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Ovaro: “Le confessioni di un carnico” storia della vita straordinaria di Giovanni Battista Lupieri

di PAOLO MEDEOSSI
«Io nacqui veneziano il 18 ottobre 1775 e morrò per la grazia di Dio italiano». Questo è il famoso inizio del grande romanzo storico “Le confessioni di un italiano”, in cui Ippolito Nievo narrava le avventure di Carlino Altoviti. A vivere veramente lo stesso percorso fu un uomo straordinario e poco noto, protagonista di una vicenda che potrebbe essere intitolata “Le confessioni di un carnico”. Giovanni Battista Lupieri nacque il 17 giugno 1776 a Luint, frazione di Ovaro, in val di Gorto, e morì a 97 anni nel 1873. Già questo dato lo rende eccezionale perché la sua fu un’esistenza lunghissima in tempi nei quali età simili erano una assoluta rarità. Il fatto più notevole (e per noi adesso prezioso) è che trascorse quel periodo da intellettuale ricco di interessi e di curiosità, partecipando, osservando, leggendo, informandosi e soprattutto scrivendo, per cui tra libri, carteggi e archivi ci ha lasciato una massa unica di documenti e notizie con i quali è possibile in maniera minuziosa sapere ciò che accadde in Carnia, in Friuli e in Italia in genere in quanto il sagace Lupieri, pur vivendo in una zona appartata, era aggiornatissimo. Ed è un mistero capire come potesse esserlo visti i difficili collegamenti del tempo. Ma la vivacità e l’attualità dei commenti fa comprendere che non si perdeva una battuta di ciò che avveniva in tempi decisivi, passando dall’epoca napoleonica alla Restaurazione, al lungo dominio austriaco, al Risorgimento e infine, nel 1866, al momento in cui questa parte di Friuli fu annessa al regno d’Italia. Di tutto Lupieri fornisce una versione dinamica e anche inedita essendo stato testimone partecipe, in prima persona, in vari importanti momenti politici. E poi nelle sue cronache non trascura la piccola vita quotidiana e i personaggi che lo attorniavano, rivelando una sincerità stupefacente. La storia di Giovanni Battista Lupieri verrà raccontata venerdì, alle 18, nella sala del Consorzio boschi carnici, ad Aplis di Ovaro, come quarto appuntamento della rassegna “Libri nel bosco” organizzata dall’Albergo diffuso Zoncolan. A narrarla sarà Bianca Agarinis Magrini che con pazienza, competenza e passione ha ritrovato nella casa di famiglia, a Luint, e poi ordinato e pubblicato, i testi più significativi, alcuni dei quali sono usciti per la Forum editrice di Udine, come “Memorie storiche e biografiche” e “Cronache sulla Carnia, l’Italia, il mondo 1420-1870”. Va detto che Lupieri si laureò in medicina a Padova nel 1801 quando in Carnia c’erano solo due-tre medici ed esercitò la professione fino al 1850 introducendo in montagna la vaccinazione antivaiolosa. Ma si dedicò anche all’agricoltura e ai boschi, in particolare avviò la coltivazione del gelso, occupandosi delle proprietà di famiglia. Poi si chiuse nel suo studio dove scrisse all’infinito. Tra le sue imprese ci fu la traduzione dal latino in italiano di una “Storia antica della Carnia”, scritta nel Cinquecento da Fabio Quintiliano Ermacora, altro personaggio tolmezzino di cui si vuole recuperare la memoria. Lupieri completò il lavoro di Ermacora narrando le vicende carniche fino al 1870 e poi ancora produsse saggi di carattere storico, medico, scientifico, pedagogico, politico-amministrativo, filosofico, e si cimentò in testi poetico-letterari. Sul sito “Cjargne online” di Giorgio Plazzotta è possibile trovare elencate tutte queste opere. Lupieri viaggiò anche molto, ci ha lasciato ritratti magici di Venezia, Milano, Trieste, Udine. Partecipò in prima persona a tutto. Ebbe il dolore di perdere il figlio Giulio tra i patrioti al fianco di Daniele Manin nel 1848 a Venezia. E un suo nipote morì nel 1866 dopo essersi arruolato volontario con gli italiani. Una storia straordinaria durata un secolo, che riaffiora con le sorprendenti confessioni di un carnico innamorato del suo mondo e della vita.

Carnia: Ovaro “patria” della land art con le donne nel bosco

Una buona notizia per chi ama i boschi in genere e la Carnia in particolare. Dopo alcuni anni di silenzio, tornano finalmente le “Donne del bosco”, un gruppo di artiste che aveva riempito di iniziative le zone della nostra montagna a cominciare dal 2003 quando erano nate a Ovaro. Tutta la loro storia può essere letta in alcune pubblicazioni e anche nell’omonimo sito su Internet. Adesso riappaiono con le loro opere proponendo un appuntamento classico, ovvero il percorso “Arte in natura”, giunto così alla nona edizione. Sarà inaugurato sabato, alle 17, lungo il tracciato della ex ferrovia con partenza da Chialina di Ovaro. L’iniziativa è sostenuta dal Comune di Ovaro, dalla Pro loco e dall’Albergo diffuso Zoncolan e sicuramente non mancherà di richiamare il grande pubblico degli anni scorsi quando questa zona si affollava di visitatori, capaci di tornare un po’ bambini in quanto la solitudine necessaria a un’esperienza simile e la fantasticazione sono condizioni connaturate all’infanzia, sempre attenta alle cose che ci circondano, anche a quelle che in apparenza sono senza significato. Ad accendere le fantasie assopite ci penseranno le opere create in mezzo al bosco, utilizzando sempre elementi del paesaggio, le artiste Luisa Cimenti, Albina Mazzolini, Maria Grazia Paderi, Sandra Palazzi, Laura Piovesan, Manuela Plazzotta e Ilaria Rotter. Anche stavolta, in questo ritorno, hanno agito con i materiali trovati sul posto sapendo che ogni gesto finirà per svanire nel tempo in quanto le loro invenzioni, costruite con legno e pietre, si dissolveranno tornando alla terra, così da sottolineare (come dice uno dei loro principi fondamentali) «la sottomissione al ciclo eterno delle stagioni e della natura». Altro aspetto importante: in questo modo l’artista vuole mettere in risalto dettagli e frammenti minimi e invisibili dell’ambiente che sta attorno piuttosto che imporre la propria personalità. È la natura che suggestiona e guida il gioco senza subirlo. C’è allora una magica filosofia all’origine di tutto e trae ispirazione certo dai dettami della “Land art”, molto diffusa soprattutto nel Nord Europa, ma anche da testi letterari di culto come “La vita nei boschi” dell’americano Henry D. Thoreau, che scrisse: «Il gusto del bello ci colpisce soprattutto all’aperto, dove non ci sono né case né padroni». Alla fine del percorso artistico è sempre posto un quaderno dove i visitatori, dopo un simile percorso che ci allontana dai rumori e dagli eventi quotidiani, possono scrivere pensieri e sensazioni. Eccone alcuni, raccolti durante le esperienze passate: «Ogni anno, appena arriviamo in Carnia per le vacanze, non vediamo l’ora di fare un giro e ammirare, sulla cara vecchia ferrovia, le vostre creazioni… La vera arte è come un fuoco che riscalda il cuore… Fate qualcosa di insolito. Viva la genialità delle donne… Con molta gratitudine per la poesia e il sentimento. Le vostre opere sollevano il mio spirito». C’era anche chi aveva scritto anni fa: «Che la favola continui». Adesso finalmente succede con un ritorno capace di donare un’attrazione in più alla Val di Gorto, del tutto in armonia con il suo spirito e il suo mondo.

