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Questo è il blog di Aldo Rossi, cantautore Friulano. Ci trovi musica e news dalla Carnia e dal Friuli.

Aldo Rossi: tornare a scrivere…

Ritornare a scrivere!


Detta così potrebbe far pensare ad un momento di pausa, di stasi, di mancanza di idee e creatività, ad un prosciugamento del pozzo in cui i miei pensieri più profondi si aspettano che l’intrecciarsi della vita, mi porti a ritrovarli. In realtà di scrivere canzoni non ho mai smesso, però rifuggendo nell’innovazione, nel cercare quello che oggi chiamano l’effetto “wow”, proiettandomi nella zona in cui il genio della trovata non ammette troppe discussioni, come la recentissima “Vino rosso”. Una modalità  proiettata nel futuro che sotto sotto, serve anche a fare in modo che si non debba mai fare i conti con il passato.

Il passato che, musicalmente parlando, significa canzoni di grande successo e impatto emotivo che non smettono mai di essere ascoltare nemmeno 15 anni dopo averle scritte, con le statistiche di Youtube.com a dirmi che qualcuno, da qualche parte del mondo, anche oggi ha visualizzato e messo in play brani come “Cjalde che sere”, “A la su”, “La me rosse”, “None “. Per questo non ho più cercato quel filone compositivo, quelle radici ben piantate in un territorio e nella sua cultura che mi hanno permesso di scrivere, brani che con le mille attestazioni di affetto e di stima da parte di chi mi segue, posso definire i miei piccoli “capolavori”. C’è una paura là in fondo al mio cuore: quella di non essere più all’altezza di quello che sono stato, di confrontarmi con quel temibile avversario che è quel “che tu sei già riuscito a fare”; paura di ritrovarsi a pensare se quel tempo trascorso possa tornare, se il mondo visto dai tuoi occhi ha ancora la capacità di far generare parole e suoni dalla tua anima. E se ancora ci fossero per la tua terra e per i tuoi “fradis”, temi così unificanti da trattare che possano arrivare a tutte coscienze e venir riconosciuti come parte di un bene comune condiviso…

E da qui che nasce la necessità di un ritorno alla scrittura, a quel tipo di scrittura.

Per farlo ho abbandonato tutti quegli aiuti, quel porto sicuro che è il tuo Mac, dove è facile sviluppare le idee a patto di saper riconoscere quella giusta tra le cento che puoi generare. Niente computer, decido che scriverò a mano e utilizzerò solo un registratore per incidere le note della mia chitarra. Esattamente come facevo 15 anni fa e vi assicuro che non è un vezzo: al diverso modo di scrivere corrispondano cambiamenti nel modo di pensare, la scrittura a mano obbliga a una maggiore concentrazione; tornare a scrivere con la penna e in corsivo è il modo migliore per allenare il pensiero e per renderlo fluido. Lo sguardo è puntato sulla mano che guida la penna sul foglio e su di essa convergono movimento e creatività. Mi obbligo ad usare solo la chitarra e non i sequencer con i loro suoni elettronici: se le mie canzoni migliori sono arrivate così è da li che dovrò ripartire.

E un argomento condiviso che riesca ancora a farsi riconoscere come valore comune della Friulanità nel 2020, finalmente ora credo di averlo trovato.

Quindi posso dirvi che ci sarà una nuova canzone scritta ora come allora e che regalerò a chi mi segue: un dono per il Natale 2019.

Legambiente FVG e WWF, comunicato congiunto sulla moria delle api

 

Le associazioni ambientaliste LEGAMBIENTE e WWF ritengono necessario intervenire nel dibattito in merito al tema “moria delle api”, con queste brevi note.

  1. Prologo: il contesto globale e la biodiversità
  • Secondo Johan Rockström, co-direttore del Potsdam-Institut für Klimafolgenforschung (PIK) e uno degli scienziati che ha definito i cosiddetti 9 confini planetari (limiti ecologici) che non dovremmo oltrepassare, «per evitare il disastro climatico, l’eliminazione dei combustibili fossili è la parte facile», il test definitivo per l’umanità sarà la salvaguardia delle risorse biologiche nell’acqua, nel suolo e la biodiversità;

  • Il tasso di estinzione delle specie sta accelerando” “a un ritmo senza precedenti nella storia umana”, causando ora gravi effetti sulle popolazioni in tutto il mondo”. Un nuovo e più grave allarme lancia oggi la Piattaforma intergovernativa sulla biodiversità e sui servizi degli ecosistemi (IPBES), che ha approvato nella sua 7ª sessione plenaria a Parigi il “Global assessment Report” (29 aprile-4 maggio 2019);

  • Il declino degli insetti pronubi e delle api in particolare, è la punta dell’iceberg di una drammatica ed inaccettabile perdita di biodiversità che ha tra le sue cause principali, l’impatto del modello di produzione agro/industriale.

