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Tolmezzo: 2018 al via la quarta edizione del maggio letterario

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Ritorna il Maggio Letterario, la rassegna d’incontri con l’autore organizzata dal Comune di Tolmezzo che quest’anno giunge alla quarta edizione e si svolgerà dal 3 maggio al 20 giugno. “Forti del bel riscontro ottenuto nelle passate edizioni, abbiamo aumentato gli appuntamenti rispetto agli anni precedenti, accrescendo l’investimento in cultura e consocenza” – spiega l’assessore alla cultura Marco Craighero – “portando così a Tolmezzo alcuni tra gli autori più in vista del panorama letterario e culturale italiano, assieme a personalità di spicco locali e regionali. Un mix eterogeneo di generi che spaziano dai romanzi alla saggistica con l’occasione di conoscere storie divertenti, toccanti, intense e per riflettere su temi d’attualità e storici, che riguardano il nostro presente e la nostra società.”

Si parte giovedì 3 maggio con Vito Mancuso che alle 20.30 presso il Teatro Candoni, in dialogo col giornalista Gianpaolo Carbonetto presenterà  il suo ultimo lavoro “Il bisogno di pensare”, una riflessione profonda sulla necessità umana di trovare risposte su questioni cruciali, sul senso del nostro stare al mondo, sulla ricerca del Bene e la costruzione di una società migliore.

Si proseguirà poi con Andrea Vitali, uno degli scrittori più letti, in cima a tutte le classifiche di vendita, che racconterà l’ultima avventura del maresciallo Maccadò, uno dei suoi personaggi più amati.

Inoltre ci saranno incontri con due giornalisti di spicco come Ritanna Armeni, che racconterà una storia di femminismo ambientata nella seconda guerra mondiale ricollegandosi alla questione femminile odierna, e Luca Telese, che dopo il successo di due anni fa ritorna a Tolmezzo con la seconda parte della sua opera incentrata sulle violenze politiche degli anni di Piombo.

Ospite di rilievo è anche Guido Tonelli, fisico e accademico tra gli scopritori del bosone di Higgs, che col suo “Cercare Mondi” ci porterà alla scoperta dell’universo.

 

Altro grande protagonista sarà Vauro Senesi, famoso vignettista e volto televisivo, che nel suo ultimo romanzo immaginerà il ritorno di Dio sulla Terra sotto forma di donna e attraverso gli occhi, la sensibilità, la passione, la compassione e l’intelligenza della donna si muoverà e vivrà la propria umanità nell’umanità dei nostri giorni.

 

Sul tema dell’integrazione e il dramma degli sbarchi si incentrerà la performance di Davide Enia, drammaturgo teatrale, che racconterà il suo “Appunti per un naufragio”.

 

Una serata di sicuro divertimento sarà quella con Vincenzo Maisto, alias “Il signor distruggere”, vero fenomeno dei social con oltre 800mila fan sul solo facebook, autore di un blog seguitissimo, che presenterà uno scritto irriverente e dissacrante su alcune realtà del web.

 

Altro appuntamento derivato dai successi del web sarà quello con Giada Sundas, giovane mamma, molto seguita e apprezzata per la maniera dolce, delicata e benevolmente ironica con cui racconta la sua esperienza di maternità e di vita familiare quotidiana.

 

Legato a questa tematica sarà anche l’esordio letterario di Laura Martinetti e Manuela Perugini, che racconteranno la storia di due amiche di gioventù, ritrovatesi dopo tanti anni, con delle vite completamente diverse, le quali però condivideranno l’esperienza concomitante della gravidanza.

 

Inoltre tre incontri daranno spazio a importanti autori della nostra regione e del nostro territorio, con il nuovo libro di uno dei professori più amati d’Italia, il pordenonese Enrico Galiano; con la partigiana Paola Del Din, che racconta la sua straordinaria vita in un dialogo col giornalista Rai Andrea Romoli; e la conclusione della rassegna il 20 giugno alle 21 in piazza XX Settembre, affidata a Luigi Maieron, che racconterà il suo ultimo romanzo affiancato da Mauro Corona, che ritorna a Tolmezzo dopo i successi degli ultimi due anni.

 

Questo il calendario completo:

– giovedì 3 maggio ore 20.30 Vito Mancuso presso il Teatro Candoni

– martedì 8 maggio ore 18 Andrea Vitali presso la Sala Riunioni di via Marchi

– mercoledì 16 maggio ore 18 Ritanna Armeni presso la sala conferenze dell’Uti

– lunedì 21 maggio ore 18 Guido Tonelli presso la sala conferenze dell’Uti

– mercoledì 23 maggio ore 18 Davide Enia presso il Centro Servizi Museale

– venerdì 25 maggio ore 18 Laura Martinetti e Manuela Perugini presso la Sala Riunioni di via Marchi

– lunedì 28 maggio ore 18 Vincenzo Maisto presso la sala conferenze dell’Uti

– sabato 2 giugno ore 18 Enrico Galiano presso la Sala Riunioni di via Marchi

– lunedì 4 giugno ore 18 Vauro Senesi presso la sala conferenze dell’Uti

– venerdì 8 giugno ore 18 Giada Sundas presso la Sala Riunioni di via Marchi

– martedì 12 giugno ore 18 Paola Del Din e Andrea Romoli presso la sala conferenze dell’Uti

– venerdì 15 giugno ore 18 Luca Telese presso la sala conferenze dell’Uti

– mercoledì 20 giugno ore 20.45 Gigi Maieron con Mauro Corona in piazza XX Settembre (in caso di maltempo Teatro Candoni)

 

In più, a cura del Geoparco delle Alpi Carniche, il 10 maggio alle ore 21 al Teatro Candoni si terrà la conferenza “Riscaldamento globale: le montagne sentinelle dei cambiamenti e scintille di sostenibilità” con il noto metereologo Luca Mercalli.

Ritorna anche La biblioteca dei libri viventi, che quest’anno si terrà in Piazza XX Settembre, con la partecipazione di alcune classi delle scuole secondarie, dove i ragazzi diventeranno veri e propri libri in carne ed ossa raccontando storie e interagendo con il pubblico.

