di fatto le cose hanno preso una piega diversa, che va al di là di ogni capacità di previsione. Anche il mercato illegale di opere d’arte dal solo Iran ha raggiunto ormai un volume di traffico che l’Unesco ritiene aggirarsi attorno ai 7 miliardi di dollari ed essere secondo solo a quello del petrolio. Come si spiega questo accanimento che da alcuni è stato definito un vero e proprio genocidio culturale? «Con i Buddha di Bamiyan pensavamo di avere visto tutto. Invece dieci anni dopo siamo condannati a vedere distruzioni analoghe che hanno a che fare con la religione. Anche se bisogna precisare che la religione iconoclasta è un pretesto per compiere atti che hanno carattere politico. L’obiettivo è annientare il patrimonio culturale dell’altro per facilitare la sua eradicazione dal territorio. Cosí l’Isis costringe questi gruppi etnici – come è successo per gli yezidi – a fuggire per non essere massacrati. A Doruk nel giro di due mesi sono arrivati 80 mila profughi». Nelle scorse settimane sono giunte altre notizie di distruzioni avvenute con l’intervento di bulldozer in altre tre città di cultura preislamica capitali dell’impero assiro tra IX e VII secolo avanti Cristo: Korshabad (esempio di città creata dal nulla con un progetto urbanistico unico al mondo, all’epoca di Sargon II), Hatra (unica città della Mesopotamia costruita in pietra e non in mattoni d’argilla) e Nimrud, si tratta di notizie confermate? «Queste informazioni non venivano dall’Isis, che di solito non fa mistero dei propri scempi e si vanta con filmati, ma nel caso di Nimrud e Hatra, dal governo centrale iracheno e per Korshabad dal governo curdo. L’Unesco ha esaminato le foto dei satelliti scattate su questi centri e ha constatato che non erano riscontrabili distruzioni estese di questi siti. In questa grande guerra di propaganda sono state diffuse queste notizie per tenere alta la tensione sull’Isis e per far vedere al mondo occidentale come i barbari si accaniscano sul patrimonio mondiale dell’umanità. Tre giorni fa l’Isis ha pubblicato un video in cui si vede la distruzione di statue monumentali presenti sugli edifici di Hatra, però non si vedono distruzioni di templi o di strutture architettoniche e questo ci fa ben sperare».

Udine: Compagno e De Toni vs il “Decreto del (dis)Fare”

«Non possiamo raggiungere gli standard europei se si sottraggono risorse al finanziamento degli atenei: l’Università di Udine già da anni si trova a fare i conti con un grave sottofinanziamento statale», dicono Cristiana Compagno e il neo eletto Alberto Felice De Toni. Che criticano l’emendamento al cosiddetto decreto del fare approvato alla Camera nei giorni scorsi e relativo all’introduzione di un Programma nazionale per il sostegno degli studenti capaci e meritevoli.

«E’ grave andare a prelevare i finanziamenti per le borse di studio dalla quota premiale che gli atenei si sono faticosamente conquistati sulla base dei risultati della ricerca, della didattica e del trasferimento tecnologico».

L’emendamento in questione, che ha già ottenuto il parere contrario della Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui), ha proposto di dedicare al diritto allo studio il 4 per cento (pari a 250 milioni di euro) della “quota premiale” del Fondo di funzionamento ordinario, ovvero la parte del finanziamento statale alle università che viene distribuita in base ai risultati ottenuti dagli atenei nella ricerca e nella didattica. Questi maggiori contributi sarebbero gestiti dalla Fondazione per il merito, introdotta dalla riforma Gelmini ma mai avviata concretamente.

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Friuli: Università, De Toni – Pascolo – Sechi candidati per il dopo Compagno