L’inchiesta friulana sulla moria delle api (per non nascondere la testa sotto la sabbia) evidenzia, la necessità di cambio di passo nelle modalità di produzione agricola, che nel tempo ha privilegiato la diffusione dei pesticidi, in luogo di tecniche agricole alternative ed integrate, miranti a ridurre l’impatto sulle acque, aria, suolo e biodiversità. Come accelerare la transizione è un quesito dirimente per le istituzioni pubbliche, le associazioni degli agricoltori, gli imprenditori agricoli e i portatori di interesse? Molti cittadini hanno già scelto. Come peraltro hanno già fatto i cittadini e le istituzioni della Baviera;

  • Gli agricoltori sono l’ultimo anello della catena che, a monte, conserva importanti e imponenti interessi economici, favorevoli al business e non certo a una agricoltura con basso utilizzo di sostanze chimiche;

  • La soluzione processuale (messa alla prova con misure formative) che è stata prospettata da uno degli indagati e rispetto alla quale la Procura della Repubblica di Udine si è espressa favorevolmente, è coerente con l’auspicabile approccio che dovrebbe caratterizzare un’agricoltura innovativa: approfondita conoscenza degli agrofarmaci che vengono utilizzati, sicurezza nel lavoro agricolo, attenzione alla salute dei consumatori, ricerca di produzioni compatibili con gli altri usi del territorio e l’imprescindibile protezione dell’ecosistema;

  • Si rimane stupiti della contrarietà delle associazioni, degli indagati e di chi li difende, nonchè di eminenti persone della politica, che dipingono gli “esiti formativi” del procedimento penale come percorsi di rieducazione obbligatoria;
  • Riteniamo che la messa alla prova possa diventare, invece, sul piano extragiudiziale, una sorta di “messa alla prova collettiva” che coinvolga la Regione nell’adozione di politiche agricole, l’ERSA di predisposizione di linee guida, di formazione e supporto agli agricoltori, le associazioni degli agricoltori e le associazioni ambientaliste in un dialogo costruttivo su questo tema.

  • Allargando lo sguardo si auspicano inoltre obiettivi ambiziosi e strumenti adeguati nel Piano d’Azione Nazionale sull’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari e nella nuova PAC

3 La proposta delle associazioni

WWF e Legambiente ritengono che la richiesta di messa alla prova, per la natura di questo istituto, che:

  • non costituisce in alcun modo assunzione di responsabilità da parte degli indagati in ordine ai fatti che vengono loro contestati, oltre a consentire agli stessi di estinguere il procedimento penale a loro carico (e costi connessi),

  • non pregiudica futuri contributi della PAC

ben si attaglia a un’impostazione dell’azione giudiziaria, non meramente repressiva ma piuttosto volta alla prevenzione e al rimedio rispetto a vasti fenomeni di illeceità quale è quello rilevato dalle indagini della Procura friulana; Legambiente e il WWF, credendo nell’efficacia di questa forma di giustizia riconciliatoria e riparatoria, come soluzione alternativa al tradizionale iter giudiziario, sollecitano le associazioni di categoria e gli indagati a rivedere le loro posizioni; diversamente WWF e Legambiente si assumeranno nella loro veste di portatrici dell’interesse collettivo alla tutela dell’ambiente, l’onere di assistere tramite un gruppo di avvocati, tutti coloro che intendano iniziare questo percorso di messa alla prova sino al raggiungimento dell’estinzione del reato, laddove non si palesino evidenti ragioni di soluzioni più favorevoli al singolo assistito. Questo patrocinio sarà totalmente gratuito essendosi le predette associazioni assunto l’onere del compenso dei predetti difensori che agiranno in assoluta autonomia di giudizio.

In mancanza dell’auspicato ripensamento nelle prossime settimane verranno diffuse, tramite i siti delle associazioni, le modalità di accesso a questo patrocinio.

Presidente regionale WWF                                               Presidente Legambiente FVG

Alessandro Giadrossi                                                                Sandro Cargnelutti