Maggiori info su www.comune.tolmezzo.ud.it 0433 487987–487961 [email protected] e sulle pagine facebook del Maggio Letterario e del Comune di Tolmezzo.

 

Tolmezzo: “Maggio letterario”, terza edizione della rassegna letteraria d’incontri con l’autore

Al via la terza edizione di Maggio Letterario, la rassegna di incontri con l’autore organizzata dall’assessorato alla cultura del Comune di Tolmezzo, che porterà nella nostra città scrittori di livello nazionale spaziando dalla narrativa alla saggistica. Gli appuntamenti si svolgeranno dal 5 maggio al 22 giugno prevedendo 12 incontri tra presentazioni di romanzi e incontri incentrati su tematiche di forte attualità.

“Anche quest’anno abbiamo voluto portare nella nostra città una serie di autori di spicco proponendo dei momenti che possano favorire la conoscenza letteraria, avvicinare al piacere della lettura, proporre e stimolare riflessioni, creare momenti di confronto e dibattito. E’ anche attraverso lo stimolo culturale che un territorio si mantiene vitale e dinamico” dichiara l’assessore alla cultura Marco Craighero.

Il primo dei dodici incontri con gli autori si terrà venerdì 5 maggio alle 20.30 al Teatro Candoni di Tolmezzo. Ospiti saranno Beppino Englaro, Don Pierluigi Di Piazza e il dott. Vito Di Piazza che presenteranno il loro libro “Vivere e morire con dignità”, introdotti dalla giornalista del tg3 Marinella Chirico. Sarà un’occasione per approfondire e discutere in merito al tema del fine vita e del testamento biologico, anche alla luce della recente proposta di legge appena passata al vaglio della Camera dei Deputati.

Saranno poi ospiti a Tolmezzo la scrittrice Alessia Gazzola, dai quali libri è stata tratta la serie tv L’Allieva; la giornalista tv e scrittrice Francesca Barra; Matteo Bussola fumettista e poi scrittore, seguitissimo sui social; l’editorialista del Corriere della Sera Ernesto Galli Della Loggia; la sceneggiatrice cinematografica Ilaria Macchia, al suo primo romanzo, che presenterà anche il suo film Non è Un Paese Per Giovani; Franco Cardini, uno dei massimi storici italiani; la scrittrice armena Antonia Arslan e l’ex magistrato Raffaele Guariniello, famoso per le inchieste Thyssen e Eternit; oltre a due appuntamenti presso la biblioteca civica con Paolo Morganti e le pedagogiste Monica Nobile e Marina Zulian.

Molti i temi che verranno affrontati nel corso degli appuntamenti prevista: fine vita, la storia politica della nostra Repubblica, i rapporti tra occidente e oriente e la minaccia dell’Isis, la situazione della Turchia e i risvolti sull’attualità tra passato e presente, lo stato della giustizia in Italia e altro ancora.

Inoltre l’11 maggio presso la Galleria Cooperativa alcuni studenti delle scuole medie di Tolmezzo daranno vita alla “Biblioteca dei libri viventi” diventando essi stessi dei libri che interagiranno col pubblico raccontando delle storie.

Questo il calendario completo degli appuntamenti:

Beppino Englaro, Pierluigi Di Piazza, Vito Di Piazza “Vivere e morire con dignità”  5 maggio ore 20.30 Teatro Candoni 

Alessia Gazzola “Un po’ di follia in primavera” 10 maggio ore 18.15 Sala Riunioni Via Marchi 

Francesca Barra “L’estate più bella della nostra vita” 16 maggio ore 18.15 Sala Riunioni Via Marchi 

Matteo Bussola “Notti in bianco, baci a colazione” 20 maggio ore 16 Sala Riunioni Via Marchi 

Ernesto Galli Della Loggia “Credere, tradire, vivere. Un viaggio negli anni della Repubblica” 26 maggio ore 18.15 Sala Conferenze Uti 

Ilaria Macchia “ho visto un uomo a pezzi” 29 maggio ore 20  Cinema David

A seguire l’autrice sarà presente alla proiezione del film Non è Un Paese Per Giovani, di cui è sceneggiatrice.

Franco Cardini “L’Iphone e il paradiso” e “Il califfato e l’Europa” 1 giugno ore 20.30 Sala Conferenze Uti 

Antonia Arslan  “Lettera a una ragazza in Turchia” 6 giugno ore 18.15 Sala Riunioni Via Marchi

Raffaele Guariniello “La Giustizia non è un sogno” 9 giugno ore 18.15 Sala Conferenze Uti

DELLA BIBLIOTECA:

La Biblioteca dei libri viventi 11 maggio Galleria Cooperativa ore 10

IN BIBLIOTECA:

Paolo Morganti “Le Forme del Male” 15 giugno ore 18

Monica Nobile, Marina Zulian (associazione Barchetta Blu) “Qualche volta si può” 22 giugno ore 18

Tutte le informazioni sugli incontri sono disponibili nel sito internet www.comune.tolmezzo.ud.it oppure possono essere richieste all’Ufficio Cultura telefonando al numero 0433 487987–487961 o scrivendo un’e-mail all’indirizzo [email protected] .

Carnia: “Note di vita bellica in Carnia 1916-1917” con “I fusilâz” e “Le Portatrici carniche”, sei spettacoli che rileggono la Storia

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R.C. dal MV di oggi.

