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Kurdistan: «Isis, genocidio culturale», ma i tesori della Terra di Ninive sono salvi

11/04/2015
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di Melania Lunazzi.

A poche decine di chilometri dai siti architettonici e artistici interessati dalle distruzioni dei militanti del Califfato dal 2012 è nato un cantiere archeologico aperto dall’Università degli Studi di Udine, nella regione di Dohuk, nel Kurdistan iracheno. Il progetto si chiama “Terra di Ninive” e ne è direttore l’archeologo Daniele Morandi Bonacossi, che lunedí 13 alle 18 terrà una conferenza pubblica sala Ajace sul tema “Isis, la distruzione della memoria”. «La scorsa estate – cosí il professor Morandi Bonacossi – abbiamo dovuto abbandonare Dohuk poco dopo il nostro arrivo perché l’Isis era riuscita a premere sui confini del Kurdistan con la presa della diga di Mosul, a 20 chilometri dal nostro sito. Ma poi grazie ai bombardamenti aerei degli americani la situazione è cambiata e abbiamo potuto tornare fra gennaio e marzo. Concluderemo la campagna di scavo nella prossima spedizione, tra agosto e ottobre 2015». Dopo la distruzione delle statue del museo di Mosul nel luglio 2014, le cui immagini hanno fatto il giro del mondo a gennaio, la furia iconoclasta dei militanti dell’Isis si è recentemente abbattuta sui tori androcefali alati dell’antica città di Ninive, nel cuore della moderna Mosul. «Quei tori rappresentavano i geni protettori di una delle dodici porte della Ninive di Sennacherib, il re assiro che nel VII secolo avanti Cristo rese la città la capitale dell’impero, ingrandendola da 200 a 750 ettari – una megalopoli per l’epoca. Ora non esistono piú». Nelle guerre del passato non mancano casi di spoliazioni di beni culturali, ma a partire dalla distruzione dei Buddha di Bamiyan nel 2001, in Afghanistan, in Medio Oriente di fatto le cose hanno preso una piega diversa, che va al di là di ogni capacità di previsione. Anche il mercato illegale di opere d’arte dal solo Iran ha raggiunto ormai un volume di traffico che l’Unesco ritiene aggirarsi attorno ai 7 miliardi di dollari ed essere secondo solo a quello del petrolio. Come si spiega questo accanimento che da alcuni è stato definito un vero e proprio genocidio culturale? «Con i Buddha di Bamiyan pensavamo di avere visto tutto. Invece dieci anni dopo siamo condannati a vedere distruzioni analoghe che hanno a che fare con la religione. Anche se bisogna precisare che la religione iconoclasta è un pretesto per compiere atti che hanno carattere politico. L’obiettivo è annientare il patrimonio culturale dell’altro per facilitare la sua eradicazione dal territorio. Cosí l’Isis costringe questi gruppi etnici – come è successo per gli yezidi – a fuggire per non essere massacrati. A Doruk nel giro di due mesi sono arrivati 80 mila profughi». Nelle scorse settimane sono giunte altre notizie di distruzioni avvenute con l’intervento di bulldozer in altre tre città di cultura preislamica capitali dell’impero assiro tra IX e VII secolo avanti Cristo: Korshabad (esempio di città creata dal nulla con un progetto urbanistico unico al mondo, all’epoca di Sargon II), Hatra (unica città della Mesopotamia costruita in pietra e non in mattoni d’argilla) e Nimrud, si tratta di notizie confermate? «Queste informazioni non venivano dall’Isis, che di solito non fa mistero dei propri scempi e si vanta con filmati, ma nel caso di Nimrud e Hatra, dal governo centrale iracheno e per Korshabad dal governo curdo. L’Unesco ha esaminato le foto dei satelliti scattate su questi centri e ha constatato che non erano riscontrabili distruzioni estese di questi siti. In questa grande guerra di propaganda sono state diffuse queste notizie per tenere alta la tensione sull’Isis e per far vedere al mondo occidentale come i barbari si accaniscano sul patrimonio mondiale dell’umanità. Tre giorni fa l’Isis ha pubblicato un video in cui si vede la distruzione di statue monumentali presenti sugli edifici di Hatra, però non si vedono distruzioni di templi o di strutture architettoniche e questo ci fa ben sperare».

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