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Intervista inedita, per entrare nell’ ”Officina letteraria” di Siro Angeli nel 25° della sua scomparsa

 

di Ermes Dorigo.

Sei domande a Siro Angeli — (La Fiera Letteraria, 21/10/1962)
D. – Finalmente è uscito il tuo libro di poesie L’ultima libertà. Da quanti anni lo aspettavi? E credi che il ritardo gli sia giovato?
R. – Il volume doveva uscire nel 1959. Tre anni di attesa mi hanno consentito di aggiungere una quarantina di poesie (fra le quali il lungo poemetto Assisi) alle venti premiate al Trebbo di Cervia nel 1958, e di rielaborare a mio agio le une e le altre, Ora, a pubblicazione avvenuta, ignoro se tale lavoro di revisione protrattosi per tanto tempo, sia stato sempre opportuno e mi sia effettivamente giovato. Lo ritengo indispensabile, almeno nel mio caso, ma so che non comporta di per sé una maggiore validità di risultati. Ci si può avvicinare di più a quella che dovrebbe essere la poesia grazie a questo, oppure nonostante questo. Posso dire che ho fatto del mio meglio, ma il bisogno che avverto di riprendere la rielaborazione dei miei versi dopo averli riletti in volume non mi tranquillizza.
D. – Hanno detto di te che sembri riproporre modi e accenti della poesia stilnovistica. Sei d’accordo con questo giudizio critico, o credi che questa “guida di lettura” tradisca (in tutto o in parte) la sostanza del tuo libro?
R. — Il richiamo alla poesia stilnovistica mi sembra pienamente giustificato, e non solamente per i modi e gli accenti, ma anche e soprattutto per la presenza di un tema dominante l’amore per la donna, sentito come l’esperienza fondamentale dell’esistenza umana, quella che riflette e riassume in sé tutte le altre esperienze, e dà loro valore e significato; e approfondito nelle sue radici psicologiche e concettuali, nei suoi riferimenti metafisici e religiosi. Anche quando affronto altri temi (la vita ultraterrena, il mistero dell’universo e le sue “corrispondenze”, la solitudine, la funzione e il valore della poesia, ecc.), esiste quasi sempre un nesso, esplicito o implicito, con questo motivo centrale, Oltre che agli stilnovisti, il richiamo andrebbe esteso a Petrarca e a Leopardi; e fra i contemporanei almeno a Saba, Ungaretti e Montale. Naturalmente non mi sono rifatto a questi autori di proposito: mi sono trovato a fare i conti con essi; e anche se può sorprendere la molteplicità e la diversità delle influenze che ammetto di avere subìto spero che quello che ho scritto non si riduca alla loro somma.
D. – Pensi che la tua poesia possa aprire un nuovo discorso, se letta e capita bene? In pratica, vorresti dire qualcosa ai critici e ai lettori?
R. – Benché una domanda del genere possa lusingarmi, non ho esitazioni nel dare una risposta negativa. Non presumo assolutamente di bandire messaggi o di scoprire verità, né di portare alcun contributo a innovazioni espressive. Il mio modo di concepire la poesia e di farla è rimasto quello tradizionale. Spero che non sia anche convenzionale, perlomeno non sempre; ma posso sbagliarmi. Comunque, sono convinto che sia più meritorio e anche più proficuo, ai fini di un rinnovamento da tutti auspicato, rifarsi alle esperienze più recenti della poesia italiana e straniera. Per quello che mi riguarda, sono piuttosto per l’autonomia che per l’eteronomia dell’arte il che non significa considerarla fine a sé stessa, evasione, torre d’avorio, negare la sua socialità e la sua storicità. Non sono insensibile all’esigenza dell’impegno, ma temo che esso divenga controproducente se non è accompagnato da una altrettanta viva capacità di distacco. Ho l’impressione che oggi si tenda ad accettare l’impegno come una legge imposta dall’esterno, anziché a servirsene come urgenza interiore; a servirlo ciecamente a priori, senza servirsene consapevolmente in concreto. Ritengo sia indispensabile aderire all’attualità, ma senza dimenticare che si corre il rischio di confonderla
E mi sembra che non si risolva il problema con la scelta di certi contenuti e il rifiuto di altri (esistono oggi dei temi “privilegiati”) né con il puntare sulla registrazione o sulla protesta invece che sulla rappresentazione o sulla interpretazione: suI grido invece che sulla parola, sulla lacerazione e disintegrazione sintattica invece che sul discorso logicamente costruito. Dubito che la crisi, il disordine, il caos trovino miglior espressione nel disordine piuttosto che nell’ordine formale. Per questa strada si finirebbe con il dare una riproduzione esistenziale, una ripetizione quasi materia1e dalla realtà, invece di reinventarla e trasporla in una dimensione totalmente diversa.
D. – Sei uno scrittore appartato e modesto (scusa la spicciativa definizione). Perché lo sei? Pensi che il riserbo sia una dote necessaria per un poeta? Non senti di comportarti in modo diverso da come vorresti intimamente?
R. – Appartato sì, modesto non so. Per temperamento sono incline a partecipare, a comunicare, a chiedere e a offrire confidenza e solidarietà. Tra l’altro, sentendomi assai poco sicuro delle mie effettive capacità, ho particolare bisogno di ricorrere al giudizio di qualcuno che sappia e voglia conciliare la comprensione che nasce dall’amicizia con la sincerità senza riserve; e ciò capita abbastanza di rado. Posso aggiungere che il riserbo mi è consigliato anche dalla constatazione di casi sempre più frequenti in cui si eccede in direzione opposta. D. – Il teatro ti interessa ancora? E c’è un accordo di fondo tra la tua poesia e il tuo teatro, addirittura c’è un punto nel quale convergono?
R. – Tornare a scrivere per la scena mi sta a cuore quanto continuare a comporre versi. Ma se alla poesia riesco a dedicarmi anche nei ritagli di tempo concessimi dai miei impegni professionali per il teatro è diverso. Posso abbozzare e maturare a lungo una vicenda drammatica solo mentalmente, senza prendere appunti; ma per la stesura vera e propria mi è indispensabile disporre interamente delle mie giornate. Anche il cinema esige la sintesi, la scelta del particolare significativo, la traduzione di idee e concetti in immagini, e in particolare il senso della costruzione. Se non mi inganno nell’avvertire nelle mie liriche un impianto strutturale piuttosto solido, certo la mia esperienza di sceneggiatore vi ha contribuito non meno della mia esperienza di autore drammatico. Ed è probabile che nell’accanimento che metto a rielaborare decine e talvolta centinaia di volte una poesia che nessuno mi ha ordinato di scrivere, vi sia una intenzione più o meno consapevole di rivalsa e di riscatto, per le migliaia di pagine che ho scritto su ordinazione, con l’angoscia di non fare in tempo per la scadenza fissata sul contratto.
D. – Cosa hai pronto, e cosa stai approntando per le stampe?
R. – Preparo da tempo una nuova raccolta di poesie che spero di avere pronte entro l’anno. Il nucleo sarà costituito da un lungo poemetto, già apparso due anni addietro in una rivista, Il grillo della Suburra, nel quale mi è avvenuto – per la prima volta in venticinque anni che vi abito – di prendere Roma a soggetto. Ne è venuta fuori, con mia sorpresa, una rappresentazione della città come un inferno.

