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Carnia: Strasaplàsas e Suiapòsas nel libro “Il finimento del Paese” di Ermes Dorigo

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estratto da “Il finimento del Paese”, KV Romanzi, 2006
di Ermes Dorigo

A Memo piaceva soprattutto la sboccataggine dei toscani, anche se, data l’età, si confondeva e attribuiva ai carnici qual­cosa dei maledetti toscani, di cui aveva letto ai suoi tempi: ficamagna, schioppaculo, piscione, le mele per i seni, l’occhio del sedere, il mischero, una via di mezzo tra il mistico e il bischero, erano il lessico di una scoppiettante popolarità che lui, abituato a vivere nei sotterranei e a vedere la vita dal basso, trovava anche in Carnia, dietro gli orpelli clericali con cui l’avevano deturpata. – Pensa, – diceva a Carminio, mentre giocavano a briscola – pensa a come la chiamano qua in dia­letto: la tuina, la micetta. Oppure la sópa, che è la zolla della terra, e si capisce il riferimento al simbolo della vita, ma anche una zuppa di pane bollito nel latte, che è una vera leccornia. Bisogna abituarsi a guardare questa terra con altri occhi, sotto la crosta dolente e malinconica, quella del libero amore a maggio, diventato invece il mese della Madonna, dell’edoni­smo enogastronomico, delle cantate in compagnia, dei vaga­bondaggi di giovani scioperati alla ricerca sfrontata delle micine. Il dialetto conserva la vivezza di questa vita.

Suiapòsas, erano soprannominati questi giovani anche un po’ fannulloni, asciugapozzanghere, ma non rendo bene, che asciugavano le strade dall’acqua piovana andando avantindietro indietravanti; o strasaplàsas, che si strascinavano da una piazza all’altra, girandoloni, per cui erano definiti prosaica­mente dei sboràs, una fuga casuale di sperma. Anche i carnici, quando morivano, se ne andavano con noncuranza all’altro mondo, come se cambiassero solamente casa e residenza, mica in un qualunque anonimo al di là! O come ora, che li hanno talmente plagiati, che anche quando camminano ritti sembra che stiano in ginocchio! Prova a chiedere a una vec­chia come vuole la morte e ti risponderà con spirito crudele, la crudezza spietata del realismo delle vecchie che sembra cinismo: carta e néta. Vai a un funerale: chi pensa o parla del morto? Curano i loro affari, rafforzano le amicizie e le allean­ze, lo salutano come se facesse un trasloco, tanto tra poco ci trasferiremo anche noi, intanto meglio oggi a lui che a me. Quello carnico è popolo rude e litigioso, tirchio di parole, apparentemente tignoso e tardo, ma in fondo bonario. Essere Carnici non è un caso ma una perfidia del destino, abbando­nati da tutti, anche da Dio; qui non c’è nessun Santo, tanto che hanno lanciato una petizione popolare per averne uno tutto loro, proprio indigeno, non d’importazione, che sono tutti dei venduti. Oggi i Carnici non sono seri, ma seriosi, come se tutto il mondo pesasse sulle loro spalle, convinti come sono, per disgrazie ataviche, di essere malnasùs e malcagàs, malnati e malcagati in questa terra proprio vicino agli austriaci. Sono individualisti e anarcoidi, sì, ma è meglio che pecoroni. E anche caparbi e laboriosi, quando e fin quando hanno voglia, mica come nello Stivale, che si aspetta sempre che qualcuno risolva i problemi. Anche in Carnia si compie ancora l’atto di grattarsi la testa, ch’era il modo popolare di affrontare la povertà. Il carnico ti guarda e ti scruta, non per vederti, ma per sapere quanto vali. Qua sull’intelligenza si è reticenti, per­ché è astratta, e qua contano i fatti non le parole, perciò uno stupido rimane tale, anche se parla bene ma opera male. Anche le donne, nonostante i risciacqui mariani, le sculaccia-panche sono ormai sempre meno, bisogna guardarle bene: arrossiscono ancora, non per pudore, ma per voglia; sono calde, ma non vogliono cacariuzze e occhi appiccicosi addos­so; vanno per le spicce senza tante moine di pavone e se non vogliono non vogliono; quelle che non possono, perché la natura non le ha ben modellate, comunque vorrebbero e sospirano, non per misticismo, ma per invidia delle esche che altre hanno in abbondanza; sono materne e premurose, ma anche fregolose, si danno tutte per aver tutto, così, natural­mente, senza ipocrisia, una sorta di saggezza, perché sanno dove va l’uomo, che è cacciatore in una regione di caccia… – Memo – lo interrompe Carminio, – scarti o non scarti?

Carnia: Caponnetto all’Auditorium di Tolmezzo il 17/05/1995 a ricordare Falcone e Borsellino

di Ermes Dorigo.

Ringrazio tutti: chi ha organizzato questa mia salita a Tolmezzo, chi ha organizzato questa splendida riunione, chi ha usato parole tanto cortesi per presentarmi e per presentarmi quale io non sono, come qualcuno ha detto come una personalità. Io non sono nessuno, sono un modesto pensionato, che sta seguitando a girare il paese con tanta passione, con tanta stanchezza, ma con tanto entusiasmo, per portare ai giovani, nei quali ho tanta fiducia, come ne aveva Paolo Borsellino, una parola di fiducia, di coraggio e averne in cambio anche una iniezione di coraggio, perché io mi rigenero continuamente in questi incontri quotidiani, spesso anche due-tre al giorno, con gli studenti di tutta Italia.

E’ stato letto quello che io chiamo il testamento spirituale di Paolo, una piccola parte; forse vi è sfuggita l’importanza enorme di quelle parole, che ha scritto Paolo all’alba del 19; lui si alzava alle quattro, è andato a frugare tra le sue carte e ha trovato una lettera di sette mesi prima dei liceali di Padova, del liceo Cordaro. Lo rimproveravano perché era mancato a questo appuntamento del gennaio precedente e gli facevano dieci domande per iscritto. A quattro delle quali risponde; poi suona il telefono e deve uscire di casa per quella che sarà la sua ultima mattinata al mare. Quando ha scritto quelle parole – ed è questo che impressiona, il fatto che abbia trovato l’ispirazione, la forza di scrivere a voi giovani quelle parole che ricordo a memoria: “Sono ottimista, perché so che voi giovani, quando sarete adulti, avrete maggiore forza di reagire di quanta ne abbiamo avuta io e la mia generazione”. Pensate al significato e al valore di queste parole. Forse non ci avete messo sufficiente attenzione. Sono parole scritte da una persona, che sa di andare incontro alla morte, perché ha saputo fin dal giovedì precedente che il tritolo per lui era già arrivato a Palermo; aveva già chiamato il confessore e si era già fatto impartire la comunione, perché diceva: “Devo essere pronto in qualunque momento al grande passo” e probabilmente sapeva che quella sarebbe stata la sua ultima domenica; lo dimostra anche il fatto della sua insolita insistenza nel riprendere la barca che amava tanto, la sua barca che mi mostrò con orgoglio una mattina, e nel voler andare al largo da solo; non volle la scorta, si impose al legittimo divieto della scorta di allontanarsi con la barca: “No, questa mattina non me lo potete impedire”. Sentiva proprio che era l’ultimo suo addio alla vita, al mare che amava tanto. Ecco, in quella lettera questa eccezionale figura, questo magistrato, questo uomo di una tempra morale e intellettuale quale forse non si ritroveranno più, si rivolge ai giovani esprimendo la propria fiducia, il proprio ottimismo, perché, dice, voi avrete più forza di reagire di quanta ne abbiamo avuta io: Paolo Borsellino, che stava lottando contro la mafia da dodici anni e ogni giorno era una sfida alla morte; eppure trova la forza di scrivere quelle parole suggeritegli non so da chi, forse da qualcuno che sta lassù. Cercate di capire la forza, la bellezza di questo messaggio, di questo testamento che vi ha lasciato Paolo. “Voi avrete più forza di quanto ne abbiamo avuta io, Paolo Borsellino,” che stava andando consapevolmente, lucidamente incontro alla morte, serenamente, con la serenità degli antichi martiri cristiani, quando andavano al supplizio. Cercate di non dimenticarle queste parole bellissime, splendide.

Ho sempre detto che non conto nulla, non sono nessuno, e quindi le mie parole non hanno nessun peso, ma vorrei tanto che queste frasi fossero incise in tutte le aule scolastiche d’Italia e servissero di sprone, di incitamento, di insegnamento, di ricordo, di ammonimento a tutti i giovani che stanno crescendo, che stanno apprestandosi ad affrontare una società difficile, ingrata, dura, spesso ostile ma che bisogna saper affrontare con lo stesso coraggio e la stessa serenità con cui Paolo seppe affrontare la propria morte. Qualcuno di chi mi sta a fianco ha detto che noi dobbiamo aiutarvi a crescere; si questo è vero, ed ha anche detto, ed è altrettanto vero, che noi abbiamo immensa responsabilità verso la vostra generazione, ma è vero anche quello che ha scritto Rita Borsellino, la sorella di Paolo; sono delle parole splendide, in cui ribalta il concetto e cioè dice in definitiva che dovete essere voi giovani ad aiutare noi a riscoprire e ad amare la vita; noi che vi abbiamo insegnato e seguitiamo ad insegnarvi dei disvalori, noi come generalità; facciamo in modo, scrive Rita Borsellino, che nelle scuole non si faccia solo cultura in senso astratto, ma cultura prima di tutto come educazione, come conoscenza, per migliorare i nostri rapporti con l’altro. Insegniamo ai nostri ragazzi il rispetto della persona umana, dell’altro, il rispetto dell’alterità della diversità, ma anche il rispetto di sé; il rispetto della diversità come fonte di arricchimento morale e culturale; il rispetto della natura come patrimonio comune. E voi ragazzi dovete esigere tutto questo, è un vostro diritto sacrosanto, di cui troppo spesso siete stati privati ingiustamente. Ridate a noi adulti – sentite questa bellissima frase di Rita – che abbiamo perso la capacità di distinguere i veri dai falsi valori, il desiderio e l’entusiasmo per una vita più autentica; fatevi voi portatori di proposte nuove, voi, sulle cui spalle grava la  responsabilità di quella che sarà la società di domani. Proposte nuove basate sul rispetto della persona umana, aiutateci a riscoprire e amare la vita, dice Rita. Questo di Rita, che si accompagna a quello del fratello Paolo, sono due messaggi incredibilmente belli ed è vero quello che scrive Rita, perché io mi rigenero continuamente e dimentico stanchezza, dimentico i miei 75 anni, dimentico le delusioni, le sofferenze, quando mi trovo con voi giovani. E come se mi si schiudesse tutte le mattine un nuovo orizzonte, luminoso, come se nell’animo mi entrasse tutte le mattine una carica di energia, di fiducia, di speranza.