di Giacomina Pellizzari

Il conto alla rovescia per l’elezione del nuovo rettore dell’ateneo friulano è iniziato. Al momento, l’unico candidato è il già preside della facoltà di Ingegneria, Alberto Felice De Toni, il professore che cinque anni fa arrivò al ballottaggio con il rettore, Cristiana Compagno. «Finora ho ricevuto solo la candidatura del professor De Toni» conferma il decano dell’università, Livio Clemente Piccinini, ricordando che il termine ultimo scade il 26 aprile, alle 12, e il 15 maggio dopo la prima votazione. Dopodomani, invece, alle 16.30, nelle aule A e B del polo scientifico dei Rizzi, si terrà l’assemblea del corpo elettorale durante la quale i candidati presenteranno i loro programmi. Come detto, finora l’unica candidatura ufficializzata è quella di De Toni, ma a questa potrebbe, il condizione è d’obbligo, aggiungersi quella di Paolo Pascolo, il direttore del Cirf che ha già annunciato di voler tentare la corsa verso palazzo Florio. Appare scontata anche la candidatura del prorettore, Leonardo Sechi, il professore di Medicina che, stando alla tradizione accademica, dovrebbe ricevere il testimone dal rettore uscente. Fino a pochi giorni fa Sechi era molto indeciso, la passione per la sua professione lo bloccava non poco, ma secondo indiscrezioni il rettore Compagno l’avrebbe convinto ad accettare la sfida. La possibile rosa dei candidati comprende anche i nomi di un altro professore di Medicina, Silvio Brusaferro, e dei già preside di Lingue e di Agraria, Antonella Riem e Roberto Pinton. Non è escluso, insomma, che nuove candidatura possano essere ufficializzate nel corso dell’assemblea o addirittura a maggio visto che dopo la prima votazione si apre un’ulteriore finestra. Il decano fa notare, però, che il regolamento prevede anche candidature di professori provenienti da altri atenei italiani. I giochi sono aperti e le riflessioni pure visto che i problemi sul tappeto sono diversi: dallo storico sottofinanziamento dell’ateneo friulano si passa ai continui tagli dei fondi statali e nonostante ciò alla necessità di aumentare la qualità e l’internazionalizzazione dei corsi per confermare i primati già conquistati. A tutto ciò va aggiunto il dibattito sulla necessità o meno di rafforzare l’alleanza con l’università di Trieste. In prima convocazione, le votazioni si svolgeranno l’8 maggio, in seconda il 23 maggio e in terza il 30 maggio, sempre dalle 9 alle 18. Il 5 giugno seguirà l’eventuale ballottaggio. Il rettore viene eletto tra i docenti ordinari con un numero di anni di servizio almeno pari alla durata del mandato prima del collocamento a riposo.

Gemona: tagli ai fondi Erdisu, ora si rischia di perdere il corso di Scienze motorie

di Giusy Gubiani.

L’azzeramento dei fondi regionali all’Ente per il diritto e le opportunità allo studio universitario di Udine destinati alla gestione delle case dello studente delle sedi decentrate mette a serio rischio l’alloggio universitario gemonese, il cui funzionamento pare poter essere garantito fino a luglio 2013, quando termineranno i contratti degli addetti alla portineria. Ma c’è di peggio: un’eventuale chiusura della casa dello studente gemonese potrebbe essere un primo passo verso la chiusura del corso di laurea in Scienze motorie. A prospettare lo scenario è Adriano Ioan, già presidente dell’Erdisu di Udine quando, nel 2011, le risorse destinate a Gemona subirono un primo importante taglio, e attuale consigliere delegato dell’università all’interno del consiglio d’amministrazione dell’ente udinese. Nonostante l’assessore regionale Molinaro assicuri che il finanziamento sarà ristabilito il prima possibile e che non c’è alcun pericolo per il giovane corso di laurea (che si sostiene con altri fondi), la situazione attuale non fa cedere all’ottimismo. L’azzeramento dei fondi è confermato dalla direttrice dell’Erdisu Magda Uliana. Secondo Ioan, «esso darebbe un colpo mortale al corso di laurea in Scienze motorie, i cui studenti, per la maggior parte, provengono da lontano». L’ex presidente, riporta il precedente di Cormons, dove, a seguito della chiusura dello studentato, il corso di enologia è stato trasferito a Udine. È chiaro che – prosegue Ioan – «l’università non sta dove mancano i servizi agli studenti». Oltre a evidenziare la discriminazione rispetto a Trieste che non ha subito tagli in questo senso, Ioan sottolinea l’urgenza di trovare una soluzione. «Sia l’assessore Molinaro che il sindaco Paolo Urbani erano stati messi al corrente della situazione, visto che questa problematica esiste già dal 2011 quando ci fu il primo taglio di risorse, a cui l’Erdisu aveva ovviato utilizzando altri fondi di bilancio propri». L’ex presidente Erdisu-Udine, premettendo che la Regione ha da sempre ben garantito il diritto allo studio, riconosce però il punto critico di Gemona, non ancora risolto. Alla conferenza regionale del 25 febbraio scorso, l’approvazione del piano regionale degli interventi per il diritto allo studio ha indignato anche i rappresentanti degli studenti. Enrico Degano e Ndack Mbaye, presenti a quella riunione, sottolineano: «Abbiamo votato contro il piano che, con l’azzeramento dei contributi per le sedi decentrate, rischia di far venir meno il diritto allo studio per gli studenti di Scienze motorie». Quello a cui auspicavano i due rappresentanti era una distribuzione delle risorse più equa tra le sedi, visto che Trieste non ha subito tagli. Inutile dire che non erano i soli ad auspicarlo.