Carnia: l’amicizia di due poeti, Giorgio Caproni e Siro Angeli

Siro Angelicaproni2

di Ermes Dorigo.

Giorgio Caproni, trasferitosi a Roma nel 1938, viene introdotto da Libero Bigiaretti nell’ambiente letterario della capitale ed è proprio su sollecitazione di quest’ultimo che gli invia una copia di Ballo a Fontanigorda a Udine, dove Angeli si trovava come sottotenente in forza al II Reggimento Fanteria, con questa dedica: «Caro Angeli, sono lieto di aver avuto dal carissimo Bigiaretti l’invito di inviarti questa plaquette, che esigo… contraccambiata con qualcosa di tuo. Essa, eccetto le poesie segnate, appartiene a un periodo che credo superato in me. A settembre pubblicherò 10 poesie in Poeti d’oggi. Te ne invio una, ch’è il modello ideale, per così dire, di tutte, specie per quanto riguarda il ritmo. Coi più affettuosi saluti, tuo Giorgio Caproni»; poesia autografa sulla seconda di copertina dal titolo Per una giovinetta, che entrerà nella raccolta Finzioni del 1941 col titolo Batticuore, con alcune varianti: miro/guardo, paci finte/pace finta, fidi/affidi, risi/la tua risata. Il loro incontro avviene due anni dopo, come scrive Biancamaria Frabotta, quando si trovano insieme a combattere dal 10 al 24 giugno 1940 sul fronte occidentale contro la Francia. Da qui nascerà l’amicizia d’una vita e un sodalizio culturale, entrambi rievocati da Caproni quando, in occasione della pubblicazione presso Mondadori nel 1962 della raccolta di Angeli L’ultima libertà, ( vedi accanto Sei domande a Siro Angeli) scriverà (Poesie di Siro Angeli in «La Nazione», 30 giugno 1963): «Io conosco Siro Angeli come si può conoscere un fratello, anzi più a fondo ancora, se è vero, come è vero, che un amico liberamente scelto è sempre qualcosa di più confidente e pertinente. Abbiamo patito e spartito insieme Angeli ed io, in anni nerissimi, i sogni e le amarezze, le speranze lancinanti e le tremende delusioni, di un’intera generazione che ha dovuto pagare, col sacrificio della gioventù, tutti gli errori della precedente, e che lanciata insensatamente nella fornace ha saputo tuttavia salvare, quand’ha avuto in sorte di sopravvivere, non foss’altro l’integrità della propria fede in certi comuni sentimenti come in certi comuni principi morali e interessi spirituali, odiati o appena sopportati dalla follia o stupidità dei ‘dirigenti’; i quali peraltro non riuscirono nemmeno col ferro e col fuoco a disperderli o a frantumarli del tutto. E’ stato forse tra noi, Angeli, il più “tutto d’un pezzo”, addirittura d’una moralità che giungeva perfino ad irritarci. Era per noi “l’uomo che crede a tutto”, anche alle Istituzioni così com’esse si presentavano; quasi lo accusavamo – con un punta d’invidia, però – d’ingenuità, forse non accorgendosi che invece, di quelle Istituzioni ormai screditate (la Patria, la Famiglia, la Religione), egli era riuscito a conservare intatto in sé il principio, e a scorgerne ancora il brillìo. […] questo suo libro (è) frutto di una fedeltà, in cui lo ritrovo intero: dico “lui”, Siro Angeli, cioè l’uomo – più unico che raro – capace di “credere” nei sentimenti “onesti” e nelle persone che li suscitano».

Fu sempre un’amicizia discreta, non esibita, in sintonia con la «verecondia» di Angeli come l’ha definita in un’intervista a Carlo Tolazzi del 1998 Elio Bartolini: «Un gentiluomo, una persona rigorosa, convinta, ma non priva di un certo calore, di amicizia, capace di aiutarti discretamente, di grande interessamento alle tue esigenze, ma mai in forma intrusiva».