La Carnia è pronta per una scuola innovativa

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di Stefano Stefanel
Quest’anno, attraverso una nomina d’ufficio, sono stato nominato Dirigente scolastico reggente dell’istituto comprensivo di Arta & Palaro. La dirigenza nella scuola carnica si è sommata alla mia dirigenza di titolarità (Liceo Marinelli di Udine) e all’altra reggenza che ho ormai da quattro anni (istituto comprensivo di Pagnacco).Anche se in una situazione lavorativa piuttosto complessa ho potuto conoscere da vicino potenzialità e problemi delle scuole della Carnia e farmi un’idea in merito.Ho, perciò, maturato la convinzione che la situazione scolastica della Carnia non si posso affrontare con i sistemi ordinari previsti dal sistema scolastico nazionale e neppure con interventi regionali di supporto, per tamponare la mancanza di dirigenti, di docenti di ruolo, ma anche di alunni e di opportunità. C’è un problema generale in Carnia che lega lo spopolamento alla debole offerta lavorativa, che passa da un sistema turistico che ha bisogno di potenziarsi a un’idea di sviluppo frazionata in troppi piccoli comuni.Pensare di applicare i parametri nazionali, sai pure in deroga, a questa realtà porta solo a soluzioni in cui i problemi si sommano per la mancanza di dirigenti, direttori, docenti di ruolo e tutto questo in una triste progressione.Da quello che ho potuto vedere la Carnia ha molti ottimi docenti, ha bambini e ragazzi svegli e motivati e comunità che tengono molto a se stesse e alla propria storia. Per questo ritengo che il modello scolastico adatto alla Carnia di oggi (molto diversa da quella di 35 anni fa in cui da giovane ho insegnato) sia quello delle “Charter School”.Le Charter School sono un modello di scuola “di scopo” nato in America e che prevede un obiettivo da raggiungere definito e centralizzato attraverso finanziamenti quinquennali per il raggiungimento dell’obiettivo definito, piena libertà della scuole sulle metodologie per raggiungere l’obiettivo e verifica finale sul raggiungimento o meno di quanto progettato.Io credo che questo metodo sarebbe di grande aiuto per la Carnia: organici di ruolo stabili per cinque anni di dirigenti, direttori, docenti e personale ata (incrementabili se aumentano gli studenti, ma intatti anche se diminuiscono), autonomia nella gestione dei curricoli didattici legati al territorio, obiettivi chiari e pubblici da raggiungere.Me ne vengono, a caldo, in mente due: miglioramento delle competenze in italiano, matematica e inglese e aumento di diplomati e laureati carnici; raccordo tra il territorio e i programmi e i progetti scolastici (ecologia, ecosistema, turismo, storia, cultura).Attraverso un sistema a “Charter School” la Carnia potrebbe essere monitorata nei suoi percorsi, potrebbe avere risorse certe e stabili, potrebbe agire su progetti di lungo periodo, potrebbe verticalizzare i suoi interventi (rendendo armonico il passaggio dal primo al secondo ciclo dell’istruzione), potrebbe collegare la sua scuola alla valorizzazione del territorio e del turismo.La Regione Friuli Venezia Giulia potrebbe legiferare per una scuola carnica di progetto che, con l’accordo e il concorso di tutti, permetta alla Carnia di ripartire dalla sua scuola. La Carnia ha le forze per attuare un sistema di “Charter School”, ma deve credere in sé stessa e avere un aiuto da tutti quelli che credono in quella terra.Io non sono carnico e sono stato lì solo di passaggio, ma sono certo che serve tanta innovazione e tanto progetto per aiutare la crescita della la gioventù carnica, un diamante raro che deve trovare un sistema scolastico fatto per le sue esigenze, le sue passioni, il suo futuro e non per standard nazionali e punitivi per questa terra di montagna. —

Cavazzo: la centrale di Somplago, non fa bene al lago

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di Dino Franzil, membro del Comitato difesa sviluppo del Lago dei Tre Comuni.

