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Una coraggiosa politica energetica regionale

Logo del consorzio BIM Tagliamento

di Franceschino Barazzutti
già presidente del Consorzio del Bacino Imbrifero Montano (Bim) Tagliamento, già sindaco di Cavazzo Carnico

Ha fatto bene il neopresidente del Consorzio BimTagliamento, nonché sindaco di Ampezzo, Michele Benedetti a sollevare il tema dell’applicazione nella nostra regione dell’art. 11-quater (Disposizioni in materia di concessioni di grandi derivazioni idroelettriche) della Legge Nazionale 11. 02. 2019 n. 12 (Legge Semplificazioni), poiché il settore idroelettrico investe ampiamente e pesantemente quasi tutti i corsi d’acqua del territorio montano della nostra regione, per il quale il provvedimento legislativo può essere uno strumento per una positiva svolta radicale. Ma vediamo, per punti, che cosa prevede questo provvedimento legislativo iniziando dall’aspetto più importante qual è il trattamento delle concessioni: “alla scadenza delle stesse e nei casi di decadenza o rinuncia, gli impianti passano, senza compenso, in proprietà delle regioni, in stato di regolare funzionamento”. Questo è il dettato fondamentale. Al concessionario è dovuto solo un indennizzo pari al valore non ammortizzato delle opere autorizzate. Le regioni possono assegnare le concessioni così acquisite ad operatori economici mediante gara pubblica, (che significherebbe lasciare le cose come sono ora! ) o a società a capitale misto pubblico-privato (sarebbe una mezza misura! ) o a una propria società energetica (sarebbe la cosa giusta! ) come avviene con ottimi risultati nella Regione Autonoma Trentino Alto Adige. Conseguentemente i nuovi concessionari versano i canoni concessori alla regione e non più allo stato. Inoltre sono previsti canoni aggiuntivi da destinare al finanziamento del ripristino ambientale dei corpi idrici interessati dalla derivazione e misure di compensazione ambientale e territoriale da destinare ai territori dei comuni interessati dalla presenza delle opere idroelettriche Con questo provvedimento legislativo viene riconosciuta alle regioni l’importante facoltà di disporre “l’obbligo per i concessionari di fornire annualmente e gratuitamente alle stesse regioni 220 kWh per ogni kW di potenza nominale media di concessione, per almeno il 50 per cento destinata a servizi pubblici e categorie di utenti dei territori provinciali interessati dalle derivazioni. ” Tale obbligo è da tempo vigente nel Trentino Alto Adige. Di fronte a così importanti ed innovativi poteri attribuiti alle regioni, sorge la domanda: come mai la nostra Regione non ha ancora adottato la propria legge attuativa di quella nazionale entro il termine massimo previsto del 31 marzo 2020? Né risulta che sull’argomento tuttora siano state depositate in consiglio regionale proposte di legge di gruppi politici o di singoli consiglieri o un disegno di legge giuntale. Ogni ulteriore ritardo sarebbe grave e minerebbe la credibilità politica. Preoccupa il fatto che sugli interessanti scenari disegnati dalla legge nazionale regni il silenzio in particolare proprio nei territori montani sui quali principalmente grava l’idroelettrico, mentre dovrebbe essere oggetto di dibattito e di iniziative nelle sedi istituzionali, nei partiti, nelle associazioni, nelle comunità, e perché no anche nei bar, con la volontà di prendere nelle proprie mani il destino della propria terra, dove sono presenti storiche presenze di cooperative idroelettriche centenarie che hanno garantito e garantiscono condizioni favorevoli agli utenti e sono depositarie di una preziosa esperienza gestionale. Tra le varianti di assegnazione delle concessioni acquisite va considerata la preziosa e consolidata esperienza della Provincia Autonoma di Trento, che attraverso la propria società energetica “Dolomiti Energia” ed altre società pubbliche gestisce le concessioni, come fa pure la Provincia Autonoma di Bolzano con la propria società energetica “Alperia”. Province che hanno saputo e voluto ben utilizzare ed ampliare i poteri della loro autonomia. Altrettanto deve fare la nostra Regione, dove purtroppo spadroneggiano società energetiche esterne, i cui azionisti di riferimento – si noti – sono Comuni, enti pubblici che incamerano all’attivo dei loro bilanci i profitti realizzati dallo sfruttamento della nostre acque. È ormai indilazionabile che la nostra Regione a statuto speciale di autonomia costituisca quanto prima una propria società energetica a capitale pubblico per assumere via via le concessioni. Non si capisce perché la proposta di legge n. 193 avente per oggetto “Costituzione della Società Energia Friuli Venezia Giulia – SEFV”, presentata il 27. 02. 2017 dai Consiglieri Revelant, Tondo, Riccardi, Colautti, Violino, Marsilio, Ciriani e Zilli sia rimasta senza seguito. Forse per fermarla è bastata una letterina dell’Associazione dei derivatori “Elettricità Futura”? Occorre più coraggio politico. Tanto più che sono imminenti le scadenze del complesso idroelettrico della Val Tramontina di Edison, cioè della francese “Electricité de France”, costituito da 5 centrali, mentre nel 2029 scadranno le concessioni del sistema idroelettrico del Tagliamento della lombarda a2a costituito dalle centrali di Ampezzo e di Somplago. Un sistema dinosauro incompatibile e insostenibile in quanto ha privato di tutte le acque la gran parte della Carnia e sconvolto il lago di Cavazzo o Tre Comuni, un sistema che va rivisto. È tempo che la nostra Regione a statuto speciale di autonomia decida se vuole doverosamente svolgere una propria politica energetica autonoma anche ricorrendo alle moderne tecnologie o se invece vuole continuare a rilasciare concessioni per centraline speculative che inaridiscono gli ultimi ruscelli, incentivate fra l’altro con i certificati verdi pagati dagli utenti attraverso le bollette, e ad essere quindi colonia delle società multiutity esterne. Tanto più dal momento che l’idroelettrico sfrutta un bene comune per eccellenza come l’acqua che sta già diventando sempre più strategica e preziosa.

