Archivio tag: montagna

Fallimento Coopca: nella vicenda finalmente c’è qualcuno che pensa ai soci

di Antonella Tarussio.
 
Il 13 luglio scorso si è verificato qualcosa di veramente importante per la Carnia (e non solo): dopo 4 anni di rabbia silenziosa, di disperazione dignitosa, di danni diffusi su persone e territorio, il gup di Udine ha emesso un’ importante sentenza nella vicenda CoopCa. I soci, prestatori e azionisti, sono stati accettati come parti civili nel procedimento contro gli amministratori, i sindaci e il direttore generale della storica CoopCa. La richiesta dei 95 soci promotori è stata considerata fondata per tutti i tipi di reati contestati. Adesso si vada avanti! I tempi e le procedure della giustizia sono lunghi ma i carnici sanno aspettare e… vigilare.Desidero ringraziare il “Comitato spontaneo di difesa dei soci” nelle persone dei signori Giuseppe Fabbro e Alberto Barazzutti per il continuo lavoro di tutela dei soci durante questi anni difficili.Fin dalle prime tragiche giornate del crac della CoopCa, in cui nessuno capiva veramente cosa stava succedendo e tutti eravamo sotto shock per la perdita economica, per la scottante delusione e per l’ amarezza di essere stati raggirati, si è costituito spontaneamente il comitato per la tutela dei risparmiatori attorno a dei soci impavidi e perseveranti che hanno tenuto le fila nel momento dello sbando, hanno cercato contatti con avvocati ed esperti, hanno organizzato incontri e dibattiti per accompagnare e sostenere i tanti soci travolti dall’ondata della procedura fallimentare e della perdita dei propri risparmi.Ringrazio il comitato per il continuo lavoro di difesa di tutti i soci e per l’ attività di ricerca , aggiornamento e diffusione delle notizie che da anni continuano a svolgere.Vorrei, invece, esprimere il mio rammarico per l’ esclusione dal procedimento giudiziario per omessa vigilanza sulla CoopCa della Regione Fvg, con tutto il rispetto per le istituzioni regionali e con il sommo rispetto per la magistratura. Le norme in materia di vigilanza sugli enti cooperativi (decreto 2 agosto 2002 n. 220 ) esprimono chiaramente che le Regioni a statuto speciale sono direttamente responsabili della vigilanza sul settore cooperativo, con dovere di ispezioni ordinarie e straordinarie per accertare l’ esatta osservanza delle norme dello statuto, l’ esatta impostazione tecnica, il regolare funzionamento contabile e amministrativo, l’ osservanza delle finalità mutualistiche.Mi chiedo se la revisione cooperativa da parte della Regione si stata svolta come da norma… e se sì perché non ha mai evidenziato anomalie di gestione dei risparmi dei cittadini. Questa attività di controllo è una funzione non a carattere politico, ma istituzionale!Inoltre mi è profondamente dispiaciuto constatare che in nessun programma elettorale ci fosse un accenno sulla vicenda CoopCa: forse perché non si è compreso pienamente quanto enorme sia stata l’ondata di impoverimento e sfiducia che ha sommerso il territorio, che non è solo carnico (troppo piccolo per contare ?) dopo il fallimento della CoopCa. Chiedo, con tutto il rispetto per le funzioni e per le procedure, che la Regione dia segnali positivi nella vicenda del crac della CoopCa (dove “Ca” sta per “carnica”) e che si occupi di questa terra bellissima, fragile e delicata, troppo spesso trascurata e ora stremata da macro e micro fenomeni di impoverimento, non solo economico ma anche morale. Ma la Carnia è anche uno scrigno di cultura e di saggezza, di creatività e di energia. E, soprattutto, sa imparare dalla storia. —

Piano d’Arta: salviamo gli ippocastani, sono patrimonio di tutti

a cura del dott. for. Carlo De Colle.

A livello Nazionale e Regionale esistono numerose leggi e normative che regolamentano la gestione e manutenzione degli alberi monumentali e dei soggetti arborei di interesse estetico e ricreativo. Per gli alberi non ancora inseriti nell’elenco dei monumentali censiti in Regione ma assimilabili a tali funzioni, valgono più o meno gli stessi concetti e criteri di intervento, soprattutto se ci si riferisce a soggetti arborei con le seguenti caratteristiche:

  1. alberi di rilievo per forma, età e dimensioni;
  2. piante direttamente correlate alla storia e alla tradizione locale;
  3. individui inseriti in un contesto architettonico di valore storico-culturale, piazze, centri urbani, palazzi, chiese, monasteri, orti botanici.

Il quadro normativo sopra delineato è più che sufficiente per inquadrare e analizzare la storia dei giganti appartenenti alla specie Aesculus hippocatanum (ippocastani) inseriti nel contesto urbano di Piano d’Arta fin dalla seconda metà dell’‘800, nel piazzale antistante la Chiesa arcipretale di S. Stefano. Le piante costituivano un elemento di arredo per la Chiesa di Piano (edificio risalente alla fine del ‘700), per la torre campanaria (il Tor di Plan – inizi 1800), per l’intero sagrato, per l’antica sede Comunale (ex Loge) successivamente convertita a Scuola di Religione e ad altre funzioni. Gli alberi sono cresciuti in altezza e globosità fino a raggiungere dimensioni tali da richiedere delle corrette e oculate potature di ritorno, soprattutto nel rispetto degli edifici pubblici e privati contermini, da ripetersi periodicamente. Il primo intervento di potatura, risalente a più di quindici anni fa è stato seguito volontariamente dal sottoscritto, che, autorizzato dalla Parrocchia, ha contattato una ditta specializzata in interventi di manutenzione del verde, coordinata dal dott. for. Luigi Barbana. Gli interventi sono risultati massimamente rispettosi della fisiologia della specie che, come risaputo, è molto sensibile alle potature in virtù delle caratteristiche tecnologiche del legno che lascia facilmente penetrare l’acqua con conseguenti infezioni fungine, carie, marciumi e successiva destabilizzazione delle piante. L’intervento si è concluso con l’applicazione di mastice cicatrizzante. Il secondo intervento “di cura” è stato decisivo e indiscutibile: su ordine del parroco, mons Ivo Dereani, è stato abbattuto il soggetto arboreo più prossimo all’edificio di culto, allineato a N-E, perfettamente sano, con diametro a m 1.30 superiore a 90 cm. La base della ceppaia è rimasta visibile fintanto che il piazzale della chiesa, in epoca recente, non è stato asfaltato. Al taglio del primo gigante sono seguiti, negli anni successivi, ulteriori attività di potatura, con l’impronta della capitozzatura energica, anche se più moderata rispetto agli interventi che andremo ad analizzare, eseguiti, in tempi diversi, da volontari dei Vigili del Fuoco (2005) e da una ditta boschiva locale in possesso di idoneità tecnica forestale, senza alcun coordinamento tecnico.