Non so se avete avuto mai un incontro con un altro personaggio meraviglioso, Michele Del Gaudio. Michele è stato un magistrato coraggioso che tredici anni fa, giudice istruttore a Savona, mandò a giudizio, in manette tutti gli uomini più potenti della Regione ligure socialista e ne ottenne la condanna, benché non incoraggiato affatto dai propri superiori, che lo tiravano per la giacca, dicendo: “Stai attento, non ti mettere contro i potenti”. Tredici anni fa in magistratura c’erano capi ufficio così; oggi per fortuna non ce ne sono più, ce ne sono altri come Borrelli, Caselli, Cordova, Vigna.  Lo esortavano alla prudenza, a non buttarsi in questa battaglia contro la corruzione e contro il malcostume politico. Ma lui andò diritto per la sua strada; ci ha rimesso la carriera, fu trasferito a Napoli, ci ha rimesso un matrimonio splendido con Luciana Lu, quella Lu a cui indirizza le lettere in quel volume bellissimo che tutte le biblioteche scolastiche dovrebbero avere, La toga strappata, in cui racconta questa sua allucinante esperienza, in forma di lettere tra Michi e Lu, in cui parlano di moltissimi problemi, ma soprattutto parla di questa allucinante esperienza, stretto da una parte da quello che era il suo obbligo di coscienza, il suo dovere di fare giustizia, dall’altro dalle intimidazioni dei propri superiori, dai consigli di prudenza dei propri pavidi superiori e dalle minacce espresse, formulate in Parlamento dai capi politici di allora: “Un giorno faremo i conti con questi giudici prevaricatori, con questi giudici che opprimono, che perseguitano gli innocenti “. Sono tredici anni che noi sentiamo queste parole, perché poi ci hanno preso l’abitudine e le sentiamo ancora ripetere, queste parole di arroganza politica rivolte contro i magistrati, non contro tutti i magistrati, neanche contro i magistrati corrotti: quelli vengono dimenticati. Stranamente si sentono queste minacce contro i magistrati che fanno il proprio dovere, che hanno il coraggio di perseguire i potenti senza riguardo per nessuno, come Del Gaudio. E Del Gaudio ha raccontato questa sua esperienza in questo libro, che io raccomando a tutte le scuole, perché è emblematico, perché rappresenta un poco quella che è sempre stata, nel corso dell’umanità, la lotta, la sfida tra un uomo coraggioso armato solo della propria coscienza e dei propri ideale, che sia magistrato, che sia sacerdote, che sia uomo di pensiero, che sia un letterato, filosofo, e l’arroganza e la corruzione del potere. Ecco, simboleggia proprio questo contrasto eterno, che ci sarà sempre, tra il bene e il male. Ecco perché tutti i giovani dovrebbero leggere libri come quello.

Ora ha scritto ultimamente un altro bellissimo libro dedicato a voi giovani con tanto amore. Non so se è girato tra le vostre mani, se è arrivato nelle scuole di Tolmezzo: Vi racconto la Costituzione. Magari tornerò per parlare di questo libro, perché non è il tema di oggi. Questa carta fondamentale, nella quale sono descritti i diritti e i doveri dello Stato verso i cittadini, dei cittadini verso lo Stato, questo patto fondamentale che i cittadini hanno stretto con lo Stato e che non si può ignorare. In America insegnano il preambolo della Costituzione americana ai ragazzini delle prime elementari, proprio a significare che non è possibile essere buoni cittadini, se non si conosce la Costituzione, se non si conoscono questi diritti-doveri fondamentali del cittadino. Per questo l’America per concedere la propria cittadinanza agli stranieri li sottopone a un duro esame che dura due ore e che è durissimo. Cosa gli chiedono? Gli chiedono di dimostrare la conoscenza della Costituzione americana. Mi sembra un concetto così ovvio, eppure i paesi occidentali non ci sono arrivati, carichi ancora di tutta la loro vecchia e spesso polverosa concezione dei rapporti tra Stato e cittadini. Ecco, nella pragmatica moderna America – non c’è bisogno di sottolineare anche i difetti di quella società – in questo sono estremamente pragmatici. In questo rapporto tra cittadini e Stato credo che diano a tutta la nostra antica e sofisticata cultura dei grossi punti. Ecco perché bisogna anche insegnare la Costituzione.

Del resto lo ha detto il Capo dello Stato. Non so nemmeno se questi messaggi arrivino alle scuole, se siano letti agli studenti, se siano commentati. So che ogni anno me ne manda una copia, il Capo dello Stato, e ho visto che nell’ultimo messaggio del settembre scorso, il 15 settembre, anche l’invito agli insegnanti ad essere particolarmente vicini, con particolare affetto a quelli che stentano a tenere il passo, a quelli che lui chiama “gli ultimi” e che hanno bisogno di particolari cure, di particolari attenzioni da parte degli insegnanti. Ai miei tempi, ricordo, gli insegnanti amavano coccolare i più bravi e trascuravano quelli che non tenevano il passo; facciamo il contrario, dice Scalfaro, dedicate affetto proprio a quelli che dimostrano di non tenere il passo, spesso non tanto per carenze individuali, ma perché portano nella scuola il peso magari di situazioni familiari o personali difficili; cercate di capirli, di essere loro vicini con affetto, non vi limitate a svolgere il programma da pagina x a pagina y; quella è solo una parte della vostra missione. La parte più importante è quella di educare, di formare il cittadino, di essere vicino allo studente, di capire i suoi problemi, di rispondere alle sue domande, di leggerle negli occhi, anche quando non ha il coraggio di parlarne, di avvicinarlo, di non affrettarsi di lasciare la cattedra appena suona il campanello della fine d’ora, ma approfittare per chiamare a sé gli alunni che non tengono il passo,  per cercare di recuperarli, di capire le loro difficoltà, i loro problemi, la loro solitudine. Anch’io ho vissuto la vostra età e so che può racchiudere momenti di solitudine e di sconforto. L’essenziale, dicevo, è nel messaggio dell’anno scorso. Scalfaro ricorda ancora queste belle parole: “Rialzarsi e sapersi rialzare dopo ogni caduta sia nella scuola, sia soprattutto nella vita”. Avere il coraggio di rialzarsi sempre, di non cedere mai allo sconforto, mai allo scoraggiamento.

Perché vi dico questo? Perché sono ancora colpito da quella dolorosa notizia di poche ore fa. Quei due liceali di 18 anni che, per usare le parole di Don Riboldi, si sono “dimissionati dalla vita”. I suicidi adolescenziali sono la seconda causa di morte per la fascia di età fino ai 19 anni, dopo l’omicidio colposo. Perché? Noi dedichiamo forse appena una occhiata distratta ai giornali o alla televisione, che ci porta queste terribili notizie; magari ci colpiscono e il giorno dopo non ce ne ricordiamo più, riprendiamo la vita di prima, distratta, qualche volta troppo distratta. Ci rimettiamo dietro alla televisione, questi spot che ci descrivono una società tanto diversa, quella in cui voi vi accingete ad entrare. Una società tutta sorridente, bella, pulita, lucida, lustra, tirata a lustro, in cui tutto è armonia, tutto è sorriso, tutto fila per il verso giusto, in cui le case sono tutte ordinate, pulite, lustre, con due televisori, magari due frigoriferi, non manca niente. Questa è l’immagine che danno della società di oggi gli spot, i terribili spot diseducativi di oggi. Guardatevene o, perlomeno, non dico come Ciotti “buttate il televisore dalla finestra”, tenetelo, perché ci sono anche programmi educativi, ma guardatevi da questo tipo di programmi che non vi preparano all’impatto con la società che potrebbe anche essere duro, potrebbe essere anche difficile. Ecco una delle cause di queste ricorrenti dismissioni dalla vita. Come si può a 18 anni? In una vita che non presenta problemi, perché apparentemente oggi i giovani hanno tutto, perlomeno molto di più di quanto non ha avuto la mia generazione che è cresciuta nella povertà. Sembra che oggi abbiate tutto e invece c’è qualcosa che i vostri cuori non riescono ad avere, una pienezza di affetti, di comprensione. Ecco dove noi adulti, parlo dei genitori, insegnanti, noi estranei anche, noi adulti che vi abbiamo lasciato cattivi esempi, vi abbiamo lasciato una società malata, che voi dovrete faticare a raddrizzare. Don Ciotti un anno fa, 5.5.1994, scrisse un articolo sull’Avvenire; consentitemi di leggervelo. Era rimasto impressionato da un episodio come quello di ieri, solo che era un ragazzo di 15 anni, che non aveva lasciato scritto un rigo, non aveva lasciato scritto niente: “Si è tolto la vita a 15 anni. Lo hanno trovato i genitori con una corda al collo nella sua stanza, dove viveva, dove cresceva, dove soffriva e dove più che in altri posti, si interrogava sul senso delle tante difficoltà che il diventare grandi comporta: scuola, matematica, brutti voti, legame con i genitori, affettività, primi amori, solitudine. Paradossalmente nella sua stessa abitazione si sentiva senza casa, senza un luogo sicuro non soltanto fisico, in cui esprimere le sue fatiche, le sue contraddizioni, le sue voglie di capire, di sfogarsi, di piangere, di essere capito”. Come sempre accade in questi casi gli interrogativi, i perché non hanno fine. Se la morte scuote sempre in queste circostanze tutto diventa più drammatico, si pensa ai genitori, al dolore indescrivibile che devono avere provato nel tentativo estremo e disperato di salvarlo,  di tagliare quella corda che lo ha ucciso. I due giovani di ieri si sono uccisi in modo forse più incredibile, lasciando aperto il tubo di scappamento dell’auto. Ci si interroga senza risposte esaurienti come sia possibile che a 15 anni manchino già la voglia o la capacità di reagire a difficoltà così normali per noi. O perché non si sia stati in grado prima di cogliere eventuali messaggi e richieste di aiuto, che il ragazzo può avere inviato alla scuola, agli amici o ad altre persone che vivevano con lui. Chissà quanti messaggi ha lanciato, magari con lo sguardo implorante senza che nessuno lo abbia saputo raccogliere, senza che nessuno abbia saputo rispondere alle sue domande anche se inespresse. Domande doverose che diventano ancora più inquietanti, quando ci si accorge che per ogni suicidio realizzato, se ne contano almeno dieci sventati. Eppure bisogna prendere coscienza che tra i ragazzi, al di sotto dei 19 anni, come dicevo prima il suicidio è la seconda causa di morte dopo gli incendi stradali. Gesti estremi riusciti o tentati, che sembrano in aumento e che testimoniano sempre più la fatica e la sofferenza in cui si trovano quanti stanno crescendo; questo male di vivere, come ho sentito ieri dire dal commentatore della tv nel parlare di questi episodi. “Giudicare o colpevolizzare  – continua Don Ciotti – non serve a nulla, non aiuta a capire. Le domande e le angosce di chi resta non possono essere affrontate con moralismi superficiali e non è questo che voglio fare oggi. Si tratta piuttosto di interrogarsi sul perché, perché sia così difficile ascoltarsi oggi. E ascoltare la sofferenza di chi ci è vicino,  perché si può vivere gomito a gomito senza accorgersi che l’altro sta male, anche se viviamo sotto lo stesso tetto. Perché si è portati a pensare che il compito educativo degli adulti verso i ragazzi si possa considerare esaurito con il concludersi dell’infanzia, mentre invece proprio allora comincia. Si dimentica, invece, che pre-adolescenti e adolescenti hanno un bisogno estremo di sentire vicini i genitori, di avere punti di riferimento autorevoli”. Non so se ci sono dei genitori qui nella sala, mi piacerebbe tanto ci fossero. “Non gli basta che gli adulti trasmettano i loro valori, ma hanno un bisogno quasi disperato di qualcuno che testimoni loro in cosa vale la pena credere, per cosa impegnarsi e lottare, hanno bisogno di esempi, di testimonianze, non di parole. Vivono spesso con molte cose materiali a disposizione, ma quasi sempre non hanno ciò che più desiderano e serve: il senso profondo del loro diventare grandi. Ideali capaci di impregnare la vita di sogni, di speranza, di progetti; si trovano così incapaci di dare un senso ai limiti, agli ostacoli, agli errori che il procedere negli anni obbligatoriamente comporta. Vivono come tutti, ma in modo particolarmente doloroso e conflittuale, il bisogno dell’affettività, dell’essere accettati per ciò che sono, del comunicare, dell’essere valorizzati; hanno voglia di protagonismo e di libertà ma hanno anche paura di restare soli senza relazioni, senza amici. A questo si aggiunga questo disagio giovanile pauroso, crescente, che la mia generazione non ha conosciuto, che la vostra purtroppo conosce.