Angeli_Il grillo della Suburra_Barulli

A Caproni Angeli  dedicò alcune poesie; ad esempio: Andando per strade  (in: Il grillo della Suburra, Barulli, 1975; poi ritoccata nell’edizione Scheiwiller del 1990): « Andando per le strade/ di Monteverde vecchio,/ tra automobili fitte/sotto lampade rade,/ discorrere parecchio/ o poco, non importa/ variare gli argomenti,/ tanto sono inventari/ di rimorsi e sconfitte;/ e, varcando la porta/ d’una bottega, in mezzo/ alle parvenze trite/ di sempre (pane, pasta,/ generi alimentari, ogni cosa il suo prezzo)/ scoprire sulla faccia/ degli altri quanto basta/ perché almeno si allenti/ tra due giri di vite/ il peso che ci schiaccia»; e Genova (in: Da brace a cenere, Lacaita, 1985), piccolo poemetto in due parti: «I. Questa parvenza aleatoria/ che adesso, in una domenica/ di fine marzo, tra rare/ schiarite sotto gli scrosci/ dentro cui il rombo dei treni/ affoga col rombo del mare/ e il giorno precipita a sera,/ a lembi negli occhi balena,/ tu potrai dirmi se è vera,/ o sono io che la immagino/ soltanto, io che a memoria/ sto rinventando la Genova/ che nell’averno dei vicoli/ da te ho potuto conoscere,/ mai vista e già familiare:/ la Genova che si rigenera/ dal niente appena ricigola/ da un verso la funicolare/ nel quarzo delle tue pagine.// II. Anche in una stanza d’albergo/ sopra l’uscita di servizio/ la tua Genova pare riassunta;/ e oltre i vetri che si tergono/ senza promettere che duri/ l’armistizio del temporale,/ la ritrovo in quell’interno/ di casamento che svaria/ il grigio, dentro la larvale/ luce del giorno al suo inizio,/ dal fondo di terra battuta/ dove superstite l’inverno/ ingromma sopra le inferriate/ con il buio delle cantine/ ruggine e polvere, al calcare/ nudo di intonaco sui muri/ fino agli attici d’arenaria./ Ma le persiane spalancate/ resistono in alto verdechiare/ alla salsedine, e l’affine/ colore della vernice aiuta/ ogni filo d’erba che spunta/ dall’alveo di una fenditura/ lungo le scale, ad annunciare/ con l’alito del maestrale/ la primavera nascitura»: una poesia tutta tramata da discrete allusione a lessico ed opere di Caproni. 

Caproni_Autografo

Di Caproni è, invece, una poesia in cui rievoca Udine nella raccolta Cronistoria del 1943, che Giuseppe Leonelli  (Caproni, Milano 1997.) considera paradigmatica,  per comprendere la sua nuova stagione poetica: «una città col suo sole, i colori squillanti e la sua aura di prima giovinezza ritorna attraverso il profumo della fanciulla che sta accanto al poeta:  “Udine come ritorna / per te col grigioverde/ e il sole! Dove si perde/ la mia memoria, torna/ dell’erba la brace verde/ al Castello – l’esangue/ pietra che ora al tuo sangue/ più leggero somiglia.// Torna da te l’odore/ lontano, che si assottiglia/ al tempo: l’odore umano/ di giovinette in gara/ sulle due ruote, e il vano/ desiderio che stagna/ a quei colori.// Via/ tu mi riporti, a un giorno/ di bruciata allegria”. La lirica segna un momento del percorso d’un io che insegue di testo in testo, senza raggiungerlo veramente mai, un ‘tu’ femminile […] Sulla scia di quell’io, sembrano già affacciarsi gli abbozzi di grandi motivi simbolici così tipici della futura poesia di Caproni e sempre strettamente connessi fra loro: la città, il viaggio e il congedo. (Città) della prima diaspora della vita di Caproni, non ancora le città grembo da identificarsi prima in Genova e poi in Livorno».

 

 

In appendice:

 

SEI DOMANDE A SIRO ANGELI.:

 Ultima libertà

Sei domande a Siro Angeli —La Fiera Letteraria, 21/10/1962

(Mai pubblicate, senza un particolare motivo come osservava Angeli nella videointervista Odore di terra VTC; dove sostanzialmente alle domande di Dorigo rispondeva con  le stesse parole) – Copia del testo è stata donata da Dorigo al fondo Angeli, che sarà istituito presso la Cineteca del Friuli

 

  1. D. – Finalmente è uscito il tuo libro di poesie L’ultima libertà. Da quanti anni lo aspettavi? E credi che il ritardo gli sia giovato?
  2. R. – Il volume doveva uscire nel 1959. Tre anni di attesa mi hanno consentito di aggiungere una quarantina di poesie (fra le quali il lungo poemetto Assisi) alle venti premiate al Trebbo di Cervia nel 1958, e di rielaborare a mio agio le une e le altre, Ora, a pubblicazione avvenuta, ignoro se tale lavoro di revisione protrattosi per tanto tempo, sia stato sempre opportuno e mi sia effettivamente giovato. Lo ritengo indispensabile, almeno nel mio caso, ma so che non comporta di per sé una maggiore validità di risultati. Ci si può avvicinare di più a quella che dovrebbe essere la poesia grazie a questo, oppure nonostante questo. Posso dire che ho fatto del mio meglio, ma il bisogno che avverto di riprendere la rielaborazione dei miei versi dopo averli riletti in volume non mi tranquillizza.
  3. Hanno detto di te che sembri riproporre modi e accenti della poesia stilnovistica. Sei d’accordo con questo giudizio critico, o credi che questa “guida di lettura” tradisca (in tutto o in parte) la sostanza del tuo libro?
  4. — Il richiamo alla poesia stilnovistica mi sembra pienamente giustificato, e non solamente per i modi e gli accenti, ma anche e soprattutto per la presenza di un tema dominante l’amore per la donna, sentito come l’esperienza fondamentale dell’esistenza umana, quella che riflette e riassume in sé tutte le altre esperienze, e dà loro valore e significato; e approfondito nelle sue radici psicologiche e concettuali, nei suoi riferimenti metafisici e religiosi. Anche quando affronto altri temi (la vita ultraterrena, il mistero dell’universo e le sue “corrispondenze”, la solitudine, la funzione e il valore della poesia, ecc.), esiste quasi sempre un nesso, esplicito o implicito, con questo motivo centrale, Oltre che agli stilnovisti, il richiamo andrebbe esteso a Petrarca e a Leopardi; e fra i contemporanei almeno a Saba, Ungaretti e Montale. Naturalmente non mi sono rifatto a questi autori di proposito: mi sono trovato a fare i conti con essi; e anche se può sorprendere la molteplicità e la diversità delle influenze, che ammetto di avere subito, spero che quello che ho scritto non si riduca alla loro somma.
  5. Pensi che la tua poesia possa aprire un nuovo discorso, se letta e capita bene? In pratica, vorresti dire qualcosa ai critici e ai lettori?
  6. – Benché una domanda del genere possa lusingarmi, non ho esitazioni nel dare una risposta negativa. Non presumo assolutamente di bandire messaggi o di scoprire verità, né di portare alcun contributo a innovazioni espressive. Il mio modo di concepire la poesia e di farla è rimasto quello tradizionale. Spero che non sia anche convenzionale, perlomeno non sempre; ma posso sbagliarmi. Comunque, sono convinto che sia più meritorio e anche più proficuo, ai fini di un rinnovamento da tutti auspicato, rifarsi alle esperienze più recenti della poesia italiana e straniera. Per quello che mi riguarda, sono piuttosto per l’autonomia che per l’eteronomia dell’arte il che non significa considerarla fine a sé stessa, evasione, torre d’avorio, negare la sua socialità e la sua storicità. Non sono insensibile all’esigenza dell’impegno, ma temo che esso divenga controproducente, se non è accompagnato da una altrettanta viva capacità di distacco. Ho l’impressione che oggi si tenda ad accettare l’impegno come una legge imposta dall’esterno, anziché a servirsene come urgenza interiore; a servirlo ciecamente a priori, senza servirsene consapevolmente in concreto. Ritengo sia indispensabile aderire all’attualità, ma senza dimenticare che si corre il rischio di confonderla