Una rassegna nuova, e non soltanto perché si affaccia per la prima volta in Carnia: nuova anche per il suo modo di raccontare la Grande Guerra. Si tratta di “Pace alla guerra”, “Note di vita bellica in Carnia 1916-1917”, in scena con sei spettacoli a partire da martedì 25 aprile fino a sabato primo luglio in diversi paesi e città tra Carnia e Friuli. Sei performance fra storia, teatro e musica, che andranno in scena il 25 aprile a Cercivento, il primo maggio a Timau di Paluzza, il 21 maggio a Tolmezzo, il 2 giugno a Somplago (Cavazzo Carnico), il 29 giugno a Udine e il primo luglio a Forni Avoltri. Protagonisti principali saranno il giornalista Guerrino Pacifici (interpretato da Adriano Giraldi) e il tele-cine-operatore Miro Vojnovich (Maurizio Zacchigna), che racconteranno la Grande Guerra. Con loro anche le attrici Maria Grazia Plos e Roberta Colacino e il gruppo strumentale Lumen Harmonicum, che rivisiterà il repertorio italiano e austro-ungarico del periodo bellico. La cura del progetto (l’idea, i contenuti testuali e musicali, la supervisione) è di Massimo Favento; la regia teatrale è dell’Associazione Mamarogi e le illustrazioni – prodotte ad hoc sui personaggi delle storie, sono di Mauro Zavagno. “Pace alla Guerra” è un progetto di Lumen Harmonicum che si avvale del contributo della Regione Fvg e della collaborazione della Fondazione Luigi Bon. “Pace alla Guerra” è un’anteprima di “Carniarmonie”. «Parlare della Grande Guerra – spiega Celestino Vezzi – ha senso se si esce dalla retorica, si guarda oltre i forzati paraocchi, si dà spazio e voce non solo ai testi ufficiali, ma anche ai diari della gente comune, si evita di citare a ogni piè sospinto la parola Patria quale panacea giustificatrice di ogni scelta. In questo contesto alcuni termini assumono significati precisi e i riferimenti non sono casuali: disobbedienza, sacrificio, diserzione, follia, ideologia, memoria». Proprio queste, infatti, saranno le chiavi di lettura per i singoli episodi. La rassegna s’iniziera il 25 aprile, alle 16 alla Cjase da Int di Cercivento, con il primo spettacolo intitolato “Rapsodia di una pallottola. Backstage per giornalisti & plotone musicale su “I Fusilâz di Çurçuvint” che si raccoglie sotto il “cappello” della disobbedienza. Sul palcoscenico sono gli attori Adriano Giraldi in Guerrino Pacifici e Maurizio Zacchigna in Miro Vojnovich e nel Colonnello; con loro il Gruppo Strumentale Lumen Harmonicum (Chiara Minca – voce, Mauro Verona – corno, Marco Favento – violino, Massimo Favento – violoncello, Denis Zupin – percussioni). Attraverso i dialoghi degli attori e le “spiegazioni” musicali scorrerà un particolare racconto dell’episodio – ormai noto – de “I Fusilâz di Çurçuvint”, il tragico caso di Silvio Gaetano Ortis e di altri tre alpini fucilati dai Carabinieri per essersi rifiutati di sostenere un attacco decisamente suicida contro una postazione austriaca sulle montagne che loro conoscevano tanto bene, pur avendo proposto una valida alternativa. Un caso estremo di disobbedienza (e purtroppo di giustizia sommaria) ancora molto dibattuto nel quale la logica irrazionale della disciplina militare prese il sopravvento su buonsenso e umanità. Lo spettacolo rovescia la prospettiva dando la parola non alle vittime, ma al plotone d’esecuzione. Il secondo appuntamento si terrà il primo maggio alle 16 a Timau di Paluzza nella sala parrocchiale San Pio X, quando si parlerà del senso di sacrificio. “L’amica di Maria” sul mito di Maria Plozner & delle Portatrici Carniche affronterà ancora un caso più e più volte discusso, quello delle Portatrici Carniche, di cui Maria Plozner, uccisa da un cecchino, è l’emblema. Gli spettacoli continueranno il 21 maggio, il 2 giugno, il 29 giugno e il primo luglio con altri quattro episodi-reportage nei quali si rileggono alcune pagine divenute aneddoti e leggende con gli occhi esterni delle persone comuni, dei non protagonisti. 

Artisti Carnici: Marco Marra e le sue “Geometrie dell’anima”

a cura di Ermes Dorigo.

Ricerca estetica come impegno etico per una mente chiara e ordinata; dunque, rigore formale come rigorosa disciplina interiore: questa mi pare la cifra semantica dell’arte di Marco Marra. Conoscenza e dominio razionale del Sé e delle sue inquietanti pulsioni; equilibrio e armonia spirituale; creazione e visione dell’immagine come decantazione catartica e come interrogazione meditativa sul mistero dell’esistenza e della vita; tensione delle forme tra finito e infinito; corrispondenze tra micro e macrocosmo; educazione della percezione al bello contro la mercificazione del gusto; bisogno di serenità e aspirazione alla pace; il sogno della coincidenza degli opposti; la fiducia nella forza della ragione; le forme dell’anima razionale come oggetto vero e centrale della rappresentazione artistica: non la realtà – naturale, sociale o individuale – nelle forme della razionalità, more mathematico, ma le forme stesse dell’intelletto con i suoi archetipi percettivi (le forme geometriche) e i suoi simbolismi (colori), che tendono a fondere, in una utopica o possibile o desiderata sintesi, materia e spirito, concretezza ed astrazione.

In questo sollecitare il singolo all’autocontrollo, al miglioramento di sé, alla consapevolezza della propria potenza intellettuale, ma anche della sua fragilità creaturale l’arte di Marra si connota d’impegno civile, perché, proponendosi di migliorare i singoli, vorrebbe contribuire al miglioramento della qualità della vita sociale.

Se tale lettura delle opere di Marra è plausibile, allora ci si rende conto, solo dalla sommaria elencazione della poetica sottesa ad esse, che dietro le tecniche contemporanee dell’Optical Art ci sta qualcosa di più radicato e sedimentato nella psicologia e nella cultura dell’artista: ci sta la tradizione umanistica e un anonimo ancestrale inconscio collettivo con tendenza alla stilizzazione, geometrizzazione, astrazione della materia, che non significa la sua negazione, ma l’affermazione dell’ordine e dell’intervento attivo della ragione sulla opacità, alterità e oscurità di essa. L’arte di Marra rivela, dunque, una triplice appartenenza: al genius loci – inteso non in senso naturalistico ma come abito mentale e strutture percettive astraenti -; alla tradizione umanistica; alle avanguardie contemporanee (più Vasarely che Mondrian, a mio avviso).