L’anima carnica di Pietro Cescutti

Da “Lettere al Direttore del MV” del 22/01/2020

con questa lettera vorrei ricordare mio padre Pietro Cescutti nel venticinquesimo anniversario della sua morte.Si era fatto qualche anno di Grecia e Albania, arruolato nel terzo granatieri di Sardegna, meritandosi la croce di guerra al valore militare. Era riuscito a tornare a casa un po’ prima che finisse la guerra a causa di problemi a un orecchio, in seguito allo scoppio di una bomba, per questo cercò di ottenere una pensione per invalidità, che però non ebbe mai.Rientrò nel suo paese natale, in Carnia, e venne subito nominato podestà, al posto di quello che aveva tagliato la corda, visto come si stava mettendo la situazione per il regime di allora.Non era fascista, anzi, apparteneva alla brigata Osoppo, ci sono i documenti che lo testimoniano, e, grazie a quella “copertura”, riuscì a salvare molte persone. Per questo trattò con i cosacchi di Verzegnis, con il comando dei tedeschi stabilitisi nell’albergo Rossi e, più tardi, con gli inglesi, sempre lì alloggiati. A causa della denuncia di un fascista – che io ho avuto modo di conoscere – venne imprigionato a Tolmezzo, rischiando di essere deportato. Se la cavò perchè riuscì a fuggire dalle carceri prima di essere trasferito. In seguito fu eletto primo sindaco della Repubblica, incarico che onorò per due volte.Ha insegnato con passione, competenza e dedizione per molti anni nelle scuole elementari, dove era rinomato per la sua paterna severità e per la sua spiccata capacità artistica. È stato anche il primo corrispondente del Messaggero Veneto per la Carnia. Molto ha fatto per il suo paese, sia sul piano culturale che su quello sociale. Nipote diretto di Giovanni Gortani, si deve anche a lui se i trecento e passa libri, scritti dal nonno, sono stati raccolti e trasferiti nell’archivio di stato. Ha lasciato una infinità di quadri, dopo aver esposto in diverse mostre personali. E tanto si potrebbe dire ancora…Personalmente lo ricordo come uomo mite, schivo, di grande cultura e grande sensibilità. Voglio ricordarlo anche insieme a sua moglie, donna Alessandra, donna a sua volta eccezionale, con la quale ebbe una storia incredibile, e dalla quale ricevette gli stimoli e lo sprone necessario per fare tutto ciò che ha fatto.Dimenticato ormai da molti, soprattutto da chi non dovrebbe… sempre presente invece nella mia vita.Era mio padre e, come tale, con infinita tenerezza lo ricordo, insieme a quegli occhi azzurri, che mi guardarono, per l’ultima volta, venticinque anni fa!

Giuseppe Cescutti.

