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Carnia: è il momento di riflettere sul mercato del legno

di Delio Strazzaboschi.
Dopo l’eccezionale maltempo e i danni epocali provocati ai boschi della montagna, occorre provvedere al più rapido recupero del materiale legnoso, e successivamente alla ricostituzione dei boschi stessi. Ma, indipendentemente da ciò, dovrà anche essere colta l’occasione per riflettere, forse diversamente, sulla cosiddetta “filiera legno”. È un po’ difficile da spiegare: soggetti che da sempre agiscono solo dal punto di vista del proprio interesse, ora offrono e chiedono collaborazione, auspicano e anelano, organizzano tavoli e tavolini. Ma è ben semplice: i rapporti fra cliente e fornitore sono comunque rapporti di mercato, basati su interessi oggettivamente opposti. La sensazione è che ora si voglia promuovere come obiettivo generale una ingiustizia sostanziale, ovvero riuscire a ottenere al minor prezzo possibile il prodotto dal soggetto a monte della filiera (pretendendone addirittura il consenso formale): il produttore di semilavorati o pannelli rispetto alla segheria, la segheria rispetto al proprietario boschivo, eccetera. Così facendo, tutto viene ribaltato a monte, sui proprietari, che risultano i benefattori della filiera in nome dell’interesse di tutti e dei profitti di qualcuno. Il risultato non può che essere l’ulteriore riduzione delle utilizzazioni boschive: meno investimenti e meno occupazione, paesi abbandonati, territorio che frana (e più importazioni). E una ulteriore delusione, probabilmente l’ultima. Sì, si parla troppo di filiera legno. I proprietari del bosco nella montagna friulana sono prevalentemente i Comuni, i domìni collettivi e i consorzi privati. Perché non si taglia abbastanza? Perché manca la viabilità forestale. La Regione ancora si illude che possa essere realizzata con contributi al 50%, dimenticando il valore non soltanto economico ma di generale fruibilità (didattica e turistica) delle foreste. Serve di più, il 90%. Ai proprietari pubblici e collettivi si finanzino poi finalmente gli investimenti per impianti di cogenerazione basati sulle biomasse forestali (compresi quelli per la logistica del cippato). E non si taglia, soprattutto, perché non si guadagna abbastanza vendendo il bosco in piedi. La Regione non riconosca più contributi ai proprietari che continuano a farlo e non affidano le lavorazioni alle imprese boschive locali (che in questo modo sarebbero concretamente sostenute), vendendo poi direttamente o tramite la borsa del legno il legname assortimentato a piazzale, o che non si organizzano in azienda forestale con propri uomini e attrezzature per la gestione diretta del bosco. È vero, i prezzi sono un po’ migliorati vendendo i tronchi in Austria o Germania. Ma il problema generale è che si vendono i tronchi all’estero, da cui poi si ricomprano travi, tavole, perline e segati in genere. Non è che ci voglia molto a capire: servono le segherie di vallata (per esempio, tre in Carnia, due in Canaldeferro-Valcanale). Grandissime, tecnicamente all’avanguardia, tutte dotate di impianto per la produzione di pellet. Finanziate direttamente e totalmente dalla Regione quale infrastruttura pubblica di sistema, e poi gestite da manager (veri, no parenti e amici) che potranno operare sul mercato, nell’interesse generale, a prezzi competitivi perché non costretti a recuperare gli investimenti. Dovranno invece essere capaci e bravi a vendere ovunque possibile semilavorati segati e pellet della montagna friulana, scalzando i prodotti d’importazione. La politica prenda finalmente atto che anche nella filiera legno si è in presenza di un fallimento del mercato: risorse non valorizzate (non si taglia e si importa legno, no investimenti e no occupazione) e bisogni non soddisfatti (economia locale, vitalità delle comunità, cura del territorio). E agisca, finalmente, di conseguenza. —

Morire di corruzione? Una cosa “quasi” normale di Delio Strazzaboschi

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di Delio Strazzaboschi.