Gli interventi di potatura non sono stati accompagnati dall’applicazione di mastice cicatrizzante, neppure a carico delle ferite di maggiori dimensioni. Venerdi 08 dicembre 2017, per caso mi ritrovo dinanzi ad uno scenario inaspettato: un intervento di capitozzatura molto pesante, in fase già avanzata a carico del primo ippocastano, quello più vicino alla chiesa. Guardo perplesso gli operatori e commento: siete veramente convinti di ciò che state facendo? State lavorando su un albero o su un muro? Sapete di quale specie stiamo discutendo? Siete a conoscenza di quali problemi potete creare all’equilibrio di questa specie arborea, presente sulla piazza da oltre un secolo? Non c’è nessun tecnico di settore che vi sta coordinando o coadiuvando? Dopo un primo momento di silenzio mi rispondono che stanno semplicemente eseguendo quanto loro ordinato. In data 10 dicembre, passo nuovamente per un aggiornamento e realizzo che l’”opera” è stata completata. Ho potuto così notare che alcune delle branche capitozzate presentavano delle evidenti necrosi e segni di marcescenza dovute agli scempi degli anni pregressi. Desiderio di salvaguardare o di abbattere? La risposta appare scontata. Da tecnico, a posteriori, suggerisco di contattare urgentemente una ditta specializzata in interventi di dendrochirurgia, al fine di salvare il salvabile oppure di decidere, in assemblea pubblica, previo indagine scientifica fitostatica con analisi visuale VTA e strumentale con impiego di tomografo e Resistograph, circa il futuro dei soggetti arborei e la riqualificazione a verde del piazzale della Chiesa. Nel breve periodo sarà fondamentale ricoprire con tempestività le grandi ferite, utilizzando mastice professionale. Da tecnico e cittadino residente ad Arta Terme, invito i “non addetti” a farsi quantomeno una cultura ambientale prima di interessarsi di attività che non sono di loro competenza, anche se eseguite a titolo gratuito. Ai miei occhi ma anche a quelli del profano, il danno ambientale, estetico e ricreativo sussiste e non è insignificante!

 

Arta Terme, 12.12.2017.