“Quando la folla diventa preda del razzismo” di Pierluigi di Piazza

di Pierluigi di Piazza
Provo quotidianamente un dolore profondo dell’anima per la evidente e persistente disumanità di una parte di questa società, della politica che la alimenta e insieme la interpreta e rappresenta in un circuito molto pericoloso di reciproco sostegno. Le migrazioni sono il fenomeno più importante e decisivo del nostro tempo e, se sempre hanno caratterizzato la storia dell’umanità, da alcuni decenni hanno assunto una dimensione planetaria: sono infatti 70 milioni le persone costrette a partire. Delle cause strutturali delle loro forzate partenze il nostro mondo è ampiamente responsabile per il passato remoto e nel presente. Impoverimento, condizioni di vita disumane, violazione dei diritti umani, violenze, guerre, disastri ambientali costringono a partire. Di questo la politica non parla. Negli ultimi anni ci sono stati arrivi significativi, mai l’invasione di cui è stata diffusa la percezione con evidente falsità. Si constata quotidianamente la totale mancanza da parte della politica sovranista e localista di una considerazione planetaria del mondo e di conseguenza dell’impegno a rompere le cause strutturali delle forzate migrazioni per accompagnare il cammino dei popoli del pianeta e insieme per progettare con lungimiranza l’accoglienza di chi arriva nelle nostre società nella consapevolezza che esse ne avranno bisogno per la loro stessa vita, basti pensare alla progressiva decrescita demografica.Insomma un altro mondo diverso da costruire. L’insicurezza generalizzata di questa società liquida, le diverse paure alimentate ad arte, i timori per il futuro, l’esigenza di rassicurazione personale e sociale, i diritti non garantiti, il desiderio di un cambiamento politico, l’esigenza di un progetto più adeguato sull’accoglienza hanno portato, nella logica illusoria del capro espiatorio, a identificare nell’altro che arriva la causa di tutte le situazioni problematiche. La politica di destra con evidenza xenofoba e razzista ha alimentato e alimenta questi vissuti e nello stesso tempo promette di rassicurarli, di portare ordine, mossa dall’avversione verso l’immigrato. Questo pensiero fortemente negativo e disumano è all’origine di leggi altrettanto negative e disumane, come le due sulla sicurezza, che invece non è garantita dalle telecamere, dalle pistole elettriche, dai manganelli, dalle manette, ma dai progetti culturali di crescita umana e di convivenza.Soprattutto colpisce la disumanità, il cinismo di non considerare i migranti persone ma numeri. Di conseguenza non importa se i numeri, non più persone, sono da 15 giorni su una nave: «Per me possono stare lì fino a Natale!»; non importa, anzi indispettisce che la nave di una Ong salvi delle persone, «la nave è da distruggere e da affondare». Prevalgono l’atteggiamento e le parole della distruttività. Le Ong nel Mediterraneo sono state e sono presenze importanti in assenza di un piano e di una presenza efficace dell’Europa e dei Paesi che la compongono, in particolare di Italia, Spagna, Grecia lasciate sole. Le Ong hanno salvato in mare migliaia di persone; certamente vanno ricordate e sempre ringraziate tutte le persone della Guardia di finanza, della Marina, delle Capitanerie che ne hanno salvate decine di migliaia. È evidente la mancanza di un progetto ampliato e permanente dei corridoi umanitari, ringraziando la Comunità di Sant’Egidio e le Chiese valdesi di averli attuati con successi significativi. E puntualmente si ripete il conflitto che questa politica apre con chi salva le vite in mare attribuendogliene la colpa. Ricordo di aver affermato in diverse occasioni, anche in una situazione di particolare significato, di fronte a mille studenti che sarò sempre vicino e grato a chi salva una vita in mare, che i nomi delle navi Acquarius, Diciotti, Sea Watch, Mediterranea, ora Sea Watch 3 suscitano in me vicinanza a loro, gratitudine, ammirazione, sostegno.Sono vicino ed esprimo ammirazione per Carola Rachete, questa giovane donna di 31 anni, mossa solo dal desiderio di salvare le vite in mare e ogni giorno preoccupata delle loro condizioni, persone già ripetutamente vittime e ora rese nuovamente tali dal cinismo della politica per evidenziare strumentalmente la latitanza dell’Europa. Carola si è trovata di fronte a una scelta difficile: violare una norma italiana o venire meno all’obbligo morale di salvare vite umane e insieme al venir meno agli obblighi stabiliti dai trattati internazionali.Partecipando alla sua decisione ho ripensato all’insegnamento di don Lorenzo Milani: «Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo di amare la legge è di obbedirla. Posso solo dire loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando, invece, vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate». Le leggi sicurezza sono la legittimazione dei forti. E fino a quando non sono cambiate prevale la preoccupazione per la vita delle persone.L’Onu ha inviato una lettera all’Italia sul decreto “Sicurezza bis” in cui si afferma che il diritto alla vita e il principio del non respingimento, stabiliti da trattati internazionali, prevalgono sulla legislazione nazionale e che rispetto ai diritti umani è fuorviante. E ancora rifacendomi a don Milani ho pensato all’ubbidienza non più virtù, ma subdola tentazione quando è ossequio conformista a leggi ingiuste, e invece virtù quando è espressione delle proprie convinzioni, della propria libertà e responsabilità; quando è disubbidienza per diventare ubbidienza alla vita delle persone. Deve essere denunciata con sdegno morale l’impressionante aggressività violenta, maschilista, sessista nei confronti di Carola Rachete, espressione del degrado culturale ed etico, segno della disumanità di una parte di questo Paese. Manca completamente un progetto serio sull’immigrazione; ci sarebbe tanto da fare ma per questo è necessaria una cultura completamente diversa. La disumanità chiude i cuori, annebbia le coscienze, devia la ragione nell’irrazionalità emotiva, nell’esaltazione del particolare fino a parlare in questa vicenda di “guerra”, di difesa dei confini dell’Italia.È vergognoso! Quante volte ogni giorno il nostro mondo oltrepassa tanti confini dei popoli per occupare, sfruttare, impoverire. Ma noi siamo sempre i primi, i superiori; appunto “prima gli italiani”. Questa irrazionalità ha portato la politica xenofoba a ipotizzare sul fronte orientale muri, barriere. Da non credere. Peraltro, ciascuno ha i suoi maestri: la frequentazione di Trump e di Orban prevede anche queste conseguenze.I muri chiuderanno questo nostro mondo nel suo benessere particolarista e insieme nelle difficoltà di tante persone, nella sua mancanza di cultura e di etica, nella sua illusione. C’è il consenso di tanta gente? La storia ci insegna in modo chiaro che il consenso non corrisponde, specie in alcuni momenti, alla verità delle persone e delle situazioni. Anche le leggi razziali furono applaudite da folle entusiaste. Un’ultima considerazione: che non si continui ad aggiungere vergogna a vergogna autodefinendosi cristiani quando praticamente in modo palese si è contro il Vangelo di Gesù di Nazareth, contro la Chiesa di papa Francesco.