Autogrfo Angeli

E mi sembra che non si risolva il problema con la scelta di certi contenuti e il rifiuto di altri (esistono oggi dei temi “privilegiati”) né con il puntare sulla registrazione o sulla protesta invece che sulla rappresentazione o sulla interpretazione: sul grido invece che sulla parola, sulla lacerazione e disintegrazione sintattica invece che sul discorso logicamente costruito. Dubito che la crisi, il disordine, il caos trovino miglior espressione nel disordine piuttosto che nell’ordine formale. Per questa strada si finirebbe con il dare una riproduzione esistenziale, una ripetizione quasi materia1e dalla realtà, invece di reinventarla e trasporla in una dimensione totalmente diversa.

  1. Sei uno scrittore appartato e modesto (scusa la spicciativa definizione). Perché lo sei? Pensi che il riserbo sia una dote necessaria per un poeta? Non senti di comportarti in modo diverso da come vorresti intimamente?
  2. – Appartato sì, modesto non so. Per temperamento sono incline a partecipare, a comunicare, a chiedere e a offrire confidenza e solidarietà. Tra l’altro, sentendomi assai poco sicuro delle mie effettive capacità, ho particolare bisogno di ricorrere al giudizio di qualcuno, che sappia e voglia conciliare la comprensione, che nasce dall’amicizia con la sincerità senza riserve; e ciò capita abbastanza di rado. Posso aggiungere che il riserbo mi è consigliato anche dalla constatazione di casi sempre più frequenti in cui si eccede in direzione opposta.
  3. Il teatro ti interessa ancora? E c’è un accordo di fondo tra la tua poesia e il tuo teatro, addirittura c’è un punto nel quale convergono?
  4. – Tornare a scrivere per la scena mi sta a cuore quanto continuare a comporre versi. Ma se alla poesia riesco a dedicarmi anche nei ritagli di tempo concessimi dai miei impegni professionali per il teatro è diverso. Posso abbozzare e maturare a lungo una vicenda drammatica solo mentalmente, senza prendere appunti; ma per la stesura vera e propria mi è indispensabile disporre interamente delle mie giornate. Anche il cinema esige la sintesi, la scelta del particolare significativo, la traduzione di idee e concetti in immagini, e in particolare il senso della costruzione. Se non mi inganno nell’avvertire nelle mie liriche un impianto strutturale piuttosto solido, certo la mia esperienza di sceneggiatore vi ha contribuito non meno della mia esperienza di autore drammatico. Ed è probabile che nell’accanimento, che metto a rielaborare decine e talvolta centinaia di volte una poesia, che nessuno mi ha ordinato di scrivere, vi sia una intenzione più o meno consapevole di rivalsa e di riscatto, per le migliaia di pagine che ho scritto su ordinazione, con l’angoscia di non fare in tempo per la scadenza fissata sul contratto.
  5. Cosa hai pronto, e cosa stai approntando per le stampe?
  6. – Preparo da tempo una nuova raccolta di poesie che spero di avere pronte entro l’anno. Il nucleo sarà costituito da un lungo poemetto, già apparso due anni addietro in una rivista, Il grillo della Suburra, nel quale mi è avvenuto – per la prima volta in venticinque anni che vi abito – di prendere Roma a soggetto. Ne è venuta fuori, con mia sorpresa, una rappresentazione della città come un inferno.

 

 

 

 

Incipit de L’ultima libertà

 

 In un volo di ruote al noto valico

le nostre ombre vicine ci precedono

sul viale, tra immote ombre di tigli;

e sui margini il cielo dei fossati

le muta in chiare immagini a ripeterci

che qui, ora esistiamo. Foglie e aghi

di pino dall’inverno sotterrati

riassommano alla luce dall’accidia

dell’acqua in fiori nuovi. In levità,

come tu dentro il nome a cui somigli,

con la tua vita intera (anche la treccia

che non vidi) Versilia si raduna

nel mio sguardo se intorno esso divaghi

‑ e messaggera sulla carrareccia

morente nel declivio della duna

ci sorprende la brezza. S’aprirà

tra breve oltre i grovigli, oltre l’insidia

dei rovi litoranei, la lacuna

silvestre, familiare ai nostri esigli.♣

Carnia: Angela Felice racconta il teatro di Siro Angeli

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di Angela Felice.