Carnia: l’appello di Ganzer, salviamo gli affreschi di Fossati nel cuore di Tolmezzo

di GILBERTO GANZER.

Quando il grande economista Luigi Luzzato affermava che la Fabbrica Linussio «può essere definita senza esagerazione, come un vero colosso dell’industria» certamente aveva individuato uno dei personaggi piú importanti per lo studio della storia economica della Repubblica di Venezia e anche nel contesto europeo. Protetto da Venezia che sorvegliava attentamente questa crescita industriale e si teneva informata anche attraverso relazioni semestrali redatte appositamente da un notaio di Tolmezzo, rispondeva con risultati sorprendenti, storicamente appurati. Di questa importante realtà ci resta la grande struttura di Tolmezzo, già Caserma Cantore, pronta a offrirci valori di memorie collettive che ancora ci parlano. Lo straordinario complesso, un vero e proprio fuori scala nel contesto urbano di Tolmezzo, necessita di un pronto recupero e valorizzazione nell’ambito non solo strutturale degli edifici, ma anche nella sua nuova complessità di sito ormai cuore dell’area viaria del luogo. È un problema peraltro che non investe solo l’ex caserma tolmezzina ma anche quell’enorme patrimonio di edifici un tempo destinati all’uso militare e che da piú di un ventennio giacciono abbandonati e ignorati in attesa di improvvide demolizioni sbandierando “criticità” burocratiche che in un paese civile dovrebbero essere da lungo tempo superate, dando stura alle piú selvagge speculazioni su aree che andrebbero conservate nella loro integrità, alla faccia dei convegni sulle sostenibilità urbane. Si costruiscono cosí ospedali, strutture pubbliche legate alla gestione tutoria del territorio, scuole e università, grottescamente lontane dai centri urbani che dovrebbero servire, facendo andare in rovina enormi spazi edificati facilmente riutilizzabili, spesso anche di valenza storica ed architettonica. La Fabbrica Linussio può diventare un esempio eloquente per una nuova progettualità anche perché riveste una forte identità simbolica come testimonianza europea di proto-industria, progettuale per gli usi integrati del grande complesso e ambientale ai fini del recupero della vasta area ambientale. Urgente è l’intervento da concretarsi nel corpo centrale che comprende il fastoso salone da ballo, il piú scenografico dell’intera nostra Regione. Ed è proprio un artista-scenografo che lo realizzò: Domenico Fossati, a partire dal fatto che il pittore veneziano vi pose la sua firma autografa, negli anni c’è stato un dibattito acceso sull’attribuzione degli affreschi, ma gli elementi a suo favore sono chiari. L’artista aveva cominciato la carriera come “pittore di ornati” e incisore a fianco di Gian Domenico Tiepolo e Jacopo Guarana e come “scenografo di apparati per feste pubbliche” con il padre Giorgio, a sua volta pittore, architetto e incisore. Aveva ideato e realizzato numerosissime scene per i teatri della Serenissima, ma anche per quelli di Udine, Milano, Monza, Graz. La lettura del complesso decoro del soffitto secondo gli schemi propri del teatro è immediata e risente senza dubbio dell’esperienza accumulata con gli apparati per le feste, come viene chiarito anche dal confronto fra il realizzato e lo studio preliminare presente in una collezione privata, nel quale si era privilegiata una lettura piú elegiaca e piú pittoricamente tradizionale. La struttura della sala è articolata su due piani con balaustra e un bel gioco di porte e decori architettonici inseriti nell’interno della composizione affrescata; colonne dipinte ritmano il percorso di entrambi i piani e al piano terreno tra le colonne che sono affiancate da finte nicchie con figure allegoriche sono ospitate quattro scene di ambientazione storica fortemente influenzate dall’esperienza maturata in campo teatrale. Il taglio delle composizioni e l’organizzazione dello spazio rimandano ai tanti bozzetti su questi temi realizzati dal Fossati. L’illuminazione, poi, sottolinea l’artificiosità dei fondali e la netta differenza fra lo spazio teatralmente praticabile e le quinte. L’indagine condotta da Gianluca Macovez ci renderà a breve una piú puntuale definizione di questo notevolissimo apparato che è un unicum nella nostra Regione e deve necessariamente essere preservato quale una delle testimonianza “principe” dei rapporti tra la capitale, Venezia, promotrice di modelli culturali per tutta Europa e la patria del Friuli, soprattutto nel 18° secolo. Sarà anche una pagina che chiarirà la produzione dell’artista veneziano nei suoi termini artistici e cronologici come già suggerito dallo studioso Massimo de Grassi che attribuisce all’artista l’intero complesso decorativo. Se San Leucio a Caserta fu restaurata con i fondi della Comunità Europea (e non pochi) non si vede perché questo complesso così importante, costruito con le sole forze di un privato e non di un re, non possa meritare le stesse provvidenze. Pertanto è doveroso l’impegno della nostra Regione in sede comunitaria nel rivendicare i necessari aiuti in concerto con l’impegno degli enti locali, dell’università e di tutte le istituzioni che potranno trovare in questo grande sito un luogo ove sviluppare progetti di ricerca ed incubatori di potenzialità d’impresa. Sono certo che di fronte a questa sfida le nostre istituzioni saranno presenti e incideranno spero per il riutilizzo di quell’enorme patrimonio che insiste nella nostra Regione. Enormi sono gli spazi che una progettualità attenta potrebbe ridefinire nelle città, ma anche nei singoli comuni , ovviando cosí alla desertificazione del territorio, concretata con demenziali “de-localizzazioni” utili per ulteriori costi a carico di un’utenza ignara di tali alate idee.

Carnia: tra acqua rapita e un poligono militare

 

di Gianni Nassivera Forni di Sotto.