Friuli: annuncio della professoressa Cristiana Compagno «Vado all’estero per un anno»

di Giacomina Pellizzari

Eletta nel momento più critico dell’università di Udine, il rettore Cristiana Compagno, prima donna al governo di un ateneo medio statale, in ottobre chiuderà il suo mandato e, dopo essere stata tirata per la giacca da tutti i politici che l’avrebbero voluta candidata sindaco, alla presidenza della Regione a al Parlamento, la professoressa ringrazia e annuncia: «Il mio progetto personale è di chiedere un anno sabbatico e andare all’estero». Una mossa da maestra, che arriva a pochi giorni dall’inaugurazione (prevista per mercoledì) del 35.mo anno accademico durante la quale non mancherà di elencare i risultati raggiunti negli ultimi 5 anni. Uno per tutti: la certificazione del bilancio 2012 da un ente terzo internazionale. Rettore, come mai questa scelta? «Dopo aver servito l’istituzione con l’intensità con cui l’ho servita io, mettendola al primo posto, ho bisogno di una pausa, di uscire di scena». Converrà che la sua decisione spiazza, in molti sapendo che per effetto della riforma Gelmini non è più rieleggibile la vogliono alla guida di un’altra istituzione? «E’ vero sono stata richiesta più volte, ma la mia risposta è sempre stata la stessa: “Non farò politica attiva”. Resto però una donna di istituzione, credo di aver maturato competenze nella gestione di sistemi complessi». Dove andrà all’estero? «Questo lo dirò più avanti». Quale eredità lascia al nuovo rettore e alla comunità accademica? «Oltre a lasciare un’università molto apprezzata a livello nazionale e internazionale, lascio il bilancio 2012 certificato da un ente terzo internazionale. Una certificazione che solo la Bocconi e l’università di Trento vantano in questo momento». Questa certificazione cosa rappresenta? «E’ un segno di trasparenza, di serietà e responsabilità sociale che dobbiamo alla nostra comunità». Facilita anche l’ingresso nell’università di possibili investitori privati? «Certamente, per sostenere l’innovazione e la ricerca è sempre più necessario affiancare gli investimenti privati. La certificazione del bilancio è uno strumento innovativo e unito alla qualità della didattica e della ricerca attesta il percorso di gestione della nostra università che spero venga riconosciuto dal ministero». Le alleanze con altri atenei restano strategiche? «Per creare massa critica ed essere competitivi a livello europeo non può essere altrimenti. Nel Nord Est sono già definite quelle con Trieste e l’Euroregione». E’ orgogliosa dei risultati raggiunti in un periodo non certo facile? «Ho dovuto apprendere velocemente tante cose. Pensi che prima della mia elezione a rettore non ero mai entrata in un Cda e in un Senato accademico dell’università. Qualche giorno dopo il mio insediamento è stato approvato il decreto Tremonti che ha introdotto i tagli lineari al Fondo di finanziamento, esattamente un anno dopo è arrivata la riforma Gelmini, uno tsunami che dopo 30 anni rivedeva il sistema universitario». In questa situazione cosa ha rappresentato per lei essere rettore dell’università di Udine? «Ho dovuto imparare velocemente anche cosa vuol dire essere rettore di un ateneo che vive e prende forza dal suo territorio. E’ una responsabilità sociale nei confronti della comunità accademica e di quella friulana». Questa responsabilità la raccomanderà anche al suo successore? «Qualunque rettore dovrà tenere conto del rapporto tra università e territorio». Qual è la forza dell’ateneo friulano? «Essere tra i migliori in Italia nonostante il sottofinanziamento statale. Non dimentichiamo che rispetto a quanto ci spettava (dato riconosciuto dal ministero) dal 2009 abbiamo ricevuto 36 milioni di euro in meno. Con questa cifra avremmo potuto crescere ulteriormente in tutti i settori scientifici e umanistici».