(Angela Felice é la maggior studiosa del teatro friulano e dei suoi autori, sia in italiano che in friulano. Direttore del Centro Studi “Pier Paolo Pasolini” e del Teatro Club di Udine, nell’ERT del FVG, organizza con Paolo Patui incontri sul teatro friulano con letture)

 

Per quanto riguarda il Teatro, di cui va ricordata soprattutto la cosiddetta trilogia carnica (La Casa, Mio fratello il ciliegio, Dentro di noi – pubblicata da Chino Ermacora per le edizioni “La Panarie” col titolo complessivo Gente di Carnia  si riportano alcuni stralci del definitivo saggio di Angela Felice Il teatro della sincerità di Siro Angeli (in S. Angeli Anthologica. Il teatro, La poesia, La critica, a cura di Ermes Dorigo, Campanotto,1997), che con sintesi fulminante fissa il tratto dominante dei suoi drammi: «Al di fuori di ogni ipotesi idillico-arcadica, di ogni facile conclusione consolatoria, i testi si chiudono sempre con note di amara, ambigua malinconia».

_Gente di Carnia

«Il teatro di Siro Angeli è (o mi ricorda) un bel sentiero di montagna, che lascia presagire da molti indizi uno sbocco possibile in qualche via più ampia di circolazione, ma che poi si disperde e si perde di vista, per ricomparire infine a tratti, in tracce spaesate di più esigua consistenza spaziale. Sicchè, di quell’accidentato percorso, è difficile o azzardato pedinare le tappe e la direzione nell’intento di esplorare e scoprire una traiettoria definita e una linea complessiva d’orizzonte […]. Va da sé che con tempi di scrittura così diversi, con gli ovvii rimandi ai rispettivi contesti storico-culturali, questi rinviano ad esperienze biografiche e ad ispirazioni artistiche centrifughe e approdano a risultati necessariamente non omogenei tra loro […]. Particolare influenza “nel tirocinio iniziale di Angeli – raccolgo in questo senso un suggerimento illuminante di Ermes Dorigo – dovettero operare l’ideologia e la pratica della letteratura come autosufficienza, totalità, umanità: valori assoluti in grado di soddisfare e conciliare, come nel quindicinale Campo di Marte redatto da Pratolini e Gatto nel 1938-39, tanto gli ermetici quanto i populisti, e tanto, dei primi, il culto elitario e metafisico dell’arte e della parola, quanto, dei secondi, l’assolutizzazione della scrittura letteraria quale strumento privilegiato di un mandato sociale, sensibile alla ragioni astratte dell’umanità, della moralità, del popolo […]”. Quello di Angeli è un teatro centrifugo, dunque, teatro episodico, a corrente alternata, più frutto dell’ostinazione che della vocazione autentica, e del quale continua a sfuggire la logica interna. Del resto, di questa costante della dispersione parrebbe fornire ulteriori conferme, all’apparenza decisive, la stessa eterogeneità sperimentale di temi rappresentati, sul piano dei contenuti, oltre che delle strutture drammaturgiche, su quello delle scelte formali di volta in volta adottate»

_Siro_Angeli

Così si suddivide la sua produzione drammatica: «Dalla disorganicità di questa carriera, con le sue caratteristiche di tentazione intermittente non riversata in vocazione assorbente e privilegiata, danno ragione le stesse date di composizione: un primo momento, dal 1937 al 1939, teatralmente il più fertile e il più noto, e comprensivo di testi (La Casa; Mio fratello il ciliegio; Dentro di noi) poi raccolti nel 1939 come trilogia nel volume Gente di Carnia; un secondo dal 1939 al 1941, che vede comparire, già a ridosso del periodo di guerra, i tre lavori Incontro, Battaglione Allievi, Assurdo; un terzo, che nel dopoguerra si arricchisce di due altri lavori, Male di vivere rappresentato nel 1951, e Odore di terra del 1957; un quarto, infine, cifrato nel 1977 dalla prova isolata di Grado Zero, un ritorno di fiamma teatrale peraltro vagamente spaesato[…] I drammi della cosiddetta “trilogia carnica”, nascono dal bisogno «di aprire uno squarcio sulla vita paesana della Carnia, segnata prevalentemente dalla miseria, dalla necessità di sopravvivenza, dall’emigrazione […]. Con qualche richiamo al Verga verista, se non altro per la tendenza a contrapporre come inconciliabili la legge dominante della sopravvivenza da un lato, e quella della vita sentimentale e affettiva dall’altro, i tre testi non per nulla portano al centro della scena la famiglia: centro di amore e solidarietà per alcuni, luogo di sofferenze e di rinunce per altri»