Dagli anni ’50 del secolo scorso le acque dei rii della sinistra orografica del fiume Tagliamento presenti sui territori dei comuni di Forni di Sopra e Sotto vengono captate e convogliate nel lago di Sauris a fini idroelettrici, captazioni ottenute anche con il consenso dei Comuni interessati facendo ad essi più di una promessa che a distanza di tanti anni, si può tranquillamente affermare, che sostanzialmente non sono mai state mantenute, in questi tanti anni diverse sono state le manifestazioni di proteste fatte dalle popolazioni interessate ma il comportamento della Sade prima e dell’Enel per nulla si modificò. Oggi tutti sono a conoscenza che la captazione dell’acqua, e la sua gestione viene eseguite dalla multinazionale Edipower, essendo divenuta proprietaria delle centrali di Ampezzo e di Cavazzo con la logica conseguenza di intascarsi i relativi utili che poi vengono investiti altrove. La Regione Alto Adige e non solo questa , ha acquistato dall’Enel le centrali presenti sul suo territorio, la gestione ed i relativi utili ricadono sul suo territorio ed a beneficio della sua popolazione. Perché questo non è avvenuto anche da noi? È sbagliato ora affermare che alla nostra popolazione viene praticato un continuo furto? Pochi anni dopo aver captato le acque nei modi sopra citati ai Comuni dei Forni Savorgnani arriva la beffa. Tutti siamo a conoscenza che decenni or sono l’uomo ha visitato la luna, oggi abbiamo aerei che volano senza piloti, satelliti oltre l’orbita terreste, missili che possono “viaggiare” da un Continente all’altro eccetera mentre nella piana di Casera Razzo e sui pendii del monte Bivera, l’autorità militare vincola un territorio di oltre 100 kmq di proprietà comunale per crearvi un Poligono di tiro sotto regia Nato. Nell’anno 1979, l’autorità militare espresse la volontà di espropriare ai Comuni interessati il territorio prescelto comprese malghe e pascoli cioè una vasta zona ricca di bellezze naturali con ricchezze di flora e fauna, che successivamente venne riconosciuta Zona di interesse comunitario (proprio non si riesce a capisce come possa essere attivo un poligono militare di tiro) la volontà dell’esproprio da parte dei militari fu subito contestata dall’intera popolazione carnica, che ben organizzata nell’ottobre del 1979 manifesto energicamente a Casera Razzo. Mi sia consentito ricordare i vari colloqui telefonici, che come consigliere provinciale ebbi con il compianto Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che sensibile alla situazione che si presentava subito si attivò a sostegno delle richieste delle popolazioni interessate, e in pochi giorni ci comunicò che era riuscito ad evitare l’esproprio dei terreni ed a ridurre al minimo necessario le esercitazioni , precisando che la chiusura del poligono non rientrava in quel momento nelle sue competenze essendo questo sotto la regia Nato. Il primo e più importante passo era compiuto. Ora, le esercitazioni continuano e con arroganza impongono alle popolazioni il divieto il di poter disporre dei propri beni come Democrazia vuole comportamento certamente non corretto considerati i tempi in cui viviamo, inoltre va tenuto presente, come sopra citato il progresso negli armamenti che il settore militare ha purtroppo avuto dall’inizio di questa vicenda, ed è anche su ciò che a mio avviso gli amministratoti pubblici devono far leva e saper dimostrare con determinazione che tale poligono oggi si presenta come una imposizione fanciullesca, argomenti che personalmente ritengo sostenibili per compiere un ulteriore passo innanzi affinchè questa vertenza si chiuda definitivamente, è ovvio che per arrivare a questo è necessario saper individuare il giusto interlocutore istituzionale. Continuando così, con acqua rapita e poligono militare imposto affermare che siamo soggetti al male e alle beffe è sbagliato? 

“Sempre caro mi fu quel carnico colle”, la montagna nei canti del Leopardi

Leopardi

di Ermes Dorigo.

Lo stimolo a questo scritto mi è stato dato dall’essermi imbattuto in una variante di Leopardi al verso 90 del Bruto Minore, la cui lectio definitiva è «solinga sede», mentre nell’autografo del 1821 troviamo come possibile scelta: «carnica, gelida, nevosa sede»: tale variante si trova segnalata nelle Concordanze dei Canti del Leopardi, di Antonietta Bufano (Le Monnier, 1969), e nei Canti di Giacomo Leopardi, commentati da lui stesso per cura di Francesco Moroncini (Sandron, 1917, ricordo che proprio al Moroncini si deve la prima edizione critica dei Canti – Cappelli, 1927 e poi 1961, con la pubblicazione anche delle varianti autografe del poeta e con la correzione delle manipolazioni operate da Antonio Ranieri nell’edizione definitiva in 41 poesie da lui curate per Le Monnier nel 1845).

Tale incontro non solo gratificò il mio amor proprio, avendo tempo fa, per rendere più mio l’amato poeta, tradotto gli endecasillabi sciolti de L’infinito nella parlata di Forni di Sopra, ma mi stimolò ad approfondire la percezione che il poeta ha del paesaggio montano e del significato metaforico-allegorico che a esso assegna nelle sue liriche. Nella poesia di Leopardi troviamo, infatti, che la contrapposizione/coesistenza tra “poesia di immaginazione “, propria degli antichi e dei fanciulli, e “poesia sentimentale”, riflessiva e meditativa propria della modernità, ha il suo correlativo in due paesaggi, “mediterraneo” l’uno, “nordico” l’altro, rivelatori, a livello antropologico, di due psicologie che s’intersecano e s’intrecciano proprio nella nostra cultura friulana di frontiera:         qui, infatti, abbiamo sia i «nubiferii gioghi» dell‘Inno ai Patriarchi e i «ruinosi gioghi» di Alla primavera o delle favole antiche, sia il maggio odoroso di A Silvia, come pure nel Passero solitario, «primavera dintorno/brilla nell’aria, e per li campi esulta/sì ch’a mirarla intenerisce il core».

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In generale Leopardi trasfonde la sua anima “classica” – serena, equilibrata e armonica – nel paesaggio solar-collinare, e la sua anima “romantica” – tumultuosa, tormentata e interiormente scissa – in quello tenebroso-montano; paesaggi spesso accostati oppositivamente con una connotazione negativa del secondo, come si evince chiaramente nei vv. 29-34 de II pensiero dominante: «da’ nudi sassi/dello scabro Apennino/a un campo verde che lontan sorrida/volge gli occhi bramoso il pellegrino».

Nel Bruto Minore, dove alla «Esperia verde» è contrapposta l’«Orsa algida», la tragedia di Bruto e il suo discorso disperato di rinuncia alla virtù prima del suicidio hanno come sfondo «l’atra notte in erma sede», e «i celesti odii» si materializzano nella furia del «nembo» e nel terrore del «tuon» in una natura divenuta ostile all’uomo moderno, che ha perso la primitiva e ingenua empatia con essa della «pura etade», «libera ne’ boschi», dove (Alla primavera) abitavano le mitiche Driadi e sui monti le ninfe Oreadi.

Tale opposizione raggiunge la massima evidenza nell’Ultimo canto di Saffo: «alle dilettose e care sembianze», alle «vezzose forme» della natura, da cui Saffo è respinta – «Placida notte, e verecondo raggio/della cadente luna»; «Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella/sei tu, rorida terra»; «aprico margo», «il canto/ de’ colorati augelli», «de faggi/il murmure», l’ombra degli «inchinati salici», «candido rivo», «flessuose linfe», «odorate spiagge» – si contrappongono i suoi «disperati affetti», oggettivati in uno sconvolto paesaggio nordico: «Noi l’insueto allor gaudio ravviva/quando per l’etra liquido si volve/e per li campi trepidanti il flutto/polveroso de’ Noti, e quando il carro/grave carro di Giove a noi sul capo/tonando, il tenebroso aere divide./Noi per le balze e le profonde valli/ natar giova tra’ nembi, e noi la vasta/fuga de’ greggi sbigottiti, o d’alto/fiume alla dubbia sponda/il suono e la vittrice ira dell’onda».