La paura di andare incontro a una società, appunto, che non regala nulla, nella quale bisognerà sgomitare anche per avere un posto di lavoro. Eppure c’è un art. 4 della Costituzione che dice che il cittadino ha diritto al lavoro. Cosa ne è stato di quelle parole? Perché è stata così disattesa e tradita quella nostra meravigliosa carta costituzionale. E pongono domande non facili agli adulti. “E poi accidenti – scrive un ragazzo di 16 anni con straordinaria lucidità – accidenti, perché quando eravamo piccoli non ci avete insegnato subito che esistevano anche le avversità della vita; ci avete tolto ogni ostacolo ed ora che ci troviamo a dover affrontare la vita appena ne incontriamo uno cadiamo rovinosamente”. Queste parole che ha lasciato scritte un ragazzo di 16 anni sono un atto di accusa terribile contro chi, non lo dice, contro gli adulti, contro chi non lo ha saputo capire, che non ha saputo essergli vicino, contro chi non gli ha insegnato che la vita è una cosa seria. La vita non è uno scherzo – dice un poeta – se avrò un minuto ve la leggerò quella splendida poesia. ­E va amata, va amata la vita, proprio perché è una cosa seria. Rivendicano con la forza del linguaggio di cui sono capaci, alcune volte anche con le tragiche parole che non vorremo mai ascoltare, con questi gesti di dimissioni della vita, diritti, interventi, programmi, strategie, spazi, opportunità concrete, presenze che con un espressione tecnica potremmo definire: politiche giovanili. Dove per politica si intende il coraggio di credere e di inseguire a ogni costo e nonostante tutto giustizia, onestà, solidarietà, e legalità vissute e praticate. E dove con politiche giovanili si prende coscienza che i ragazzi e i giovani sono risorsa, sono progettualità, sono ricchezza, una ricchezza che bisogna curare e non disperdere.  Con le parole del Vangelo potremmo dire che ci ricordano l’espressione di Gesù “lasciate che i ragazzi vengano a me”; perché se si continua a scappare da loro e a lasciare inevase le domande che pongono, non serve poi molto piangere, quando loro scappano dalla vita, scappano dalla nostra società, dal nostro bisogno di loro, scappano dalla nostra incapacità di capirli. Ecco cosa scriveva don Ciotti. La vita non è uno scherzo, una poesia di un poeta turco che è morto a 33 anni, nel 1963. La vita non è uno scherzo. Me l’ha regalato per la Pasqua nel 1993 un meraviglioso sacerdote, parroco a Sariano in provincia di Rovigo, don Giuliano Zatterin. La vita non è uno scherzo, prendila sul serio. Come fa lo scoiattolo, ad esempio, senza aspettarti nulla dal di fuori, o nell’aldilà. Non avrai altro da fare che vivere. La vita non è uno scherzo, prendila sul serio. Ma sul serio a tal punto che messo contro un muro, le mani legate, o dentro un laboratorio con il camice bianco, con grandi occhiali tu muoia affinché vivano gli uomini. Gli uomini di cui non conoscerai la faccia, e morrai sapendo che nulla è più bello, più vero della vita. Prendila sul serio. Ma sul serio a tal punto che a settant’anni tu pianterai degli ulivi non perché restino ai tuoi figli ma perché non crederai alla morte, pur temendola e la vita peserà di più sulla bilancia. Ecco perché bisogna amare la vita, cari ragazzi.

Non so nemmeno più qual’era il tema d’oggi. Forse le prospettive della lotta alla mafia dopo la morte di falcone e Borsellino, a tre anni di distanza delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio. Anche questa grande lezione che ci viene dalla vita, dal sacrificio e dalla morte di Paolo e di Giovanni sono una lezione, sono un insegnamento, sono un insegnamento dal quale voi dovreste trarre una lezione d’amore soprattutto, di attaccamento alla vita. Quando commemorai nella Chiesa di Sant’Ernesto l’amico d’infanzia, il fratello, il compagno di lavoro Giovanni Falcone, Paolo si pose la domanda che tanti studenti mi pongono nelle scuole: Perché – dice -, pur sapendo che andavano incontro a morte sicura – perché questo lo sapevano entrambi che la sentenza di morte era stata pronunciata e che un giorno o l’altro, non sapevano come, dove e quando, la loro vita si sarebbe chiusa tragicamente e con loro la vita degli agenti che li scortavano – perché hanno seguitato ad andare avanti, perché non si sono fatti da parte, perché non hanno smesso di lavorare, non si sono fatti trasferire, perché non sono fuggiti, perché hanno accettato questa tremenda situazione? Perché non si è turbato – si sta riferendo a Giovanni, Paolo quando pronuncia queste parole – perché è sempre stato pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Risponde con due parole semplicissime: per amore. E’ bella questa risposta di Paolo. La sua vita è stata – si riferisce a Giovanni, ma le stesse parole le possiamo applicare a Francesca la dolce compagna di Giovanni, a Paolo, agli otto agenti che si sono sacrificati e che troppo spesso sono dimenticati, che si sono sacrificati anche loro con la consapevolezza di andare incontro alla morte: per amore. Perché la sua vita è stata un atto d’amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato. Se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui e per coloro che gli sono stati accanto in questa meravigliosa avventura, amare Palermo e la sua gente ha avuto ed ha il significato di dare a questa terra qualcosa. Tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali, professionali, per rendere migliore questa città. Qui Falcone cominciò a lavorare in modo nuovo. La lotta alla mafia – dice Paolo – primo problema da risolvere nella nostra terra, bellissima e disgraziata, non deve essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma deve essere un movimento culturale, morale anche religioso. Si avverte qui quella profonda fede cattolica in cui è vissuto Paolo e sono vissuti i suoi, che proprio a motivo di questa profonda fede sono riusciti in una cosa a cui io non riesco, a perdonare gli uccisori.

Una lotta culturale, morale e religiosa, che coinvolga tutti, che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà, che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità. Vi parlavo prima di Michele Del Gaudio. Ha scritto anche lettere ai giovani; non sono in commercio, ci sono pochi esemplari stampate dall’editore Pironti, che Del Gaudio ha donato ad amici, a presidi, a scuole; la prima lettera ai fratelli

della camorra, la seconda ai sacerdoti in terra di mafia e la terza ai giovani. “Cari ragazzi – dice Michele – io fino a qualche anno fa lavoravo solamente, poi mi sono accorto che era necessario impegnarsi nel civile, nel sociale. Ho in particolare incominciato a girare le scuole di tutta Italia, per farvi capire che la cosa più importante nella vita sono i sentimenti e gli ideali, per diffondere tra voi una coscienza collettiva della legalità – quella cui vi richiamava prima il Preside -. Non mi importano le vostre scelte future, ideologiche e partitiche, ma mi sta a cuore che da destra o da sinistra voi abbiate, quando vi sedete al tavolo della politica, un denominatore comune, la cultura della legalità”. E io aggiungerei il rispetto della persona umana, il rispetto dell’avversario, perché democrazia vuol dire rispettare anche le idee degli altri. Non mi ricordo più chi, forse un grande pensatore, forse Voltaire, spiegava così l’essenza della democrazia: rispettare la diversità di pensiero del nostro avversario politico, ed essere pronti a sacrificare anche la propria vita, perché il nostro avversari¢ politico non venga privato del diritto di esprimere le proprie opinioni.

Ecco la bellezza suprema del valore della democrazia. Voi siete nati in un paese che avete già trovato libero e democratico; per me non è stato così, io sono nato in un paese dove c’era la dittatura. E so quanti sacrifici, quanto sangue sono costate la conquista della democrazia e della Costituzione. La nostra democrazia è la più bella che ci sia al mondo. Ecco perché dovete difendere questi valori contro chiunque attenti ad essi; e state in guardia, perché è stato difficile conquistare democrazia e libertà, ci è voluto il sacrificio di una intera generazione, ci è voluto tanto sangue. Questa Costituzione non è un pezzo di carta che qualcuno oggi vorrebbe stracciare e buttare in un cestino. Questa Costituzione è un pezzo di vita, è un pezzo di storia, ci sono grumi di sangue dentro questa Costituzione: cercate di non dimenticarvene.  E cercate di tenere sempre presente che così come avete trovato democrazia e libertà senza nessuno sforzo da parte vostra, potreste anche in un domani, perderla facilmente. Più facilmente di quanto non crediate. Non c’è più bisogno oggi di manganelli o di carri armati, per distruggere democrazia e libertà, bastano anche le armi insidiose di una propaganda ben manovrata. State attenti, state vigili! Cercate sempre di tenere a cuore questi valori essenziali, autentici, quelli che diceva ancora Scalfaro nei suoi messaggi, anche se gli studenti e i professori li hanno tutti dimenticati. Diceva: “Rimanete attaccati con le unghie e con i denti ai valori autentici, a quelli che non cambiano mai. Mettete dei picchetti attorno alla vostra splendida giovinezza, fate in modo che non c’entrino i disvalori: l’egoismo, l’indifferenza, l’illegalità”. Ecco, questi disvalori fate in modo che non entrino nell’ambito della vostra esistenza. L’incontro con voi  ­dice Michele,  mi è sempre di conforto. La leggo volentieri questa lettera spesso agli studenti, perché riflette il mio stato d’animo, i miei sentimenti. Sono in perfetta sintonia con Michele; quando ci troviamo, qualche volta le nostre strade si incrociano, è proprio una festa. Ultimamente si sono incrociate spesso, perché sono andato in giro a presentare il suo libro, assieme a lui e ho conosciuto anche i ragazzi con i quali egli dialoga nello spiegare i valori della Costituzione, tutti di Torre Annunziata. Ora i suoi impegni parlamentari – è stato eletto nelle ultime elezioni nel collegio di Savona – lo tengono un pò lontano da questi contatti con gli studenti , ma appena può, di sabato e di domenica, è di nuovo accanto ai giovani.

 L’incontro con voi mi è sempre di conforto, perché voi credete a quello che dico, cercate disperatamente di farmi capire che attendente delle indicazioni, che vorreste tanto liberarvi dai disvalori che vi stiamo insegnando come genitori, docenti, istituzioni. I nostri messaggi – purtroppo, aggiungo io – sono ossessivamente indirizzati verso la vittoria del più bello, del più ricco, del più forte, verso questo mito del consumismo che sta distruggendo i valori ideali della vita. Ma a voi non interessano solo il rock e le discoteche; ancor di più vi sentite presi da amore, amicizia, solidarietà, uguaglianza, giustizia. Io ricevo migliaia di lettere da voi giovani. Purtroppo non ho il tempo di rispondere e di questo mi faccio un rimprovero incessante, ma mi manca il tempo, sono sempre fuori. Sono lettere bellissime. Giovani che ho incontrato e che mi ringraziano, pure i giovani che non incontrerò mai indirizzano: dr. Capponetto Antonino, Firenze; le lettere mi arrivano tutte. Mi chiedono consigli, una parola di incoraggiamento; magari giovani che attraversano crisi di solitudine, di sconforto e allora in quei casi rispondo, quando capisco che è necessario. E sono queste le parole che io sento ricorrere nelle lettere di voi giovani, che gli adulti giudicano giovani superficiali, senza ideali. Quanto sbagliano, di quanto sono lontani dalla verità! Qualche volta mi sono preso a parole con loro. Dicono: Ma perché ha tanta fiducia nei giovani? Non lo vede come non si può avere fiducia in questi giovani che si affollano, che si entusiasmano per dei miti effimeri? Ma io rispondo: “Non guardate alle manifestazioni esteriori, che qualche volta possono a noi di un’altra generazione apparire come dei riti incomprensibili, e che sono momenti di aggregazione, nulla di più. Guardate, invece, a quello che hanno in fondo al cuore e aiutateli a tirarlo fuori. In fondo alla mente, in fondo al cuore provate a cavare fuori quello che hanno di più bello dentro e resterete ammirati come me. Venite a sentirli, venite a un incontro mio con i giovani, fatevi trovare sulla porta, magari, se non vi fanno entrare. Quante volte l’ho detto a tanti adulti, mettendomi a tu per tu con loro, magari anche litigando. Venite a leggere a casa le migliaia di lettere che ho e dalle quali, prima che si spenga la mia vita, vorrei avere il tempo di cavare le tre o quattrocento più belle e pubblicarle a mie spese e intitolarle: “I giovani scrivono a un vecchio pensionato“, senza mettere il mio nome. Non mi importa. Mi importa soltanto che il paese conosca quanti valori racchiudono i giovani di oggi e come si debba amarli ed avere fiducia in loro.