Illegio: lascia il posto di perito metalmeccanico per dedicarsi a mais e ortaggi

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

di GIUSEPPE RAGOGNA.
Non è stato un gioco da ragazzi assemblare un puzzle di terreni. Marco Zozzoli ha portato a termine un’operazione complicatissima. Ora ride soddisfatto, senza dare più di tanto peso a una faticaccia durata un paio d’anni: «Ho nel cassetto più di cento contratti di comodato d’uso gratuito di piccoli appezzamenti, alcuni sono micro-superfici di poco più di una decina di metri quadrati. In molti casi c’è stata la necessità di contattare proprietari in giro per il mondo». È riuscito così a mettere assieme all’incirca quattro ettari di terreno per dare concretezza al sogno della vita: creare degli orti ricchi di biodiversità tutt’attorno a Illegio, che è una gemma di bellezza tra i monti della Carnia, a una manciata di chilometri da Tolmezzo. È il paese degli antichi mulini di pietra, che si affacciano lungo il rio Touf, con le grandi ruote spinte dall’acqua. Un luogo d’altri tempi, che si ravviva soprattutto d’estate in occasione di mostre d’arte di prestigio. Di anno in anno, si alternano esposizioni di capolavori di assoluto valore che attirano, in un borgo che non raggiunge le 400 anime, più di 40 mila visitatori. Pitture cariche di emozioni, come lo sono i paesaggi di Illegio.La svolta della vita. Marco Zozzoli ha ventott’anni. Ha saputo costruire dalla passione per la terra, che è nata accompagnando il nonno Carlo nei campi, una specie di “officina della biodiversità”, dove studia, sperimenta e coltiva varietà diverse di mais, di ortaggi, di verdure e di legumi. L’officina, quella vera, l’ha lasciata davvero, dando un calcio a un posto fisso che durava da almeno tre anni, da quando si era diplomato perito metalmeccanico all’Ipsia di Tolmezzo: «Inutile insistere, era troppo forte il richiamo dell’agricoltura. Capita che nell’adolescenza si facciano delle scelte scolastiche non finalizzate agli obiettivi che via via maturano con l’età. L’attrazione fatale era per i motori, ma nell’esercizio del mestiere non li ho mai visti. Il mio ruolo era infatti quello di programmatore». L’orizzonte è la Natura con le sue fasi e le sue regole. Da curioso com’è, si era messo a smanettare su Internet per apprendere ogni tecnica, che poi applicava nei terreni che pian piano entravano nella sua disponibilità. Tre anni fa la svolta. Ha frequentato i corsi per aprire l’attività agricola. Oggi ha un’aziendina, il cui nome mette assieme la specializzazione dell’impresa con la caratteristica del paese: Il Vecjo Mulin, dove la prima parola richiama i semi antichi usati nei campi, e la seconda si riferisce alla strada principale di Illegio dominata dai mulini. Non ha scelto però un percorso qualsiasi. Ci sono infatti vari modi di “fare agricoltura”. La frequentazione della Rete gli ha spalancato nuovi orizzonti. «Di giorno sui campi, di sera davanti al computer. Marco è un ragazzo cocciuto – mormora nonna Alda, che ha voluto assistere alla lunga chiacchierata -, guarda i cavoli anziché le ragazze. È un grande lavoratore, ma a modo suo: ha soltanto le piante in testa. Pensi che uno dei suoi clienti, un responsabile della Cartiera Burgo, l’aveva corteggiato per portarlo in azienda. Niente da fare, ha dato un altro calcio al posto sicuro. Ai giorni d’oggi… mah».Metodi rigorosamente naturali. Il nipote non raccoglie le provocazioni, si schermisce, sorride e prende la forza per introdurre un lungo ragionamento sull’agricoltura sinergica. Dedica l’incipit alla visione etica, non soltanto pratica, dei due pionieri che hanno applicato concretamente alcune teorie: l’agricoltrice spagnola Emilia Hazelip, la quale ha adattato al clima mediterraneo i principi del microbiologo giapponese Masanobu Fukuoka. Marco, prima si accerta che sui fogli degli appunti siano stati scritti correttamente i nomi, poi passa a una sintesi di questo sistema alternativo di coltivazione. «Sul campo – avverte – non si fa quasi niente, occorre l’umiltà di capire la Natura, poi si arrangia la terra a far crescere i frutti». E scandisce gli elementi principali del sistema sinergico: nessuna lavorazione del suolo, se non nella fase di avvio per riassestare il terreno; nessun concime chimico; neanche prendere in considerazione diserbanti o fitofarmaci; attenzione scrupolosa delle fasi lunari e del ritmo delle stagioni; rotazione tra alcune specie di ortaggi e di verdure. «Il terreno trova nel tempo il suo equilibrio naturale. Alla fine conta soprattutto la qualità del prodotto – spiega – che garantisce profumi e sapori. Che sia chiaro: non mi interessa raccogliere quantità sproporzionate di frutti. La terra ha tutti gli elementi per lavorare da sola. E le piante si adattano. Ciò che conta è invece il rispetto di valori vitali: noi nelle campagne siamo degli intrusi, al massimo degli ospiti. L’uomo fa soltanto danni, rischia di coltivare campi di plastica. Ecco, allora, che non dobbiamo stravolgere l’ordine prestabilito, perché dopo di noi arriveranno altre generazioni». Di tanto in tanto, alla spiegazione, arricchita dai risultati concreti di esperienze intriganti, Marco intercala una serie di critiche severe alle multinazionali, «che fanno soltanto i loro interessi seguendo logiche industriali e commerciali». E non si ferma più: «Per seguire soltanto il mercato si arriva all’impazzimento. Un esempio lo si trova nelle vigne: hanno dato finanziamenti per lo sradicamento dei vecchi vigneti soltanto per assecondare le mode, così hanno devastato tutto e ora si ributtano al ripristino delle viti di una volta, perché garantivano vino buono. Così si finisce per diventare dipendenti da sistemi che c’entrano poco con la vita dei campi».La bio-valley di Illegio. Marco Zozzoli sta creando il suo piccolo “regno delle biodiversità” procedendo attraverso sperimentazioni che assicurano un insieme di macchie di colori e di forme non comuni. Ha cominciato con la raccolta di vecchie sementi di mais, di legumi e di altri ortaggi ascoltando i racconti degli anziani del posto: «Alcuni mi hanno portato i loro sacchettini con i semi che hanno fatto la storia locale. Ho dato spazio soprattutto al sorc di Dieç, un misto di mais giallo e rosso di Illegio (Dieç, in friulano). Ne faccio farina per polenta e pane, con trattamento in un mulino che utilizza una macina di pietra». La novità è l’introduzione di un tipo particolare di mais, chiamato “gemma di vetro”, i cui chicchi rappresentano una gamma amplissima di colori. È il prodotto assolutamente naturale di una serie di incroci di pannocchie diverse. La provenienza è americana, il risultato è un valzer cromatico: «È la pianta che crea più curiosità nei mercatini che settimanalmente frequento. Ho un cliente vegano che viene appositamente da Verona per comprare il mio mais. Non riesco più a far fronte alle richieste. Pian piano raddoppierò la produzione, destinando a questo tipo di coltivazione un ettaro di terreno». In realtà, il giovane agricoltore ha fatto della biodiversità il suo mantra. L’investimento riguarda varietà diverse per ogni specie, «perché la biodiversità è ricchezza, in quanto proietta la storia nel futuro, adattando meglio le piante al clima e al suolo di un determinato territorio». Nei suoi semenzai c’è di tutto. La lista dei nomi è molto lunga. Comprende varie tipologie di pomodori, cetrioli, spinaci, peperoni, fagioli, fagiolini, cavoli, cipolle, patate, barbabietole, zucche, carote. Si tratta di un centinaio abbondante di nomi che non si ripetono mai, perché danno vita a “pezzi unici”. La vendita avviene soprattutto come prodotti freschi. Soltanto una piccola parte è lavorata nei laboratori di un paio di ditte, a Lestans e Tarcento, per ricavarne conserve, sottoli e sottaceti. A a conclusione della conversazione, Marco cala il suo asso: lo zigolo dolce, che è una specie di mandorla di terra (un piccolo tubero) prodotta da una pianta erbacea. «È una coltivazione in via sperimentale che mi occupa d’inverno, perché durante l’anno non potrei permettermi di sbrigare la mole di lavoro, tra pulizia dalla terra ed essiccazione. Un lavoraccio che alza il prezzo a quasi 30 euro il chilo. Ma la produzione, molto richiesta dai celiaci, va via bruciata». La frenesia del giovane coltivatore richiama quella di un navigato collezionista di francobolli. Acquista, o dà vita a scambi, attraverso i rapporti che intrattiene con singoli produttori e con alcune associazioni specializzate nella raccolta e nella riproduzione di particolari sementi in via di estinzione. Alimenta così coltivazioni di nicchia che sono da tempo estromesse dalle grandi catene commerciali, le quali hanno imposto la standardizzazione delle proposte, financo dei sapori. «Siamo dentro la morsa di una grande omologazione – conclude Marco – che ridimensiona la biodiversità. Le varietà sono appiattite su pochi numeri per convenienze economiche. Dettano legge persino i metodi di confezionamento dei prodotti. Per esempio, alcune specie di ortaggi sono scomparse perché non erano funzionali ai tipi di imballaggio. Così rischia di sparire tutto». Non a caso la Fao ha già cantato il de profundis a un buon 80 per cento di varietà vegetali. Marco, nel suo microcosmo di montagna, si propone invece come coltivatore-custode della biodiversità.

Pesariis: tornano i fasois, ripristinate le varietà di una volta

Risultati immagini per fasois fagioli

di GIUSEPPE RAGOGNA.