    Ci sono medici che prendono paura se ti presenti con un piccolo taglio, non sanno lavare le orecchie né mettere un punto di sutura, le loro anamnesi sono basate sulle chiacchere e le conseguenti cure dipendono da competenza, caso e pressioni dei generosi venditori di farmaci. E ci sono ospedali nei quali si va per partorire o per un piccolo intervento di routine, e dai quali si esce cadaveri. Ci sono pubbliche amministrazioni in cui una moltitudine di impiegati spiega ai cittadini come non fare le cose che si possono fare, non compiendo però loro ogni giorno quelle che dovrebbero. Dall’altra parte, un’infinità di colleghi lavora alacremente per calcolare e farsi pagare fino all’ultimo centesimo ogni tipo di gabella, destinata esclusivamente a perpetuare l’inappagabile burocrazia. Ci sono scuole nelle quali bidelli non fanno nulla proprio e dirigenti dell’arbitrio si circondano di yes-men cui delegare ogni cosa pur di non doversene occupare, come la gestione strumentale delle pre-iscrizioni o i progetti per guadagnare di più educando di meno. Le docenti non insegnano più nulla in modo dialettico, ovvero accompagnando l’alunno nell’apprendimento: solo lezioni frontali e verifiche, estirpando per sempre la voglia d’imparare. Nell’indifferenza dei Comuni (la scuola è un elemento del marketing elettorale), dei sindacati (oggettivamente complici) e nell’impotenza dei genitori (soggettivamente vittime), la scuola riproduce coerentemente sé stessa, danneggiando così in modo irreparabile prima i giovani e dopo l’intera società.

    Poi un giorno una nave da crociera va a sbattere contro uno scoglio. Un altro giorno due treni si scontrano frontalmente. E nonostante la (inspiegabile) quotazione in borsa dell’ente controllo voli, c’è da attendersi il prossimo evento ragionevolmente possibile, la caduta di un aereo dopo il decollo o prima dell’atterraggio. Dopo le tragedie il Paese s’interroga, attonito. Completamente corrotto, e quindi complice, finge di non sapere come ciò possa accadere, ma in tutte le epoche e a tutte le latitudini il modo in cui si fanno le cose è espressione ultima di chi si è. Nessuno ricorda più come quel tale abbia vinto un concorso, quell’altro abbia avuto un lavoro, questo qui un incarico e quello là una nomina. Erano e sono un po’ troppo ignoranti, illetterati, inadeguati, incompetenti, intorpiditi, inutili. E’ colpa loro, e solo loro (perché non tutti sono così). Perché stupirsi ?

 

Carnia: la rivoluzione è sempre opera di una avanguardia

di Delio Strazzaboschi.

Le mirabolanti promesse del capitalismo degli anni ’80 non sono state mantenute. Gli unici progressi si sono avuti nelle tecnologie informatiche, cioè nella simulazione della realtà, ponendo i clienti al servizio dei propri fornitori: tutto il giorno ognuno esegue gratuitamente il lavoro della banca, dell’agenzia di viaggi e del commercialista. Si esaltano creatività e imprenditorialità, ma la disponibilità di manodopera a basso costo in capo al mondo permette agli industriali d’impiegare tecniche di produzione assai meno evolute di quelle che dovrebbero usare in patria. Le scarpe da ginnastica non vengono prodotte con nanotecnologie dai cyborg, ma cucite su vecchie singer dai figli dei contadini che non possono più coltivare la loro terra. Non è quindi la concorrenza di mercato il fattore di sviluppo del capitalismo, ma come sempre lo sfruttamento del lavoro. La conseguente disfatta sociale interna ha fatto sì che oggi in Europa si salvi solo chi può.