Perbacco – dice Michele – io trovo ragazzi entusiasti, che ascoltano attenti, che applaudono, si commuovono, si affollano attorno a me dopo il dibattito per parlare ancora, che mi scrivono lettere bellissime. Quando ero ancora poco più che un ragazzino sono diventato giudice, ho cercato di essere onesto e indipendente, ma ho trovato contro di me – lo dicevo prima – proprio le istituzioni che mi dovevano difendere. Ho continuato la mia lotta non violenta a mafia e corruzione e oggi ho incontrato voi, che date un senso – dice Michele – alla mia vita. Voi che date un senso – potrei dire io – a questa mia meravigliosa vecchiaia. Continuate così. Sentite questo eptalogo, questi sette comandamenti di Michele, cercate di racchiuderli nell’animo, di non dimenticarli per quanto è possibile. Lo so, avete mille distrazioni; magari tra qualche giorno vi passeranno di mente ma fate uno sforzo di memoria e nei momenti di sconforto, di sfiducia, cercate di riandare a questi comandamenti di Michele. “Rifiutate i compromessi. Siate intransigenti sui valori. Convincete con amore chi sbaglia. Rifiutate il metodo del saperci fare, questo vezzo italiano della furbizia, io ce la so fare, a me non me la fanno. Non chiedete mai favori o raccomandazioni”. Questo è un ammonimento importante. La Costituzione e le leggi vi accordano dei diritti, sappiateli esigere. Esigete i vostri diritti sempre con fermezza, con dignità. Non chiedete mai come elemosina quello che le leggi vi accordano come diritti. Chiedeteli, esigeteli con fermezza, con dignità, senza piegare la schiena, senza abbassarvi al più forte, al più potente, al politico di turno. Dovete esigerli! Questo è un imperativo, che deve sorreggere tutta la vostra vita. E’ un imperativo di dignità, di dignità umana. Abbiate sempre rispetto della vostra dignità e difendetela anche in questo modo, esigendo i vostri diritti e non chiedendoli come favori o come raccomandazioni, al politico, al potente, al funzionario di turno.

E votate in modo consapevole quando sarà il vostro momento. Votate in modo consapevole, non per ottenerne dei vantaggi, e tanto meno per fare dei favori o per ricambiare dei favori a qualcuno. Tanti di voi si sono schierati -dice Michele –  hanno fatto una scelta contro la mafia, la corruzione, il favoritismo, la rassegnazione. Basta con la cultura della quiescenza. Oggi ci vuole la cultura della ribellione, della consapevolezza, della partecipazione, della solidarietà, della resistenza. Fatelo tutti. Il silenzio non basta più, bisogna parlare, denunciare, agire, essere normali – dice tra virgolette Michele – cioè onesti, leali, corretti. Anche se oggi diventarlo ha un significato quasi eversivo, quasi rivoluzionario. Facciamo capire ai nostri amici di non comprare uno stereo, un motorino rubato a prezzo stracciato (e alla tentazione spesso non sapete resistere) e vi accorgete che è rubato, si vede dalla matricola abrasa: sono queste piccole illegalità quotidiane da cui dovete guardarvi, perché significa dare il proprio consenso al furto generalizzato degli stereo e dei motorini; mettersi inconsapevolmente in un circuito di illegalità. Il grave è che poi questa somma di illegalità quotidiane – non rispettare i segnali di circolazione stradale, non pagare le tasse per gli adulti, non chiedere le ricevute fiscali, andare in autobus e non pagare il biglietto, non rispettare il verde, i monumenti pubblici, cedere ad atti di teppismo, di vandalismo, anche all’interno delle scuole, non ci nascondiamo dietro a un dito, anche all’interno delle scuole – contribuiscono a creare nel paese un clima di illegalità diffusa, nella quale poi allignano e trovano terreno fertile i grandi fenomeni di illegalità, di corruzione e di criminalità organizzata. Inoltre, se soggettivamente si cede a queste piccole illegalità quotidiane e si reiterano questi comportamenti, si finisce col perdere – e questo è un grosso rischio attenzione – la cognizione, il senso del limite, dello spartiacque tra ciò che è illegale e ciò che è legale; ciò che è conforme a legge e ciò che è contrario a legge. Guardate che è una linea di confine così sottile, così esigua che poi di varcarla non ci si rende nemmeno conto, e si passa dalla piccola illegalità alla grande illegalità.

Conosco il mio tormento di magistrato: qualche volta dovevo giudicare degli imputati e io stesso non ero sicuro se mi trovavo di fronte a qualcosa che aveva violato la legge o no. E passavo notti insonni, notti di tormento, perché l’indomani dovevo emettere il mio verdetto, il mio giudizio e rischiavo di condannare un innocente o di assolvere un colpevole. State attenti a questi piccoli gesti di illegalità quotidiana. Sono convinto che alcuni ragazzi, che oggi distruggono delle vite – ci sono state delle vite distrutte oltre che persone ferite, gettando dei macigni dai ponti sulle autostrade o sulle ferrovie – hanno cominciato quando erano ragazzini, magari a tirare delle sassate alle lampadine della pubblica illuminazione, senza rendersi conto della illegalità del gesto, senza che nessuno genitore, insegnante, o adulto presente li riprendesse. Ci scherzavano sopra, ci ridevano, era una ragazzata. Non era una ragazzata, era una piccola illegalità quotidiana. Poi, piano piano, crescendo, l’illegalità, il piccolo sasso è diventato un macigno, e si sono trovati senza sapere il perché a lanciarlo e a distruggere delle vite umane. Perché lo avete fatto? hanno chiesto: 16, 15, 18 anni, 21 i più grandi. Hanno dato risposte allucinanti.

Qualcuno ha la consapevolezza oramai – e la dobbiamo proprio al sacrificio di Paolo, di Giovanni, di Francesca degli agenti – che la mafia è un male che si è esteso in tutto il Paese ed ha tra valicato anche i confini nazionali, che ha s,tretto patti ed alleanze con la mafia turca, cinese, colombiana, russa. Che è un fenomeno criminale, che accanto all’aspetto puramente criminale, ha assunto questo aspetto di grande impero economico-finanziario. Ecco oggi l’aspetto più preoccupante del fenomeno mafioso. Al di là del fenomeno puramente criminale, dell’esistenza di 200 latitanti decisi a tutto, c’è questo armamento sofisticato della mafia, ­missili terra-aria, kalasnikov che comprano negli arsenali della Germania dell’Est e del dissolto impero sovietico, vanno e comprano con i denari che hanno in grossa quantità, comprano armi anche delle più sofisticate, ultimamente comprano anche ordigni, elementi nucleari, comprano armi batteriologiche e chimiche, per farne cosa? Non si sa ancora. Non si sa se la mafia, Cosa Nostra, coltivi folli e disperati segni di grandezza, sogni di grandezza anche politica o se invece sia soltanto per farne commercio. Perché il commercio delle armi convenzionali e non, è diventato il business principale per Cosa Nostra. Ecco perché ora, come dice Violante, bisogna spostare in avanti la frontiera nella lotta contro la mafia, bisogna aggredire il patrimoni dei mafiosi, le ricchezze della mafia.

 Il fenomeno criminale in sé ormai preoccupa poco, è un fenomeno destinato inevitabilmente alla fine, quando non lo so. Forse io non ne vedrò la fine; sono ottimista ugualmente come lo era Borsellino a poche ore dalla morte. Era ottimista e, quindi, ognuno di noi ha il dovere morale di esserlo. Era ottimista Paolo a poche ore dall’agguato di via D’Amelio a cui sapeva di andare incontro – non sapeva le modalità, non sapeva l’ora, non sapeva quando e come e dove, ma sapeva che i suoi giorni e le sue ore erano contati – in quella lettera che ha lasciato a tutti voi studenti. Se era ottimista lui, nessuno, dico io, può permettersi il lusso di essere pessimista. Quindi sono ottimista come lo era Paolo e so che la fine della mafia verrà E che io potrò, se sarò ancora vivo, togliermi il desiderio inappagato di uscire come un cittadino libero qualsiasi, e portare a spasso i miei nipotini, cosa che non riesco oggi a fare e me ne dispiace tanto. Quindi non è che io vi dica la fine è imminente, è dietro l’angolo. Vi dico state attenti, è una lotta che può durare ancora anni, è una lotta che potrà richiedere ancora lo spargimento di sangue in terra di Sicilia e anche altrove, ma la fine della mafia è ormai inevitabile, è irreversibile; perché quelle due stragi hanno segnato un punto di non ritorno. E’ stato questo il regalo che ci hanno fatto Paolo e Giovanni, cioè di segnare il punto di non ritorno, da cui è cominciato il declino inarrestabile della mafia. Per quanto possa essere grande, sofisticato il suo armamento, per quanto possa essere grande la sua potenza economico-finanziaria, è destinata a cadere. Perché? Cos’è che mi dà questo ottimismo? Prima di tutto me lo dà la consapevolezza con cui state crescendo voi giovani, che respingete, ignorate, disprezzate il fenomeno mafioso e questo è importante, estremamente importante. Mi dà questo ottimismo la consapevolezza che ormai il consenso della mafia si sta riducendo. Pochi anni fa, prima delle due stragi, era del 50% a Palermo e l’altro 50% – scriveva Giovanni – stava alla finestra a vedere come finiva la corrida. Oggi il discorso non regge più. Oggi c’è un 20-25% secondo i mafiologi più esperti di consenso attorno alla mafia: vecchie isole mafiose, che ormai resistono a questa cultura mafiosa, che resistono a qualsiasi innovazione; queste famiglie di vecchi mafiosi e anche tutto un giro di interessi, di persone che vive attorno alla mafia, e spartisce le ricchezze con la mafia e la favorisce nei suoi disegni anche insospettabili. Ma questo consenso si sta restringendo e la mafia se ne accorge. E a questa emorragia continua, giornaliera di mafiosi che scavalcano il fosso e passano dalla parte dello Stato la mafia non può reggere a lungo, e fa di tutto per arginarla. Vedete, questi attentati degli ultimi giorni, anche questi omicidi che sono avvenuti a ripetizione, che qualcuno interpreta come una prova di forza della mafia: “Vedete la mafia è ancora forte, perché spara, uccide, no, no”… E’ il contrario. La mafia è consapevole di questa emorragia interna e di questa perdita di consensi esterna e reagisce proprio in questo modo, reagisce con l’intimidazione, con la ferocia, cercando di mostrare il suo volto più bestiale e cercando di intimidire le persone oneste, che si stanno ribellando in tutto il paese, che stanno cercando di liberarsi di questa cancrena, di questo male. Ecco perché queste manifestazioni feroci della mafia sono un segno di debolezza e non di forza. Come tali dovete interpretarle.