Il fumo esce abbondante dai camini delle abitazioni, Pesariis si prepara all’inverno. Il freddo si fa sentire nel piccolo paese carnico, incastonato nella lunga valle che si apre al Cadore. In giro non c’è anima viva. L’estate, che porta un po’ di turismo, è ormai un ricordo. Già si abbozzano i piani per il futuro. Nelle strette viuzze domina il silenzio, che non è minimamente disturbato dal lavorio meccanico dei congegni di alcuni orologi monumentali piazzati nei punti strategici: astronomici, a turbina, a vasche d’acqua, a cremagliera, a palette, con carillon. C’è un po’ di tutto per segnare il tempo, perché lassù, tra le manciate di case in pietra, è forte la tradizione centenaria degli arlois, come gli abitanti del luogo chiamano gli orologi, ideati e realizzati dai Solari, esportati ancora in tutto il mondo. La capacità di innovazione industriale ha tenuto a galla un settore messo sotto pressione da una concorrenza agguerrita, senza particolari traumi nel passaggio dal sistema analogico a quello digitale. Oggi però dell’attività di fabbrica è rimasto poco nel paese di origine, mentre i volumi più importanti della produzione sono concentrati nello stabilimento di Udine. Il marchio Solari è comunque ancora una garanzia. Lo testimoniano i tabelloni che segnano gli arrivi e le partenze in stazioni e aeroporti. È un riconoscimento della storia della Carnia, in particolare dell’ingegno che si è arricchito di tecnologia di generazione in generazione. Ripristino delle coltivazioni di una volta. L’altra caratteristica di Pesariis sono i fagioli (fasois, in carnico). La valle è il regno di numerose varietà: se ne contano almeno 160, che sono quelle censite. La catalogazione è work in progress, sotto la regia del dipartimento di Scienze Agrarie dell’Università di Udine. Alla ricerca partecipano un po’ tutti i coltivatori della Carnia. Molto attiva è Eliana Solari (cognome comune a gran parte dei residenti), che in paese viene indicata come “la signora dei fagioli”. Lei ha sempre avuto l’amore per il lavoro della terra, fin da bambina quando si attaccava alle gonne della madre e passava molte ore nei campi. È nata lì la sua passione. Gli studi l’hanno portata a fare altre scelte, almeno momentaneamente perché il tarlo della vita in montagna continuava a lavorare. Si è diplomata in arti grafiche, a Udine, trovando alcune soluzioni occupazionali. Ma il richiamo della terra l’ha sempre tormentata: «Sì, era troppo forte per me, non vedevo l’ora di dedicarmi anima e corpo ai campi di Pesariis». Così ha mollato tutto e si è ripresa la serenità che le mancava. Dai primi Anni 90, è una piccola imprenditrice che si muove da un’attività all’altra, in quanto è dura vivere lassù puntando soltanto su una monocoltura: «Non si fanno i soldi con i fagioli, al massimo si integrano le entrate familiari, o si produce per l’autoconsumo». In paese un po’ tutti coltivano “il legume della delizia”. Si sfrutta ogni fazzoletto di terreno nel rispetto della tradizione dell’orto di casa. Per Eliana Solari i fagioli hanno costituito la base di partenza della sua azienda agricola. È riuscita a mettere assieme, con pazienza, alcuni appezzamenti sparsi qua e là nei pianori del paese. Oggi ha a disposizione un ettaro abbondante di terreno. Quando sente parlare di biodiversità, le si illuminano gli occhi perché l’orgoglio è anche quello di faticare per conservare un’impronta d’identità al paese, che è fatta anche di fasois e di valori della terra. È il senso di appartenenza al luogo dell’anima, dove ci sono le radici, la storia, gli affetti. Nulla è stato buttato: la Val Pesarina, nonostante i marchingegni precisissimi degli arlois, è profondamente una valle “senza tempo”. Fagioli e basta, allo stato puro. Eliana Solari coltiva essenzialmente una quindicina di varietà autoctone: «Sono quelle ereditate dalla mamma, o meglio tramandate da più generazioni». Hanno caratteristiche e colori diversi l’uno dall’altro, ovviamente cambiano anche i sapori. Sono dei “pezzi unici”, con proprio nome: oltre ai Borlotti di Pesaris e della Carnia, i Laurons, i Dal Voglut / Plombin, i Cesarins, i Fumul, i Fasòlas, i Militons, i Favars. Ma l’elenco continua, e va in lungo. La semina avviene a primavera avanzata, per evitare le gelate improvvise che rovinerebbero tutto; mentre la raccolta inizia ad agosto e va avanti sino ai primi giorni di novembre. Una parte della produzione, la più precoce, viene utilizzata subito per esaltarne la freschezza; un’altra è sottoposta a essiccazione naturale, rigorosamente sulla pianta. L’azienda Solari mette sul mercato un quintale di fagioli freschi e un paio di quintali di secchi. Una buona scorta costituisce però il seminativo indispensabile per l’annata successiva. D’altra parte, bisogna fare un po’ le formichine: risparmiare per domani. La quantità di produzione dipende dalle condizioni meteo, perché anche queste colture cominciano a patire i cambiamenti climatici. Le temperature estive permangono a lungo elevate e la piovosità è scarsa. Eliana allarga le braccia e conferma sconsolata: «Non ci sono più le stagioni di una volta e le piante, che sono autoctone, soffrono». Ogni operazione richiede l’impiego delle sole mani, perché il terreno non ammette alcun tipo di meccanizzazione. I metodi di coltivazione sono rigorosamente naturali, senza impiego di nessun elemento chimico. I fagioli della Val Pesarina richiedono tanto lavoro, ma danno in cambio una buona qualità che si misura con i sapori della montagna. Non rispettano gli standard imposti delle catene industriali e commerciali, secondo i quali le macchine fanno tutto, e via: finiscono la corsa nei grandi supermercati, abbattendo i prezzi. Le varietà strettamente locali costano un po’ di più. «È inevitabile – sussurra Eliana Solari, quasi a voler giustificarsi – anche perché i nostri fagioli sono rampicanti e possono raggiungere i due, tre metri di altezza. Bisogna metterci i tutori di legno, o di canna, pianta per pianta, e poi richiedono cure esclusivamente manuali. Beh, però i nostri hanno tutto il gusto dei fagioli». L’unica attività di meccanizzazione è limitata alla sgusciatura, che viene eseguita a Cercivento, ma non per tutti i tipi.L’agricoltura multifunzionale. Una coltivazione di nicchia non può sostenere le esigenze di una famiglia, tra l’altro numerosa. Così la struttura aziendale dei Solari è diventata multitasking, cioè caratterizzata dall’evoluzione di più attività: non soltanto agricoltura fine a se stessa, ma anche trasformazione dei raccolti della terra e gestione di un agriturismo come sintesi dell’utilizzo dei vari prodotti. «Tutto è avvenuto – racconta Eliana – passo dopo passo, senza lasciare spazio a scelte improvvisate, perché le decisioni devono avere radici solide e una visione imprenditoriale». La creatività nel trattamento della “materia prima” ha influenzato l’innovazione in laboratorio: con i fagioli si può fare di tutto, dalle farine alle marmellate, persino i gelati. Le coltivazioni dell’azienda si sono estese ad altri tipi di ortaggi e di verdure: soprattutto patate, cavoli e verze per garantire la rotazione con benefici per la terra. C’è spazio anche per i frutti di bosco (fragole, lamponi, noci) e per la raccolta di erbe spontanee (radic di mont, tarassaco, sambuco, mirtilli, asparagi selvatici). Così, dal laboratorio di Eliana esce un po’ di tutto: confetture, sciroppi, prodotti in agrodolce e crauti. Anche i sistemi di vendita sono cambiati. Meno giri nei mercati, soprattutto nei posti più lontani: «Andavo a vendere fragole fino a Lignano». Più attività a Pesariis: «Proposte così particolari funzionano meglio nel luogo di produzione, perché dobbiamo portare la gente qui per far conoscere il territorio. Il cibo fa parte della cultura locale ed è elemento di identità». Da qualche anno i Solari hanno una “vetrina”: l’agriturismo. «Di sola agricoltura – spiega Eliana – una famiglia non può vivere, specialmente in montagna. Così mi sono lasciata trascinare dalla mia testardaggine. Avevo messo gli occhi su un edificio di pregio del ‘600 lasciato andare un po’ in malora. Mi doleva il cuore vedere quella casa, architettonicamente elegante, chiusa da tempo. Ho sfidato mio marito, un po’ prudente, e con i sacrifici l’abbiamo acquistata». Ora il locale è bene impostato: Sot la Napa è il nome che richiama il calore del grande fogolar al centro della sala. In cucina trova spazio un altro tipo di uso dei prodotti dei campi. I fagioli sono proposti nei vari menù, a partire dalla jota nella versione tipica della Val Pesarina. L’attività dell’agriturismo è stata l’occasione per stringere un po’ tutta la famiglia attorno alla stessa mission. Accanto a Eliana, la regista dell’impresa, ci sono il fratello Elio, che si occupa dei piccoli allevamenti in grado di rifornire la cucina di vari tipi di carne, il marito Amanzio, il quale sovrintende da pensionato all’osteria, la figlia Silvia. In parte c’è anche il figlio Antonio, che sta pensando a un coinvolgimento pieno. Invece, la figlia Elisa, laureata in Scienze sociali, ha preso una via legata al titolo di studio; e l’altra figlia Michela, laureata in Psicologia, sta ultimando la specializzazione universitaria, ma non disdegna di dare un aiuto nei mesi estivi. Eliana sorride, a conclusione della lunga conversazione attorno al fogolar: «A scandire il tempo ci pensano gli orologi, mentre noi possiamo occuparci della vita secondo il ritmo delle stagioni. E gustarcela».