Friuli: il fisico Sergio Cecotti parla della scoperta del bosone di Higgs

di Luciano Santin.

Sergio Cecotti, fisico per un bel po’ prestato alla politica, commenta senza enfasi e con il consueto pizzico di provocatorietà l’attribuzione del Nonino al “maestro del nostro tempo” Peter Higgs. Lo scienziato scozzese, scoprendo il bosone, ha lasciato una traccia perenne nella storia della fisica – dice –, ma certo, se fosse accaduto l’inverso, sarebbe stato meglio: si sarebbe dimostrato che la fisica così come l’avevamo pensata sinora era sbagliata, con la necessità di ripartire verso scenari totalmente nuovi. – Il Nonino a un fisico. Una positiva sorpresa? «Non è poi così strano. Lo sarebbe stato, semmai, il contrario. Visto che questo è l’anno dei premi a Higgs, attribuirgli il Nonino sta nella logica. Anche se Higgs non è stato né l’unico né il primo a studiare la materia. È un fisico importante, però non attivissimo sotto il profilo delle pubblicazioni: undici articoli, prevalentemente storici, in mezzo secolo. Ma non si pensi che intenda sminuirne la figura». – Immagino che conti la qualità, più che la quantità. E poi il bosone è davvero importante… O no? – Certo. Era l’unica cosa che rimaneva da trovare nel modello standard della fisica. Del quale si chiude così la storia, con dati specifici, permettendo di andare avanti con la nuova fisica. Naturalmente, tutto sarebbe stato più rilevante e interessante se la particella “non” fosse stata scoperta». – Suona un po’ paradossale. «I fisici sono più contenti quando una teoria viene falsificata, piuttosto che verificata. Nel secondo caso si sa che le cose stanno come si immaginava, nel primo, invece, si mette in crisi un sistema, e si spalancano scenari nuovi. Una confutazione provata dell’esistenza del bosone sarebbe stata più stimolante». – Dice che i fisici sono più contenti per i fallimenti. Non quelli del progetto Atlas, però… «Beh, si sa che esiste una convenzione sociologica per cui i premi vengono attribuiti quando si trova qualcosa. Il Nobel si dà alle scoperte, non alle non-scoperte». – Lei con Higgs ha avuto a che fare? «Personalmente no, anche perché il periodo della sua attività ha preceduto il mio. Ma mi sono occupato abbastanza della “fase di Higgs”». – Che è una cosa legata al bosone, immagino. «Ecco, sarebbe il caso di precisare che il bosone potrebbe essere definito un sottoprodotto del lavoro di Higgs, il quale si è occupato di sistemi ampi: abbiamo il fenomeno, la fase, il meccanismo di Higgs. E anche in matematica, ci sono i fibrati di Higgs». – Addirittura… «Parrà strano, ma in molti casi si tratta di cose che lo scienziato scozzese neanche sa che esistono. È come per la fisica euclidea: ci sono le teorie quantistiche, ma non è che Euclide se le fosse immaginate. E del neoplatonismo lo stesso Platone evidentemente non poteva sapere niente, perché defunto». – Higgs è stato rappresentato come il classico genio solitario, cui si accende il lampo nel cervello. Ma la ricerca è stata fatta da uno stuolo di scienziati. «Attenzione: lui è un fisico teorico. Al Cern si è lavorato sulla sperimentazione, la quale deve necessariamente coinvolgere molte persone. Ai tempi del Nobel di Rubbia, anni 70, c’era già un team di oltre mille persone». – La casalinga di Voghera si domanderà: si, vabbè, questo bosone sarà pure una scoperta geniale. Ma che cosa cambia, nella mia vita? «Magari non immediatamente, ma quasi tutte le scoperte finiscono per avere applicazioni tecnologiche pratiche. Chi va nello scantinato del building 5 del Cern, trova una targa con nomi e data, nella quale si ricorda come in quella stanza sia stata intuita e creata Internet. Con la semplice finalità di scambiare dati scientifici tra tutti i laboratori del mondo. Poi si è visto com’è andata a finire».