Occorre che lo Stato non abbassi la guardia. Molto è stato fatto, sempre dopo il sacrificio di Paolo e Giovanni. E’ stata approvata, e se ne discuteva da otto anni, la legge che tutela i collaboratori e le loro famiglie.. Ricordate l’ultimatum di Riina da quella gabbia di Reggio Calabria. Allucinante. Col consenso del pubblico ministero, che non avrebbe mai dovuto consentire uno show di quel genere a un ergastolano. Ebbene gli è stato consentito, non solo, ma la Rai si è graziosamente prestata a diffondere a tutto il Paese questo ultimatum di Riina. Un vero e proprio ultimatum; qualcuno di voi avrà assistito a quella allucinante trasmissione in cui si vede un ergastolano, il boss dei boss – gli stava per succedere Provenzano a capo della cupola, del consiglio di amministrazione di Cosa Nostra – dalla cui bocca uscì questo ultimatum verso lo Stato che tradotto – perché il linguaggio mafioso è sempre un pò cifrato – in parole modeste significava: Noi vi diamo una mano nella lotta contro il comunismo – questo fu il termine usato da Riina, che evidentemente non si è ancora molto aggiornato sui termini -, vogliamo in cambio due cose: l’abolizione della legge per la tutela dei collaboratori, che ha incentivato questo fenomeno della collaborazione, minando alle basi e gettando anche questo germe del sospetto nella famiglia mafiosa, e l’abolizione dell’art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario. Ne avrete sentito parlare spesso anche da pseudo-garantisti che lo osteggiano, stracciandosi le vesti per questi poveri boss mafiosi condannati a un regime carcerario severo, gente che ha sulla coscienza migliaia di omicidi, migliaia. Noi abbiamo giudicato nel maxi processo soltanto 120 – 130 omicidi,  perché? Perché soltanto 120 – 130 cadaveri furono ritrovati, gli altri centinaia, forse mille, duemila, erano stati dissolti negli acidi, erano stati dati in pasto ai maiali, erano stati cementificati nelle fondamenta della Palermo che cresceva, negli edifici della nuova Palermo. Ecco a Riina è stato consentito di lanciare questo ultimatum, ma lo Stato ha risposto con fermezza, bisogna dargliene atto. Ha risposto con fermezza dopo qualche momento iniziale di sbandamento, che aveva un pò preoccupato tutti, e in cui sembrava che la preoccupazione del nuovo Ministro di Grazia e Giustizia fosse solo quella di rivedere la legge di tutela dei collaboratori; ci fu questo momento, poi le cose sono rientrate nell’ordine e oggi nessuno parla più di abrogare, nemmeno di aggiornare o mitigare la legge per la tutela dei collaboratori, che fu approvata alla Camera sette giorni dopo la morte di Giovanni e al Senato, dodici giorni dopo la morte di Paolo Borsellino. Senza il loro sacrificio sarebbe accaduto questo? E’ la domanda che pongo a me, a voi. Erano otto anni che noi avevamo lanciato questa proposta e per otto anni era stata ignorata. Giaceva lì,  nel Parlamento,  nessuno si decideva a mandarla avanti, c’è voluta questa ribellione, questa presa di coscienza civile, questa ribellione in tutto il Paese, di giovani soprattutto…le donne in nero di Palermo, le donne del lutto, le donne del digiuno di Palermo, questi giovani studenti di Palermo. Questo moto di ribellione popolare, che poi si diffuse in tutto il Paese per dare una scossa al Parlamento, per fare approvare sia pure a stretta maggioranza questa legge fondamentale nella lotta contro la mafia. E poi è venuta la riorganizzazione dei servizi di ricerca dei latitanti che ha consentito l’arresto, in due anni, di oltre 200 pericolosi latitanti; ne sono rimasti 200 armatissimi e decisi a tutto, ma verrà anche il loro momento. State tranquilli. Stanno lavorando sul serio queste pattuglie per la ricerca dei latitanti. Ognuna di loro ha in consegna un latitante. In questo senso è stato riorganizzato questo servizio; prima era svolto confusamente senza direttive: guardia di finanza, polizia, carabinieri davano la caccia allo stesso individuo, si ostacolavano spesso nelle ricerche addirittura. Invece è stato accolto il suggerimento che noi lanciavamo da anni di razionalizzare questo servizio, affidando ad una squadra di 10-12 poliziotti o carabinieri o finanzieri la ricerca di un latitante: ne ricostruisca l’identikit, il passato, ne ricostruisca le abitudini, i familiari, il suo modo di agire e si preoccupi solo di ricercare questo latitante. Ecco i frutti: in due anni oltre 200 latitanti, tra l’altro anche importantissimi, sono stati catturati, della mafia, della camorra, della ‘ndrangheta, della sacra corona unita. E anche per gli altri questa sorte sarà inevitabile, a meno che non decidano prima di fare il passo, di costituirsi, di collaborare con la giustizia. Ecco l’art. 41 bis, la sua importanza ed ho concluso. Tagliare ogni legame, ogni possibilità di mantenere i contatti tra boss e la propria famiglia, questo è l’art. 41 bis. Perché prima d’ora – basta leggere di Arlacchi sulle confessioni di Calderone, Gli uomini del disonore, o di Buscetta, Addio Cosa Nostra – questi delinquenti all’Ucciardone, neanche passavano dalle celle, non ci passavano proprio, entravano ed andavano diritti in infermeria tutti quanti. Pigiami di lusso, rolex d’oro al braccio, pasti ordinati presso i migliori ristoranti di Palermo innaffiati con champagne. Questa era la vita dei boss mafiosi in infermeria all’Ucciardone e, come ultimo tocco, voglio dirvi questo, che addirittura lì dentro si tenevano di notte riunioni; i latitanti entravano con la complicità del direttore, del personale di custodia – tutti arrestati, identificati – entravano quelli che erano fuori, si riunivano ai capi mandamento che erano dentro, e ricostituivano e tenevano in carcere all’infermeria la riunioni della cupola, pensate. Qualche volta si facevano nella villa di Michele Greco, ma spesso si facevano nell’infermeria del carcere, addirittura. Ora tutto questo è finito; i boss stanno vivendo la loro carcerazione nelle isole, o in carceri di sicurezza, dove veramente espiano la loro pena, ma soprattutto dove non hanno più la possibilità di mantenere i contatti, di emanare ordini all’esterno. E sono delegittimati, ormai sono privi di carisma; questo è il grosso secondo risultato psicologico. Il capo mafioso che finisce in carcere viene – dice Buscetta – “posato”, cioè viene messo da parte, sostituito, perde ogni potere perché perde il controllo del territorio. E’ il controllo del territorio la forza principale del potere mafioso, oltre al suo verticismo. Una volta che è allontanato dal proprio territorio il capo mafioso non conta più niente. Ecco perché l’art. 41 bis aveva una sua ragion d’essere. Ed ecco perché è da apprezzare la decisione con cui dopo tanti attimi di indecisioni finalmente il Parlamento l’ha prorogato per cinque anni. Ecco perché la mafia ha sparato negli ultimi tempi e seguita a sparare. Proprio perché lo Stato non ha accettato questo ultimatum. La legge che tutela i collaboratori è lì ferma, e l’art. 41 bis è stato prorogato per cinque anni, quello di cui Riina chiedeva con tono sprezzante, come ultimatum, come una sfida allo Stato, l’abrogazione. Se lo Stato tiene così alto il livello di guardia non ci possono essere dubbi sulla fine della mafia; ripeto non so quando, ma non ci possono essere ragionevoli dubbi che questo debba essere l’esito di questa sfida. Non mi importa se non avrò l’avventura di assistere a questo giorno.

L’essenziale è che questo giorno venga e che venga per i miei figli, per i miei nipoti, che venga per voi, per le vostre generazioni, per questa generazione meravigliosa che sta crescendo. Voi crescerete senza più il ricordo della mafia, questo ve lo assicuro io. Mi potete credere. Voi crescerete, e ve lo auguro, nel culto dei valori veri, nel culto della legalità, della solidarietà, dell’amore per il prossimo, del rispetto della persona umana qualunque sia il colore della sua pelle, qualunque sia la sua razza, qualunque sia la sua religione. Questo è l’augurio che vi faccio. Con tutto il cuore.

 

Artisti Carnici: Stefano Marchi artista perplesso e irresoluto al bivio della maturita’

di Ermes Dorigo.

Verso la metà degli anni ’90 ebbi, se così posso dire, il merito di ‘lanciare’due giovani carnici, in tempi in cui le esposizioni erano dedicate soprattutto ai ‘canonici’ maestri del figurativo, meglio se floreali o paesaggisti: l’informale e la pittura contemporanea parevano proprio non esistere. Tale presenza ‘giovanile’ la rinforzai successivamente con una provocatoria mostra, tanto che un quotidiano locale s’affrettò a telefonarmi, per capire se per caso m’avesse dato di volta il cervello, tenutasi nel prestigioso palazzo Frisacco dal titolo Carnia New Art. Uno dei due giovani era Stefano Marchi, nato a  Tolmezzo nel 1964,  oggi non più crisalide, ma farfalla dal volo, se me lo concede, poco determinato, un po’ come se fosse intimidito e disilluso, irresoluto, quasi lo bloccasse un timore interno di ‘liberare’ completamente se stesso, di ‘superarsi’; intanto, con esposizioni personali e collettive, continua a volare, ma ondeggiando sempre, mi pare, tra il prima e il dopo, tra un morboso, quasi, attaccamento al sé primigenio e il desiderio di sfidare l’ignoto e di percorrere vie nuove, forse ancora da lui solo intraviste, ma che gli suscitano una sorta di inquietudine regressiva, pur continuando a sperimentare e a mettersi in discussione. In occasione della prima mostra, intitolata Lo sguardo pulsionale ovvero Le visioni dell’inconscio, lo definivo “selvaggio” in quanto individuavo nelle sue grandi tele, come padri spirituali, soprattutto Baselitz e Kiefer considerati, appunto, padri dei “nuovi selvaggi”, che non si esprimono verso il mondo, ma in quanto mondo, in quanto soggetti perduti che si cerca­no, per un bisogno insopprimibile di vita; che si cercano proprio in quanto corporalità, non ideologica­mente e programmaticamente: oggettivano sulle tela associazioni, ricordi, frammenti di esperienza, per cui il quadro si pone come entità‑altra rispetto all’artefice: l’opera fa il suo autore, nel senso che egli si identifica e si costruisce, interiormente e come essere socia­le, in relazione a quanto gli dice l’o­pera, la forma percettibile della lin­gua dell’inconscio. Stefano,  gestuale e meno legato alla convenzione artistica, ti trascina verso suoi ‘eventi” col piacere estetico della pennellata forte, ‘grossolana’ come quella del suo maestro Baselitz, degli accostamenti e contrasti ‘esagerati’ dei colori, dell’energia del movimento che agita anche ciò che solitamente è statico, come i volti ritratti. La sua è la figurazione di ciò che non colpisce lo sguardo, ma che si vede solo con occhio interiore. Troviamo nelle sue tele una grande intensità di astrazione espressiva ed emozionale ed un vibrante edonismo dei colori. A lui non interessa il dettaglio (né, quindi, l’accuratezza dell’esecuzione) ma l’impeto equilibrato dell’insieme, ottenuto con una sorta di sregolata regola, di disordinato ordine che implode in un oggetto pittorico che si pone come entità significante in sé e per sé, con arditi squarci e movimenti prospettici, che però non creano l’illusione della profondità (il fruitore dentro il qua­dro), ma mantengono la caratteristi­ca di pittura di superficie che ‘va verso’ il fruitore e lo intriga coi suoi interrogativi.