Dagli studi dei nostri geologi, fra cui M.Gortani e F.Feruglio, risulta che, un tempo lontano, nella valle del Lago di Cavazzo, alias, Lago dei Tre Comuni, vi era il mare e in seguito il Grande Lago della piana di Osoppo. Dalla fine del Tilaventino, ultima era glaciale di diecimila anni fa, il Tagliamento ha iniziato l’inghiaiamento di quel lago e i torrenti Leal e Palar, in primis, coadiuvati dalle deiezioni delle montagne franose circostanti, chiusero il fondo valle. In seguito, il Palar trasportò ghiaia verso est formando la morena su cui posa Alesso e confinò il nostro lago che visse fiorente fino alla costruzione della centrale idroelettrica a metà del secolo scorso. Le conseguenze di questo devastante impianto sono state evidenziate dai recenti studi, del sottoscritto, in “Lago-Energia-Ambiente” e dai rilievi dell’istituto di Scienze Marine (Ismar) di Bologna del Consiglio nazionale Ricerche (Cnr). Risulta che, per colpa della centrale idroelettrica di Somplago, che da oltre mezzo secolo scarica acque fredde e limose, il fango trasportato ha ricoperto abbondantemente il fondale seppellendo le alghe e assieme al freddo ha fatto estinguere quasi totalmente la vita biologica lacustre e anche quella ittica che un tempo era molto varia e abbondante.Inoltre, è stato valutato che “il lago scomparirà” tristemente in meno di cento anni, perché lo stesso fango lo riempirà e lo trasformerà in una palude attraversata da un canale.Deviando lo scarico della centrale, con tubi o galleria, il lago non solo diventerà più caldo, ma riacquisterà anche la sua “antica autonomia vitale”, come ora dimostrerò analizzando i fattori che la determinano, ossia la piovosità, l’evaporazione e l’apporto idrico diretto. I rilievi pluviometrici dicono che nella Valle del Lago, sui 21kmq del bacino imbrifero montano, negli ultimi decenni sono caduti in media 2800 mm/anno d’acqua, equivalenti a 230/235 mm/mese, e che mediamente è stata rilevata una temperatura di 16 gradi centigradi e un’umidità del 72%. Ora, considerando la conformazione geologica del sito, si stima che il 25% dell’acqua piovana, filtrando, vada nelle falde freatiche e che i rimanenti 43 milioni di metri cubi/anno arrivino nel lago in parte con veloce scorrimento superficiale, e in parte lentamente attraverso le numerose sorgive del fondale ancora attive. A questi si aggiunge l’apporto diretto della la pioggia sul bacino valutato di 3,25 milioni/mc anno. Poi vi è anche il contributo continuo del rio Scjasazze, che con un minimo di 200 litri al secondo, versa almeno 6,3 milioni/mc anno. Allora, sommando, l’apporto complessivo nel lago si aggira sui 52,5 milioni/mc anno, ma da questi occorre detrarre l’acqua di evaporazione. Calcolandola con la formula di Vicentini per i piccoli laghi, dall’attuale superficie lacustre stimata di 1.115.000 mq, con una media termica dell’aria di 16 gradi e umidità del 72%, l’evaporazione asporta una quantità d’acqua prossima a 1,5 milioni/mc anno. Quindi, arrotondando i valori, nel lago arrivano, per statistica, non meno di 51 milioni/mc d’acqua/anno, ossia circa 140 mila mc/giorno. Questo potrebbe portare a un aumento di livello dell’acqua del lago di ben 12,5 cm/giorno e, come un tempo, con le grandi piogge, “las montanas”, defluire nell’antico canale “Taj”. Oggi, ciò non può avvenire perché quest’acqua naturale è costretta a scaricarsi nell’emissario artificiale della centrale. Quindi, si può immaginare che il suo deflusso continuo sia come una roggia che trasporta 1,6 mc/sec. Non è poi tanto se la centrale scarica giornalmente ben 1.900.800 mc, ossia 22 mc/sec. Inoltre, non bisogna dimenticare che, nel contributo d’apporto, non è stato considerato quello del torrente Palar, difficile da valutare, ma continuo. L’acqua del Palar, che scorre a ovest in un lento ben 40 m più in alto, passa sotto Alesso, filtra nella citata morena alluvionale e alimenta il lago con le famose sorgive di fondale chiamate “busins” di forma circolare e conica, a me note sin dall’infanzia. Infine, analizzando bene gli studi dei citati geologi si scopre che “il bacino del lago” fa parte di quell’antico, profondo e ben più grande bacino che oggi configura le faglie freatiche. Detto questo, si conclude che l’affermazione gratuita “Il lago scompare se manca l’acqua di scarico della centrale”, fatta da noti personaggi locali, non può essere altro che una penosa bufala speculativa. Infatti la scienza afferma il contrario: “Il nostro lago non si prosciugherà mai, a meno che non smetta di piovere e anche avverte che se non verrà costruito un bypass per isolare la centrale, il bacino si trasformerà in una putrida palude in circa 95 anni”. Si deduce che il bypass è un’opera che “si deve fare”! Il lago è un bene inestimabile da salvare, rendere fruibile e da tramandare sano. “Rinaturalizzarlo” è ritenuto un dovere per i governanti dabbene, ai quali, tale opera, non può non provocare uno stimolo morale per spingerli a porre rimedio, almeno in parte, ai noti ingenti disastri causati all’ambiente e all’economia della valle, da concessioni, progetti e opere inique, che da più di mezzo secolo trasferiscono altrove le risorse locali e quelle del Friuli. 