Genius loci, dicevo. In realtà, in una zona di frontiera come la Carnia convivono diverse culture che, schematicamente, possiamo ridurre a quella mediterranea (pensiamo alla grande influenza di Venezia nel passato) e a quella nordica: qui agisce, nelle menti e nei cuori e nelle relazioni sociali, in forme contraddittorie, confuse e talora aspre l’antica contrapposizione o conciliazione o crogiuolo tra le tonalità psicologiche, le sensibilità delle genti del Sud e del Nord Europa. L’approdo di Marra al suo ‘classicismo geometrico’ si ha a conclusione di un percorso sperimentale tormentato, che passa attraverso quell’arte nordica dell’angoscia, dell’orrore, degli abissi torbidi dell’interiorità, che è l’espressionismo, che tocca il dolore nel nervo (del quale, comunque, conserva la carica oppositiva ai disvalori). La sua è una scelta, prima che culturale, di vita; un autoperfezionamento di sé per gli altri; la riaffermazione di una identità che è consapevole della oscura potenza dell’inconscio e delle sue sirene, ma che non intende abdicare al primato luminoso della ragione, come chiarezza e ordine individuale, sociale e naturale. Scelta estetica e scelta etico-civile nelle sue opere coincidono.

Certo non è un’opera che si offre al facile consumo; richiede anzi attenzione, riflessione, volontà di superare la sua resistenza di oggetto assoluto, senza riferimenti naturalistici; le forme dell’anima non sono comparabili con quelle della realtà. È necessario familiarizzare con la sua grammatica e la sua sintassi, col suo forte spessore allegorico- simbolico; forme e colori stanno per qualcos’altro, rinviano al altro, ma sempre sul piano della concettualità e della razionalità, in cui vengono sussunte e filtrate anche le sensazioni e le emozioni, proprio perchè l’artista vuol far percorrere al fruitore un percorso conoscitivo e catartico, non emotivamente irrazionale (il sonno della ragione ha generato, nel nostro secolo, parecchi mostri) e consumistico, attraverso il piacere delle forme, delle simmetrie, degli accostamenti di colore con un ruolo fondamentale della luce, retaggio delle sue prime prove post- impressioniste. 

Mi permetto di avanzare un’’ipotesi di lettura, con­sapevole della sua soggettività: del resto, qualsiasi attività critica, se affrontato in umiltà, è solo una approssimazione all’opera d’arte, che per sua natura è polisemica.

Innanzitutto colgo uno dialettica fondamentale tra forme e sfondo monocromatico, che afferisce alle  ‘poetiche dei silenzio’, che hanno caratterizzato tante espressioni artistiche e letterarie del Novecento; tensione tra ciò che è e ciò che È, tra finito e infinito, tra esistenza e vita: si coglie, insomma, una tensione metafisica, che assume varie forme di declinazione del rapporto tra imma­nenza e trascendenza, ora come presenza ora come distanza (il colore dello sfondo identico/simile o diverso da quello della figura).

Troviamo il cerchio, simbolo dello perfezione e dell’aspirazione all’armonia con se stessi, traversa­to talora da linee, che rappresentano lacerazioni, ferite, sofferenze, ma plasmate e placate appunto in questo dolce ventre ‑ il cerchio ci ricorda anche la luna e il sole, il femminile e il maschile, come sovrapposti e conciliati; il cerchio richiama anche il foro della vita – la pietra forata -; ciò che ci porta al di là, al senso e al significato dell’esistenza, la porta verso l’Assoluto. Anche il quadrato è la figura della perfezione, i cui vertici alludono ai quattro elementi vitali – terra, acqua, aria e fuoco-, dicendoci l’appartenenza della vita individuale a quella Cosmica.

E si potrebbe percorrere anche la complessa simbologia dei colori, che dicono dell’anima non le forme ma la ‘tonalità’ : ad esempio, l’azzurro può essere inteso come l’oscurità divenuta visibile; fra bianco e nero è la conciliazione del giorno e della notte, del conscio e dell’inconscio. E poi la dialettica tra colori caldi avanzanti, che indicano attività, e colori freddi, retrocedenti, che indicano passività e debilitazione. Jolan Jacobi, seguace di Jung, scrive: «Il colore azzurro (colore dello spazio e del cielo limpido) è il colore del pensiero; il colore giallo (il colore del sole che viene da lontano, sorge dalle tenebre come messaggero della luce e scompare nell’oscurità) è colore dell’intuizione, cioè di quella funzione che illumina istantaneamente le origini; il rosso ( il colore del sangue palpitante e del fuoco) è il colore dei sensi impulsivi e ardenti; verde invece…».

Le opere d Marra, oltre che conoscitiva, permettono anche una fruizione ludica, nel senso di giocare a l’interpretazione sulla (gradevolmente) intrigante simbologia delle loro forme e dei loro colori; fruizione ludico-conoscitiva favorita dalla piacevolezza dei ritmi quasi musicali della scansione degli spazi e delle strutture compositive.

 

Presentazione nel catalogo della mostra Geometrie dell’anima, Tolmezzo, 1996

Tiziano Dalla Marta: momenti di vita raccontati dal pennello della memoria

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 di Ermes Dorigo.