Friuli: case “intelligenti” con i progetti di domotica dell’Università e di Friuli Innovazione

(m.z. dal MV di oggi)

L’ultima frontiera dell’accessibilità è Made in Friuli. La domotica è un campo dalle mille potenzialità e le aziende del territorio hanno deciso di unirsi e impegnare le nuove tecnologie per abbattere le barriere architettoniche in casa, ma anche all’università, negli ospedali e in tutti i luoghi pubblici. Due i progetti, Living for all kitchen (Lak) e EasyMob, presentati ieri a un parterre internazionale arrivato a palazzo Florio per partecipare al congresso su “Tecnologie intelligenti per gli ambienti di vita”. L’incontro, organizzato dal Laboratorio wireless and power line communications dell’ateneo friulano in collaborazione con Friuli Innovazione, ha fatto il punto sulle tecnologie per la realizzazione della smart home&building, ovvero edifici e case intelligenti che garantiscono inclusione, ma anche sicurezza, efficienza e sostenibilità. Quattro concetti attuali che hanno bisogno di studi e prototipi per centrare una potenziale diffusione di massa ed economie di scala. In quest’ambito i progetti Lak ed EasyMob, sistemi domotici per la guida di persone con difficoltà in ambienti confinati, co-finanziati dalla Regione Friuli Venezia Giulia nell’ambito del Por Fesr 2007-2013, hanno sviluppato soluzioni innovative seguendo uno schema di applicazione delle nuove tecnologie agli ambienti che ci circondano. Un approccio a 360 gradi punta all’integrazione di dispositivi ed elettrodomestici per ottimizzare il consumo di energia e le prestazioni. Ecco allora che il Lak consente di sperimentare e integrare nuove tecnologie domotiche all’interno dell’ambiente-cucina, per renderlo più vivibile, in special modo alle persone anziane o con lieve disabilità cognitiva. Nove le realtà del territorio coinvolte nel progetto con capofila la Rino Snaidero spa che, partendo dalle esigenze degli utenti più anziani, applica logiche di progettazione tipiche del design-for-all, rispettose cioè delle specificità di ciascun individuo. Il progetto dunque mira a soluzioni per migliorare gli standard di vita in termini di sicurezza, comfort e risparmio energetico. EasyMob esce dalle mura di casa e allarga il processo a tutte le strutture pubbliche. Il progetto, curato da sette partner con capofila la Solari, si rivolge a persone con difficoltà di orientamento. Offre assistenza in tutti quegli ambienti con percorsi e ostacoli che i disabili non possono affrontare senza un aiuto. Nello specifico il progetto prende le mosse dall’idea di applicare le tecnologie domotiche per consentire interazioni con il mondo circostante in totale autonomia.

Friuli: per la Marilenghe, Arlef e Università fanno squadra

Nella foto: Cristiana Compagno e Lorenzo Zanon.

È stata presentata oggi, nella sede del rettorato dell’Università di Udine a palazzo Florio, la convenzione stipulata tra l’Ateneo friulano e l’Arlef (Agjenzie regjonâl pe lenghe furlane) in materia di tutela della lingua e della cultura friulana. All’interno di un accordo biennale i due enti collaboreranno per mettere in atto azioni di carattere organizzativo, amministrativo e gestionale per attuare un’attività integrata e comune di promozione della lingua friulana con particolare riferimento agli ambiti scientifici e di ricerca.

«Questo accordo – ha sottolineato il rettore, Cristiana Compagno – da una parte ha un valore politico e dall’altra porterà risultati operativi alle due istituzioni. La collaborazione, che esiste da quando è nata l’Arlef, ora verrà rafforzata e consolidata nell’ottica di una maggiore azione sinergica. In questo particolare momento è necessario il massimo coordinamento per fare massa critica nelle linee di valorizzazione della lingua e cultura friulana. L’obiettivo della convenzione è riportare i soggetti che lavorano con buona volontà e competenza nel campo della tutela della lingua friulana sotto il coordinamento scientifico dell’Università e dell’Arlef, evitando la dispersione di risorse e di energie. C’è bisogno di un coordinamento unitario in ambito scientifico e della ricerca e di un impegno continuo che dobbiamo costantemente mettere in campo».
 