Carnia: è il momento di riflettere sul mercato del legno

di Delio Strazzaboschi.
Dopo l’eccezionale maltempo e i danni epocali provocati ai boschi della montagna, occorre provvedere al più rapido recupero del materiale legnoso, e successivamente alla ricostituzione dei boschi stessi. Ma, indipendentemente da ciò, dovrà anche essere colta l’occasione per riflettere, forse diversamente, sulla cosiddetta “filiera legno”. È un po’ difficile da spiegare: soggetti che da sempre agiscono solo dal punto di vista del proprio interesse, ora offrono e chiedono collaborazione, auspicano e anelano, organizzano tavoli e tavolini. Ma è ben semplice: i rapporti fra cliente e fornitore sono comunque rapporti di mercato, basati su interessi oggettivamente opposti. La sensazione è che ora si voglia promuovere come obiettivo generale una ingiustizia sostanziale, ovvero riuscire a ottenere al minor prezzo possibile il prodotto dal soggetto a monte della filiera (pretendendone addirittura il consenso formale): il produttore di semilavorati o pannelli rispetto alla segheria, la segheria rispetto al proprietario boschivo, eccetera. Così facendo, tutto viene ribaltato a monte, sui proprietari, che risultano i benefattori della filiera in nome dell’interesse di tutti e dei profitti di qualcuno. Il risultato non può che essere l’ulteriore riduzione delle utilizzazioni boschive: meno investimenti e meno occupazione, paesi abbandonati, territorio che frana (e più importazioni). E una ulteriore delusione, probabilmente l’ultima. Sì, si parla troppo di filiera legno. I proprietari del bosco nella montagna friulana sono prevalentemente i Comuni, i domìni collettivi e i consorzi privati. Perché non si taglia abbastanza? Perché manca la viabilità forestale. La Regione ancora si illude che possa essere realizzata con contributi al 50%, dimenticando il valore non soltanto economico ma di generale fruibilità (didattica e turistica) delle foreste. Serve di più, il 90%. Ai proprietari pubblici e collettivi si finanzino poi finalmente gli investimenti per impianti di cogenerazione basati sulle biomasse forestali (compresi quelli per la logistica del cippato). E non si taglia, soprattutto, perché non si guadagna abbastanza vendendo il bosco in piedi. La Regione non riconosca più contributi ai proprietari che continuano a farlo e non affidano le lavorazioni alle imprese boschive locali (che in questo modo sarebbero concretamente sostenute), vendendo poi direttamente o tramite la borsa del legno il legname assortimentato a piazzale, o che non si organizzano in azienda forestale con propri uomini e attrezzature per la gestione diretta del bosco. È vero, i prezzi sono un po’ migliorati vendendo i tronchi in Austria o Germania. Ma il problema generale è che si vendono i tronchi all’estero, da cui poi si ricomprano travi, tavole, perline e segati in genere. Non è che ci voglia molto a capire: servono le segherie di vallata (per esempio, tre in Carnia, due in Canaldeferro-Valcanale). Grandissime, tecnicamente all’avanguardia, tutte dotate di impianto per la produzione di pellet. Finanziate direttamente e totalmente dalla Regione quale infrastruttura pubblica di sistema, e poi gestite da manager (veri, no parenti e amici) che potranno operare sul mercato, nell’interesse generale, a prezzi competitivi perché non costretti a recuperare gli investimenti. Dovranno invece essere capaci e bravi a vendere ovunque possibile semilavorati segati e pellet della montagna friulana, scalzando i prodotti d’importazione. La politica prenda finalmente atto che anche nella filiera legno si è in presenza di un fallimento del mercato: risorse non valorizzate (non si taglia e si importa legno, no investimenti e no occupazione) e bisogni non soddisfatti (economia locale, vitalità delle comunità, cura del territorio). E agisca, finalmente, di conseguenza. —