Tolmezzo: Magazzino solidale c’è l’accordo con la Caritas

 

di Tanja Ariis

Il Comune concorda con Caritas le linee operative per il magazzino solidale: tutti gli avventori possono accedere a tutto il materiale (nuovo o di seconda mano) esposto e l’offerta di denaro deve essere libera e mai obbligatoria. Inoltre la rendicontazione non sarà presentata solo a Caritas che gestisce la struttura, ma anche al Comune. L’Emporio ManDiCûr di Tolmezzo nasce all’interno del Laboratorio di promozione culturale e sviluppo di comunità del Forum Attivo del Volontariato del Comune di Tolmezzo, dove è emerso come prioritario il tema delle povertà. n quel contesto si decise due anni fa di aprire a Tolmezzo un “magazzino solidale”,che potesse fungere da luogo di raccolta, selezione e rimessa in circolo di beni donati da privati, associazioni e aziende a favore di tutta la popolazione del territorio. Il gruppo chiese a Caritas di fungere da ente di riferimento. Inoltre, il progetto locale fu subito sostenuto dal Comune di Tolmezzo che ha messo a disposizione, in comodato d’uso gratuito, gli spazi di via Piave 10 e ha anche destinato un contributo per consentire all’emporio solidale di aprire. «L’accesso è gratuito, l’offerta è facoltativa: se la persona può sostenere il progetto lascia un’offerta liberale secondo propria disponibilità e viene proposta dalle volontarie in termini di opportunità: la merce non ha un prezzo, e l’offerta non è comunque vincolante per l’accesso ai beni».Non esiste un servizio di prenotazione o richiesta di beni. «L’Emporio è aperto a chiunque, con particolare attenzione verso coloro che per le loro condizioni economiche non dispongono di redditi sufficienti per acquistare beni nei consueti negozi».

Ferrovia Pontebbana: passaggi a livello e accessibilità del territorio

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di Legambiente

In queste settimane la Regione ha preso posizione su due importanti questioni relative alla ferrovia Pontebbana Udine – Tarvisio.

La prima riguarda la definitiva dismissione della linea ferroviaria Stazione per la Carnia – Tolmezzo linea che fino ad ora era rimasta “dormiente” e sul quale sedime sorgerà una pista ciclabile. La seconda riguarda la dismissione del tratto ferroviario P.M. Vat – Udine nel quale transitano i treni passeggeri diretti in alto Friuli e in Austria.

Queste prese di posizione derivano da ciò che i Comuni chiedono riguardo alle suddette infrastrutture, và sottolineato però che i Comuni, pur essendo espressione dei propri cittadini, non hanno competenza riguardo alla complessa materia dei trasporti ferroviari. Le strade ferrate sono opere che possono avere rilevanza regionale nazionale o come in questo caso internazionale. Sono opere difficili e lunghe da costruirsi destinate a rimanere in funzione per secoli.