A distanza di anni, dopo aver sperimentato ed essersi messo in discussione in numerose esposizioni personali e collettive ho voluto che fosse lui direttamente a trarre un primo bilancio della sua esperienza estetica, giunto ormai al bivio della maturità, tramite un’intervista-confessione: «Non è facile per me – dice Stefano – come artista parlare del mio lavoro. Ho sempre amato la pittura fin da ragazzino, quando mi capitavano in mano i testi di storia dell’arte di mio fratello maggiore, che all’epoca era studente universitario. Ho continuato poi la mia ricerca personale immergendomi in tutto ciò che era arte, in una sorta di studio autodidatta, visitando mostre più o meno importanti a livello mediatico e conoscendo artisti di vario livello.  Sono stato molto attratto dalle avanguardie degli anni Sessanta e Settanta; tramite la collaborazione e l’amicizia con il collezionista Egidio Marzona, ho avuto la fortuna di conoscere artisti come Vito Acconci, Luciano Fabro, Mario e Marisa Merz e Robert Barry, che ho aiutato nel porre in opera un’installazione nella casa di Marzona nel suo parco artistico. Grazie a Marzona insieme a Ermes ho allestito la mostra, epocale per la Carnia e il Friuli,  Nonno Padre Figlio – Duchamp Andre Missoni e realizzato un buon video su di essa  e sull’Artistic Park di Villa di Verzegnis. Ma sono sempre rimasto legato in maniera forte alla pittura. Uso tele industriali di un formato medio grande, dal 100×120 in su. C’è stato un periodo in cui le tele me le costruivo, ma è durato poco. Facendo tutto da solo avevo difficoltà nel tirare la tela grezza  e poi non riuscivo a trovare facilmente chi potesse costruirmi i telai senza chiedere somme esose. Dunque tele di grande formato. Ai movimenti delle braccia occorre spazio, perciò il formato è determinante, in quanto solo un largo campo d’azione consente di viaggiare immergendosi nel quadro stesso, dipingendo fino ad esaurimento. La lezione di Pollock è fondamentale per me. Come determinanti per la mia formazione sono stati Georg Baselitz e i Nuovi Selvaggi tedeschi degli anni Ottanta, come ha ben intuito Dorigo fin dalle mie prime opere. Adoro quella violenza gestuale che genera figure, sagome, volti tumefatti, vittime. I colori che uso sono prevalentemente scuri, privi di omogeneità e appaiono opachi, sporchi e vengono colati sulla tela spesso molto diluiti e comunque senza la presenza di un disegno o di una bozza preparatoria. Non c’è tempo per la riflessione, né per la perfezione, aspetti della pittura che non mi interessano. L’azione deve essere rapida, in piena sintonia col cuore e col cervello. Il cervello ci permette di essere liberi, di concepire un’idea e al tempo stesso di evitare di rinchiuderla dentro ragionamenti tecnici che nulla hanno a che fare con l’intuito, che per me è sinonimo di creazione e quindi di arte. L’idea fugge, non resiste a lungo nella mente e quindi nessuna pausa e via con i pennelli, con le mani se è necessario, in un turbine di materia e di colori.

La mia è una pittura che definirei ‘disinvolta’, che imperversa sulla tela con violento e ampio slancio del pennello, con cromatismi a volte selvaggi ed incisivi. Ed è una sensazione indescrivibile per me ciò che appare sotto il vibrare del pennello. Tutto ciò, l’azione pittorica spaziante, gli inevitabili spruzzi di colore,  le parti della tela non dipinte, le meravigliose sbavature, mantengono il quadro finito in una condizione di provvisorietà e frammentarietà. Sento dentro di me questa passione indomabile, che mi spinge ad imbrattare tele come la belva affamata addosso alla sua preda, ma ciò nonostante sento che dal mio lavoro traspare un messaggio di amore verso la vita ed il mio prossimo, in una sorte di passaggio al di là, una specie di filtro che si interpone tra l’artista e la realtà, tra la realtà dell’artista e la realtà di chi guarda. L’interpretazione della realtà, arricchita dal nostro stato d’animo, dalle nostre sensazioni, si traduce sulla tela che diventa il passepartout per mete altrimenti irraggiungibili. Temi comuni che troviamo nel lavoro di molti artisti sono anche i miei: la negazione della guerra, la condizione umana, la libertà, la pace, la paternità, il sesso, l’amore, la poesia, la paura, ossessioni ricorrenti negli uomini, amplificate negli artisti, frutto di sedimentazioni emotive interiori o derivanti da traumi esterni, ma nella loro genesi complessa c’è un punto fermo: il quadro. Io mi riconosco nel e col quadro. Al momento nulla per me è più vero di un quadro: il pensiero che da esso scaturisce mi appare più forte, più resistente e diretto».

 

Artisti Carnici: Marco Marra e le sue “Geometrie dell’anima”

a cura di Ermes Dorigo.

Ricerca estetica come impegno etico per una mente chiara e ordinata; dunque, rigore formale come rigorosa disciplina interiore: questa mi pare la cifra semantica dell’arte di Marco Marra. Conoscenza e dominio razionale del Sé e delle sue inquietanti pulsioni; equilibrio e armonia spirituale; creazione e visione dell’immagine come decantazione catartica e come interrogazione meditativa sul mistero dell’esistenza e della vita; tensione delle forme tra finito e infinito; corrispondenze tra micro e macrocosmo; educazione della percezione al bello contro la mercificazione del gusto; bisogno di serenità e aspirazione alla pace; il sogno della coincidenza degli opposti; la fiducia nella forza della ragione; le forme dell’anima razionale come oggetto vero e centrale della rappresentazione artistica: non la realtà – naturale, sociale o individuale – nelle forme della razionalità, more mathematico, ma le forme stesse dell’intelletto con i suoi archetipi percettivi (le forme geometriche) e i suoi simbolismi (colori), che tendono a fondere, in una utopica o possibile o desiderata sintesi, materia e spirito, concretezza ed astrazione.

In questo sollecitare il singolo all’autocontrollo, al miglioramento di sé, alla consapevolezza della propria potenza intellettuale, ma anche della sua fragilità creaturale l’arte di Marra si connota d’impegno civile, perché, proponendosi di migliorare i singoli, vorrebbe contribuire al miglioramento della qualità della vita sociale.

Se tale lettura delle opere di Marra è plausibile, allora ci si rende conto, solo dalla sommaria elencazione della poetica sottesa ad esse, che dietro le tecniche contemporanee dell’Optical Art ci sta qualcosa di più radicato e sedimentato nella psicologia e nella cultura dell’artista: ci sta la tradizione umanistica e un anonimo ancestrale inconscio collettivo con tendenza alla stilizzazione, geometrizzazione, astrazione della materia, che non significa la sua negazione, ma l’affermazione dell’ordine e dell’intervento attivo della ragione sulla opacità, alterità e oscurità di essa. L’arte di Marra rivela, dunque, una triplice appartenenza: al genius loci – inteso non in senso naturalistico ma come abito mentale e strutture percettive astraenti -; alla tradizione umanistica; alle avanguardie contemporanee (più Vasarely che Mondrian, a mio avviso).

Genius loci, dicevo. In realtà, in una zona di frontiera come la Carnia convivono diverse culture che, schematicamente, possiamo ridurre a quella mediterranea (pensiamo alla grande influenza di Venezia nel passato) e a quella nordica: qui agisce, nelle menti e nei cuori e nelle relazioni sociali, in forme contraddittorie, confuse e talora aspre l’antica contrapposizione o conciliazione o crogiuolo tra le tonalità psicologiche, le sensibilità delle genti del Sud e del Nord Europa. L’approdo di Marra al suo ‘classicismo geometrico’ si ha a conclusione di un percorso sperimentale tormentato, che passa attraverso quell’arte nordica dell’angoscia, dell’orrore, degli abissi torbidi dell’interiorità, che è l’espressionismo, che tocca il dolore nel nervo (del quale, comunque, conserva la carica oppositiva ai disvalori). La sua è una scelta, prima che culturale, di vita; un autoperfezionamento di sé per gli altri; la riaffermazione di una identità che è consapevole della oscura potenza dell’inconscio e delle sue sirene, ma che non intende abdicare al primato luminoso della ragione, come chiarezza e ordine individuale, sociale e naturale. Scelta estetica e scelta etico-civile nelle sue opere coincidono.

Certo non è un’opera che si offre al facile consumo; richiede anzi attenzione, riflessione, volontà di superare la sua resistenza di oggetto assoluto, senza riferimenti naturalistici; le forme dell’anima non sono comparabili con quelle della realtà. È necessario familiarizzare con la sua grammatica e la sua sintassi, col suo forte spessore allegorico- simbolico; forme e colori stanno per qualcos’altro, rinviano al altro, ma sempre sul piano della concettualità e della razionalità, in cui vengono sussunte e filtrate anche le sensazioni e le emozioni, proprio perchè l’artista vuol far percorrere al fruitore un percorso conoscitivo e catartico, non emotivamente irrazionale (il sonno della ragione ha generato, nel nostro secolo, parecchi mostri) e consumistico, attraverso il piacere delle forme, delle simmetrie, degli accostamenti di colore con un ruolo fondamentale della luce, retaggio delle sue prime prove post- impressioniste. 

Mi permetto di avanzare un’’ipotesi di lettura, con­sapevole della sua soggettività: del resto, qualsiasi attività critica, se affrontato in umiltà, è solo una approssimazione all’opera d’arte, che per sua natura è polisemica.

Innanzitutto colgo uno dialettica fondamentale tra forme e sfondo monocromatico, che afferisce alle  ‘poetiche dei silenzio’, che hanno caratterizzato tante espressioni artistiche e letterarie del Novecento; tensione tra ciò che è e ciò che È, tra finito e infinito, tra esistenza e vita: si coglie, insomma, una tensione metafisica, che assume varie forme di declinazione del rapporto tra imma­nenza e trascendenza, ora come presenza ora come distanza (il colore dello sfondo identico/simile o diverso da quello della figura).

Troviamo il cerchio, simbolo dello perfezione e dell’aspirazione all’armonia con se stessi, traversa­to talora da linee, che rappresentano lacerazioni, ferite, sofferenze, ma plasmate e placate appunto in questo dolce ventre ‑ il cerchio ci ricorda anche la luna e il sole, il femminile e il maschile, come sovrapposti e conciliati; il cerchio richiama anche il foro della vita – la pietra forata -; ciò che ci porta al di là, al senso e al significato dell’esistenza, la porta verso l’Assoluto. Anche il quadrato è la figura della perfezione, i cui vertici alludono ai quattro elementi vitali – terra, acqua, aria e fuoco-, dicendoci l’appartenenza della vita individuale a quella Cosmica.

E si potrebbe percorrere anche la complessa simbologia dei colori, che dicono dell’anima non le forme ma la ‘tonalità’ : ad esempio, l’azzurro può essere inteso come l’oscurità divenuta visibile; fra bianco e nero è la conciliazione del giorno e della notte, del conscio e dell’inconscio. E poi la dialettica tra colori caldi avanzanti, che indicano attività, e colori freddi, retrocedenti, che indicano passività e debilitazione. Jolan Jacobi, seguace di Jung, scrive: «Il colore azzurro (colore dello spazio e del cielo limpido) è il colore del pensiero; il colore giallo (il colore del sole che viene da lontano, sorge dalle tenebre come messaggero della luce e scompare nell’oscurità) è colore dell’intuizione, cioè di quella funzione che illumina istantaneamente le origini; il rosso ( il colore del sangue palpitante e del fuoco) è il colore dei sensi impulsivi e ardenti; verde invece…».

Le opere d Marra, oltre che conoscitiva, permettono anche una fruizione ludica, nel senso di giocare a l’interpretazione sulla (gradevolmente) intrigante simbologia delle loro forme e dei loro colori; fruizione ludico-conoscitiva favorita dalla piacevolezza dei ritmi quasi musicali della scansione degli spazi e delle strutture compositive.

 

Presentazione nel catalogo della mostra Geometrie dell’anima, Tolmezzo, 1996

Tiziano Dalla Marta: momenti di vita raccontati dal pennello della memoria

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 di Ermes Dorigo.