Tolmezzo: l’importanza regionale della ferrovia Carnia-Tolmezzo

di Davide Copetti.
Dopo lustri di disinteresse nei confronti del trasporto ferroviario sono questi gli anni della cura del ferro. Merita quindi un’analisi approfondita l’idea di convertire la ferrovia Carnia Tolmezzo in pista ciclabile. Il tracciato, la cui manutenzione è di competenza dell’ente Carnia industrial park, è stata da sempre assente, anche se nei primi anni duemila si è investito parecchio per ammodernarne l’armamento. L’eventuale cambiamento di destinazione d’uso della ferrovia deve essere valutato secondo una politica dei trasporti non solo locale ma regionale se non internazionale. Ferrovia della Carnia? Parto con la mia analisi dalla ferrovia Pontebbana, importante tratto del corridoio Adriatico Baltico percorso da numerosissimi treni merci che partono o arrivano nel porto di Trieste (il porto “più ferroviario” d’Italia). Va inoltre segnalato che in questi mesi la Regione Friuli Venezia Giulia ha inaugurato alcuni servizi ferroviari innovativi che si sviluppano su brevi distanze per il trasporto di semilavorati dai porti della nostra regione verso alcuni importanti siti produttivi regionali. La finalità di questo intervento è ovviamente di limitare il trasporto su strada di semilavorati in acciaio e di legname che risulta particolarmente pericoloso. Di attualità anche la nuova vita dell’interporto di Cervignano che solo oggi, forse per la prima volta, vede l’istituzione di un servizio ferroviario merci che risparmierà la circolazione di circa 200 tir alla settimana. Questo è l’esempio di come una buona attività organizzativa può rendere utile queste infrastrutture ritenute dai più “cattedrali nel deserto”. E il trasporto passeggeri? La ferrovia Pontebbana offre un servizio tutto sommato modesto anche a causa di un bacino d’utenza certamente non elevato. Oggi molti dei treni che salgono verso l’Alto Friuli terminano la loro corsa nella stazione di Carnia, se imboccassero la ferrovia carnica arrivando a Tolmezzo si avrebbe un aumento del potenziale bacino d’utenza e lo sviluppo di un traffico non solo “a scendere” dal gemonese verso Udine ma anche a salire verso Tolmezzo. Ne conseguirebbe quindi un miglioramento dell’offerta di trasporto pubblico, non solo per la Carnia ma per l’intera regione. Sono trenta infatti le corriere a doppio piano che ogni giorno corrono fra Udine e Tolmezzo e le difficoltà che incontrano i lavoratori a trovare parcheggio nella zona industriale evidenziano che ci sono i numeri per riportare un treno vero in Carnia. Prima di asfaltare la ferrovia è quindi necessario valutare se davvero chi ha amministrato l’infrastruttura finora ha le competenze per farlo o se forse non sia il caso di valutare un passaggio di consegne a Ferrovie dello Stato, ricordando che sono solo 10 chilometri di linea. —

Paolo Medeossi: il “babau” e le ondate di fango che inquietano i nostri paesi

L'immagine può contenere: cielo, spazio all'aperto e natura
di Paolo Medeossi

La natura segue il suo corso, da sempre. E dunque in Friuli piove molto, moltissimo, da sempre, anche se da qualche anno in forme bizzarre, ma per questo più minacciose e difficilmente prevedibili visto l’effetto serra e i problemi connessi su cui Luca Mercalli ci informa ogni volta che fa tappa da noi e tiene affollate conferenze, dalle quali si torna a casa con il morale sotto i tacchi e la testa piena di domande. Ma ci sarà un motivo se in Friuli esistono toponimi come Pioverno o Piovega; se il primato italiano in fatto di piovosità appartenga alla remota Uccea dove nel 1960 si registrò una punta di 6103 millimetri; se il più grande genio nato a Udine, e cioè Arturo Malignani, dedicò la vita a tante imprese e pure al fatto di rilevare ogni giorno, per decenni, nella sua torre sotto il castello, i dati meteorologici della città, pioggia in testa; se ogni volta che un film viene ambientato in Friuli la maggior parte delle scene ha come sfondo panorami molto umidi; se insomma il nostro destino di regione ai confini nazionali è legato a un pregiudizio atmosferico per cui, in giro per l’Italia, Friuli fa rima con acquazzoni, temporali, nevicate, tempo da lupi e da orsi eccetera… Situazioni che hanno ispirato scrittori e poeti come Leonardo Zanier (che, da gabbiano controcorrente, ironicamente diceva: «In Carnia abbiamo i più bei temporali del mondo») o Pierluigi Cappello, che scrisse in friulano i versi di “Qui è appena grandinato”. Invece un giovane gruppo musicale, i “Luna e un quarto”, propone come cavallo di battaglia nientemeno che il brano “Il blues del temporale”.C’è poi la realtà con cui bisogna confrontarsi perché fa i conti direttamente con la natura. Il babau grande, al di là dei babau piccoli disseminati ovunque, resta sempre il Tagliamento, il fiume che taglia il Friuli dividendolo e anche unendolo in qualche modo. Un solco tracciato nella geografia e nella coscienza di questa terra. È lì, sul Tagliamento, che tutto va a finire oltre alle acque degli affluenti. In questi giorni riaffiorano, come sempre in simili situazioni, i ricordi delle disastrose alluvioni del 1965 e 1966, quando il nostro mondo venne messo in ginocchio, dalla Carnia a Latisana, dove si visse il dramma peggiore. Momenti nei quali vennero coinvolti anche i cronisti nel raccontare ora dopo ora la tragedia. Restano nel mito giornalistico friulano le parole di Mario Blasoni che, assieme ai colleghi, era asserragliato nel municipio latisanese. Il suo articolo, la sera del 4 novembre 1966, cominciava così: “Telefono mentre l’acqua sale…”. Quel disastro, causa di molti morti, segnò pure una presa di coscienza sul problema delle alluvioni, come una decina di anni dopo accadde con il terremoto. Si rafforzò dopo di allora una maggiore e vigile consapevolezza, tanto da portare alla nascita di una straordinaria Protezione civile, quella che in queste ore è entrata in azione in modo efficiente, logico, silenzioso perché chi ne fa parte sa a memoria cosa deve fare. È un sistema che va ringraziato e ricordato di continuo, perché ci avvolge in una rete di sicurezza che una volta non esisteva.Rischi e scenari da piovosità disastrosa possono dunque essere affrontati, limitati, combattuti anche se ancora di più si può fare per ridurre la vulnerabilità dei territori di fronte allo spauracchio-acqua che da noi ha una lunga storia. Sono almeno una sessantina le alluvioni gravi nei secoli recenti, riguardando soprattutto la sponda della Sinistra Tagliamento. Già nel 1483 il cronista Martino Sanudo definiva il fiume come rapace, furioso e rabbioso. Da allora si susseguirono tante “ordinarie alluvioni” perché l’apparente quiete idraulica non deve mai ingannare. Basta tenerlo presente e poi saper imbrigliare acque e panico quando dal nulla appaiono quelle ondate limacciose che scheggiano la tranquillità dei nostri paesi.