Anche il tragico viaggio metaforico del «vecchierel» che si conclude in «abisso orrido, immenso» del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia ha uno sfondo montano: «per montagna e per valle/per sassi acuti, e alta rena, e fratte/al vento, alla tempesta, e quando avvampa/l’ora, e quando poi gela/corre via, corre, anela/varca torrenti e stagni…» La montagna ha sempre un volto minaccioso o per le «atre nubi» o perché percossa e ferita dal «rombo/della procella», o anche funereo, come «il monte imbruna» de II tramonto della luna, o come nel Frammento LXL, che è parte della cantica giovanile, intitolata appunto Appressamento alla morte, o legato a simbologie di morte, come nel Passero solitario – «il Sol che tra lontani monti/dopo il giorno sereno/cadendo si dilegua, e par che dica/che la beata gioventù vien meno» -, il cui «solingo augellin» ci rimanda alla iniziale «solinga sede» montana, il cui finale è l’«arida schiena/del formidabil monte/sterminatore Vesevo» de La ginestra, dove la montagna – «l’altero monte» -, se pur in forma di vulcano, diviene l’allegoria della forza nemica e distruttiva della matrigna Natura, del vero della «frale» vita mortale.

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Tale percezione metaforicamente negativa della montagna parrebbe essere incrinata dalle famose diadi: «quel lontano mar, quei monti azzurri» de Le ricordanze, e «quinci il mar da lunge, e quindi il monte» di A Silvia. A me pare che entrambi indichino dolore: il mare la perdita della fanciullezza, delle acque primordiali, e il monte, percepito non come altezza-misticismo ma come massa-minaccia-impedimento, quasi, cui bisogna fare violenza per liberarsene come ne La quiete dopo la tempesta: «Ecco il sereno/rompe là da ponente, alla montagna» – la durezza e il travaglio della maturità e del vero, slontanati catarticamente entrambi nell’indefinito (anche nei famosi versi de La sera del dì di festa troviamo tale rimozione psicologica: «… posa la luna, e di lontan rivela/ serena ogni montagna). Però, mentre per il mare il poeta riesce a rivelare una dolcezza anche all’interno dell’aridità de La ginestra («veggo dall’alto fiammeggiar le stelle/cui di lontan fa specchio/il mare») verso i monti, simbolo doloroso della verità della fatica di vivere e della sua sofferenza, tenta la dissolvenza: gli «azzurri monti» rivelano infatti un’intima pulsione di cancellare la verità della vita, assorbendoli nel colore del cielo e, quindi, annullandoli come tali.

Carnia: l’amicizia di due poeti, Giorgio Caproni e Siro Angeli

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di Ermes Dorigo.

Giorgio Caproni, trasferitosi a Roma nel 1938, viene introdotto da Libero Bigiaretti nell’ambiente letterario della capitale ed è proprio su sollecitazione di quest’ultimo che gli invia una copia di Ballo a Fontanigorda a Udine, dove Angeli si trovava come sottotenente in forza al II Reggimento Fanteria, con questa dedica: «Caro Angeli, sono lieto di aver avuto dal carissimo Bigiaretti l’invito di inviarti questa plaquette, che esigo… contraccambiata con qualcosa di tuo. Essa, eccetto le poesie segnate, appartiene a un periodo che credo superato in me. A settembre pubblicherò 10 poesie in Poeti d’oggi. Te ne invio una, ch’è il modello ideale, per così dire, di tutte, specie per quanto riguarda il ritmo. Coi più affettuosi saluti, tuo Giorgio Caproni»; poesia autografa sulla seconda di copertina dal titolo Per una giovinetta, che entrerà nella raccolta Finzioni del 1941 col titolo Batticuore, con alcune varianti: miro/guardo, paci finte/pace finta, fidi/affidi, risi/la tua risata. Il loro incontro avviene due anni dopo, come scrive Biancamaria Frabotta, quando si trovano insieme a combattere dal 10 al 24 giugno 1940 sul fronte occidentale contro la Francia. Da qui nascerà l’amicizia d’una vita e un sodalizio culturale, entrambi rievocati da Caproni quando, in occasione della pubblicazione presso Mondadori nel 1962 della raccolta di Angeli L’ultima libertà, ( vedi accanto Sei domande a Siro Angeli) scriverà (Poesie di Siro Angeli in «La Nazione», 30 giugno 1963): «Io conosco Siro Angeli come si può conoscere un fratello, anzi più a fondo ancora, se è vero, come è vero, che un amico liberamente scelto è sempre qualcosa di più confidente e pertinente. Abbiamo patito e spartito insieme Angeli ed io, in anni nerissimi, i sogni e le amarezze, le speranze lancinanti e le tremende delusioni, di un’intera generazione che ha dovuto pagare, col sacrificio della gioventù, tutti gli errori della precedente, e che lanciata insensatamente nella fornace ha saputo tuttavia salvare, quand’ha avuto in sorte di sopravvivere, non foss’altro l’integrità della propria fede in certi comuni sentimenti come in certi comuni principi morali e interessi spirituali, odiati o appena sopportati dalla follia o stupidità dei ‘dirigenti’; i quali peraltro non riuscirono nemmeno col ferro e col fuoco a disperderli o a frantumarli del tutto. E’ stato forse tra noi, Angeli, il più “tutto d’un pezzo”, addirittura d’una moralità che giungeva perfino ad irritarci. Era per noi “l’uomo che crede a tutto”, anche alle Istituzioni così com’esse si presentavano; quasi lo accusavamo – con un punta d’invidia, però – d’ingenuità, forse non accorgendosi che invece, di quelle Istituzioni ormai screditate (la Patria, la Famiglia, la Religione), egli era riuscito a conservare intatto in sé il principio, e a scorgerne ancora il brillìo. […] questo suo libro (è) frutto di una fedeltà, in cui lo ritrovo intero: dico “lui”, Siro Angeli, cioè l’uomo – più unico che raro – capace di “credere” nei sentimenti “onesti” e nelle persone che li suscitano».

Fu sempre un’amicizia discreta, non esibita, in sintonia con la «verecondia» di Angeli come l’ha definita in un’intervista a Carlo Tolazzi del 1998 Elio Bartolini: «Un gentiluomo, una persona rigorosa, convinta, ma non priva di un certo calore, di amicizia, capace di aiutarti discretamente, di grande interessamento alle tue esigenze, ma mai in forma intrusiva».

