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Alto Friuli: Bevorchians, il paese che si affolla d’estate per i sentieri nei boschi

di DARIO ZAMPA.
Il viaggio nei paesi dimenticati fa tappa a Bevorchians, frazione di Moggio. Come arrivare Partendo da Moggio si prosegue per la Val d’Aupa, lungo la strada provinciale che costeggia l’omonimo torrente. Dopo una decina di km c’è il bivio (la beòrcje) con regolare segnaletica che indica la località di Bevorchians, sulla sinistra. Altri 500 metri in leggera salita e si arriva alle prime case del paese. Il territorio Il Comune di Moggio con i suoi 142 km² è il terzo Comune della Regione per estensione di territorio, superato solo da Tarvisio e Claut. Oltre allo straordinario complesso abbaziale, ricco di storia e fascino, va segnalata una particolarità: il suo territorio è dotato di oltre 100 chilometri di percorsi per mountain bike che si snodano lungo sentieri immersi nei boschi, costeggiano vecchi borghi, scendono lungo greti di fiumi e riportano in paese. Questi percorsi richiamano migliaia di appassionati escursionisti che d’estate affollano anche le piccole località del territorio. Gli irriducibili Un paese che si chiami Bevorchians non esiste. Come i Comuni di Buia, Ragogna, Verzegnis, ecc. che non hanno una località che corrisponde al nome del Comune, così anche la frazione di Bevorchians risulta composta da una decina di borgate senza che nessuna porti quel nome. Eccole: Gallìzis, Culòs, Bèlcis, Frucs, Ors, Chiampiùi, Plans, Saps, Pacol da la Cite, Nanghèz e altre ancora. Abbiamo scelto questa località perché lo spopolamento è stato pressoché totale: degli oltre 600 abitanti del primo dopoguerra, oggi si contano una ventina di residenti, perlopiù anziani. Lilly, la signora di Bevorchians Abbiamo incontrato la signora Liliana Tolazzi che con il marito Fiorenzo Filaferro, ambedue nati a Bevorchians, gestisce l’antica osteria del paese. «Da oltre 150 anni – esordisce Lilly – questa osteria è un punto di riferimento per tutta la vallata. Prima si chiamava “Al nasòn” poi semplicemente “da Lilly e Renzo”. Negli anni ’50 tutte le borgate pullulavano di gente e funzionavano a pieno ritmo ben due latterie. C’era la scuola elementare con oltre 80 ragazzi. Le tre maestre, Isabella e Ucci di Udine ed Elena di Moggio, si fermavano a dormire nella scuola. Ricordo – dice scuotendo la testa – che d’inverno arrivava un vecchio camion, residuato bellico, che portava la legna per riscaldare la scuola. Si fermava sotto la borgata, sulla strada provinciale, e noi bambini facevamo a piedi quasi due chilometri, salita e discesa, con un legno ciascuno per portarli nella scuola». «A 12 anni – interviene Renzo, il maschio del paese – con l’aiuto di mio padre ho ucciso il primo maiale. Si andava a caccia di camosci e lepri e poi, nel primo dopoguerra, sono arrivati dall’Austria anche caprioli e cervi che prima non c’erano». Un mondo che non c’è più, che il progresso ha cancellato senza distinguere il positivo dal negativo. La curiosità Appena sopra Bevorchians sono ancora visibili le gallerie di una vecchia miniera di fluorite. Si tratta di una pietra bianchissima che a quel tempo – spiega Renzo – serviva per fondere l’acciaio. Vi lavoravano una quarantina di operai e tutto il materiale estratto veniva portato a valle con una teleferica e proseguiva il viaggio verso le fonderie siciliane. È stata chiusa negli anni ’50. Bevorchians era il paese più popoloso e benestante della valle con 10 casere, 4 mulini, 2 segherie, il più alto numero di bovini allevati e di prati. Da una trentina d’anni ha ceduto il posto alla vicina frazione di Dordolla.