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“Quando la folla diventa preda del razzismo” di Pierluigi di Piazza

di Pierluigi di Piazza
Provo quotidianamente un dolore profondo dell’anima per la evidente e persistente disumanità di una parte di questa società, della politica che la alimenta e insieme la interpreta e rappresenta in un circuito molto pericoloso di reciproco sostegno. Le migrazioni sono il fenomeno più importante e decisivo del nostro tempo e, se sempre hanno caratterizzato la storia dell’umanità, da alcuni decenni hanno assunto una dimensione planetaria: sono infatti 70 milioni le persone costrette a partire. Delle cause strutturali delle loro forzate partenze il nostro mondo è ampiamente responsabile per il passato remoto e nel presente. Impoverimento, condizioni di vita disumane, violazione dei diritti umani, violenze, guerre, disastri ambientali costringono a partire. Di questo la politica non parla. Negli ultimi anni ci sono stati arrivi significativi, mai l’invasione di cui è stata diffusa la percezione con evidente falsità. Si constata quotidianamente la totale mancanza da parte della politica sovranista e localista di una considerazione planetaria del mondo e di conseguenza dell’impegno a rompere le cause strutturali delle forzate migrazioni per accompagnare il cammino dei popoli del pianeta e insieme per progettare con lungimiranza l’accoglienza di chi arriva nelle nostre società nella consapevolezza che esse ne avranno bisogno per la loro stessa vita, basti pensare alla progressiva decrescita demografica.Insomma un altro mondo diverso da costruire. L’insicurezza generalizzata di questa società liquida, le diverse paure alimentate ad arte, i timori per il futuro, l’esigenza di rassicurazione personale e sociale, i diritti non garantiti, il desiderio di un cambiamento politico, l’esigenza di un progetto più adeguato sull’accoglienza hanno portato, nella logica illusoria del capro espiatorio, a identificare nell’altro che arriva la causa di tutte le situazioni problematiche. La politica di destra con evidenza xenofoba e razzista ha alimentato e alimenta questi vissuti e nello stesso tempo promette di rassicurarli, di portare ordine, mossa dall’avversione verso l’immigrato. Questo pensiero fortemente negativo e disumano è all’origine di leggi altrettanto negative e disumane, come le due sulla sicurezza, che invece non è garantita dalle telecamere, dalle pistole elettriche, dai manganelli, dalle manette, ma dai progetti culturali di crescita umana e di convivenza.Soprattutto colpisce la disumanità, il cinismo di non considerare i migranti persone ma numeri. Di conseguenza non importa se i numeri, non più persone, sono da 15 giorni su una nave: «Per me possono stare lì fino a Natale!»; non importa, anzi indispettisce che la nave di una Ong salvi delle persone, «la nave è da distruggere e da affondare». Prevalgono l’atteggiamento e le parole della distruttività. Le Ong nel Mediterraneo sono state e sono presenze importanti in assenza di un piano e di una presenza efficace dell’Europa e dei Paesi che la compongono, in particolare di Italia, Spagna, Grecia lasciate sole. Le Ong hanno salvato in mare migliaia di persone; certamente vanno ricordate e sempre ringraziate tutte le persone della Guardia di finanza, della Marina, delle Capitanerie che ne hanno salvate decine di migliaia. È evidente la mancanza di un progetto ampliato e permanente dei corridoi umanitari, ringraziando la Comunità di Sant’Egidio e le Chiese valdesi di averli attuati con successi significativi. E puntualmente si ripete il conflitto che questa politica apre con chi salva le vite in mare attribuendogliene la colpa. Ricordo di aver affermato in diverse occasioni, anche in una situazione di particolare significato, di fronte a mille studenti che sarò sempre vicino e grato a chi salva una vita in mare, che i nomi delle navi Acquarius, Diciotti, Sea Watch, Mediterranea, ora Sea Watch 3 suscitano in me vicinanza a loro, gratitudine, ammirazione, sostegno.Sono vicino ed esprimo ammirazione per Carola Rachete, questa giovane donna di 31 anni, mossa solo dal desiderio di salvare le vite in mare e ogni giorno preoccupata delle loro condizioni, persone già ripetutamente vittime e ora rese nuovamente tali dal cinismo della politica per evidenziare strumentalmente la latitanza dell’Europa. Carola si è trovata di fronte a una scelta difficile: violare una norma italiana o venire meno all’obbligo morale di salvare vite umane e insieme al venir meno agli obblighi stabiliti dai trattati internazionali.Partecipando alla sua decisione ho ripensato all’insegnamento di don Lorenzo Milani: «Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo di amare la legge è di obbedirla. Posso solo dire loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando, invece, vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate». Le leggi sicurezza sono la legittimazione dei forti. E fino a quando non sono cambiate prevale la preoccupazione per la vita delle persone.L’Onu ha inviato una lettera all’Italia sul decreto “Sicurezza bis” in cui si afferma che il diritto alla vita e il principio del non respingimento, stabiliti da trattati internazionali, prevalgono sulla legislazione nazionale e che rispetto ai diritti umani è fuorviante. E ancora rifacendomi a don Milani ho pensato all’ubbidienza non più virtù, ma subdola tentazione quando è ossequio conformista a leggi ingiuste, e invece virtù quando è espressione delle proprie convinzioni, della propria libertà e responsabilità; quando è disubbidienza per diventare ubbidienza alla vita delle persone. Deve essere denunciata con sdegno morale l’impressionante aggressività violenta, maschilista, sessista nei confronti di Carola Rachete, espressione del degrado culturale ed etico, segno della disumanità di una parte di questo Paese. Manca completamente un progetto serio sull’immigrazione; ci sarebbe tanto da fare ma per questo è necessaria una cultura completamente diversa. La disumanità chiude i cuori, annebbia le coscienze, devia la ragione nell’irrazionalità emotiva, nell’esaltazione del particolare fino a parlare in questa vicenda di “guerra”, di difesa dei confini dell’Italia.È vergognoso! Quante volte ogni giorno il nostro mondo oltrepassa tanti confini dei popoli per occupare, sfruttare, impoverire. Ma noi siamo sempre i primi, i superiori; appunto “prima gli italiani”. Questa irrazionalità ha portato la politica xenofoba a ipotizzare sul fronte orientale muri, barriere. Da non credere. Peraltro, ciascuno ha i suoi maestri: la frequentazione di Trump e di Orban prevede anche queste conseguenze.I muri chiuderanno questo nostro mondo nel suo benessere particolarista e insieme nelle difficoltà di tante persone, nella sua mancanza di cultura e di etica, nella sua illusione. C’è il consenso di tanta gente? La storia ci insegna in modo chiaro che il consenso non corrisponde, specie in alcuni momenti, alla verità delle persone e delle situazioni. Anche le leggi razziali furono applaudite da folle entusiaste. Un’ultima considerazione: che non si continui ad aggiungere vergogna a vergogna autodefinendosi cristiani quando praticamente in modo palese si è contro il Vangelo di Gesù di Nazareth, contro la Chiesa di papa Francesco.