Pesariis: Ataman, l’avventura italiana dei cosacchi

Immagine correlata

di PAOLO MEDEOSSI.
Chi è passato in Val Pesarina in una domenica dello scorso agosto può essersi imbattuto in una lunga processione che seguiva la statua della Madonnina del Culzei portata a spalla alla sua cappella, verso Pradisbosco. Momento suggestivo di un culto e di un rito che si rinnova ogni cinque anni a Pesariis quale ringraziamento per una strage evitata e che stava per compiersi nel Natale del 1944. Come atto di rappresaglia, 33 abitanti del paese dovevano essere fucilati su ordine di un ufficiale cosacco al quale si avvicinò una donna, Marianna Machin, che conosceva la lingua russa dopo aver lavorato sulla Transiberiana e con le parole giuste seppe convincerlo a desistere. Comincia così, con una storia vivissima nella memoria della valle, ma sconosciuta fuori di lì, un romanzo appena pubblicato dall’editore Gaspari di Udine. Narra, viaggiando tra realtà e fantasia, quei mesi dall’estate del ’44 al maggio del ’45 in cui la Carnia e ampie zone del Friuli vennero invase da 40 mila cosacchi, alleatisi con i tedeschi dopo essere stati attratti dall’ingannevole prospettiva di approdare in una Terra Promessa dove insediarsi definitivamente come popolo. Vicende già narrate, studiate, discusse in tanti romanzi e ricerche a cominciare dallo splendido “Illazioni su una sciabola” di Claudio Magris, ma quest’ultimo libro ( “Ataman. L’avventura italiana dei cosacchi”, 210 pagine, prezzo 16 euro) aggiunge una serie di elementi originali e in parte inediti. La prima sorpresa è il nome stesso dell’autore, Lorenzo Colautti, avvocato di Udine, che si è cimentato in questo impegno per narrare come meritava la straordinaria esperienza di cui è stato protagonista l’ingegner Gaetano Cola, personaggio conosciutissimo in Friuli per la sua attività professionale e per i trascorsi giovanili come giornalista al Messaggero Veneto. In più occasioni, Cola (suocero dell’avvocato Colautti) ha raccontato a familiari e amici i momenti del suo passato, in particolare nella fase finale della guerra quando lui, ragazzo, con padre campano e madre carnica, si era trasferito tra le montagne partecipando alla lotta di liberazione. Il romanzo dà un nome di fantasia al protagonista, Nicolò Costa, ma ripercorre ciò che Gaetano affrontò davvero in giorni nei quali la vita di tutti, nelle valli e ovunque, era appesa un filo. L’episodio più clamoroso avvenne quando, arrestato assieme ad altri due giovani sospettati di essere partigiani, venne portato dal comandante dei cosacchi, il generale Petr Krasnov, l’atamano, nome rimasto tra storia e leggenda, militare sì, ma anche scrittore di una certa notorietà internazionale negli anni Trenta. Durante l’interrogatorio davanti all’atamano, che lui non aveva riconosciuto, Nicolò-Gaetano si sentì rivolgere una domanda a sorpresa: «Ha mai letto autori russi?». Il ragazzo, che conosceva un po’il francese, dopo aver citato Tolstoj aggiunse proprio Krasnov, del quale la madre gli aveva fatto conoscere libri come “Dall’aquila imperiale alla bandiera rossa” e “Tutto passa”, ritenuto (anche dallo stesso Magris) il suo capolavoro.Con tale risposta a sua volta lasciò senza parole l’atamano che lo liberò dandogli una sorta di salvacondotto. Quel colloquio fu uno dei rari momenti nei quali il generale dialogò con gente della Carnia, rimanendo per il resto isolato tra i suoi incubi e la malinconia, a Verzegnis. E un altro dei momenti clou riguarda l’incredibile partita di calcio disputata a Osoppo nell’aprile del ’45 fra una squadra di partigiani e una di tedeschi e cosacchi. Episodio sul quale molto si è favoleggiato e anche discusso, nato forse dalla volontà di qualche tedesco di garantirsi una salvezza prima della imminente catastrofe. Nicolò-Gaetano fu l’arbitro di quell’incontro, vinto dai partigiani per 1-0. Il romanzo di Colautti narra poi una vicenda sorprendente sui cosacchi dopo la resa. In gran parte, come si sa, vennero consegnati dagli inglesi alle truppe sovietiche e molti morirono suicidi nelle acque della Drava. L’unico a resistere al potentissimo esercito di Stalin fu il principe del Liechtenstein che schierò un pugno di guardie a difesa di chi aveva chiesto asilo da lui, respingendo la minaccia. Ma il racconto di “Ataman” non si ferma al dopo guerra. Nella seconda parte, seguendo sempre le tracce cosacche, schiude nuovi scenari giungendo ai giorni nostri con una narrazione quasi da spy-story ambientata nella tensione conflittuale, di cui a livello mediatico ora si sa poco, che oppone la Russia di Putin all’Ucraina. Confronto che vede in gioco enormi e strategici interessi legati al petrolio, rendendo esplosivi i rapporti di forza tra le nazioni dell’ex Urss. Ne esce una ricostruzione mozzafiato, affidata alle intuizioni e alla fantasia dell’autore, il quale vuol mostrare come da quell’episodio accaduto a Pesariis i rivoletti lungo i destini di un popolo si siano sparpagliati ovunque, toccando anche i drammi attuali. «Ho voluto fare un romanzo storico, non un saggio – dice Colautti – rendendomi conto con stupore, visto il tempo trascorso, che indagare i fatti di quel periodo non è facile. Ci sono rancori e recriminazioni non sopiti. Sono contento di aver trovato un editore come Gaspari che mi ha indirizzato e consigliato un po’ su tutto. Il protagonista, che ha ora 93 anni e di cui io ho riordinato gli appunti, mi ha chiesto infatti per quale motivo il romanzo riporti sulla copertina il mio nome, non il suo».