Angeli_Il grillo della Suburra_Barulli

A Caproni Angeli  dedicò alcune poesie; ad esempio: Andando per strade  (in: Il grillo della Suburra, Barulli, 1975; poi ritoccata nell’edizione Scheiwiller del 1990): « Andando per le strade/ di Monteverde vecchio,/ tra automobili fitte/sotto lampade rade,/ discorrere parecchio/ o poco, non importa/ variare gli argomenti,/ tanto sono inventari/ di rimorsi e sconfitte;/ e, varcando la porta/ d’una bottega, in mezzo/ alle parvenze trite/ di sempre (pane, pasta,/ generi alimentari, ogni cosa il suo prezzo)/ scoprire sulla faccia/ degli altri quanto basta/ perché almeno si allenti/ tra due giri di vite/ il peso che ci schiaccia»; e Genova (in: Da brace a cenere, Lacaita, 1985), piccolo poemetto in due parti: «I. Questa parvenza aleatoria/ che adesso, in una domenica/ di fine marzo, tra rare/ schiarite sotto gli scrosci/ dentro cui il rombo dei treni/ affoga col rombo del mare/ e il giorno precipita a sera,/ a lembi negli occhi balena,/ tu potrai dirmi se è vera,/ o sono io che la immagino/ soltanto, io che a memoria/ sto rinventando la Genova/ che nell’averno dei vicoli/ da te ho potuto conoscere,/ mai vista e già familiare:/ la Genova che si rigenera/ dal niente appena ricigola/ da un verso la funicolare/ nel quarzo delle tue pagine.// II. Anche in una stanza d’albergo/ sopra l’uscita di servizio/ la tua Genova pare riassunta;/ e oltre i vetri che si tergono/ senza promettere che duri/ l’armistizio del temporale,/ la ritrovo in quell’interno/ di casamento che svaria/ il grigio, dentro la larvale/ luce del giorno al suo inizio,/ dal fondo di terra battuta/ dove superstite l’inverno/ ingromma sopra le inferriate/ con il buio delle cantine/ ruggine e polvere, al calcare/ nudo di intonaco sui muri/ fino agli attici d’arenaria./ Ma le persiane spalancate/ resistono in alto verdechiare/ alla salsedine, e l’affine/ colore della vernice aiuta/ ogni filo d’erba che spunta/ dall’alveo di una fenditura/ lungo le scale, ad annunciare/ con l’alito del maestrale/ la primavera nascitura»: una poesia tutta tramata da discrete allusione a lessico ed opere di Caproni. 

Caproni_Autografo

Di Caproni è, invece, una poesia in cui rievoca Udine nella raccolta Cronistoria del 1943, che Giuseppe Leonelli  (Caproni, Milano 1997.) considera paradigmatica,  per comprendere la sua nuova stagione poetica: «una città col suo sole, i colori squillanti e la sua aura di prima giovinezza ritorna attraverso il profumo della fanciulla che sta accanto al poeta:  “Udine come ritorna / per te col grigioverde/ e il sole! Dove si perde/ la mia memoria, torna/ dell’erba la brace verde/ al Castello – l’esangue/ pietra che ora al tuo sangue/ più leggero somiglia.// Torna da te l’odore/ lontano, che si assottiglia/ al tempo: l’odore umano/ di giovinette in gara/ sulle due ruote, e il vano/ desiderio che stagna/ a quei colori.// Via/ tu mi riporti, a un giorno/ di bruciata allegria”. La lirica segna un momento del percorso d’un io che insegue di testo in testo, senza raggiungerlo veramente mai, un ‘tu’ femminile […] Sulla scia di quell’io, sembrano già affacciarsi gli abbozzi di grandi motivi simbolici così tipici della futura poesia di Caproni e sempre strettamente connessi fra loro: la città, il viaggio e il congedo. (Città) della prima diaspora della vita di Caproni, non ancora le città grembo da identificarsi prima in Genova e poi in Livorno».

 

 

In appendice:

 

SEI DOMANDE A SIRO ANGELI.:

 Ultima libertà

Sei domande a Siro Angeli —La Fiera Letteraria, 21/10/1962

(Mai pubblicate, senza un particolare motivo come osservava Angeli nella videointervista Odore di terra VTC; dove sostanzialmente alle domande di Dorigo rispondeva con  le stesse parole) – Copia del testo è stata donata da Dorigo al fondo Angeli, che sarà istituito presso la Cineteca del Friuli

 

  1. D. – Finalmente è uscito il tuo libro di poesie L’ultima libertà. Da quanti anni lo aspettavi? E credi che il ritardo gli sia giovato?
  2. R. – Il volume doveva uscire nel 1959. Tre anni di attesa mi hanno consentito di aggiungere una quarantina di poesie (fra le quali il lungo poemetto Assisi) alle venti premiate al Trebbo di Cervia nel 1958, e di rielaborare a mio agio le une e le altre, Ora, a pubblicazione avvenuta, ignoro se tale lavoro di revisione protrattosi per tanto tempo, sia stato sempre opportuno e mi sia effettivamente giovato. Lo ritengo indispensabile, almeno nel mio caso, ma so che non comporta di per sé una maggiore validità di risultati. Ci si può avvicinare di più a quella che dovrebbe essere la poesia grazie a questo, oppure nonostante questo. Posso dire che ho fatto del mio meglio, ma il bisogno che avverto di riprendere la rielaborazione dei miei versi dopo averli riletti in volume non mi tranquillizza.
  3. Hanno detto di te che sembri riproporre modi e accenti della poesia stilnovistica. Sei d’accordo con questo giudizio critico, o credi che questa “guida di lettura” tradisca (in tutto o in parte) la sostanza del tuo libro?
  4. — Il richiamo alla poesia stilnovistica mi sembra pienamente giustificato, e non solamente per i modi e gli accenti, ma anche e soprattutto per la presenza di un tema dominante l’amore per la donna, sentito come l’esperienza fondamentale dell’esistenza umana, quella che riflette e riassume in sé tutte le altre esperienze, e dà loro valore e significato; e approfondito nelle sue radici psicologiche e concettuali, nei suoi riferimenti metafisici e religiosi. Anche quando affronto altri temi (la vita ultraterrena, il mistero dell’universo e le sue “corrispondenze”, la solitudine, la funzione e il valore della poesia, ecc.), esiste quasi sempre un nesso, esplicito o implicito, con questo motivo centrale, Oltre che agli stilnovisti, il richiamo andrebbe esteso a Petrarca e a Leopardi; e fra i contemporanei almeno a Saba, Ungaretti e Montale. Naturalmente non mi sono rifatto a questi autori di proposito: mi sono trovato a fare i conti con essi; e anche se può sorprendere la molteplicità e la diversità delle influenze, che ammetto di avere subito, spero che quello che ho scritto non si riduca alla loro somma.
  5. Pensi che la tua poesia possa aprire un nuovo discorso, se letta e capita bene? In pratica, vorresti dire qualcosa ai critici e ai lettori?
  6. – Benché una domanda del genere possa lusingarmi, non ho esitazioni nel dare una risposta negativa. Non presumo assolutamente di bandire messaggi o di scoprire verità, né di portare alcun contributo a innovazioni espressive. Il mio modo di concepire la poesia e di farla è rimasto quello tradizionale. Spero che non sia anche convenzionale, perlomeno non sempre; ma posso sbagliarmi. Comunque, sono convinto che sia più meritorio e anche più proficuo, ai fini di un rinnovamento da tutti auspicato, rifarsi alle esperienze più recenti della poesia italiana e straniera. Per quello che mi riguarda, sono piuttosto per l’autonomia che per l’eteronomia dell’arte il che non significa considerarla fine a sé stessa, evasione, torre d’avorio, negare la sua socialità e la sua storicità. Non sono insensibile all’esigenza dell’impegno, ma temo che esso divenga controproducente, se non è accompagnato da una altrettanta viva capacità di distacco. Ho l’impressione che oggi si tenda ad accettare l’impegno come una legge imposta dall’esterno, anziché a servirsene come urgenza interiore; a servirlo ciecamente a priori, senza servirsene consapevolmente in concreto. Ritengo sia indispensabile aderire all’attualità, ma senza dimenticare che si corre il rischio di confonderla

Autogrfo Angeli

E mi sembra che non si risolva il problema con la scelta di certi contenuti e il rifiuto di altri (esistono oggi dei temi “privilegiati”) né con il puntare sulla registrazione o sulla protesta invece che sulla rappresentazione o sulla interpretazione: sul grido invece che sulla parola, sulla lacerazione e disintegrazione sintattica invece che sul discorso logicamente costruito. Dubito che la crisi, il disordine, il caos trovino miglior espressione nel disordine piuttosto che nell’ordine formale. Per questa strada si finirebbe con il dare una riproduzione esistenziale, una ripetizione quasi materia1e dalla realtà, invece di reinventarla e trasporla in una dimensione totalmente diversa.