Venzone: Glesie furlane ricorda don Bellina, difese marilenghe e specialità

di Alessandro Cesare

A cinque anni dalla scomparsa, avvenuta il 23 aprile del 2007, la comunità friulana renderà omaggio a Pier Antonio Bellina, Pre Beline. Un’occasione per ricordare la figura di questo sacerdote, spesso “controcorrente” e soprattutto per riflettere sulla sua eredità morale e spirituale, impressa nei suoi molteplici scritti. La cerimonia si terrà a Venzone, comune di nascita di pre Beline, dove un altro parroco, monsignor Roberto Bertossi, si sta adoperando per dare il giusto riconoscimento a un personaggio che ha lasciato molto alla cultura friulana e che ha contribuito al rafforzamento della marilenghe e dell’autonomismo. La commemorazione si svolgerà domenica 22 a Venzone, a partire dalla 17. Sarà prima scoperta una stele in sua memoria davanti alla casa natale, in via Patriarca Bertrando. A seguire, nella sala dietro la canonica, sarà presentato un cd con un’intervista di don Bellina e alle 18.30 la giornata si concluderà con una messa in Duomo. «L’eredità che lascia pre Antoni – commenta monsignor Roberto Bertossi – come uomo e come friulano, come cristiano e come prete, ma anche come maestro e come scrittore, a tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerlo personalmente e a tutti quelli che hanno letto i suoi scritti, è innanzitutto uno spirito e una coscienza. Uno spirito schietto, ma mai volgare, libero, ma mai anarchico. Uno spirito mai sottomesso, pur avendo rispetto per l’autorità». Un personaggio essenziale, riservato e timido, capace di colpire nel segno con le sue parole e con i suoi scritti. A detta di Bertossi, pre Beline, da vivo, non ha ricevuto quel riconoscimento e quella considerazione da parte del mondo accademico e culturale che poi è arrivata dopo la sua scomparsa. «Pre Beline era una persona che faceva spesso polemica – continua monsignor Bertossi –, ma questa sua propensione al confronto non era mai ricercata, ma provocata dalle esperienze negative della vita o dalle prepotenze. In questi casi sí che si faceva prendere la mano. Non sopportava, infatti, la prepotenza, la falsità e la stupidità in chi deteneva il potere, soprattutto quando a rimetterci era la povera gente». Un’eredità, quella di Bellina, che si ritrova nel concetto di coscienza: «La coscienza della dignità umana prima di tutto – precisa Bertossi – della dignità e dell’identità del popolo friulano poi, con la marilenghe che piú che un mezzo per comunicare, deve essere intesa come un’espressione dell’anima, il “sacramento” dell’anima friulana. Una coscienza sempre lucida, che non diventa mai ideologica, sempre ben ancorata a terra. Pre Beline – ha concluso il parroco di Venzone – ci lascia anche una maniera genuina di intendere la religione e di vivere la fede, bene impressa nei suoi scritti. Non c’è autore in lingua friulana che abbia una produzione letteraria maggiore della sua».