Le eroiche portatrici carniche, due alpini rileggono la storia

di VALERIO MARCHIÈ
La recente l’approvazione da parte della Giunta regionale, su proposta dell’assessore alla Cultura, Gianni Torrenti, di un avviso pubblico sulla concessione di incentivi per progetti di rievocazione di una pagina mirabile della Grande Guerra: l’epopea delle portatrici carniche. La decisione è certamente apprezzabile. Peraltro, soprattutto negli ultimi anni, non sono mancate ricerche, pubblicazioni, spettacoli teatrali, celebrazioni (citiamo, fra tutte, quella del 2016 per il centenario della morte eroica di Maria Plozner Mentil, le cui spoglie riposano al Tempio Ossario di Timau). Innumerevoli vicende attestano la tenacia e le capacità delle donne nel primo conflitto mondiale: figure perlopiù (ma non soltanto) umili, pronte a tutto per sostituire gli uomini in famiglia, nelle scuole, negli ospedali, nelle aziende, nelle amministrazioni comunali, nei lavori militari… Per lungo tempo si è raccontata la Grande Guerra senza parlare delle donne. Oggi tuttavia, dopo quel lungo oblio, e sebbene vi sia ancora molto da fare, disponiamo di contributi notevoli. Ricordiamone alcuni esemplificativi, chiedendo venia a chi non verrà citato.Fra il 2015 e il 2016 l’editore udinese Paolo Gaspari ha pubblicato: “Le donne nella Grande Guerra”, di Lorenzo Cadeddu; “Le donne nella Prima Guerra Mondiale in Friuli e in Veneto”, di Elpidio Ellero (con dati anagrafici delle portatrici, e un saggio di Antonio Gibelli); “Accanto agli eroi. Diario della duchessa d’Aosta. Maggio 1915 – Giugno 1916”, a cura di Alessandro Gradenigo e dello stesso Gaspari.Un altro editore in regione (la Leg di Adriano e Federico Ossola a Gorizia) ha dato alle stampe nel 2012 “Donne nella Grande Guerra”, volume di autori vari a corredo di una mostra allestita a Gorizia sulle donne nel conflitto (con relativo convegno nell’ambito di “èStoria”).Ancora nel 2012, Alessandro Gualtieri ha scritto “La Grande Guerra delle donne. Rose nella terra di nessuno” (editore Mattioli 1885). Nel 2014, poi, il Mulino ha edito sia “Donne nella Grande Guerra” (un lavoro collettivo di giornaliste e scrittrici, introdotto da Dacia Maraini e con un capitolo di Francesca Sancin dedicato alle portatrici carniche) sia “Una patria per le donne. La mobilitazione femminile nella Grande Guerra” scritto da Augusta Molinari.Nel 2015 Antonella Fornari, con “Le donne e la Prima guerra mondiale” (Edizioni Dbs), ha proposto storie al femminile, fra cui alcune delle portatrici, mentre l’anno scorso è uscito “Donne in guerra”, a cura di Valentina Catania e Lorisa Vaccari (Cierre edizioni), che spazia dal primo conflitto mondiale all’Isis.A questi e altri sforzi si aggiunge ora quello di due alpini: lo storico-collezionista Enrico Meliadò e il generale Roberto Rossini, convinti che non si possa considerare la Grande Guerra sulle nostre montagne senza la storia delle donne che giorno per giorno, compiendo sacrifici estremi con rigida ed esemplare autodisciplina, rifornivano i soldati italiani fino alla cime più aspre.È nato cosi “Le donne nella grande guerra 1915-18. Le portatrici Carniche e Venete, gli Angeli delle trincee” (editoriale Sometti, con il contributo dell’Associazione Filatelica Numismatica Scaligera di Verona, della Fondazione Bpa di Poggio Rusco e della Sezione di Udine dell’Ana).Gli autori, che offrono fra le altre cose un ampio quadro storico e una sezione dedicata alle testimonianze di alcune portatrici, sono stati coadiuvati da enti e da appassionati: basti citare l’Associazione Amici delle Alpi Carniche, la Scuola primaria e il Museo della Grande Guerra di Timau, o il pittore-alpino Enrico Tonello. E l’apparato iconografico, confezionato in un volume di pregio con un prezzo che resta comunque abbordabile, colpisce per la quantità e la qualità delle immagini

Arta Terme: la montagna merita di essere conosciuta, di Marco Marra

di Marco Marra.

Le giornate di cultura naturalistica ad Arta Terme offrono a chiunque la possibilità di conoscere i molteplici aspetti del territorio montano della Carnia, con le sue caratteristiche morfologiche, in campo orografico e biologico, da cui si sviluppano i manti vegetali, dotati di piante svariatissime, dai colori intensi e suggestivi. La possibilità di conoscere i personaggi locali, che amano la propria terra e che continuano a studiarla, in loco, nelle sue diverse conformazioni.Uno di questi è Primo Miu e, se si vuole incontrarlo, ora c’è l’occasione opportuna.Basta entrare nella sala del noto “albergo Savoia” di Arta Terme, dove da diversi giorni è aperta al pubblico una esposizione di piante erbacee e arboree accompagnata da raffigurazioni pittoriche di fiori, infiorescenze e fogliami di ogni genere, eseguite da appassionati dell’arte pittorica che hanno voluto interpretare, con la propria sensibilità, il mondo complesso e misterioso della vita vegetale della montagna.Chiunque si avvicinerà a Primo, per fargli una serie di domande, resterà stupito nel sentire la valanga di conoscenze che egli si affretta a esporre, animatamente. E qui va ricordato che egli non conosce soltanto le tante varianti del mondo vegetale, perché è anche un solerte osservatore del mondo animale.In proposito, è un perfetto conoscitore della grande vipera ammodytes (detta vipera del corno), che è pericolosa per la grande quantità di veleno che può inoculare con il suo morso. Ma Primo ci tiene sempre a precisare che non è aggressiva, se non viene calpestata o molestata. Molto più aggressivo e pericoloso è il marasso lacustre. Ma, fra i pericoli della montagna non ci sono solo i rettili velenosi perché sono velenose anche molte piante, per non parlare dei molti funghi tossici, che è necessario conoscere bene per evitare.Richiamandoci ai principi della prudenza, che devono assumere tutti coloro che si dedicano all’escursionismo montano, va fatto notare che, sebbene si abbia sollecitato la pubblicazione di un utile “vademecum del turista”, atto a proteggere da ogni forma di pericoli coloro che frequentano la montagna, a tutt’oggi non si è fatto nulla in merito.Richiamando ora l’esposizione allestita nel palazzo Savoia, è opportuno che i visitatori si facciano guidare da Primo e dai suoi collaboratori, anche per conoscere come, da una pianta ben conosciuta, che è la betulla, possa fluire un liquido che ha poteri benefici per l’organismo umano.In conclusione, è giusto anche esprimere un ringraziamento al Comune di Arta Terme, che ha concesso la sala espositiva e a tutti coloro che hanno collaborato fattivamente all’allestimento della mostra.