Dopo il successo  della Mostra del 1998  l’ultima – last but not least – produzione  pittorica, per una sua coerenza intrinseca, rimane ascritta ad una ‘pittura colta’- un figurativismo ben diverso da quello tradizionale, con un continuo rimando, attraverso citazioni e allusioni più o meno esplicite alla storia dell’arte – civilmente impegnata anche se ora, in questo suo viaggio conoscitivo, prevale una  tonalità più intima, più sul versante meditativo, morale che, in quanto tale, si fa etico, civile appunto. Il titolo non  deve trarre, quindi, in inganno: in realtà quello che l’artista fa è quello di donare la ‘sua’ memoria alla memoria della ‘comunità’: il morale torna ad essere sociale, ma un sociale speciale, perché così ravviva la fiamma del ‘suo’ amore per la ‘sua’ gente; non solo, ma  nelle sue forme si inserisce nella nostra tradizione artistico-letteraria di impegno etico-civile e nello stesso tempo si offre come esperienza paradigmatica di una biografia personale vissuta attraverso il filtro della biografia della storia (“Non ho ambizioni e velleità di protagonismo pseudo intellettuale. Probabilmente il mio animo, umilmente cristiano, mi ha sempre portato a vedere la mia vicenda personale dentro la storia, non al di sopra e al di fuori di essa”). Pertanto non si può non dire che quella di Tiziano Dalla Marta non sia una “pittura della memoria”, conservazione quasi sacrale e trasmissione del passato senza il quale – è un messaggio rivolto in particolare ai giovani – vengono meno le fondamenta per costruire un saldo e certo futuro di speranza.

Prima di procedere una breve notazione: talmente forte è il legame di Tiziano con la sua giovinezza – presenza viva e creativa dentro di lui – da firmare non T.D.M., ma M.D.T. (Marziano Della Titta) come lo chiamava un professore, storpiando il suo nome, quando, giovane, frequentava l’Accademia a Venezia.

Ma venendo nello specifico (“Un quadro può essere una medicina contro la malinconia  e quantomeno un momentaneo sollievo”)  delle qualità pittoriche e simboliche delle sue opere, si può osservare l’equilibrio compositivo e una costruzione quasi classica delle sue immagini (tipicamente rinascimentale è quella piramidale, un ascendente tre-quattrocentesco come nella Crocefissione), un sapiente equilibrio tra pieni e vuoti, e tra colori avanzanti e retrocedenti – per somiglianza, ma anche per opposizione -; e la ricchezza delle simbologie  e allegorie dei colori: il viola e il gelido azzurro del dolore e della pena del vivere contrapposti al caldo giallo e al verde della speranza, ma anche  della irriducibilità alla sofferenza e della non rassegnazione.

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Rispetto alla esposizione precedente – con diversi quadri con forti , surreali accostamenti di colori, quasi espressionistici -, si osservano ora la levità dei colori, il sentimento intimamente assorto dell’umanità rappresentata in fraterna amicizia che guarda serenamente il famoso “lassù” di padre Cristoforo – l’infinito amore per la moglie Caterina che ritorna continuamente -; la pace in pace con se stessa, indefinibile; la fertilità rigogliosa della natura – il di là non è di là, ma qua, lo odoriamo quasi –; un francescano Cantico delle Creature -; la sacralità del quotidiano; l’amore e il dono di sé.

E quel San Martino all’entrata non solo invita il visitatore ad assumere un atteggiamento consono all’atmosfera di religioso silenzio, cui invitano i quadri, ma è soprattutto un ulteriore omaggio alla Città attraverso il suo Santo protettore.

Infine, però, per ribadire comunque il suo indomito impegno civile, la sezione dedicata alla Resistenza in Carnia: il cerchio si chiude con il ritorno per ‘espressivismo’ della luce e dei colori alla prima esposizione.

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Tiziano Dalla Marta, architetto libero professionista, è nato a Povegliano Veronese il 9 novembre 1922. Dall’8 settembre ‘43 risiede in Carnia dove ha ricoperto importanti cariche pubbliche con grande impegno civile: Sindaco di Prato Carnico dal ’49 al ’55, di Tolmezzo per un decennio tra il ’55 e il ’65. Uno dei promotori fondamentali per l’istituzione della SEIMA.

Suoi scritti ed esposizione: La Carnia oggi sintesi della realtà so­ciale; Ordinamento regionale e pianificazione urbanisti­ca; Individuazione delle aree idonee alla qualificazione industriale, Tip. Carnia Tolmezzo, 1963; Individuazione delle aree idonee alla qualificazione industriale, Del Bianco Editore, Udine, 1965; Il volo del rondone, Campanotto Editore, Udine, 1993; Tiziano Dalla Marta, Pittore, Palazzo Frisacco, Tolmezzo, 1998; Il ritorno del Gismano, Andrea Moro Editore, Tolmezzo, 2004

 

 

Intervista inedita, per entrare nell’ ”Officina letteraria” di Siro Angeli nel 25° della sua scomparsa

 

di Ermes Dorigo.