Dopo il successo  della Mostra del 1998  l’ultima – last but not least – produzione  pittorica, per una sua coerenza intrinseca, rimane ascritta ad una ‘pittura colta’- un figurativismo ben diverso da quello tradizionale, con un continuo rimando, attraverso citazioni e allusioni più o meno esplicite alla storia dell’arte – civilmente impegnata anche se ora, in questo suo viaggio conoscitivo, prevale una  tonalità più intima, più sul versante meditativo, morale che, in quanto tale, si fa etico, civile appunto. Il titolo non  deve trarre, quindi, in inganno: in realtà quello che l’artista fa è quello di donare la ‘sua’ memoria alla memoria della ‘comunità’: il morale torna ad essere sociale, ma un sociale speciale, perché così ravviva la fiamma del ‘suo’ amore per la ‘sua’ gente; non solo, ma  nelle sue forme si inserisce nella nostra tradizione artistico-letteraria di impegno etico-civile e nello stesso tempo si offre come esperienza paradigmatica di una biografia personale vissuta attraverso il filtro della biografia della storia (“Non ho ambizioni e velleità di protagonismo pseudo intellettuale. Probabilmente il mio animo, umilmente cristiano, mi ha sempre portato a vedere la mia vicenda personale dentro la storia, non al di sopra e al di fuori di essa”). Pertanto non si può non dire che quella di Tiziano Dalla Marta non sia una “pittura della memoria”, conservazione quasi sacrale e trasmissione del passato senza il quale – è un messaggio rivolto in particolare ai giovani – vengono meno le fondamenta per costruire un saldo e certo futuro di speranza.

Prima di procedere una breve notazione: talmente forte è il legame di Tiziano con la sua giovinezza – presenza viva e creativa dentro di lui – da firmare non T.D.M., ma M.D.T. (Marziano Della Titta) come lo chiamava un professore, storpiando il suo nome, quando, giovane, frequentava l’Accademia a Venezia.

Ma venendo nello specifico (“Un quadro può essere una medicina contro la malinconia  e quantomeno un momentaneo sollievo”)  delle qualità pittoriche e simboliche delle sue opere, si può osservare l’equilibrio compositivo e una costruzione quasi classica delle sue immagini (tipicamente rinascimentale è quella piramidale, un ascendente tre-quattrocentesco come nella Crocefissione), un sapiente equilibrio tra pieni e vuoti, e tra colori avanzanti e retrocedenti – per somiglianza, ma anche per opposizione -; e la ricchezza delle simbologie  e allegorie dei colori: il viola e il gelido azzurro del dolore e della pena del vivere contrapposti al caldo giallo e al verde della speranza, ma anche  della irriducibilità alla sofferenza e della non rassegnazione.

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Rispetto alla esposizione precedente – con diversi quadri con forti , surreali accostamenti di colori, quasi espressionistici -, si osservano ora la levità dei colori, il sentimento intimamente assorto dell’umanità rappresentata in fraterna amicizia che guarda serenamente il famoso “lassù” di padre Cristoforo – l’infinito amore per la moglie Caterina che ritorna continuamente -; la pace in pace con se stessa, indefinibile; la fertilità rigogliosa della natura – il di là non è di là, ma qua, lo odoriamo quasi –; un francescano Cantico delle Creature -; la sacralità del quotidiano; l’amore e il dono di sé.

E quel San Martino all’entrata non solo invita il visitatore ad assumere un atteggiamento consono all’atmosfera di religioso silenzio, cui invitano i quadri, ma è soprattutto un ulteriore omaggio alla Città attraverso il suo Santo protettore.

Infine, però, per ribadire comunque il suo indomito impegno civile, la sezione dedicata alla Resistenza in Carnia: il cerchio si chiude con il ritorno per ‘espressivismo’ della luce e dei colori alla prima esposizione.

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Tiziano Dalla Marta, architetto libero professionista, è nato a Povegliano Veronese il 9 novembre 1922. Dall’8 settembre ‘43 risiede in Carnia dove ha ricoperto importanti cariche pubbliche con grande impegno civile: Sindaco di Prato Carnico dal ’49 al ’55, di Tolmezzo per un decennio tra il ’55 e il ’65. Uno dei promotori fondamentali per l’istituzione della SEIMA.

Suoi scritti ed esposizione: La Carnia oggi sintesi della realtà so­ciale; Ordinamento regionale e pianificazione urbanisti­ca; Individuazione delle aree idonee alla qualificazione industriale, Tip. Carnia Tolmezzo, 1963; Individuazione delle aree idonee alla qualificazione industriale, Del Bianco Editore, Udine, 1965; Il volo del rondone, Campanotto Editore, Udine, 1993; Tiziano Dalla Marta, Pittore, Palazzo Frisacco, Tolmezzo, 1998; Il ritorno del Gismano, Andrea Moro Editore, Tolmezzo, 2004

 

 

Carnia: omaggio a Romano Marchetti, che il 26 gennaio 2017 compie 104 anni

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di Ermes Dorigo.

Le Cooperative assumono fin dall’inizio del Novecento, quando erano presenti circa 120 di queste associazioni, un ruolo considerevole per quanto concerne l’evolversi della società in Carnia; infatti, la costituzione di tali associazioni hanno creato in questa zona una partecipazione attiva a livello economico, sociale, amministrativo e politico. Le Cooperative si sono diffuse  allo scopo di creare degli strumenti di progresso, favorendo il miglioramento della qualità della vita delle popolazioni montane, combattendo la povertà e l’usura presenti sul territorio carnico.

Tra queste purtroppo non più  la Cooperativa Carnica di Consumo, fondata nel 1906 dai socialisti, ma  ancora vive diverse Casse Rurali e Artigiane, fondate dai cattolici – la prima nel 1900 -, che nel 1994, dopo la fusione, hanno assunto la denominazione di Banca di Credito Cooperativo della Carnia, modificando lo statuto sociale in linea con le disposizioni contenute nella Legge Bancaria d.lg. n° 385/1993.

Durante il periodo fascista, però, queste associazioni vennero represse, in quanto il regime non riconosceva il diritto di associarsi liberamente come previsto all’art. 18  (“I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale”), mentre la nostra Costituzione riconosce ad esse all’art. 45 un ruolo fondamentale: “La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità”.

La formazione della Giunta di Governo della Zona Libera rappresenta il punto d’arrivo di questa tradizione cooperativistica e un modello per la successiva creazione della Comunità carnica.

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La Zona Libera della Carnia e del Friuli fu una vera e propria isola democratica in un territorio invaso ed annesso alla Germania dopo l’8 settembre 1943. Il primo obiettivo dei dirigenti politici e militari della Resistenza carnica e friulana fu quello di costituire nuovi e legittimi organi di potere locale ‑ i sindaci e le Giunte comunali ‑ per gestire la normale attività amministrativa. I Sindaci e le Giunte comunali popolari dovevano essere eletti dalla popolazione. Così, dalla fine di agosto a tutto settembre, nei comuni della Zona Libera si svolsero le elezioni, le prime libere elezioni in Italia dopo venti anni di regime fascista.  Si votò per capifamiglia, secondo la tradizione delle latterie sociali, l’unico modo possibile in quelle circostanze, e votarono anche le donne se ricoprivano tale ruolo.

Le Giunte comunali, composte da un numero variabile di persone, da cinque ad undici, avevano il compito di amministrare la vita del Comune, di costituire la Guardia del Popolo (cioè la Polizia Municipale), di amministrare i beni pubblici, di organizzare il servizio di alimentazione, di contribuire alla lotta, dando aiuto alle formazioni partigiane. Le Giunte rappresentarono un successo non solo per l’affermazione di principio costituita dal fatto che erano state liberamente elette dalla popolazione, ma per come funzionarono: tenevano pubbliche sedute alle quali partecipava la comunità, che poteva così discutere i problemi che direttamente la riguardavano.

Verso la metà di agosto del 1944 scaturì l’accordo sulla necessità di costituire un Governo della Zona Libera della Carnia e del Friuli, cioè un Governo civile unico di tutta la zona liberata. Esso fu costituito ad Ampezzo il 26 settembre del ‘44. La Giunta era composta da  cinque rappresentanti dei partiti antifascisti ed era allargata, con funzioni consultive non deliberative, ai rappresentanti, delle formazioni partigiane e delle organizzazioni di massa, cioè i Gruppi di Difesa della donna, il Fronte della gioventù e i Comitati dei contadini e degli operai.

Aveva così inizio un’esperienza di alto valore politico e civile che, a detta anche degli storici, non ebbe eguali in nessuna delle repubbliche partigiane sorte in altre zone d’Italia nella primavera‑estate del ‘44 e che ebbe il carattere peculiare di un’esperienza di autogoverno caratterizzata da autonomia di decisione, dalla facoltà di legiferare e di operare autonomamente, senza interferenze da parte dei comandi partigiani.

Fu un’esperienza breve ‑ durò infatti dal 26 settembre al 10 ottobre, (giorno in cui il grande rastrellamento scatenato da nazisti, fascisti e cosacchi pose fine a questa esperienza) – ma di grande significato per l’intensa azione di riorganizzazione civile che fu proposta. Non dimentichiamo che l’azione di governo della Giunta della Zona Libera fu svolta in una zona annessa al III° Reich, strategicamente essenziale per le comunicazioni ed i trasporti da e per la Germania; assegnata infine a orde disperate di cosacchi e caucasici, che si erano qui insediati con le loro famiglie e ai quali era stato promesso che, a guerra finita, la Carnia sarebbe diventata la loro patria, la Kosakenland.

In quelle condizioni difficili si svilupparono concetti di democrazia che sembravano ormai dimenticati dopo venti anni di dittatura, e quelle esperienze anticiparono principi che furono poi ripresi nella Costituzione dell’Italia repubblicana.

Vediamo, come esempio, due decreti, relativi alla riforma tributaria e alla giustizia.

Nel primo caso la Giunta di Governo elaborò un decreto di carattere finanziario, con il quale vennero abolite tutte le imposte e le tasse esistenti e venne fissata un’imposta straordinaria sul patrimonio, la cui consistenza doveva essere accertata dalle Giunte popolari comunali. L’imposta era progressiva e partiva dal 2% per i patrimoni di 200.000 lire per giungere all’8% per quelli di un milione; per noi è una anticipazione di quanto previsto all’art. 53 della nostra Costituzione: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

Per quanto riguarda la giustizia fu decretata l’istituzione del Tribunale del popolo, che doveva giudicare tutti i reati che non avevano carattere politico o militare, cioè i reati comuni. L’importanza del decreto sulla giustizia risiedeva soprattutto in due principi fondamentali: il principio della gratuità della giustizia e l’abo1izione della pena di morte per tutti i reati comuni (Art 27, comma 4°: “Non è ammessa la pena di morte, se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra”).

Un primo provvedimento, però, fu il decreto sulla riapertura delle scuole elementari. Data l’impossibilità concreta di stampare un nuovo manuale scolastico, i giovani del Fronte della Gioventù, ovviamente i più interessati ai problemi della scuola, suggerirono l’adozione provvisoria del libro Cuore di Edmondo De Amicis.