Tolmezzo: “Maggio letterario”, terza edizione della rassegna letteraria d’incontri con l’autore

Al via la terza edizione di Maggio Letterario, la rassegna di incontri con l’autore organizzata dall’assessorato alla cultura del Comune di Tolmezzo, che porterà nella nostra città scrittori di livello nazionale spaziando dalla narrativa alla saggistica. Gli appuntamenti si svolgeranno dal 5 maggio al 22 giugno prevedendo 12 incontri tra presentazioni di romanzi e incontri incentrati su tematiche di forte attualità.

“Anche quest’anno abbiamo voluto portare nella nostra città una serie di autori di spicco proponendo dei momenti che possano favorire la conoscenza letteraria, avvicinare al piacere della lettura, proporre e stimolare riflessioni, creare momenti di confronto e dibattito. E’ anche attraverso lo stimolo culturale che un territorio si mantiene vitale e dinamico” dichiara l’assessore alla cultura Marco Craighero.

Il primo dei dodici incontri con gli autori si terrà venerdì 5 maggio alle 20.30 al Teatro Candoni di Tolmezzo. Ospiti saranno Beppino Englaro, Don Pierluigi Di Piazza e il dott. Vito Di Piazza che presenteranno il loro libro “Vivere e morire con dignità”, introdotti dalla giornalista del tg3 Marinella Chirico. Sarà un’occasione per approfondire e discutere in merito al tema del fine vita e del testamento biologico, anche alla luce della recente proposta di legge appena passata al vaglio della Camera dei Deputati.

Saranno poi ospiti a Tolmezzo la scrittrice Alessia Gazzola, dai quali libri è stata tratta la serie tv L’Allieva; la giornalista tv e scrittrice Francesca Barra; Matteo Bussola fumettista e poi scrittore, seguitissimo sui social; l’editorialista del Corriere della Sera Ernesto Galli Della Loggia; la sceneggiatrice cinematografica Ilaria Macchia, al suo primo romanzo, che presenterà anche il suo film Non è Un Paese Per Giovani; Franco Cardini, uno dei massimi storici italiani; la scrittrice armena Antonia Arslan e l’ex magistrato Raffaele Guariniello, famoso per le inchieste Thyssen e Eternit; oltre a due appuntamenti presso la biblioteca civica con Paolo Morganti e le pedagogiste Monica Nobile e Marina Zulian.

Molti i temi che verranno affrontati nel corso degli appuntamenti prevista: fine vita, la storia politica della nostra Repubblica, i rapporti tra occidente e oriente e la minaccia dell’Isis, la situazione della Turchia e i risvolti sull’attualità tra passato e presente, lo stato della giustizia in Italia e altro ancora.

Inoltre l’11 maggio presso la Galleria Cooperativa alcuni studenti delle scuole medie di Tolmezzo daranno vita alla “Biblioteca dei libri viventi” diventando essi stessi dei libri che interagiranno col pubblico raccontando delle storie.

Questo il calendario completo degli appuntamenti:

Beppino Englaro, Pierluigi Di Piazza, Vito Di Piazza “Vivere e morire con dignità”  5 maggio ore 20.30 Teatro Candoni 

Alessia Gazzola “Un po’ di follia in primavera” 10 maggio ore 18.15 Sala Riunioni Via Marchi 

Francesca Barra “L’estate più bella della nostra vita” 16 maggio ore 18.15 Sala Riunioni Via Marchi 

Matteo Bussola “Notti in bianco, baci a colazione” 20 maggio ore 16 Sala Riunioni Via Marchi 

Ernesto Galli Della Loggia “Credere, tradire, vivere. Un viaggio negli anni della Repubblica” 26 maggio ore 18.15 Sala Conferenze Uti 

Ilaria Macchia “ho visto un uomo a pezzi” 29 maggio ore 20  Cinema David

A seguire l’autrice sarà presente alla proiezione del film Non è Un Paese Per Giovani, di cui è sceneggiatrice.

Franco Cardini “L’Iphone e il paradiso” e “Il califfato e l’Europa” 1 giugno ore 20.30 Sala Conferenze Uti 

Antonia Arslan  “Lettera a una ragazza in Turchia” 6 giugno ore 18.15 Sala Riunioni Via Marchi

Raffaele Guariniello “La Giustizia non è un sogno” 9 giugno ore 18.15 Sala Conferenze Uti

DELLA BIBLIOTECA:

La Biblioteca dei libri viventi 11 maggio Galleria Cooperativa ore 10

IN BIBLIOTECA:

Paolo Morganti “Le Forme del Male” 15 giugno ore 18

Monica Nobile, Marina Zulian (associazione Barchetta Blu) “Qualche volta si può” 22 giugno ore 18

Tutte le informazioni sugli incontri sono disponibili nel sito internet www.comune.tolmezzo.ud.it oppure possono essere richieste all’Ufficio Cultura telefonando al numero 0433 487987–487961 o scrivendo un’e-mail all’indirizzo [email protected] .

Carnia: “Note di vita bellica in Carnia 1916-1917” con “I fusilâz” e “Le Portatrici carniche”, sei spettacoli che rileggono la Storia

Risultati immagini per “Note di vita bellica in Carnia 1916-1917”

R.C. dal MV di oggi.