Chiudiamo con un quadro complessivo di tutta la drammaturgia di Angeli: «La drammaturgia di Angeli evidenzia una intima coerenza, che ne lega con necessità le singole espressioni, al di là delle loro diversificate apparenze esteriori. Sostanzialmente, quel filo di segreta connessione è dato dalle intenzioni metaforiche che ispirano la scena e fanno sì che sempre, di qualsiasi tipo siano le situazioni, gli ambienti o i tipi umani rappresentati, essi servano da schermo per parlare d’altro e di qualcosa d’essenziale: come per il Cristo[Grado zero l’ultimo testo, il dramma di Gesù che ignora la sua natura di figlio di Dio e deve arrivare a scoprire da sé la verità sulla sua vocazione e sulla sua nascita; altri titoli: Battaglione allievi, Incontro, Assurdo,Male di vivere, Odore di terra], appunto, che vive in filigrana come allusione all’interrogativo, tutto umano, sul significato e sul fine dell’esistere. Una medesima concezione del vivere, il senso del dolore cioè che impronta il destino terreno dell’uomo, la ricerca sul perché di tale sofferenza, il dubbio – mai realmente sciolto – sulla vita come caso o come segreto disegno provvidenziale, costituiscono la piattaforma comune, su cui sono concepiti e impostati i personaggi e le loro vicende sceniche. Teatro di situazioni e di quadri più che di azione, esso si iscrive allora nell’area del simbolismo: le realtà portata in scena tende a svuotarsi di ogni oggettività autosufficiente e a rinviare, per la sua comprensione, a un piano universale, estraneo a concreti agganci di ambito storico o geografico. Ciò spiega intanto la linearità dell’itinerario drammaturgico di Angeli e la necessità dello sbocco, dopo gli esordi para-verghiani della trilogia, in prove sempre più astratte, rarefatte, attente ai riflessi interiori delle situazioni. Ma ciò spiega anche il carattere del presunto realismo della scena, anche là dove sembra più apertamente dispiegato, come soprattutto nei testi della trilogia e in parte in quelli del dopoguerra. In tutti, gli spunti ambientali, sociali o economici rimangono in realtà puri fondali d’arazzo e non determinano con necessità di leggi psicologiche, comportamenti, linguaggi. Estranea ad ogni intento folclorico, cronachistico, documentario, sociologico, la Carnia di Angeli, nel mentre dà testimonianza di un definito paesaggio umano della fame, si trasfigura quindi in metafora del male esistenziale, e della colpa che impedisce la gioia, la leggerezza e l’innocenza. Il male si concretizza nella figura della morte, che non a caso compare spesso come una epifania negativa, a metà dei vari testi, a ricordare il mistero o l’assurdo del vivere e a obbligare da sé una risposta […] il male rimane ed è “una forza metafisica”, interna al vivere. E soprattutto, i personaggi, lungi dal dividersi in positivi o negativi e dall’essere giudicati moralisticamente, hanno tutti una loro umana credibilità e si inseriscono in una comune esperienza esistenziale. In particolare, essi animano un teatro della parola, che trova la sua tecnica congeniale nel dialogo e il suo punto di arrivo nel contraddittorio, spesso posto alla fine, tra parti in contrasto di una comune discussione. Allora, le battute dei personaggi, che dapprima avevano fatto affiorare solo una parte della vita interiore rispetto a vaste zone di non detto, di rimosso o di represso, ospitano le voci diverse di una verità umana pienamente dispiegata […]. Non poteva che nascerne quella esperienza di scrittura: frammentaria, disorganica, screziata, eppure legata da una comune atmosfera, perché necessitata a ogni tappa dalla sincerità d’espressione e dal presupposto estetico che l’arte, assolutizzata, può e deve assolvere al solo compito di trasmissione della ricerca di senso. Non poteva che nascerne, anche, una drammaturgia “metafisica”, di problematica e difficile traducibilità scenica, oltre che di scomoda fruizione».

_Foto di Siro Angeli

Carnia: “L’incunabolo autografo della poesia di Siro Angeli”, omaggio di Ermes Dorigo

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di Ermes  Dorigo.

Un quadernetto di cm 12,5 x 19,5;  copertina in cartone telato rosso bordeaux con un riquadro medio alto di cm 5,5 di fondo grigio a fregi neri di stile liberty nel riquadro interno e  nella cornice e  il titolo al centro in caratteri bodoni, Poesie; sopra, scritto col normografo in lettere maiuscole, il nome dell’autore: SIRO ANGELI; i risguardi sono di fondo grigio con un decorativo  più scuro  fogliame; una pagina bianca e nella successiva  si legge come frontespizio, scritto a penna stilografica: Siro Angeli – Solevento – (Poesie) – (1928-1931).Complessivamente esso è composto di 44 pagine, di cui tre vuote e le altre facciate numerate a penna dall’1 all’81 (la pagina 45 è ripetuta: la seconda, in realtà è la 55), con le poesie che iniziano sempre sulla facciata di destra, come in un libro vero, che è quello che il giovane  Angeli voleva costruire con mezzi artigianali.

La grafia, pur adolescenziale – egli scrive queste poesie tra i quindici e i diciotto anni – è piccola, sicura e sciolta, fuorché nelle ultime sei liriche, dove diventa più grande, un po’ scomposta, con caratteri più infantili, come se agisse un’ansia regressiva dentro o come se la poesia non fosse più in grado di aiutarlo a elaborare il lutto della recente traumatizzante scomparsa della piccola sorella Elsa, morta di peritonite a soli sei anni, cui dedica una poesia in francese:

 

Il ne reste désormais de toi

qu’une chose d’immortel:

ton sommeil.

 

Il ne me reste désormais qu’une chose

qui me parle de ton existence,

une chose que je haïs et que j’aime,

que je voudrai perdre et saisir:

ma douleur.

 

Désespérément je t’appelle

et tu dors

loin

dans les nuits fanées

de ton rêve éternel.

 

In effetti, da questa  tragica vicenda, da un dolore vero, deriva la motivazione interiore alla scrittura di queste poesie, che sono improntate dal senso e dalla scoperta violenta e cruda  della Morte, che determina nella mente (lo si coglie  soprattutto in una poesia,  Fontana:«Ero venuto per incontrare/ la mia lontana adolescenza […] Tu non sai questo volto coperto di rughe»), un indelebile ansioso stato psicologico di solitudine, isolamento, invecchiamento precoce, sul quale tornerò.

A proposito del tono mortuario paradigmatica del cupo turbamento interiore del poeta è la sua visione allucinata della città di Udine (probabilmente contemplata di notte dal Castello) nella poesia Rosario:

 

Quassù, le strade

sembrano enormi pallide croci

su croci

fra croci

prigioniere tra i massi delle case

 

Luci sgranate ineguali nel buio

compongono immensi rosari incrociati

clamanti una loro profana preghiera

Luci sospese davanti a ogni casa

della città che pare

un cimitero nella notte dei morti

come lampade votive

su tombe

 

La raccolta, pur facendo emergere quelle che saranno poi alcune costanti stilistiche di Angeli  – l’incunabolo è come l’imprinting psicologico della nascita e della fase perinatale, che plasma la nostra psiche, e che poi, pur con arricchimenti e ampliamenti emozionali e culturali, determina in forma definitiva la nostra strutturazione e percezione della realtà – rivela, e non potrebbe essere altrimenti, vista la giovane età, un certo eclettismo per quanta riguarda i molteplici, intrusivi e diffusi echi letterari che la connotano, e una certa discontinuità nella metrica e nella versificazione, come illustrerò più puntualmente in seguito.