Sei domande a Siro Angeli — (La Fiera Letteraria, 21/10/1962)
D. – Finalmente è uscito il tuo libro di poesie L’ultima libertà. Da quanti anni lo aspettavi? E credi che il ritardo gli sia giovato?
R. – Il volume doveva uscire nel 1959. Tre anni di attesa mi hanno consentito di aggiungere una quarantina di poesie (fra le quali il lungo poemetto Assisi) alle venti premiate al Trebbo di Cervia nel 1958, e di rielaborare a mio agio le une e le altre, Ora, a pubblicazione avvenuta, ignoro se tale lavoro di revisione protrattosi per tanto tempo, sia stato sempre opportuno e mi sia effettivamente giovato. Lo ritengo indispensabile, almeno nel mio caso, ma so che non comporta di per sé una maggiore validità di risultati. Ci si può avvicinare di più a quella che dovrebbe essere la poesia grazie a questo, oppure nonostante questo. Posso dire che ho fatto del mio meglio, ma il bisogno che avverto di riprendere la rielaborazione dei miei versi dopo averli riletti in volume non mi tranquillizza.
D. – Hanno detto di te che sembri riproporre modi e accenti della poesia stilnovistica. Sei d’accordo con questo giudizio critico, o credi che questa “guida di lettura” tradisca (in tutto o in parte) la sostanza del tuo libro?
R. — Il richiamo alla poesia stilnovistica mi sembra pienamente giustificato, e non solamente per i modi e gli accenti, ma anche e soprattutto per la presenza di un tema dominante l’amore per la donna, sentito come l’esperienza fondamentale dell’esistenza umana, quella che riflette e riassume in sé tutte le altre esperienze, e dà loro valore e significato; e approfondito nelle sue radici psicologiche e concettuali, nei suoi riferimenti metafisici e religiosi. Anche quando affronto altri temi (la vita ultraterrena, il mistero dell’universo e le sue “corrispondenze”, la solitudine, la funzione e il valore della poesia, ecc.), esiste quasi sempre un nesso, esplicito o implicito, con questo motivo centrale, Oltre che agli stilnovisti, il richiamo andrebbe esteso a Petrarca e a Leopardi; e fra i contemporanei almeno a Saba, Ungaretti e Montale. Naturalmente non mi sono rifatto a questi autori di proposito: mi sono trovato a fare i conti con essi; e anche se può sorprendere la molteplicità e la diversità delle influenze che ammetto di avere subìto spero che quello che ho scritto non si riduca alla loro somma.
D. – Pensi che la tua poesia possa aprire un nuovo discorso, se letta e capita bene? In pratica, vorresti dire qualcosa ai critici e ai lettori?
R. – Benché una domanda del genere possa lusingarmi, non ho esitazioni nel dare una risposta negativa. Non presumo assolutamente di bandire messaggi o di scoprire verità, né di portare alcun contributo a innovazioni espressive. Il mio modo di concepire la poesia e di farla è rimasto quello tradizionale. Spero che non sia anche convenzionale, perlomeno non sempre; ma posso sbagliarmi. Comunque, sono convinto che sia più meritorio e anche più proficuo, ai fini di un rinnovamento da tutti auspicato, rifarsi alle esperienze più recenti della poesia italiana e straniera. Per quello che mi riguarda, sono piuttosto per l’autonomia che per l’eteronomia dell’arte il che non significa considerarla fine a sé stessa, evasione, torre d’avorio, negare la sua socialità e la sua storicità. Non sono insensibile all’esigenza dell’impegno, ma temo che esso divenga controproducente se non è accompagnato da una altrettanta viva capacità di distacco. Ho l’impressione che oggi si tenda ad accettare l’impegno come una legge imposta dall’esterno, anziché a servirsene come urgenza interiore; a servirlo ciecamente a priori, senza servirsene consapevolmente in concreto. Ritengo sia indispensabile aderire all’attualità, ma senza dimenticare che si corre il rischio di confonderla
E mi sembra che non si risolva il problema con la scelta di certi contenuti e il rifiuto di altri (esistono oggi dei temi “privilegiati”) né con il puntare sulla registrazione o sulla protesta invece che sulla rappresentazione o sulla interpretazione: suI grido invece che sulla parola, sulla lacerazione e disintegrazione sintattica invece che sul discorso logicamente costruito. Dubito che la crisi, il disordine, il caos trovino miglior espressione nel disordine piuttosto che nell’ordine formale. Per questa strada si finirebbe con il dare una riproduzione esistenziale, una ripetizione quasi materia1e dalla realtà, invece di reinventarla e trasporla in una dimensione totalmente diversa.
D. – Sei uno scrittore appartato e modesto (scusa la spicciativa definizione). Perché lo sei? Pensi che il riserbo sia una dote necessaria per un poeta? Non senti di comportarti in modo diverso da come vorresti intimamente?
R. – Appartato sì, modesto non so. Per temperamento sono incline a partecipare, a comunicare, a chiedere e a offrire confidenza e solidarietà. Tra l’altro, sentendomi assai poco sicuro delle mie effettive capacità, ho particolare bisogno di ricorrere al giudizio di qualcuno che sappia e voglia conciliare la comprensione che nasce dall’amicizia con la sincerità senza riserve; e ciò capita abbastanza di rado. Posso aggiungere che il riserbo mi è consigliato anche dalla constatazione di casi sempre più frequenti in cui si eccede in direzione opposta. D. – Il teatro ti interessa ancora? E c’è un accordo di fondo tra la tua poesia e il tuo teatro, addirittura c’è un punto nel quale convergono?
R. – Tornare a scrivere per la scena mi sta a cuore quanto continuare a comporre versi. Ma se alla poesia riesco a dedicarmi anche nei ritagli di tempo concessimi dai miei impegni professionali per il teatro è diverso. Posso abbozzare e maturare a lungo una vicenda drammatica solo mentalmente, senza prendere appunti; ma per la stesura vera e propria mi è indispensabile disporre interamente delle mie giornate. Anche il cinema esige la sintesi, la scelta del particolare significativo, la traduzione di idee e concetti in immagini, e in particolare il senso della costruzione. Se non mi inganno nell’avvertire nelle mie liriche un impianto strutturale piuttosto solido, certo la mia esperienza di sceneggiatore vi ha contribuito non meno della mia esperienza di autore drammatico. Ed è probabile che nell’accanimento che metto a rielaborare decine e talvolta centinaia di volte una poesia che nessuno mi ha ordinato di scrivere, vi sia una intenzione più o meno consapevole di rivalsa e di riscatto, per le migliaia di pagine che ho scritto su ordinazione, con l’angoscia di non fare in tempo per la scadenza fissata sul contratto.
D. – Cosa hai pronto, e cosa stai approntando per le stampe?
R. – Preparo da tempo una nuova raccolta di poesie che spero di avere pronte entro l’anno. Il nucleo sarà costituito da un lungo poemetto, già apparso due anni addietro in una rivista, Il grillo della Suburra, nel quale mi è avvenuto – per la prima volta in venticinque anni che vi abito – di prendere Roma a soggetto. Ne è venuta fuori, con mia sorpresa, una rappresentazione della città come un inferno.

Carnia: si è ripetuta anche nel 2016 la “Magia del legno” a Sutrio

magia del legno

di Federica Nodale.