  1. Sei uno scrittore appartato e modesto (scusa la spicciativa definizione). Perché lo sei? Pensi che il riserbo sia una dote necessaria per un poeta? Non senti di comportarti in modo diverso da come vorresti intimamente?
  2. – Appartato sì, modesto non so. Per temperamento sono incline a partecipare, a comunicare, a chiedere e a offrire confidenza e solidarietà. Tra l’altro, sentendomi assai poco sicuro delle mie effettive capacità, ho particolare bisogno di ricorrere al giudizio di qualcuno, che sappia e voglia conciliare la comprensione, che nasce dall’amicizia con la sincerità senza riserve; e ciò capita abbastanza di rado. Posso aggiungere che il riserbo mi è consigliato anche dalla constatazione di casi sempre più frequenti in cui si eccede in direzione opposta.
  3. Il teatro ti interessa ancora? E c’è un accordo di fondo tra la tua poesia e il tuo teatro, addirittura c’è un punto nel quale convergono?
  4. – Tornare a scrivere per la scena mi sta a cuore quanto continuare a comporre versi. Ma se alla poesia riesco a dedicarmi anche nei ritagli di tempo concessimi dai miei impegni professionali per il teatro è diverso. Posso abbozzare e maturare a lungo una vicenda drammatica solo mentalmente, senza prendere appunti; ma per la stesura vera e propria mi è indispensabile disporre interamente delle mie giornate. Anche il cinema esige la sintesi, la scelta del particolare significativo, la traduzione di idee e concetti in immagini, e in particolare il senso della costruzione. Se non mi inganno nell’avvertire nelle mie liriche un impianto strutturale piuttosto solido, certo la mia esperienza di sceneggiatore vi ha contribuito non meno della mia esperienza di autore drammatico. Ed è probabile che nell’accanimento, che metto a rielaborare decine e talvolta centinaia di volte una poesia, che nessuno mi ha ordinato di scrivere, vi sia una intenzione più o meno consapevole di rivalsa e di riscatto, per le migliaia di pagine che ho scritto su ordinazione, con l’angoscia di non fare in tempo per la scadenza fissata sul contratto.
  5. Cosa hai pronto, e cosa stai approntando per le stampe?
  6. – Preparo da tempo una nuova raccolta di poesie che spero di avere pronte entro l’anno. Il nucleo sarà costituito da un lungo poemetto, già apparso due anni addietro in una rivista, Il grillo della Suburra, nel quale mi è avvenuto – per la prima volta in venticinque anni che vi abito – di prendere Roma a soggetto. Ne è venuta fuori, con mia sorpresa, una rappresentazione della città come un inferno.

 

 

 

 

Incipit de L’ultima libertà

 

 In un volo di ruote al noto valico

le nostre ombre vicine ci precedono

sul viale, tra immote ombre di tigli;

e sui margini il cielo dei fossati

le muta in chiare immagini a ripeterci

che qui, ora esistiamo. Foglie e aghi

di pino dall’inverno sotterrati

riassommano alla luce dall’accidia

dell’acqua in fiori nuovi. In levità,

come tu dentro il nome a cui somigli,

con la tua vita intera (anche la treccia

che non vidi) Versilia si raduna

nel mio sguardo se intorno esso divaghi

‑ e messaggera sulla carrareccia

morente nel declivio della duna

ci sorprende la brezza. S’aprirà

tra breve oltre i grovigli, oltre l’insidia

dei rovi litoranei, la lacuna

silvestre, familiare ai nostri esigli.♣

Comeglians: s’inaugura la mostra di oltre cento immagini scattate da un valdostano soldato sul Crostis

di Maura Delle Case.
Sono rimaste dimenticate per cent’anni. Sommerse in mezzo a pile di documenti per un secolo intero. La fortuna ha voluto che finissero nelle mani di un professionista. Capace non solo di riconoscerne il valore, culturale e documentale, ma anche generoso al punto da volerle riconsegnare alla comunità che tanti anni prima le aveva ispirate. Sono tornate così a Comeglians oltre 100 fotografie scattate durante la Grande Guerra da un soldato valdostano. Il sergente Vittorio Chinchrè. Aveva 28 anni quando nel 1917, tra Comeglians e la cresta del monte Crostis, dove si trovava la seconda linea del fronte “Zona Carnia”, dopo quella del Pal Piccolo e Pal Grande, inanella una serie di scatti che immortalano il paese nel conflitto. All’inizio della guerra sul Crostis ci sono i soldati della 101esima Compagnia del battaglione Dronero, inviati ad allestire postazioni d’osservazione, e quelli del battaglione Tolmezzo, impegnati a est, mentre il battaglione Valle Stura è impiegato a sostegno della prima linea di difesa per i lavori di costruzione di strade e mulattiere, indispensabili per collegare e trasportare materiale, viveri e munizioni fra le postazioni avanzate e i magazzini di fondovalle. Collegamento garantito anche da una teleferica tra Rigolato e il Crostis dove nell’aprile del ’16 arriva la settima Compagnia dell’8° reggimento artiglieria, forte di una decina di cannoni pronti a sparare sulle postazioni austro-ungariche. Le foto testimoniano la folta presenza dei soldati, restituiti in posa, davanti alle postazioni in vetta o ancora mentre spingono un cannone. Nessun dubbio sul loro valore, tanto che il Comune – ricevuta la lettera e viste alcune immagini – ha preso una decisione di slancio: stamparle, dalle vecchie lastre, ed esporle in una mostra che sarà inaugurata domani alle 16 a Cjasa del Boter, nel borgo di Povolaro. Ennesimo tributo alla parte che quest’angolo di Carnia giocò nella Grande Guerra. Con il suo territorio imprestato al fronte. I suoi uomini chiamati alle armi. Le sue donne “arruolate” volontariamente tra le portatrici. Dopo aver intitolato loro una piazza, l’amministrazione comunale guidata dal sindaco di Conegliano torna a occuparsi della Grande Guerra. Spinta da una lettera arrivata nei mesi scorsi in municipio. Firmata da Fabrizio Leonarduzzi, il fotografo professionista valdostano che “per fortunata coincidenza” è entrato in possesso delle lastre fotografiche. «Scatti da dilettante – scrive – che pure hanno fatto entrare nella storia i soggetti da lui prescelti». Affascina la coincidenza temporale. Le lastre sono infatti venute a galla proprio nell’anno in cui l’Italia ricorda l’entrata in guerra. «E questo – continua il fotografo nella missiva indirizzata a De Antoni – ci deve far riflettere sulla forza dei documenti, sul destino degli uomini e delle cose, che possono cadere in un apparente oblio, finché la “Fortuna” non decide di affidarli a persone appassionate perché diventino fonte di cultura, di conoscenza e di scambio». Così è stato per le 100 lastre firmate dal soldato Chinchrè. Hanno fatto a ritroso il percorso compiuto un secolo fa per tornare in Friuli. Non ci ha pensato due volte il sindaco che ha colto con entusiasmo l’occasione coinvolgendo, oltre a Leonarduzzi, due suoi concittadini: Bruno Romanin e Wally Agostinis, marito e moglie, fini conoscitori della storia e della cultura locali. È bastato poco per prendere una decisione: sampare in foto di grandi dimensioni le lastre così da poter apprezzare di ogni scatto ogni piccolo particolare, racconta ancora De Antoni che domani taglierà il nastro.