Alto Friuli: solo la nuova economia salverà la montagna

di Mauro Pascolini, –geografo, Università di Udine.

La montagna è nuovamente al centro dell’attenzione: una perturbazione da tempo annunciata, precipitazioni intense che questo mese d’ottobre non aveva ancora conosciuto, ed ecco il bollettino di guerra che segnala frane, smottamenti, esondazioni, allagamenti, ponti crollati, strade chiuse, paesi e frazioni isolate, non solo in Carnia, ma nel Sappadino, nell’Alta Valcellina, nella Pedemontana pordenonese. Sembra che la montagna si sgretoli e che voglia scendere a valle non solo con gli abitanti che hanno da tempo hanno lasciato i centri in quota e quelli nei fondovalle più marginali e sfavoriti, andando a popolare le cinture periferiche e i paesi industrializzati della pianura, ma con tutta se stessa, con i prati, i pascoli, i boschi, i torrenti, a voler dire a tutti che questa volta non serve solo rappezzare, intervenire nell’emergenza, soccorrere: bisogna affrontare una situazione che è fondamentale per tutto il territorio regionale e non solo perché il dissesto della montagna ha pesanti conseguenze anche in pianura come i fiumi in piena lo stanno a dimostrare.E allora riemergono i temi di un territorio, quello montano, tante volte diagnosticati, ma mai realmente affrontati anche se i medici al capezzale sono stati molti e molte sono state le ricette. Il nodo fondamentale è che per fare la manutenzione di un territorio come quello montano bisogna che la presenza dell’uomo sia una presenza viva e attiva: vanno puliti i letti di rii e torrenti, vanno falciati i prati perché non diventino una inesorabile superficie che accelera lo scorrere dell’acqua, vanno curati i boschi, vanno conservate le radure, vanno presidiati gli insediamenti, e si potrebbe continuare a lungo con l’elenco. La montagna invece è contrassegnata da fenomeni di abbandono, di scivolamento a valle dei centri più elevati, dall’invecchiamento e femminilizzazione della popolazione, dalla denatalità, dall’abbandono delle professioni tradizionali, aggravati dalla mancanza di un diffuso e condiviso progetto di sviluppo del territorio che ponga al centro la possibilità reale del vivere in montagna.Troppo sporadici, pur se presenti, sono i tentativi di mettere in essere buone pratiche e il restare o il tornare in montagna è un fenomeno poco diffuso anche se su altri versanti dell’arco alpino parole come neo pastorizia, neo ruralità, ripopolamento e reinsediamento, nuove economie sono pratiche che lentamente e a fatica si stanno facendo strada, superando l’unica ricetta meccanicamente proposta, quella del turismo. La montagna in queste ore sta rendendo evidente che le sue debolezze sono quelle, se ben guardiamo, di tutta una regione che sembra aver perso l’idea di futuro e ripiegata su stessa, sembra aver perso il legame profondo con i luoghi e la conoscenza stessa dei delicati equilibri che con quei luoghi hanno elaborato nel corso di secoli permettendo alle comunità di sviluppare il loro progetto esistenziale. E riprendere il filo del discorso interrotto è tanto più urgente in quanto è ormai evidente che la dimensione del problema è planetaria se pensiamo ai cambiamenti climatici, al riscaldamento del clima, alle modifiche nella distribuzione e nella quantità delle precipitazione, al ritiro dei ghiacciai… e gli eventi di questi giorni lo stanno a dimostrare.La cura del territorio è la cura di un patrimonio che abbiamo avuto in eredità e che dobbiamo conservare e incrementare per le generazioni che verranno dopo e ciò è tanto più vero per la montagna che ha dato vita a una fittissima rete di rapporti e interrelazioni che uniscono il materiale all’immateriale realizzando una dimensione spaziale valoriale collettiva e sociale. I luoghi sono memoria, appartenenza, valore, storia e per questo la risposta deve essere una risposta di tutti: se la montagna si sbriciola si sbriciola anche l’intera comunità regionale e allora la risposta deve essere forte, pronta ed efficace con modelli di sviluppo nei quali il montanaro e i suoi luoghi siano protagonisti. 