Ed è finalmente chiaro che cosa sia la politica in Italia. Consiste nel mettere nel sacco gli sprovveduti, disinformati dalla tv, e nel comprare il consenso degli altri. Per i primi, quotidiane narrazioni favoleggiano dell’isola che non c’è (se la disoccupazione giovanile passa dal 40 al 37%, la notizia è la sua perdurante e dilaniante enormità e non certamente la sua risibile diminuzione percentuale). Dei secondi, con la fiscalità generale derivata al 90% dalle tasse strapagate dai lavoratori, si comprano semplicemente i voti: 80 euro, jobs act, 500 euro a insegnanti e diciottenni, milioni ai Comuni al voto, stipendi ai preti, Imu e dottrina cattolica a spese dello Stato, i privilegi di dirigenti pubblici e forze armate, e anche i prossimi 30mila prepensionamenti nelle banche. Si usano le risorse spremute dal vertice produttivo della piramide rovesciata del Paese (per il quale diminuisce la speranza di vita e aumenta ogni anno l’età pensionabile) per vincere le elezioni, sommando il consenso d’illegittimi interessi parassitari. E non c’è magistratura che possa impedire la corruzione dei cittadini da parte della politica, se questi sono indegni della repubblica democratica: la storia del Pci è in mano a un democristiano e quella della CGIL a una socialista. La rivoluzione è sempre opera di una avanguardia, si sa. Ma se ogni altra soluzione ha fallito, e non c’è né fiducia né speranza nelle istituzioni, per liberarsi dell’attuale angosciosa oppressione alla minoranza produttiva non resta altro.

Alto Friuli: in Carnia, guai dire la verità, si diventa antipatici di professione

di Delio Strazzaboschi Prato Carnico.

Anche in Carnia, guai dire la verità e comportarsi di conseguenza: si diventa “antipatici di professione”. Così facendo non si ottiene alcun sostegno per un’anziana che non si ricorda niente, al contrario, 104 provvidenze e indennità le percepiscono le false badanti di famiglia cui le vecchiette preparano perfino da mangiare. Si dice di difendere la scuola di montagna, poi per interesse privato degli amministratori si mandano gli scuolabus a portare gli alunni in altro comune (ma, si sa, per qualcuno la politica è una maniera eccellente di affrancarsi dalla durezza della vita). Se un giovane di buona preparazione e volontà cerca occupazione, gli passano davanti tutti i raccomandati e i più finti e diversi handicappati. E se, nonostante tutto, qualcuno riesce perfino a inventarsi un lavoro per sé e per altri, ma non è fra quelli che comandano, lo si maltratta a vita. Guai poi a pretendere il rispetto di una qualsiasi regola civile: si viene subito isolati. Già nel 1438 della curia romana, “scelleratezze, infamie, frodi e menzogne hanno nome di virtù, mentre la virtù, la probità, i retti studi, le arti oneste, non solo non hanno alcun premio ma non trovano neppure un posto. Dovunque regnano e dominano sugli altri gli ignoranti, gli sfrontati, gli scialacquatori, i sordidi, i furfanti. Invece i buoni, i dotti, i moderati, i modesti, i temperanti, giacciono depressi, cacciati, disprezzati”. Si preferisce il suddito docile che può essere manipolato in diverse attività utili all’igiene sociale, come la delazione e l’intrigo, ma anche la moderna partecipazione a una qualche associazione (la prosecuzione della famiglia con altri mezzi). I tempi e le tecniche cambiano, resta sempre uguale il progetto di dominio: l’apparato seleziona gli individui in base al grado di corrispondenza al proprio modello, al conformismo culturale e morale. Continua “l’autobiografia della nazione”, una normalità davvero orribile. Eppure il sistema soffre notoriamente d’una cronica penuria d’intelligenza, perciò dovrebbe tenersi cari gli individui dotati, invece li carica a testa bassa. Ad esempio, al di là di costi e produttività, i dipendenti pubblici in Italia sono 3,435 milioni, contro i 5,785 della Gran Bretagna e i 6,217 della Francia. E dato che nei paesi sviluppati il principale datore di lavoro dei laureati è il settore pubblico, occorrerebbe prevedere l’assunzione di un milione di giovani. Anche perché la favoleggiata ripresa è solo un’illusione; il mondo oscilla tra una tempesta e una crescita stentata, tra una nuova mediocrità e una stagnazione secolare. Per di più, iniettare liquidità nell’economia produce il rischio di bolle speculative e, soprattutto, di aumento delle disuguaglianze sociali, visto che a rivalutarsi sono i patrimoni di chi è già ricco. E uno Stato clericale, che paga le baby pensioni ai cappellani militari, si appresta a derubare gli onesti anche dopo morti (i lavoratori che avevano versato i contributi), tagliando le pensioni di reversibilità. Disfacimento totale. Ma c’è bisogno di qualcuno che resista, anche quando pochissimi sono disposti a farlo, e che difenda il diritto all’uguaglianza, le ragioni dei deboli e perfino quelle della ragione. Come in passato, ci sono tempi e circostanze in cui essere rigorosamente intransigenti è vero realismo, mentre il compromesso collaborativo è povera illusione, poiché sconfitto non è chi perde ma chi si arrende. Urgenza civile e necessità interiore pongono ormai la questione non già di cosa si propone, ma cosa (e anche chi) ci si toglie finalmente di torno. 