Una rassegna nuova, e non soltanto perché si affaccia per la prima volta in Carnia: nuova anche per il suo modo di raccontare la Grande Guerra. Si tratta di “Pace alla guerra”, “Note di vita bellica in Carnia 1916-1917”, in scena con sei spettacoli a partire da martedì 25 aprile fino a sabato primo luglio in diversi paesi e città tra Carnia e Friuli. Sei performance fra storia, teatro e musica, che andranno in scena il 25 aprile a Cercivento, il primo maggio a Timau di Paluzza, il 21 maggio a Tolmezzo, il 2 giugno a Somplago (Cavazzo Carnico), il 29 giugno a Udine e il primo luglio a Forni Avoltri. Protagonisti principali saranno il giornalista Guerrino Pacifici (interpretato da Adriano Giraldi) e il tele-cine-operatore Miro Vojnovich (Maurizio Zacchigna), che racconteranno la Grande Guerra. Con loro anche le attrici Maria Grazia Plos e Roberta Colacino e il gruppo strumentale Lumen Harmonicum, che rivisiterà il repertorio italiano e austro-ungarico del periodo bellico. La cura del progetto (l’idea, i contenuti testuali e musicali, la supervisione) è di Massimo Favento; la regia teatrale è dell’Associazione Mamarogi e le illustrazioni – prodotte ad hoc sui personaggi delle storie, sono di Mauro Zavagno. “Pace alla Guerra” è un progetto di Lumen Harmonicum che si avvale del contributo della Regione Fvg e della collaborazione della Fondazione Luigi Bon. “Pace alla Guerra” è un’anteprima di “Carniarmonie”. «Parlare della Grande Guerra – spiega Celestino Vezzi – ha senso se si esce dalla retorica, si guarda oltre i forzati paraocchi, si dà spazio e voce non solo ai testi ufficiali, ma anche ai diari della gente comune, si evita di citare a ogni piè sospinto la parola Patria quale panacea giustificatrice di ogni scelta. In questo contesto alcuni termini assumono significati precisi e i riferimenti non sono casuali: disobbedienza, sacrificio, diserzione, follia, ideologia, memoria». Proprio queste, infatti, saranno le chiavi di lettura per i singoli episodi. La rassegna s’iniziera il 25 aprile, alle 16 alla Cjase da Int di Cercivento, con il primo spettacolo intitolato “Rapsodia di una pallottola. Backstage per giornalisti & plotone musicale su “I Fusilâz di Çurçuvint” che si raccoglie sotto il “cappello” della disobbedienza. Sul palcoscenico sono gli attori Adriano Giraldi in Guerrino Pacifici e Maurizio Zacchigna in Miro Vojnovich e nel Colonnello; con loro il Gruppo Strumentale Lumen Harmonicum (Chiara Minca – voce, Mauro Verona – corno, Marco Favento – violino, Massimo Favento – violoncello, Denis Zupin – percussioni). Attraverso i dialoghi degli attori e le “spiegazioni” musicali scorrerà un particolare racconto dell’episodio – ormai noto – de “I Fusilâz di Çurçuvint”, il tragico caso di Silvio Gaetano Ortis e di altri tre alpini fucilati dai Carabinieri per essersi rifiutati di sostenere un attacco decisamente suicida contro una postazione austriaca sulle montagne che loro conoscevano tanto bene, pur avendo proposto una valida alternativa. Un caso estremo di disobbedienza (e purtroppo di giustizia sommaria) ancora molto dibattuto nel quale la logica irrazionale della disciplina militare prese il sopravvento su buonsenso e umanità. Lo spettacolo rovescia la prospettiva dando la parola non alle vittime, ma al plotone d’esecuzione. Il secondo appuntamento si terrà il primo maggio alle 16 a Timau di Paluzza nella sala parrocchiale San Pio X, quando si parlerà del senso di sacrificio. “L’amica di Maria” sul mito di Maria Plozner & delle Portatrici Carniche affronterà ancora un caso più e più volte discusso, quello delle Portatrici Carniche, di cui Maria Plozner, uccisa da un cecchino, è l’emblema. Gli spettacoli continueranno il 21 maggio, il 2 giugno, il 29 giugno e il primo luglio con altri quattro episodi-reportage nei quali si rileggono alcune pagine divenute aneddoti e leggende con gli occhi esterni delle persone comuni, dei non protagonisti. 

Carnia: montagna in crisi, lo spopolamento è una sciagura regionale

di Alfio Anziutti Forni di Sopra.

Lodevole iniziativa quella del Messaggero Veneto che fotografa il lento, costante, inarrestabile declino della montagna friulana. Mi soffermo sulla Carnia dove vivo, “la Madre del Friuli”. Scrigno di luoghi, come ben sa chi li frequenta, ancora puri, necessari a tutta regione, ricchi di acque spumeggianti, che nascono e assieme alla loro gente qui vogliono vivere e amministrarsi. Terra di storia, di preziose diversità animali e vegetali, di monumentali vallate, le Dolomiti Friulane che l’Unesco ha elevato a Patrimonio dell’Umanità. Paesi ricchi di originali parlate, di gelosi campanili e medievali municipi che una regione ignorante di cultura montanara vuol trascinare a valle, portarli all’ammasso a Tolmezzo: non riuscirete, cari politici, a cancellare l’antico soffio delle nostre storie, tanto meno a far diventare pianura la montagna. “Non fermerete il vento”. La natura di queste “terre alte” e di chi le abita è un mondo diverso, va compreso con umiltà e ascolto, aiutato a migliorare, applicando i differenziali su costi sociali e imposte: perché “non ci possono essere tasse uguali fra diseguali”, la legge “non” deve essere uguale per tutti: in particolare per chi abita a 50 chilometri dagli uffici e dagli ospedali, per chi tiene acceso il riscaldamento 6 mesi all’anno, per chi è senza internet veloce, per chi deve subire una alluvione di scartoffie sul nulla. In montagna deve vivere gente che abbia cura e rispetto dell’ambiente, che opera sul territorio, che “in primis” produce beni agro-zootecnici di qualità, che lavora una terra che conosce e ne sana le ferite: guardie, controlli, norme e scrivanie lasciamoli pure alla pianura. Lo spopolamento della montagna è una sciagura regionale (nazionale!) mai concretamente affrontata, nonostante l’art. 44 della Costituzione voluto dal carnico Gortani reciti: “La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane”. Sono decenni che vengono drenati montanari e acque e poteri e soldi verso la pianura, sono altrettanti decenni che le parole in Regione non cambiano, sempre inutili e banali. Nei convegni pubblici i frettolosi politici regionali, indistinti, si presentano con le solite giaculatorie: “dobbiamo fare, bisogna attivare, è necessario impegnarsi, occorre fare…” Ma “sacrabolt”, fate! Ascoltate, informatevi con i montanari su proposte e necessità, e solo dopo aver capito, come diceva Einaudi, deliberate, perché siamo stufi di leggi e norme inventate a tavolino (turismo, strade, acque, Uti) che ci arrivano “dal basso”. A questo punto o si cambia spartito, atteggiamento e solfa, praticando la politica della dignità e del rispetto dei cittadini, oppure per manifesta incapacità dell’“ente inutile regionale” si convochino gli “Stati Generali della Montagna” così da cominciare finalmente a capire, partendo dalla cultura, come-dove-quando.