La presenza di Pascoli (colpisce, ad esempio, l’imitazione della clausola strofica allusivamente variata de L’assiuolo: chiù/ Ma sei, tu; mai più), nella cuna della  poesia mortuaria del quale  lo porta inevitabilmente l’irrisolta elaborazione del lutto per la morte di Elsa (tutta la raccolta è percorsa dai segni devastanti del tempo e del nulla della Vita: inerti, morte, piangendo, moribonda, singhiozzo, tomba, nulla, rughe, ferite, triste, stanco, pena, disperazione, strazio, disperato, ombra (morte), dolore, ciechi, morire, spenti, spasimo, silenzio, morti, malato/i, croci, cimitero, lampade votive, vuoto, pianto, impiccarmi, sfinito, tormento, suicida, agonizzanti, sepolti, moribondi, agonia…), è pervasiva non tanto o non solo nel lessico (nido, siepe, cimitero, strada bianca, campane…) e nella rielaborazione di alcuni testi: in Alba, un’ala di colomba è variatio evidente di un’ala di gabbiano di Temporale, quanto nella commistione di linguaggi, nelle figure retoriche, nell’uso discontinuo dello stile nominale.

Riporto alcuni esempi a conferma dell’eclettismo e del suo precoce aggiornamento culturale  sulla poesia a lui contemporanea: Striscia di piombo/ l’acque di piombo e cupe strisce,Montale; i salici/piangendo/ dove i salici piangono davvero, Montale;   fontana canti/ fontane cantare, Corazzini; singhiozzi fontana?/ il lungo singhiozzo de le fontane, Govoni; lontana adolescenza/ dalla lontana adolescenza vengono, Saba; flutti lunari/ flutti di cielo, Rebora; capelli di sole/ ma i bei capelli di color di sole, Gozzano (capei d’oro, Petrarca);  occhi di mare/ occhi grandi di mare, Palazzeschi; Tu non sai/Tu non sai come sia dolce la vita, Saba; lenzuolo di buio/ per impiccarmi alle stelle// da cui spiove il lenzuolo/de la morte, Govoni; pena/ uomo di pena, Ungaretti; acerbi e il nulla, Leopardi; vana speranza/ vane speranze, Petrarca; Amore e morte; Leopardi; Dopopioggia, Montale; sterpi, Dante e Montale; siepe, ciglia, frutta acerba, Pascoli e D’Annunzio. C’è pure un’accentuata presenza di un lessico di area crepuscolare: triste, stanco, cuore, anima, morte, piangere, cosa (solo, forse), dolore, ombre (ricorre 10 volte), singhiozzo. Forte la presenza di Ungaretti, sia nella brevità ‘fulminea’ di molti testi, sia nel legame (inscindibile per la comprensione) titolo/testo, sia nell’abolizione spesso della punteggiatura, ma soprattutto nella variatio di immagini e nelle riprese lessicali:  Autunno: Uno a uno/come le foglie/ si staccano i giorni/ del tempo// Soldati: Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi/ le foglie; nomade; naufragio; stendermi/ mi sono disteso; come una pietra usata/mi lascerò levigare// L’Isonzo scorrendo/mi levigava/ come un suo sasso.

Il trauma della scoperta giovanile della cruda violenza della morte determinerà in Angeli un senso di solitudine, insicurezza psicologica e incertezza di identità per tutta la vita, per cui, per trovare protezione, sicurezza e consenso al suo poetare egli si rinserrerà, negli anni successivi, nella ‘forma chiusa’, pur sperimentale e personalmente declinata, ma pur sempre chiusa come una casa, nella quale continuerà a vivere in un’ideale compagnia con la cerchia virtuosa dei consentanei poetici, per cui i richiami agli altri poeti continueranno, meno ‘visibili’, nelle raccolte più alte e mature, ma in maniera ancora molto evidente, vicina a quella dell’incunabolo, nella prima edizione de Il grillo della Suburra sulla rivista Segnacolo nel 1960, addirittura trenta anni dopo:  accanto a Dante, il Parini (poeta prediletto per la sua moralità e per il culto della forma) delle Odi con delle vere e proprie appropriazioni linguistiche: «palagi, pendice, Stige, trivi, cure e affanni, per lucro ebbe a vile/ la salute civile, putridi stagni, aura molesta, bitume, aliti corrotti, gran folla urla di gente, tumulto, trabocca, riverberar, Sirio feroce ardea, l’obliqua furia dei carri»; Leopardi: «impetra»; Carducci: «tessere (biglietti), cesarie»; Pascoli: «tumulti di fontane/tumulti d’aeree frane», «gore», «altana»; Gozzano: «cimasa»; D’Annunzio quasi con pudore:«lama di luna/falce di luna, tratturi»;  e poi   Ariosto, Verga («fiumana» del progresso); Metastasio: «velenosi fiati»; Burchiello: «ambianti» (i cavalli) un apax legomenon nella letteratura italiana;  per i contemporanei, certamente l’amico Caproni («a sé solo/ nella notte abito solo»); la rarefazione della punteggiatura del primo Ungaretti;  Montale («muri scalcinati, canicolari, trama, nembo…») e, dietro di lui, soprattutto Camillo Sbarbaro di Pianissimo: «Nella città tumultuosa… mi dimentico il mio destino d’essere/uomo tra gli altri e, come smemorato,/ anzi tratto fuor di me stesso, guardo/la gente con aperti estranei occhi […] Fronti calve di vecchi, inconsapevoli/ occhi di bimbi, facce consuete/ di nati a faticare e a riprodursi,/ facce volpine stupide beote […] E conosco… il lor destino ultimo, il buio»; Angeli rielabora questo stimolo in chiave di espressionismo deturpante e repellente a urlare, quasi, il suo atto d’accusa per una società che abbruttisce l’umanità: «Calvizie di crani/ protuberanti, lardo/ e cotenne di nuche,/ torsi di mansuefatti/ gorilla irti di muscoli […] volumi sinodali/ di addomi disfatti/ straripano; incàvi/ di ascelle che secernono/ lezzo caprino…/ e macilenza/ di zigomi e mandibole prognate».