Le decisioni della Regione incidono sulla Ferrovia Pontebbana da pochi anni rinnovata con non pochi sacrifici da parte del territorio oltrepassato: sono state bucate le montagne, soppresse le stazioni minori, si è modificato l’aspetto dei centri abitati e scavalcato fiumi. Proprio per i risvolti sociali, ambientali ed economici che la costruzione della Ferrovia Udine – Tarvisio ha determinato in alto Friuli Legambiente ritiene che le decisioni succitate debbano essere frutto di una più ampia analisi che comprenda l’intera rete dei trasporti e non singole esigenze puntuali.

La scelta di deviare l’ingresso dei treni regionali sulla linea di cintura di Udine  determinerà un aumento dei tempi di percorrenza  limitando di fatto le potenzialità della nuovissima Pontebbana. Tutto questo senza aver chiarito qual’è la politica di sviluppo del trasporto pubblico locale da e per l’alto Friuli. Cosa cambierà a chi ogni giorno prende il treno per studio o per lavoro? Servono chiarezza e confronti, serve un piano di sviluppo per l’accessibilità in alto Friuli che tenga conto della potenzialità delle infrastrutture esistenti e dei possibili bacini d’utenza fino ad oggi ignorati  come i centri industriali. Non solo turismo ma servizi per i cittadini!

In mancanza di una politica dei trasporti chiara partecipata e definita secondo principi ingegneristici e urbanistici non vi sarà alcun miglioramento per i pendolari dell’alto Friuli  che, pur viaggiando sui nuovi treni CAF,  dovranno percorrere la via di cintura per accedere a Udine impiegando in definitiva, più tempo di quando c’erano i vecchi treni ALE. Stiamo stimando quanti sono i pendolari che ogni giorno vedranno aumentato il tempo di percorrenza?

Gestire secondo interessi puntuali una infrastruttura complessa com’è questa nuova Pontebbana evidenzia l’incapacità della politica di amministrare la materia dei trasporti. A nulla serve promuovere la costruzione di nuove ferrovie se poi non abbiamo la forza di utilizzarle e tutelarle nella loro integrità.

Tolmezzo: i Carnici dovrebbero scegliere la ricetta per l’autogoverno della montagna

Se penso alle continue proposte di nuovi assetti istituzionali per la montagna degli ultimi anni, mi viene in mente la celebre critica di Dante a Firenze nel canto VI del Purgatorio: “Atene e Lacedemona, che fenno l’antiche leggi e furon sì civili, fecero al viver bene un picciol cenno verso di te, che fai tanto sottili provedimenti, ch’a mezzo novembre non giugne quel che tu d’ottobre fili”. Ripercorriamo brevemente la storia: subito dopo la fine della seconda guerra mondiale fu costituita la “Comunità Carnica”, libera associazione dei Comuni, per iniziativa di Gortani, Lepre e Marchetti, a cui successe nel 1974 la “Comunità montana della Carnia”, prevista dalla Legge nazionale 1102/71 e dalla L.R. 29/73, ente di diritto pubblico obbligatorio, che è rimasta in vita per più di 30 anni. Detto en passant, l’Assemblea prevedeva la presenza di Sindaci e consiglieri dei vari Comuni, tra maggioranza e opposizioni, con ben 119 delegati! Questo fino all’inizio del 2000 quando ne facevano parte solo i Sindaci o delegati dei Sindaci. Poi venne la proposta della 5° provincia della Giunta Illy, naufragata a seguito del referendum del 2004 e quattro anni dopo la Giunta Tondo propose il Circondario, che ebbe a sua volta vita breve. Così dopo anni di commissariamento si giunse all’UTI, che non comprendeva tutti i Comuni della Carnia, essendoci alcuni Comuni “ribelli”, che non aderirono. Nel frattempo qualcuno (l’ex sindaco di Tolmezzo, Piutti) lanciava la proposta dell’unico “Comune Carnico”, raccogliendo poche adesioni, a dire il vero. E siamo giunti al 2018; nuova Giunta regionale, nuova proposta, direi meglio “nuove proposte, giacchè si parla di nuovi/vecchi enti provinciali o sub-provincial, ma si è sentito addirittura parlare di una nuova provincia montana che comprenda l’intera zona montana delle due ex Province di Udine e Pordenone. Ancora Dante ci aiuta a descrivere il tutto “E se ben ti ricordi e vedi lume, vedrai te somigliante a quella inferma che non può trovar posa in su le piume, ma con dar volta suo dolore scherma.Alla fine di questa forse lunga premessa vorrei rivolgere una preghiera ai nuovi governanti regionali: perché non lasciate che siano i carnici a scegliersi la forma migliore di autogoverno per la nostra zona? Leggo proprio oggi che i comuni della Comunità collinare (Buia e contermini) ribadiscono la volontà di ricostituire il loro Consorzio che funzionava bene per le loro necessità. Perché non si potrebbe fare lo stesso ripristinando la “Comunità montana della Carnia”, rivedendo al limite qualche aspetto organizzativo: elezione diretta o meno, presenza delle minoranze e non solo dei Sindaci? Se ne potrebbe discutere senza la cappa uniformante della proposta unica regionale. Aggiungerei anche “Torniamo allo Statuto”, copiato naturalmente dal celebre motto di Sonnino del 1897, che non è naturalmente lo Statuto albertino, ma lo Statuto della Comunità montana del 1975, frutto di un lavoro unitario tra le forze politiche di allora. Rileggerlo ora sarebbe di grande aiuto agli attuali amministratori e ai consiglieri regionali della zona!