Carnia: Delio Strazzaboschi e l’avanguardia del peggio

di Delio Strazzaboschi – Prato Carnico.

Si continua a prendere in considerazione solo un aspetto dello scambio economico, quello della domanda di beni e servizi che soddisfano bisogni umani, trascurando l’offerta, ovvero la disponibilità di risorse naturali, come clima, terra, acqua, minerali, combustibili, eccetera. Ma la storia dimostra che negli ultimi due secoli si sono consumate più ricchezze naturali che nei diciotto precedenti, sfruttando risorse ad un ritmo senza uguali. La sete di averi, la ricerca del profitto, ha superato confini e limiti mai infranti, proseguire sulla medesima strada rappresenta ormai una minaccia per la continuità della specie. Non ci sarà quindi la “fine della storia” (capitalismo planetario e perenne) perché scompariranno le risorse necessarie a permetterlo. Forse la crescita economica non sarà più quella del XX secolo, non si avrà più di quanto oggi è dato. I poveri ne soffriranno maggiormente e potrebbe riemergere una struttura sociale a caste, come nell’era pre-industriale. La crescente diseguaglianza economica rafforzerà ulteriormente l’economia a scapito della democrazia (“curioso abuso della statistica”): i ricchi si riprenderanno il controllo dell’intera società, la concentrazione di denaro e potere nelle mani di pochi privilegiati provocherà ulteriore impoverimento dei meno abbienti. Tranne una piccola minoranza irriducibile, si preferirà abdicare alla propria libertà in cambio di un’utile sottomissione, “farsi schiavi pur di aver da mangiare”. Le elezioni diventeranno inutile formalità, perché basate su sistemi elettorali controllati dai partiti che, a loro volta, saranno dominati dalle élites politiche e dalle oligarchie economiche. I sogni di libertà, benessere e pari opportunità per ognuno si riveleranno prima irrealistici e poi irrealizzabili. Invece di immaginare strategie contro tale crisi epocale, la società si autocompiace: non si vuol credere che le cose possano cambiare, in peggio. Eppure il mondo è in recessione dal 2009, gli scambi commerciali via internet non sono più universali ma prevalentemente nazionali, per la prima volta nelle maggiori economie i consumi interni superano le esportazioni, come in Cina e in Russia, i cui bisogni post-industriali (sanità, istruzione, turismo) consumano meno materie prime e quindi meno importazioni. La globalizzazione è in ritirata e nuove barriere invisibili, nell’interesse degli Stati nazionali, si stanno ricostituendo. L’Italia è al solito all’avanguardia nel peggio: precarizzazione del lavoro, disoccupazione di lunga durata e riforme dannose hanno diminuito il livello complessivo di protezione dei lavoratori. Poi c’è il primato del clericalismo di tutte le forze politiche; per le ingerenze della chiesa, peraltro evasore fiscale, nessuno si indigna più (come ai tempi del papa re) e la laicità della politica e perfino dello Stato sono scomparse. Non solo, nel belpaese si parla ormai a vanvera, come in epoca pre-scientifica: ogni affermazione, pur legittima, viene rispettata anche se clamorosamente falsa! Vengono quotidianamente formulate asserzioni prive di significato, senza alcuna relazione con la verità né assunzione di responsabilità verso i destinatari, tutto è accettato senza censura. Scomparse semplicità e chiarezza, comandano approssimazione e menzogna, la politica comunica per immagini nel vuoto di idee, la perdita di senso dei discorsi porta alla sfiducia verso il linguaggio stesso. E toglie perfino la voglia di parlare.