Friuli: Magris vince il FriulAdria e parla di Storia come Inferno

di ERMES DORIGO.
Non tutti sanno che l’esordio letterario di Claudio Magris avvenne con “Illazioni su una sciabola” (Gli Anelli – Cariplo, Laterza, 1984, illustrazioni di Gabriele Mucchi), ambientato in Carnia durante il periodo di occupazione militare della stessa. L’autore ci offriva la sua prima opera narrativa, un racconto in cui storia e immaginazione si fondono e in cui viene narrata la piccola grande storia di un uomo, il generale bianco Peter Krasnow, l’Atamàn dei cosacchi del Don, che si era battuto contro i bolscevichi nel 1918 e che in esilio e ormai in età avanzata era stato messo dai nazisti alla testa di un’armata cosacca in Camia nel 1944. Questa avventura si concluse col suicidio collettivo dei cosacchi nella Drava, nella quale molti di loro si gettarono nel momento in cui gli inglesi, ai quali l’Atamàn si era rivolto, confidando in loro poco prima della fine del conflitto nel 1945, stavano per consegnarli proditoriamente ai sovietici. Il racconto consiste di una lunghissima lettera, cui don Guido affida i propri ricordi di quegli avvenimenti. La scelta del genere epistolare è rivelatrice di una duplice volontà: privilegiare il dialogo con l’interlocutore (la comunicazione col lettore) e collocare la riflessione nel punto di convergenza tra soggettività e oggetto, tra realtà e percezione di essa, evitando di restaurare una aprioristica ragione ordinatrice della realtà, ma optando per una razionalità che si insegue e si fa nell’opacità del reale. Infatti, proprio la relazione (che dovrebbe essere una esposizione sommamente oggettiva dei fatti), cui il manzoniano don Guido si rifà, per dare fondamento di certezza al suo senile rammemorare, si sfalda tra le mani e non rimangono che frammenti d’una realtà continuamente sfuggente e di una storia che credeva razionalmente posseduta e che invece permette di procedere in essa solamente per illazioni; cosí gli altri strumenti come i libri di storie, coi quali l’uomo presume di ridurre a unità il molteplice, hanno la stessa consistenza larvale delle testimonianze orali dirette, «inutili a capire il senso della vita umana». La storia s’innesca a distanza di 12 anni dalla fine del conflitto, quando vengono riesumati nel cimitero di Villa Santina i resti di uno sconosciuto, che si ritiene siano di Krasnow; viene alla luce anche una sciabola di cui peraltro rimane solo l’elsa (emblema di gloria senza oltraggio) che si crede sia appartenuta all’ufficiale cosacco. A partire da questo momento Don Guido si smarrisce in un dedalo di illazioni fatte sulla morte di Krasnow e resta colpito dall’ambiguità di ogni evento che fa procedere, indietreggiare e oscillare la sua ricerca.La narrazione si regge su uno schema a Y in quanto il rapporto tra i due protagonisti, inizialmente di opposizione, alla fine si rivela di complementarità. L’opposizione dialettica è tra un io narrante (don Guido) e un io narrato (Krasnow), «una creatura di carta, ma non perciò meno dolente», dotato della inconsistente consistenza, che investirà progressivamente il narrante e colpito da una disconferma totale, al punto che persino la sua morte non è un dato certo e oggettivo. Bisogna aver ben presente che a Magris interessa soprattutto il Krasnow scrittore/personaggio mitteleuropeo, piú che il generale cosacco e la sua storia; lo scrittore con le parole inventa l’immagine di un tempo/spazio ideale (Russia imperiale/Monarchia absburgica) e si costruisce come soggetto che «vive un destino coatto e cartaceo» e ripete nella storia «un copione, le parole e la parte di un suo personaggio». L’impianto narrativo, quindi, non è rigido e schematico: l’intrecciarsi delle riflessioni sul destino umano con testimonianze sempre diverse su fatti e personaggi, anziché portare a un accrescimento di conoscenza sugli stessi, si frange come in un gioco di specchi che moltiplicano senza fine prospettive e incertezze, sicché Krasnow diventa quel tipico personaggio «lontano da dove» di ascendenza rothiana, un «prisma trasparente, uno specchio degli altri e del mondo, in continuo movimento, sí da offrire un’immagine sfaccettata perennemente cangiante delle cose».

Carnia: case e fortezze romane riemerge l’antica Zuglio

di Gino Grillo.
Tagliano il bosco ed emergono nuovi reperti dell’antica Iulium carnicum, la città romana più settentrionale, che porta verso il Noricum, fondata fra il 58 e il 49 a,C. come vicus dai Romani. Il fatto che molti reperti dell’antica città romana carnica siano ancora sepolti sotto terra era una notizia oramai nota, come pure si conosceva che il colle oggi dedicato a San Pietro fosse stato per secoli un luogo di riparo, di rifugio da eventuali scorrerie e che fosse utilizzato da popolazioni locali, dai Celti Carni, prima del dominio romano sulla zona. In questi giorni nuove scoperte sono venute alla luce quando un privato ha deciso di aderire all’invito del Comune di abbattere gli alberi prospicienti alla strada che porta alla chiesa di San Pietro e alla frazione di Fielis. Anzi, è andato oltre questo proposito e ha deciso di disboscare una zona più ampia, che comprende tutta la sua proprietà alla base del celebre colle e ripristinare il prato per adibirlo successivamente a coltura di viti. Mentre si estirpavano i ceppi degli alberi, però, sono emersi reperti archeologici che segnalano come l’abitato dell’antica città romana si estendesse non solo sul pianoro sottostante, ma anche sulle prime roccaforti del colle. Il sindaco Battista Molinari, venuto a conoscenza della scoperta, ha immediatamente interessato la Soprintendenza regionale per i beni archeologici che ha già effettuato una prima ricognizione sul posto bloccando i lavori. Le scoperte sono state coperte da teli di nylon in attesa di un’ulteriore ispezione sul posto. La zona in loco è conosciuta con il nome di “Ruvigne” che deriverebbe da “rovina, ruderi”. «Per questo, quando in Comune è arrivata – racconta il sindaco – la richiesta di disotterrare i ceppi, ho avvisato il proprietario di eseguire i lavori con attenzione e di avvisare immediatamente qualora qualcosa di interessante potesse emergere». Cosa che è stata fatta. «Sono emerse – racconta Molinari – le fondamenta di alcune abitazioni e, su un colle che domina la pianura sottostante, dove si trova l’antico foro romano, si nota il basamento di una costruzione che verosimilmente potrebbe essere un punto di avvistamento militare». Trovati infine pure dei resti di ceramica attribuibile al periodo di dominazione romana. Mancano i fondi per consegnare questi reperti alla collettività, ma il sindaco non demorde. «Abbiamo avviato una trattativa con il proprietario del sito, per permutare i mille metri quadrati di sua proprietà con un altro terreno di proprietà comunale». Uno scambio che non scontenterebbe l’attuale proprietario del sito, visto che alcuni anni or sono aveva già permutato un suo terreno, posizionato accanto al cimitero, per permettere al Comune di eseguire l’ampliamento dello stesso. In questi giorni la Soprintendenza ha ispezionato nuovamente il sito archeologico. «Mancano – prosegue il sindaco – però i soldi per poter rendere agibili e visibili questi resti. Tornerò a chiedere una partnership con l’Università di Scienze dell’antichità, archeologia storia e letteratura di Udine in modo di riportare alla luce anche questi ultimi ritrovamenti».