Tolmezzo: gli esempi del passato per rialzare la Carnia

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di Gianni Nassivera

Sono questi, per la Carnia, giorni cupi e tristi: il bilancio dei danni provocati dalla recente alluvione di fine ottobre appaiono ingenti e sconfortanti. Troppo ingenti e pesanti per un territorio fragile come la Carnia che alimentano il dubbio che rimettere tutto a posto e sanare le gravi ferite inferte dalla natura sarà un’impresa che richiederà ancora molto impegno. Danni non solo di tipo materiale, ma di un altro tipo, forse più subdolo e pericoloso, quello che produce scoramento e che determina l’indebolimento dell’idea stessa di futuro per le nostre comunità. Sento, infatti, aleggiare tra la nostra popolazione montanara un sentimento di impotenza e rassegnazione giustificato anche dal ricorrente fallimento di tutte le politiche promesse (ma purtroppo non realizzate) a favore della montagna. Questo sentimento, pur giustificato, va però da subito contrastato attingendo a quelle risorse che le nostre popolazioni, in contesti altrettanto difficili, hanno dimostrato di possedere e valorizzare. Il ricordo non può non riferirsi al periodo del post-terremoto: allora il pessimismo della ragione venne sconfitto dall’ottimismo della volontà con gli esiti straordinariamente positivi che da tutti viene riconosciuto. Venne fatto, allora, uno sforzo straordinario, corale, concreto e lungimirante che riuscì ad ancorare le nostre popolazioni, la gente dei nostri paesi, al proprio territorio e a farlo considerare come il luogo in cui valeva la pena di continuare a vivere.L’interrogativo, dunque, è il seguente: saranno di nuovo in grado il territorio e le comunità (specie quelle più periferiche) della Carnia di reagire positivamente e con sufficiente energia a questa nuova sfida che hanno di fronte? A distanza di oltre quarant’anni dal sisma del 1976 la situazione appare un po’ diversa: l’elemento che più diversifica il post-terremoto dall’oggi è la fragilità delle comunità locali caratterizzate dalla senilizzazione delle loro popolazioni e dal fenomeno dello spopolamento che ha molto indebolito i nostri paesi. In questa situazione problematica è ancora possibile coltivare la speranza di vedere i nostri paesi ancora vitali e sufficientemente in grado di offrire accettabili livelli complessivi di qualità della residenza? Credo che l’urgenza e l’emergenza odierne e dei prossimi mesi siano proprio queste: convincere con i fatti, con atti concreti di condivisione delle aspettative della gente, che vivere la montagna anche nei suoi luoghi più periferici (ma anche, lasciatemelo dire, più belli e affascinanti) sia cosa possibile e fattibile. Ben vengano quindi la responsabilizzazione degli amministratori locali, la concreta vicinanza della Regione e dello Stato, la dotazione di risorse straordinarie, la semplificazione e la deburocratizzazione delle procedure amministrative per sanare le tante ferite della Carnia. Se questo, come spero, avverrà sarà molto utile ricavare dalla storia recente e meno recente del nostro territorio alcuni insegnamenti ed esempi di lungimiranza politica ed amministrativa. Ognuno nella propria esperienza di impegno sociale, politico e amministrativo ha apprezzato modelli esemplari di comportamenti e azioni positivi. Per quello che mi riguarda, e non per rivendicare primazie o per creare classifiche di merito, da vecchio militante del Partito Socialista (partito ancora vivo nella memoria e nel cuore di tanti compagni) mi piace ricordare alcuni eventi e vicende che hanno contribuito a scrivere alcune pagine della storia della nostra Carnia. Come non ricordare l’esempio e l’opera di Enzo Moro, l’indimenticabile vice presidente della Regione, artefice dello sviluppo turistico del Varmost di Forni di Sopra e dello Zoncolan a Sutrio. Come non va dimenticato il lavoro svolto dal senatore Bruno Lepre, promotore della legge 1102/71 istitutiva delle comunità montane, legge finalizzata alla gestione del proprio territorio per chi in montagna lavora e vive, nonché l’impegno svolto per creare la zona industriale sud di Tolmezzo. E per concludere l’emanazione della legge 97/94 “provvedimenti a favore delle zone montane da parte del senatore Diego Carpenedo. Ovviamente, per la Carnia, altre pagine di storia sono state scritte da altre personalità della politica, penso al senatore Michele Gortani che come costituente è stato capace di fare inserire all’articolo 44 della costituzione “la legge dispone di provvidenze a favore delle zone montane”, nonché il grande magistero morale, culturale e politico lasciato ai carnici. A me piace ricordare questi uomini politici (con la “p” maiuscola) perché, in questa fase delicatissima che riguarda la nostra Carnia, avere degli esempi che indichino modelli e comportamenti da adottare per ridisegnare scenari di progresso civile, sociale ed economico è assolutamente importante. Altrettanto importante è alimentare, sulla scorta di tante esperienze e vicende positive del passato, l’idea di un possibile e positivo futuro per il nostro territorio che dovrà aver come esito, ineludibile e fondamentale, l’ancoramento e la presenza attiva della popolazione nei propri paesi e tra le proprie montagne, indistintamente per tutti dovrà essere l’impegno per garantire la permanenza dell’uomo sul territorio, garanzia concreta per saper gestire i pericolosi eventi che la natura ci presenta. —