Anche quest’anno grandissima affluenza di persone alla magia del legno che ha ospitato artisti locali e provenienti da Friuli Veneto Slovenia Alto Adige Lombardia che hanno dato vita ad un paese che si presta ad accogliere nel migliore dei modi chi da’ voce e forma alla propria interiorità….e io per le strade li guardo questi artisti e mi riportano alla fiaba di Pinocchio…da un pezzo di legno prende forma una scultura che poi rivela la loro natura.
Nasce dalla creatività dal sentimento ritagliata fra attimi di vita in cui l impegno quotidiano rende statico l animo umano.
La loro mano silenziosa scalpella leviga e dona incanto a chi passa al loro fianco.
Il mondo del sapere antico oggi ci parla dalle vie…ci trasforma in allievi e maestri o semplici appassionati.
Viviamo in una societa’ che toglie manualita’ e regala tecnologia, ma e’ nell’ arte la vera magia.

Arta Terme: la vita, il fascino, i dipinti, la Carnia scopre Delia del Carril

di Nicola Cossar.
Pablo Neruda, che visse al suo fianco per quasi vent’anni, la definì “filo d’acciaio e miele che legò le mie mani negli anni sonori”. Amica, amante, moglie del grande poeta cileno, nata in una ricca “estancia” d’Argentina tra gauchos, pianure sterminate e quei cavalli che l’accompagneranno per sempre, Delia del Carril fu anche spagnola, francese, italiana e adesso pure carnica. Una donna minuta eppur fortissima, cittadina del mondo dell’arte e dell’impegno civile, capace di ricominciare e riscrivere più volte la propria lunghissima esistenza (morirà nel 1989 a 104 anni in quel Cile divenuto la sua seconda patria). Ripartì da capo, Delia, anche a 70 anni, quando, memore della lezione umana e artistica di Fernand Léger, decise di dedicarsi alla pittura, alle incisioni, a quelle opere grafiche che imprigionano in bianco e nero la maestosità e l’indomabilità di quei cavalli che sono il tratto distintivo della sua arte. Arte poco conosciuta in Italia e in buona parte dell’Europa, ma che ora, grazie al Comune di Arta Terme, approda nel vecchio continente con la mostra “Filo d’acciaio e miele”, che si inaugura domani, venerdì, alle 18, a palazzo Savoia, alla presenza di Antonio Arevalo, poeta e addetto culturale dell’ambasciata del Cile a Roma (che patrocina l’iniziativa culturale), di Irene Dominguez, pittrice e grande amica di Delia, e del curatore di questa esposizione, l’artista carnico Luciano Martinis, che ebbe l’onore di conoscere la del Carril negli anni Settanta del secolo scorso. Accanto a un centinaio di opera fra incisioni in rame e xilografi si potranno ammirare documenti autografi e foto in gran parte inediti e altri materiali che riguarderanno anche la figura di Pablo Neruda. Ma come nasce questo progetto di altissimo profilo, che poi farà tappa a Roma e a Parigi? Ce lo racconta l’assessore alla cultura del centro termale Guido Della Schiava: «L’idea di questa mostra è nata da un incontro con l’amico Luciano Martinis, che ho rivisto dopo tanto tempo. Parlando dell’attività culturale di Arta Terme, Luciano, un “globetrotter” della cultura a 360 gradi, si è dimostrato particolarmente interessato al concorso internazionale di poesia dedicato a Giosuè Carducci, da noi organizzato con un notevole successo. Così mi ha raccontato di un personaggio straordinario che aveva conosciuto in Cile negli anni Settanta: Delia del Carril, della quale possiede una rara e completa collezione della produzione grafica. Nelle sue parole c’era il fascino di terre lontane, di una vita straordinariamente avventurosa, delle grandi personalità che quella donna aveva conosciuto e della quale era stata amica. Mi sono venuti i brividi al solo sentir pronunciare i nomi degli straordinari personaggi che “Hormiguita” – come la chiamavano tutti – aveva frequentato: Luis Buñuel, Salvador Dalì, Igor Stravinskij, Tommaso Marinetti, Pablo Picasso, André Darrain, Amedeo Modigliani, Giorgio de Chirico, Diego Rivera, Frida Kahlo, Adrienne Monnier, Robert Capa, il Comandante Carlos, Tina Modotti, Federico García Lorca, Ernest Hemigway, Tagore, Ejzenstein, André Gide, Rafael Alberti. Insomma, il fior fiore dell’arte e del pensiero contemporanei. Inoltre i vent’anni passati come moglie a fianco del grande Pablo Neruda (la loro storia si cementerà negli anni della guerra civile spagnola, si sposarono nel 1943, divorziarono nel 1954; ndr) mi hanno incuriosito ancor di più. Approfondendo, sono rimasto definitivamente affascinato dalla storia di Delia e da quell’enorme fermento culturale sviluppatosi in un clima politico difficile e complesso, segnato dalla presa del potere di Franco in Spagna e dal golpe militare in Cile. Il materiale di Luciano, poi, mi è sembrato subito estremamente qualificante e non sono davvero riuscito a capire come mai per più di quarant’anni Martinis abbia proposto invano una mostra di quei materiali a varie blasonate organizzazioni. Ho deciso quindi di raccogliere la sfida e, sebbene assessore di un piccolo Comune della Carnia, ho pensato che fosse mio compito sfruttare l’opportunità che si presentava per far conoscere, attraverso l’opera di Delia del Carril, anche il suo affascinante mondo lontano». Un altro forte stimolo è stata sicuramente l’amicizia di Delia per la grande fotografa friulana Tina Modotti (era con lei fino agli ultimi istanti prima della sua drammatica morte) e la poesia di Pablo Neruda (incisa sulla sua tomba e ora anche sulla facciata della sua casa natale di Udine), creano un forte legame con la nostra terra, descritta così mirabilmente dal grande Poeta: «Nelle vecchie cucine della tua patria, nelle strade polverose, qualcosa viene detto e passa, qualcosa ritorna alla fiamma del tuo dorato popolo, qualcosa si sveglia e canta». «Infine – sottolinea Della Schiava – ritengo che Delia del Carril, che all’età di settant’anni ebbe il coraggio di iniziare una nuova vita e diventare una grande artista, debba essere un esempio per tutti noi. Per questo il Comune di Arta Terme ha voluto organizzare la mostra, realizzata con il sostegno della Regione e patrocinata anche dall’ambasciata cilena in Italia e dal Museo di Storia contemporanea di Santiago. La Carnia ospita, con orgoglio, la prima tappa di questo viaggio alla riscoperta di una donna e di un’artista rivoluzionaria». La mostra potrà essere visitata fino al 10 settembre tutti i giorni dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 19.