Tolmezzo: si apre “Edilizia che passione!” progettisti friulani di talento, una mostra di disegni primo Novecento

 

di PAOLO MEDEOSSI
Bauli, cassetti, mobili giunti a noi del passato sono come il vaso di Pandora: aprendoli esce un universo di oggetti e immagini che raccontano un sistema di vita e una civiltà perduta. Succede cosí anche davanti a una serie di disegni cesellati a colpi di china e pennello, come si usava nei licei o negli istituti tecnici. Una mano che pare già esperta ha tracciato queste tavole dove appaiono facciate di case e piante di edifici nei quali pulsava “il mondo di ieri” raccontato da Stefan Zweig, l’insieme di abitudini e rapporti sociali spazzato via dalla prima guerra mondiale. Il fatto singolare è che i disegni rispuntano a sorpresa, dopo un secolo di navigazione misteriosa tra gli affetti di una famiglia, e che la mano capace di disegnare quelle linee apparteneva a un ragazzetto di poco più di quindici anni, carnico, andato a studiare in una scuola austriaca di Klagenfurt per fare il mastro muratore. È sorprendente verificare come un’età cosí giovane, se accompagnata da talento, passione e applicazione pratica, potesse arrivare a simili esiti che sembrano stupefacenti cent’anni dopo, quando l’informatica rende superflua l’abilità manuale perché fa piú o meno tutto la macchina. La storia di Michele Menegon è un gioiello che ci arriva dal primo Novecento con significati su cui sviluppare ragionamenti sempre utili. Lo si capirà visitando la mostra allestita a palazzo Frisacco, a Tolmezzo, la cui inaugurazione è prevista sabato 2 aprile alle 17, restando poi aperta fino al giorno 25. Si intitola “Edilizia che passione!” ed esporrà un centinaio di tavole recentemente restaurate, disegnate a china e acquerellate, in cui si snoda il percorso del giovane originario di Amaro, diplomatosi “maurermeister” (appunto mastro muratore) a Klagenfurt, nella Scuola imperiale regia per l’artigianato edile. Partito timido e impacciato dal paese, Michele si inoltrò nella città, apprese una nuova lingua, seguì i corsi teorici (che duravano da novembre a marzo) e quelli pratici in estate, sotto la guida di straordinari insegnanti e architetti, elaborando progetti che diventavano sempre più sicuri e nel 1907 lo condussero all’esame finale. Menegon volle conservare quei disegni, affidandoli poi alla cura del figlio Firmino e della famiglia, facendoli cosí giungere a noi grazie alla nipote Maria Grazia, a cui si deve adesso questa iniziativa, con il sostegno dei Comuni di Tolmezzo e di Amaro mentre il catalogo, bellissimo, è stampato dalla Cooperativa libraria dell’università di Padova. Nei testi che accompagnano le tavole, è spiegata la storia che riguarda un aspetto poco noto della nostra emigrazione. C’era sicuramente la vicenda dei padri che andavano “nelle Germanie” per lavorare, come nel caso del padre di Menegon, ma c’era anche un’emigrazione scolastica importante. La seconda parte dell’Ottocento venne segnata dal boom dei lavori in edilizia, tra le nuove ferrovie (settore nel quale si distinse un grande friulano come il conte Giacomo Ceconi) e la diffusione del primo turismo, che richiedeva alberghi e case da villeggiatura. E questo era il dato saliente nella zona di Klagenfurt. I ragazzini carnici venivano cosí mandati (da padri avveduti ed esperti della situazione austriaca perché li lavoravano) a studiare da quelle parti dove imparavano una lingua e trovavano insegnanti eccezionali per saper poi costruire. Requisiti minimi erano aver compiuto dodici anni e aver fatto le sei classi delle elementari. Fu questa la strada percorsa anche dall’architetto Raimondo D’Aronco, che aveva frequentato una scuola per mastri a Graz prima di diplomarsi all’Accademia di Venezia. Vigilio, padre di Michele Menegon, sapeva tutto ciò e prese la saggia decisione per il figlio, che d’estate faceva esperienza lavorando per le imprese gestite da italiani, come quella di Jacob Menis, originario di Artegna, con cui il ragazzo mantenne contatti anche quando andò a lavorare a Kitzbuhel alle dipendenze di Franz Santarossa. Tra gli insegnanti spiccava il nome di Franz Baumgartner, principale esponente dell’architettura legata al Worthersee: una mescolanza di Jugenstil e Romanticismo locale, di barocco e architettura inglese di campagna, come si vede anche nelle tavole firmate dall’allievo di Amaro. Il catalogo della mostra delinea i passaggi e riporta alla memoria i nomi attraverso scritti di Maria Grazia Menegon, del sindaco Laura Zanella, dell’architetto Guglielmo Dri e della professoressa Nadia Mazzer, i quali spiegano il valore di disegni vecchi di un secolo, eppure cosí moderni nella freschezza creativa, e come la vicenda di Michele ci insegni ancora tanto, per esempio l’importanza delle scuole professionali che fondevano teoria e pratica, “imparare e fare”, secondo le buone regole con cui formare non un lavoratore subalterno, ma un artigiano che poteva, se abile e fortunato, mettersi in proprio. Ricetta ancora provvidenziale di fronte alla crisi di adesso. L’esperienza austriaca di Menegon venne cancellata dalla guerra mondiale. Richiamato con il grado di sergente, combatté ad Asiago, sul Carso, partecipò alla presa di Gorizia, quindi sul Piave. Tornato non volle raccontare niente. Aveva dovuto sparare ai suoi ex-compagni di scuola. La carenza di lavoro lo fece poi ripartire di nuovo, stavolta verso la Francia dove diresse cantieri e fu impegnato in molte opere. Anche da lí dovette tornare allo scoppio della seconda guerra in quanto come italiano era personaggio sospetto. A fine conflitto fece l’assessore nella giunta popolare di Amaro. Morí nel 1957, lasciando poche parole, tanti fatti e cento tavole, che adesso per la prima volta tutti possono vedere.