 

Carnia: Siro Angeli, inediti in occasione del centenario; le lettere di Alida Airaghi

Le figlie Daria e Silvia

di Nicola Corbelli e Ermes Dorigo

Risale al 1970 il primo contatto tra Siro Angeli e Alida Airaghi, studentessa di Verona, “molto intelligente e sensibile”. All’epoca Angeli vive a Roma ed è un funzionario  e sceneggiatore della Rai, nonché autore teatrale e poeta di un certo successo: basti pensare, ad esempio, che la sua raccolta di liriche L’ultima libertà è pubblicata nel 1962 da Mondadori nella prestigiosa collana dedicata alla poesia contemporanea e viene favorevolmente accolta da critici e poeti quali Alfonso Gatto, Giacinto Spagnoletti, Giorgio Caproni.  Ed è  proprio grazie ad alcuni componimenti pubblicati in un’antologia di poeti contemporanei che la giovane Alida, come scrive in una lettera, si avvicina ad Angeli. Tra i due inizia uno scambio epistolare, ispirato da comuni interessi per la cultura e la poesia, che per Angeli rappresenta una sorta di “ritorno alla vita”: dopo la morte della moglie Liliana, avvenuta nel 1953, egli attraversa un periodo di profonda crisi interiore e mai avrebbe immaginato di potersi innamorare nuovamente di una donna. Compresa la sincerità e la profondità del loro rapporto si sposeranno nel 1978. Dalla loro unione nasceranno due figlie: Daria e Silvia. I sentimenti di gioia e quasi d’incredulità per questa sua “rinascita”, emergono chiaramente nella poesia La distanza, delicato quadro di vita familiare che ha come protagonista la piccola figlia Daria: Per te, addentare lì davanti/ alla tivù uno a uno gli spicchi/ del mandarino che ho sbucciato,/ è ancora continuare il gioco./ Di una meraviglia mai finita/ colmi la distanza dai miei tanti/ anni, a guardarti, li fai ricchi/della tua assenza di passato./Mentre dico a me stesso “Questa/è mia figlia”, penso sia poco/ offrire, non per la tua vita,/ma solo per quello che m’è dato/ adesso, la vita che mi resta.

Anthologica

 

Tornando all’epistolario, di seguito si riporta il testo della prima lettera che Alida Airaghi invia a Siro Angeli:

 Lettera alida

Verona, 24-1-1970

 

Caro Signor Angeli,

 

                              sono una studentessa liceale di Verona, le scrivo dopo aver letto alcune

sue poesie su un’antologia di poeti contemporanei. Devo confessarle che non sapevo neppure che lei esistesse: a scuola non si curano certo di farci apprezzare la poesia moderna; tuttavia le sue poesie mi sono piaciute. Molto.

Non mi interessa sapere se la sua poesia è contrapposta a ogni inutile sperimentalismo, oppure se risolta a prima vista l’elaborazione e la rinnovazione degli endecasillabi e dei settenari (come ha scritto un certo Ravegnani): io bado ai fatti e le sue liriche sono delicate e sincere. Per questo mi sono piaciute. Le ho scritto per chiederle se può mandarmi un suo volume: non credo infatti che i suoi libri siano stampati in edizione economica, e io non ho abbastanza soldi per permettermi un’edizione di “lusso”. Se un giorno riuscirò a scrivere poesie belle come le sue, anch’io le manderò un volume gratis.

Volevo dirle inoltre che mi dispiace molto che la sua “Lilith, Eva, Maria” sia morta.

 

  Affettuosi saluti

  Alida Airaghi

risposta

Così Siro Angeli, pochi giorni dopo, risponde alla sua giovane ammiratrice:

 

Roma, 6 febbraio 1970

 

Cara Alida,

 

                  scusa se ti dò del tu; penso che la mia età e soprattutto lo slancio spontaneo che ti ha sollecitato a scrivermi, mi consentano di farlo.

Dirti che la tua lettera mi ha recato piacere è poco. Accorgersi che le nostre parole hanno lasciato una traccia nell’animo di qualcuno è assai consolante: non (almeno nel mio caso)

perché l’impulso a scrivere nasca proprio dal bisogno di comunicare, di confidarsi, di stabilire un rapporto di comprensione e di intesa con gli altri, inisito in ogni essere umano.

Adesso io esisto per te, e tu esisti per me. Se da me ti è venuto qualcosa, senza che io l’abbia espressamente voluto (e questo mi sembra anche più bello) tu mi hai dato altrettanto scrivendomi, e forse di più.

Ti mando volentieri il mio ultimo libro di versi. Confido che non ti deluda; e attendo che un giorno tu possa ricambiarmi con un libro che rechi la tua firma, e sia migliore del mio.

Io l’ho scritto perché non potevo farne a meno, per disperazione e per vincere la disperazione. La vita mi aveva concesso, con mia moglie, moltissimo; e forse perché é stabilito che il bene si debba pagare più del male, lei me l’ha tolto. Io ho cercato di ricuperare questo grande dono nelle parole, non potendolo più ricuperare nella realtà.

Ricambio i tuoi affettuosi saluti e ti auguro che si avveri quello che desideri, per i tuoi studi e per la tua vita.

 

                                                                                                                              Siro Angeli

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