Forni di Sopra: il Comune tutela i murales di Spadavecchia, pittore scomparso nel 2004

di Gino Grillo.

Ha voluto trascorrere l’ultima parte della sua lunga vita a Forni di Sopra e ora l’amministrazione comunale del paese dolomitico ha deciso che Marino Spadavecchia e soprattutto la sua opera pittorica merita di essere non soltanto ricordati ma anche salvaguardati. Proprio in questi giorni l’amministrazione fornese ha licenziato durante una seduta del consiglio una proposta tesa appunto a salvaguardare i murales di Spadavecchia (1909 – 2004). «Sono opere di grande valenza storico – culturale – ha detto il sindaco Lino Anziutti – che abbiamo il dovere di preservare e consegnare alle future generazioni». Questo passo rappresenta un ulteriore tassello alla riscoperta di questo artista dalla lunga e movimentata esistenza a cavallo fra l’Italia e il Sud America. Di padre bergamasco, nato a Trieste, era emigrato nel Sud America nel 1948, dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti a Venezia, in particolare fermandosi in Perù, dove tra l’altro fondò l’Accademia di belle arti di Huanuco di cui fu nominato direttore. Ebbe anche occasione di esporre in diverse mostre. In America Latina apprese l’arte dei murales, che tanto lo aveva affascinato. E proprio in Perù ne realizzò diversi, ispirati da scene di vita contadina e di guerra. Progettò e realizzò anche tre monumenti. Rientrato in Italia nei primi anni ’70 decise con la moglie Jolanda di stabilirsi in montagna, e scelse proprio Forni di Sopra memore di una gita di gioventù di cui aveva conservato memoria. Colpito da “sindrome da parete bianca” come la definiva lo stesso Spadavecchia, una volta rientrato in età pensionabile in regione e stabilitosi a Forni di Sopra, subito prese il pennello per descrivere, con la sua coloratissima pittura, la storia del paese, la saga dell’emigrante, quella del bosciaiolo e del malgaro. I muri della case del paese con questi murales “parlano” al visitatore e raccontano la storia e quello che accade in montagna. Ora, dopo anni dalla scomparsa di Marino, si vuole preservare le sue opere sui muri, impedendo che vengano distrutte o modificate in maniera impropria. Già da qualche anno l’amministrazione ha intrapreso un progetto di rilancio di questo artista e delle sue opere con diverse iniziative, facendo tra l’altro aprire un sito su internet intitolato al maestro Spadavecchia e alle sue opere, da parte di Promoturismo Fvg, mentre durante le stagioni turistiche, invernali ed estive, vengono effettuate gite guidate alla scoperta dei vari murales. Ora con questa ulteriore delibera il Comune vuole preservare in maniera formale e definitiva, inserendo una apposita norma nel piano regolatore comunale, questi murales proteggendoli dall’usura del tempo e dall’intervento improprio di qualche distratto abitante, per consegnarli ai posteri rivalutati.

Aldo Rossi: secondo Facebook le bestemmie rispetterebbero gli “standard della comunità” (poi hanno rimosso)

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Aggiornamento: Facebook dopo aver visto questo post sul mio blog deve averci ripensato e ha rimosso la foto incriminata … 
La cosa mi fa piacere e mi insegna che con Facebook basta andare con le … cattive e poi la capiscono, eccome la capiscono !!!
AR

Chiunque abbia un account su Facebook prima o poi si sarà chiesto come mai circolino liberamente fotografie, esclamazioni, frasi ingiuriose razziste o sessiste, senza che nessuno mai intervenga in merito. Esiste la possibilità per un qualsiasi utente di segnalare proprio a FB questi “contents” di indubbia capacità intellettuale, attraverso la “Segnalazione di un contenuto”: “Se desideri segnalare contenuti che non rispettano gli Standard della comunità (ad es. nudità, incitazione all’odio, violenza) usa il link, segnala accanto al post, alla foto o al commento”. E fin qui tutto bene, ma non aspettatevi che alla vostra segnalazione segua la rimozione, perché loro valuteranno se queste “perle di saggezza” rispettino oppure no i loro “Standard della comunità”. Che cosa siano e su quali basi etiche – filosofico – razionali poggino questi standard, non è dato sapersi e l’unico modo di cercare di capirlo è fare delle segnalazioni e vedere che cosa ti rispondono. Vi dico subito che, qualunque sia il contenuto, le possibilità di rimozione dello stesso sono molto basse, anche se la foto o l’insulto riguarda voi personalmente: nel caso FB si tutela dicendo espressamente che in questo caso dovete rivolgervi ai Carabinieri o alla Polizia Postale.

Da una mia lunga serie di segnalazioni vi posso dire anche che per FB non esiste proprio l’apologia del fascismo e certo Mark Zuckerberg di quel periodo li della storia d’Italia non saprà nulla. Ma di Hitler, dell’Olocausto e del Cristo della religione Cristiano-Cattolica in particolare, qualche volta ne avrà pur sentito parlare.

Eppure dopo la mia segnalazione di una foto, il cui scopo era quello di incitare all’odio verso gli immigrati con ritratto Hitler che inneggiava all’Olocausto bestemmiando Dio, il team di assistenza del social network scrive: “Grazie per il tempo dedicato alla segnalazione di un contenuto che, a tuo avviso, potrebbe non rispettare i nostri Standard della comunità. Segnalazioni come la tua rappresentano un contributo importante al fine di rendere Facebook un ambiente sicuro e accogliente. Abbiamo esaminato la foto che hai segnalato perché incita all’odio e abbiamo determinato che rispetta i nostri Standard della comunità.

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Se questi sono gli “Standard” di Facebook, dev’essere proprio una strana comunità basata su stravaganti principi quella su cui Zuckerberg ha costruito la sua fortuna e sopratutto nulla per cui andare fieri.