Friuli: “Noi, preti da una vita”, ecco come è cambiata la nostra terra


Don Plinio Galasso

di Renato Schinko

Hanno visto i fedeli cambiare, le comunità parrocchiali evolversi. Da un lato hanno riscontrato nuove forme di partecipazione, dall’altro un minor attaccamento alla religione. Ma, in fondo, i problemi delle persone, che anche loro sono chiamati a risolvere, giorno dopo giorno, restano gli stessi. E restano sempre al loro posto, pronti ad ascoltare il prossimo, anche don Silvio Prestento, parroco di Terzo di Tolmezzo, e don Giuseppe Faidutti, parroco di Mortegliano, che ieri mattina, in Duomo, durante le celebrazioni della messa del Crisma, hanno festeggiato, rispettivamente, i 60 e i 50 anni di sacerdozio. Il tempo è passato, ma la loro voglia di dedicare la propria vita a chi è in difficoltà non si è spenta. Anzi, è più viva che mai. L’arcivescovo Mazzocato ha appena concluso la liturgia e ha augurato «buona Pasqua», a tutti i fedeli che hanno affollato la cattedrale. Monsignor Prestento è nella canonica. «Sì – dice – oggi festeggio i 60 anni di sacerdozio, ma resto al mio posto». Dopo aver guidato la parrocchia di Buttrio, e altre ancora, dal 1961 è parroco di Terzo e Lorenzaso. Ama la Carnia, conosce molto bene il suo popolo, e spiega: «I carnici, in tutti questi anni, non sono cambiati. Privatamente sono molto sentimentali, ma credono in Dio». Don Silvio ha qualcosa da dire anche sui giovani: «I ragazzi quando si rivolgono al sacerdote lo vedono come una persona qualunque, non come un uomo di chiesa. Per avvicinarli, bisogna capire cosa vuole il loro cuore, altrimenti si allontano». Per monsignor Faidutti, invece, i giovani fedeli sono molto cambiati: «Una volta – racconta il sacerdote – erano molto più politicizzati. Ho insegnato religione anche nelle scuole superiori, tra le quali il Percoto, e li ho conosciuti bene». Secondo Faidutti, «ora le loro coscienze si sono adagiate, pensano soltanto all’apparire, ai beni di consumo». Ma ora – avverte il sacerdote – «si è aperta una profonda crisi del sistema e questa deve essere un’occasione di rinnovamento. Abbiamo l’opportunità di riscoprire gli antichi e veri valori. Sono stati festeggiati anche altri 18 giubilei sacerdotali. Precisamente: il 75esimo di sacerdozio di monsignor Redento Bello (l’indimenticato prete partigiano “Candido” della Osoppo), 70 anni di sacerdozio di don Gino Del Fabbro e don Angelo Zilli, il 65esimo di sacerdozio di don Riccardo Floreani, don Arturo Del Bianco, monsignor Luigi Peressutti, don Remigio Tosoratti, don Giacinto Marchiol, il 60esimo di sacerdozio di monsignor Pietro Degani, monsignor Luciano Quarino. E ancora il 50esimo di don Plinio Galasso, don Agostino Ferlizza, don Giuseppe Dush, don Giovanni Battista Del Negro, monsignor Mario Qualizza, don Leonardo Pezzetta, don Elio Nicli e il 25° di don Paolo Scapin.

 

articolo dal sito del Messaggero Veneto