Tolmezzo: torna la consulta dei giovani mancava da due anni

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Si va verso la ricostituzione della Consulta giovani di Tolmezzo. Nata come organo consultivo del Comune nel 2010, mancava formalmente dall’ottobre 2016. Dopo due anni di assenza della Consulta giovani, mercoledì saranno sottoposte per l’approvazione al Consiglio comunale tolmezzino alcune modifiche allo statuto della stessa proposte per agevolarne la ricostituzione effettiva. «Si propone – spiega l’assessore comunale alla cultura, politiche giovanili, innovazione, agenda digitale e turismo, Marco Craighero – che l’età massima per far parte della consulta giovani scenda da 29 a 25 anni, quella minima resta 16 anni. Il numero di componenti massimo si chiede sia portato a 15 (finora è 11), quello minimo resta 7. Anche la durata del mandato della consulta si chiede venga modificato, passando da 3 a 2 anni. Vi sono poi piccole modifiche sul funzionamento che dovrebbero migliorare l’attività della consulta, che manca formalmente dall’ottobre del 2016, di fatto anche da prima, in quanto era stata attiva fino al 2015». Era stata eletta nel 2013. Ora c’è la possibilità concreta che si ricrei la consulta perché «c’è già – segnala Craighero – un gruppo eterogeneo di 11 giovani disponibili a mettersi in gioco e partire. Con loro ho esaminato le modifiche che andrebbero apportate allo statuto per andare incontro alle reali esigenze di chi può entrare a farne parte. Dopo il consiglio, faremo un avviso pubblico per le candidature. C’è già questo gruppo di giovani, ma altri potrebbero volersi candidare, il che arricchirebbe ulteriormente la scelta. Il 27 ottobre ci sarà l’assemblea con le elezioni. Contiamo possa essere l’occasione per ricostituire finalmente la consulta, organo molto importante per un Comune per confrontarsi con le esigenze e le proposte dei giovani». Già nel 2013 il Consiglio comunale aveva approvato una modifica allo statuto della Consulta. Se prima il limite di età andava da un minimo di 16 anni a un massimo di 35, allora si era scesi a 29 anni. Il numero dei componenti del direttivo che prima oscillava tra un minimo di 15 e un massimo di 25 membri, era stato compreso in una forbice dai 7 agli 11 componenti. La Consulta si era costituita nel 2010 e il suo statuto era stato sottoposto al Consiglio. –

Carnia: il senso per la libertà del partigiano Igone

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di Pierpaolo Lupieri.

È recentemente scomparso uno degli ultimi partigiani combattenti della Carnia. Igone Pellizzari di Preone, classe 1929 mese di gennaio, quando decise di salir sui monti, nella primavera di libertà del ’44 ne aveva solo quindici. Le foto dell’epoca lo ritraggono capelli al vento e mitra in pugno in una scelta difficile, ma vissuta senza timori o pentimenti. Seguì alla macchia suo fratello maggiore “Giovanin di Bortul”, alpino del regio esercito, che, al momento dell’Armistizio dell’8 settembre, volle continuare la lotta contro l’invasore tedesco tenendo profonda fede agli ideali antifascisti di tutta la sua famiglia. Igone fu arruolato nelle formazioni garibaldine carniche già a maggio del 1944 e dismise la divisa partigiana solo un anno dopo. Visse i momenti esaltanti della Repubblica Libera e poi la drammatica ritirata in Val Tramontina, dove passò clandestino tutto il durissimo inverno seguente fino ai giorni della Liberazione, inquadrato nel battaglione “Fratelli Roiatti”. Non ebbe alcuna paura a scegliere un lato della barricata, senza cedere nemmeno quando il comandante della sua formazione gli morì davanti durante un’imboscata nazista. Decorato con croce di guerra alla fine del conflitto, ha vissuto serenamente la sua esistenza, da sottufficiale della Guardia di finanza, in compagnia della sua sposa Marisa e dei figli Roberto e Fabrizio, anch’essi servitori dello Stato nel medesimo corpo. Igone fu premiato, nel maggio del 2016, con la speciale medaglia d’oro concessa dal Presidente della Repubblica ai partigiani ancora in vita in occasione del 70° della Liberazione. Il tempo inesorabile decima le fila di coloro i quali si batterono per il riscatto di una nazione, in chi resta non decada mai l’impegno a onorarne ricordo e memoria.