Tolmezzo: a Palazzo Frisacco un incontro sulla violenza psicologica e fisica subita dalle donne

 

di Nodale Federica.

Anche a Tolmezzo il 25 Novembre, è stata organizzata una grande manifestazione a Palazzo Frisacco per sensibilizzare anche gli abitanti della Carnia, alla grande e drammatica tematica della violenza psicologica e fisica subita dalle donne .la sala era gremita di persone di ogni livello sociale e culturale.

L’organizzazione dell’ avvenimento é stata impostata in maniera alquanto efficace, usufruendo della collaborazione di Claudio Demuro dell’Associazione specifica” Club Soroptimist , Alto Friuli tramite l’aiuto della nuova Proloco, nonché delle autorità scolastiche, le quali hanno favorito la partecipazione spontanea delle scolaresche locali, che hanno eseguito veri e propri quadretti esprimenti il significato di quella manifestazione.
Difatti , alle pareti delle sale erano stati esposti i disegni e le pitture realizzate dagli studenti.
La notevole partecipazione del pubblico ha soddisfatto, visibilmente l’ Associazione citata, e tutti i presenti.
Si precisa che la mostra era stata eseguita dalle categorie: Senior, juniores e degli studenti delle scuole medie di Tolmezzo.
Ritengo che sia opportuna la sollecitazione a visitare tale esposizione, e le visite saranno accompagnate da più persone che si dedicano alla realizzazione dell’ iniziativa.
Fra gli intervenuti, la presenza dell’ artista Marco Marra, che é un grande maestro d’ arte.

 

Friuli: strutture dei rifugi troppo vecchie? «Mancano soldi per rifarle»

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di Melania Lunazzi.
C’era una volta il rifugio alpino spartano, silenzioso, raccolto, raggiungibile a fatica. In centocinquant’anni di storia dell’alpinismo molto è cambiato e il grande aumento di frequentazione della montagna di questo millennio fa nascere a volte discrepanze tra domanda e disponibilità dell’offerta. Una questione di mentalità cittadina poco adattabile alle scomodità alpine o una incapacità da parte delle strutture alpine di adeguarsi alla maggiore domanda di comodità? In che termini va posta la questione sollevata dalle recenti lettere e dagli interventi pubblicati dal Messaggero Veneto? Da una parte c’è chi chiede più cura nella gestione delle strutture, dall’altra chi ricorda come la montagna abbia il suo ritmo e le sue leggi.«Sposo quanto detto dal sindaco Brollo anche se il signore della lettera di protesta qualche ragione ce l’ha» dice Stefano Sinuello, presidente di Assorifugi Fvg e gestore da più di trent’anni del rifugio Pelizzo sul Matajur. «È vero, periodicamente ci sarebbe bisogno di cambiare gli arredi, la perlina va marcia, i tavoli hanno cinquant’anni e le terrazze esterne avrebbero bisogno di abbellimenti, ma questi lavori non possono essere imputati ai gestori, che a ogni stagione pagano un affitto e devono vivere dell’attività che conducono. Spesso ci troviamo a dover sopperire di tasca nostra a carenze strutturali, perché la proprietà (il Club Alpino o altri proprietari) non sempre risponde tempestivamente alle nostre richieste di intervento: dalla sostituzione del gruppo elettrogeno al bisogno di attrezzi da cucina. Non metterei in dubbio la professionalità dei gestori nel servire per quanto possibile prodotti genuini e artigianali: ognuno di noi dà il massimo. Invece direi che gli introiti che le proprietà ricevono dai nostri affitti dovrebbero essere puntualmente investiti per apportare migliorie ai rifugi».Ma anche le sezioni del Cai proprietarie di rifugi alpini stentano a volte a stare al passo e non per mancanza di volontà. «I rifugi si trovano in ambienti difficili, sono costruzioni spesso datate e richiedono costanti manutenzioni – dice Antonio Nonino, presidente della Società Alpina Friulana, proprietaria di quattro rifugi (di Brazzà, Divisione Julia, Marinelli e Gilberti – Soravito). Investiamo ogni anno circa 45.000 euro sui nostri rifugi, importo che corrisponde esattamente agli introiti ricevuti dai gestori. Siamo tra l’altro ancora impegnati per quindici anni in un mutuo per pagare le spese sostenute nella ristrutturazione del Divisione Julia di Sella Nevea. Certamente se potessimo permettercelo vorremmo investire la cifra (circa 300.000 euro) necessaria per dotare i rifugi Marinelli e di Brazzà di corrente elettrica, in modo da consentirne l’apertura invernale, con un allacciamento a bassa tensione interrato. Ma questo non è nelle nostre disponibilità».Da Tolmezzo il presidente del Cai Alessandro Benzoni cita un altro esempio che è il rifugio alpino Fratelli De Gasperi: «Purtroppo c’è una netta disparità tra entrate e uscite da destinare ai lavori. In tre anni abbiamo incassato 13.000 euro e ne abbiamo spesi 21.000, senza contare le tasse. E al momento il De Gasperi ha bisogno di un impianto per il pompaggio dell’acqua che costa 100.000 euro e verrà finanziato con un contributo regionale». Altro che tendine tirolesi.