La convezione prevede l’istituzione di un Comitato paritetico Arlef-Università degli Studi di Udine che avrà il compito di svolgere una stabile attività di coordinamento tecnico-scientifico nella programmazione delle azioni comuni da attuare ai fini della tutela e della promozione della lingua friulana. Ne faranno parte il rettore e il direttore generale dell’Università di Udine e il presidente e il direttore dell’Arlef.
«Questa convenzione con l’Ateneo friulano – ha evidenziato il presidente dell’Arlef Lorenzo Zanon – risponde alle finalità previste dallo statuto dell’Agenzia  che ha il compito di favorire la collaborazione tra gli organismi che operano per la conoscenza, la diffusione e la valorizzazione della lingua friulana. Sarà quindi una ulteriore opportunità per coordinare iniziative di studio, ricerca, divulgazione che abbiano per fine lo sviluppo delle conoscenze in materia di tutela del patrimonio linguistico. Per parte sua l’Ateneo friulano ha già dato il suo primo segnale concreto di collaborazione concedendo in comando presso l’Arlef un suo dipendente che potrà così fungere da tramite operativo tra le due istituzioni». All’incontro è intervenuto anche Giuseppe Napoli, vicedirettore centrale Relazioni internazionali e comunitarie e responsabile del Servizio corregionali all’estero e lingue minoritarie della Regione, che ha ricordato l’importante percorso avviato per ospitare in Friuli l’Agenzia europea per le Lingue minoritarie. Una candidatura che ha ottenuto l’approvazione da parte del rettore Compagno.
 
Nell’ambito della convenzione è prevista inoltre l’istituzione del “Servizio Arlef-Università degli Studi di Udine per le attività di ricerca sulla lingua friulana” finalizzato a costituire uno stabile strumento di raccordo fra le attività di ricerca e promozione linguistica dei due enti. Tra i compiti del Servizio sono previsti l’assistenza agli organi apicali degli enti che partecipano alla convenzione per l’espletamento di attività di ricerca, politica linguistica e gestione amministrativa; lo svolgimento di periodiche attività di analisi e verifica circa le attività di ricerca sulla lingua friulana; il monitoraggio e la verifica delle azioni previste dal piano annuale di politica linguistica dell’Arlef; la collaborazione nella programmazione di iniziative culturali a favore della lingua e della cultura friulana anche in Comunità friulane operanti all’estero e in collaborazione con altre Istituzioni. 
Il delegato del rettore per la valorizzazione della lingua e cultura friulana, Federico Vicario, ha ricordato che «la coesione e la concordia costituiscono, da sempre, valori importanti per la comunità friulana. L’esempio che Arlef e Università danno, con la stipula di questa organica convenzione di collaborazione, è quello di credere in quei valori di coesione e di concordia, ricercando con spirito di servizio le migliori strategie per la promozione e la valorizzazione del patrimonio linguistico del nostro Friuli. I progetti, importanti e di prospettiva, ci sono: ci impegniamo a realizzarli, nel rispetto della diversità di ruoli e competenze».

Udine: medicina, i candidati in crisi per domande di Biologia

di Giacomina Pellizzari

Maledetta Biologia. Le domande sui geni e sullo sviluppo embrionale hanno messo in difficoltà i 692 candidati che, ieri, al polo scientifico dei Rizzi hanno svolto il test di Medicina. Degli 806 preiscritti, per 106 posti, in 692 hanno risposto all’appello, 24 in più rispetto allo scorso anno. La tensione era alle stelle soprattutto tra le mamme rimaste in attesa dei figli per ore nei corridoi, tant’è che hanno avuto tutto il tempo di fare quattro conti per far notare che nonostante la graduatoria unica delle università di Udine, Trieste e Padova, i due atenei regionali sono più cari di quello patavino. A Udine e a Trieste, infatti, la tassa di iscrizione all’esame ammonta a 45 euro, mentre a Padova bastano 27 euro. E’ vero che in altri atenei italiani si arriva anche a 60 euro, ma in tempo di crisi, soprattutto le mamme hanno definito «ingiusta» questa disparità di trattamento: «Se nelle tre università c’è una graduatoria unica si dovrebbe pagare lo stesso importo, invece Udine è più cara di Padova». Detto questo, nessun rilievo è stato sollevato dalle commissioni impegnate

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