Trieste: dimissioni degli Assessori in carica, Luca Boschetti entra in Consiglio Regionale

Si chiude ufficialmente lunedì 01 ottobre 2018 la vicenda dei quattro assessori che il presidente del Fvg Massimiliano Fedriga, fin dal primo momento, aveva detto si sarebbero dovuti dimettere dalla carica di consiglieri. Domani, infatti, in Consiglio ci sarà il passaggio di consegne: Sergio Bini (assessore alle Attività Produttive), Barbara Zilli (Finanze), Stefano Zannier (Politiche agricole) e Pierpaolo Roberti (Autonomie locali), saranno sostituiti rispettivamente da Edy Morandini, Luca Boschetti, Alfonso Singh e Antonio Lippolis.I quattro assessori avevano consegnato le proprie dimissioni da consiglieri eletti nelle mani del presidente alla fine di agosto. Sono passati cinque mesi dal giorno delle elezioni in cui il centrodestra guidato da Massimiliano Fedriga aveva stravinto alle urne contro centrosinistra e M5s. Come assicurato da Fedriga in campagna elettorale, gli assessori si sarebbero dovuti dedicare esclusivamente alla giunta. Bypassate, dunque, anche le voci secondo cui ci sarebbero stati alcuni distinguo all’interno della maggioranza, legati soprattutto al voler attendere il ricorso presentato da Lanfranco Sette e Franco Bandelli che potrebbe in caso di vittoria al Tar di Trieste costare il ruolo di consigliere regionale a Bini e Claudio Giacomelli. L’attesa delle dimissioni è stata lunga. La giunta ha dovuto aspettare prima la giunta delle elezioni e poi la convalida delle nomine perché, altrimenti, non ci sarebbe stata la possibilità di sostituire gli uscenti. C’è di più, però, perché a metterci lo zampino è stata anche l’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) che ha voluto controllare il casellario giudiziario di tutti gli eletti. Non soltanto di quelli del Friuli Venezia Giulia, ma di tutte le amministrazioni andate a elezioni. Questo, infatti, è un modus operandi valido per tutti le regioni, una richiesta che ha fatto posticipare di qualche settimana l’intero iter.Domani l’Aula di piazza Oberdan sarà chiamata a votare e convalidare le dimissioni dei quattro assessori che sono anche consiglieri. Dopo l’ok i quattro politici di centrodestra resteranno “soltanto” assessori, svestendo il doppio ruolo. La maggioranza, come è ovvio che sia, non perderà però alcun componente visto che i quattro saranno immediatamente sostituiti dai primi dei non eletti nelle rispettive circoscrizioni. Così al posto di Bini entrerà Edy Morandini (mille preferenze con ProgettoFvg a Udine), Luca Boschetti della Lega (mille e 180 nel collegio di Tolmezzo) sostituirà Zilli, Roberti lascerà il voto in Aula nelle mani di Antonio Lippolis della Lega (520 voti a Trieste) e Alfonso Singh del Carroccio (467 preferenze personali a Pordenone) subentrerà in Consiglio a Zannier.