Romano Marchetti, interpellato sul motivo di questa scelta, ha risposto così: «Cosa vuoi che ti dica?  L’indicazione non era così ingenua come può oggi apparire: dopo un ventennio di esaltazione della forza e di educazione allo spirito guerriero fra i giovani (si ricordi il motto di Mussolini “Libro e moschetto fascista perfetto”) il libro di De Amicis diventava un testo di tutto rispetto ed apprezzabile per il richiamo ai buoni e semplici sentimenti ed anche un segnale di continuità con la storia risorgimentale, rispetto alla quale, per noi, il fascismo rappresentava una parentesi degenerativa. Ai comunisti della Garibaldi-Carnia va il mio riconoscente ricordo per il notevole contributo dato alla guerra di Liberazione e soprattutto alla creazione della Giunta Civile della Repubblica democratica nella Alpi e Prealpi Carniche che, secondo alcuni  storici (prof. Dondi dell’Università di Bologna) è stata la più perfetta e democratica tra tutte; in questo caso grande merito ebbe il comunista dott. Gino Beltrame;  per il ruolo principe nella costituzione dei Sindaci della liberazione, nonché dei CLN comunali, di vallata, della Carnia, che ne furono premessa: in questo caso emerge soprattutto la figura di Tranquillo De Caneva. Ritengo mio dovere ricordare almeno alcuni dei comunisti della Garibaldi, che si distinsero particolarmente: Augusto Nassivera (Nembo), che si era messo in luce a seguito della Festa degli alberi a Forni di Sotto, strappando dall’aiuola quell’albero che, in omaggio al fratello Arnaldo, Benito Mussolini aveva comandato venisse piantato in ogni comune: nel 1945, partigiano tra i primi, divenne comandante garibaldino; il dott. Aulo Magrini (Arturo), sacrificatosi per difendere i propri compagni, di cui già tanto s’è detto e scritto, che aveva fatto pure parte della rete pro-resistenza, creata in Carnia da osovani nell’inverno ‘44/’45; Italo Cristofoli (Aso), pure lui comandante partigiano della Garibaldi, ucciso in azione a Sappada: era di Pradumbli, paese famoso per il gruppo di anarchici che lo caratterizzava; Tranquillo De Caneva (Ape), cui ho già accennato, dopo il 1945 fu emigrante, minatore e poi responsabile di livello nella CGIL, tanto da venir chiamato a Roma da parte di Togliatti, per dirigere il settore Assistenza, in seguito fu anche Consigliere regionale; naturalmente non si può dimenticare l’azionista Elio Martinis (Furore). Non è il caso di passare sotto silenzio anche  alcuni che, all’inizio osovani, passarono poi nelle file  della Garibaldi, come Decio Deotto e Giovanni De Mattia (Lupo). Credo infine che la propaganda comunisto-garibaldina abbia avuto il merito di riscattare molti giovani, plagiati dall’ideologia fascista, dando loro una piena dignità umana e civile, anche se in qualche modo condizionata da un credo fideistico».

Intervista inedita, per entrare nell’ ”Officina letteraria” di Siro Angeli nel 25° della sua scomparsa

 

di Ermes Dorigo.

Sei domande a Siro Angeli — (La Fiera Letteraria, 21/10/1962)
D. – Finalmente è uscito il tuo libro di poesie L’ultima libertà. Da quanti anni lo aspettavi? E credi che il ritardo gli sia giovato?
R. – Il volume doveva uscire nel 1959. Tre anni di attesa mi hanno consentito di aggiungere una quarantina di poesie (fra le quali il lungo poemetto Assisi) alle venti premiate al Trebbo di Cervia nel 1958, e di rielaborare a mio agio le une e le altre, Ora, a pubblicazione avvenuta, ignoro se tale lavoro di revisione protrattosi per tanto tempo, sia stato sempre opportuno e mi sia effettivamente giovato. Lo ritengo indispensabile, almeno nel mio caso, ma so che non comporta di per sé una maggiore validità di risultati. Ci si può avvicinare di più a quella che dovrebbe essere la poesia grazie a questo, oppure nonostante questo. Posso dire che ho fatto del mio meglio, ma il bisogno che avverto di riprendere la rielaborazione dei miei versi dopo averli riletti in volume non mi tranquillizza.
D. – Hanno detto di te che sembri riproporre modi e accenti della poesia stilnovistica. Sei d’accordo con questo giudizio critico, o credi che questa “guida di lettura” tradisca (in tutto o in parte) la sostanza del tuo libro?
R. — Il richiamo alla poesia stilnovistica mi sembra pienamente giustificato, e non solamente per i modi e gli accenti, ma anche e soprattutto per la presenza di un tema dominante l’amore per la donna, sentito come l’esperienza fondamentale dell’esistenza umana, quella che riflette e riassume in sé tutte le altre esperienze, e dà loro valore e significato; e approfondito nelle sue radici psicologiche e concettuali, nei suoi riferimenti metafisici e religiosi. Anche quando affronto altri temi (la vita ultraterrena, il mistero dell’universo e le sue “corrispondenze”, la solitudine, la funzione e il valore della poesia, ecc.), esiste quasi sempre un nesso, esplicito o implicito, con questo motivo centrale, Oltre che agli stilnovisti, il richiamo andrebbe esteso a Petrarca e a Leopardi; e fra i contemporanei almeno a Saba, Ungaretti e Montale. Naturalmente non mi sono rifatto a questi autori di proposito: mi sono trovato a fare i conti con essi; e anche se può sorprendere la molteplicità e la diversità delle influenze che ammetto di avere subìto spero che quello che ho scritto non si riduca alla loro somma.
D. – Pensi che la tua poesia possa aprire un nuovo discorso, se letta e capita bene? In pratica, vorresti dire qualcosa ai critici e ai lettori?
R. – Benché una domanda del genere possa lusingarmi, non ho esitazioni nel dare una risposta negativa. Non presumo assolutamente di bandire messaggi o di scoprire verità, né di portare alcun contributo a innovazioni espressive. Il mio modo di concepire la poesia e di farla è rimasto quello tradizionale. Spero che non sia anche convenzionale, perlomeno non sempre; ma posso sbagliarmi. Comunque, sono convinto che sia più meritorio e anche più proficuo, ai fini di un rinnovamento da tutti auspicato, rifarsi alle esperienze più recenti della poesia italiana e straniera. Per quello che mi riguarda, sono piuttosto per l’autonomia che per l’eteronomia dell’arte il che non significa considerarla fine a sé stessa, evasione, torre d’avorio, negare la sua socialità e la sua storicità. Non sono insensibile all’esigenza dell’impegno, ma temo che esso divenga controproducente se non è accompagnato da una altrettanta viva capacità di distacco. Ho l’impressione che oggi si tenda ad accettare l’impegno come una legge imposta dall’esterno, anziché a servirsene come urgenza interiore; a servirlo ciecamente a priori, senza servirsene consapevolmente in concreto. Ritengo sia indispensabile aderire all’attualità, ma senza dimenticare che si corre il rischio di confonderla
E mi sembra che non si risolva il problema con la scelta di certi contenuti e il rifiuto di altri (esistono oggi dei temi “privilegiati”) né con il puntare sulla registrazione o sulla protesta invece che sulla rappresentazione o sulla interpretazione: suI grido invece che sulla parola, sulla lacerazione e disintegrazione sintattica invece che sul discorso logicamente costruito. Dubito che la crisi, il disordine, il caos trovino miglior espressione nel disordine piuttosto che nell’ordine formale. Per questa strada si finirebbe con il dare una riproduzione esistenziale, una ripetizione quasi materia1e dalla realtà, invece di reinventarla e trasporla in una dimensione totalmente diversa.
D. – Sei uno scrittore appartato e modesto (scusa la spicciativa definizione). Perché lo sei? Pensi che il riserbo sia una dote necessaria per un poeta? Non senti di comportarti in modo diverso da come vorresti intimamente?
R. – Appartato sì, modesto non so. Per temperamento sono incline a partecipare, a comunicare, a chiedere e a offrire confidenza e solidarietà. Tra l’altro, sentendomi assai poco sicuro delle mie effettive capacità, ho particolare bisogno di ricorrere al giudizio di qualcuno che sappia e voglia conciliare la comprensione che nasce dall’amicizia con la sincerità senza riserve; e ciò capita abbastanza di rado. Posso aggiungere che il riserbo mi è consigliato anche dalla constatazione di casi sempre più frequenti in cui si eccede in direzione opposta. D. – Il teatro ti interessa ancora? E c’è un accordo di fondo tra la tua poesia e il tuo teatro, addirittura c’è un punto nel quale convergono?
R. – Tornare a scrivere per la scena mi sta a cuore quanto continuare a comporre versi. Ma se alla poesia riesco a dedicarmi anche nei ritagli di tempo concessimi dai miei impegni professionali per il teatro è diverso. Posso abbozzare e maturare a lungo una vicenda drammatica solo mentalmente, senza prendere appunti; ma per la stesura vera e propria mi è indispensabile disporre interamente delle mie giornate. Anche il cinema esige la sintesi, la scelta del particolare significativo, la traduzione di idee e concetti in immagini, e in particolare il senso della costruzione. Se non mi inganno nell’avvertire nelle mie liriche un impianto strutturale piuttosto solido, certo la mia esperienza di sceneggiatore vi ha contribuito non meno della mia esperienza di autore drammatico. Ed è probabile che nell’accanimento che metto a rielaborare decine e talvolta centinaia di volte una poesia che nessuno mi ha ordinato di scrivere, vi sia una intenzione più o meno consapevole di rivalsa e di riscatto, per le migliaia di pagine che ho scritto su ordinazione, con l’angoscia di non fare in tempo per la scadenza fissata sul contratto.
D. – Cosa hai pronto, e cosa stai approntando per le stampe?
R. – Preparo da tempo una nuova raccolta di poesie che spero di avere pronte entro l’anno. Il nucleo sarà costituito da un lungo poemetto, già apparso due anni addietro in una rivista, Il grillo della Suburra, nel quale mi è avvenuto – per la prima volta in venticinque anni che vi abito – di prendere Roma a soggetto. Ne è venuta fuori, con mia sorpresa, una rappresentazione della città come un inferno.

Mario Rigoni Stern: un uomo buono, a otto anni dalla sua scomparsa, di Ermes Dorigo

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 «Il bosco, cattedrale del Creato: le luci che filtrano dall’alto, i fruscii, i suoni, gli odori, i colori sono mezzi per far diventare preghiera le tue sensazioni da offrire senza parole a un dio che non si sa. Forse da qui sono nati per la prima volta nell’uomo l’idea, il pensiero, la riflessione»

di Ermes Dorigo.

Ogni lettera di questa scrittura è come una lacrima essiccata, perché, come vorrebbe Mario, il dolore deve essere vissuto nelle pieghe del cuore, con la forza e la fermezza della consapevolezza che il mondo è fatto da persone che vengono, persone che restano, persone che vanno: «Mi viene anche la tentazione di chiudere con la scrittura e dedicarmi solo alla lettura e all’orto; vedo anche, purtroppo, che ad applicarmi nello studio gli occhi mi si stancano. Ormai, voglia o no, il tramonto si avvicina». Lui, per me, se n’è andato sull’altro lato della strada; lo vedo che mi precede col volto radioso di primavera e so che rimarrà sempre dentro di me come sapiente guida,  per quanto ancora mi sarà concesso d’essere in questo mondo, con i suoi valori: la vita come fatica e conquista quotidiana, spesso sofferta; la leopardiana allegoria della giovinezza; l’identità storico-culturale della comunità; il rispetto della dignità umana, fortificata da valori come il sentimento della umana solidarietà; l’accettazione serena del limite umano; la bellezza della natura…

Rimarrà sempre dentro di me.

Il suo calore umano e la sua sensibile dolcezza, che conservo nelle parole che mi scrisse dopo una mia lunga degenza ospedaliera: «Caro Ermes, la tua voce al telefono, ieri sera, mi ha persino commosso: era la voce di chi è uscito dalla “sacca” (come ai pochi del gennaio 1943). Ora anche tu sei ‘ritornato a baita’ e, piano piano, con l’aria di casa e la primavera che verrà sarà come rinascere. Vedrai come sarà bella la primavera! Una scoperta, come imparare a ricamminare. Vai, vai con il mio augurio che ti accompagna». Ed io vado dietro di lui che, col suo passo cadenzato e giudizioso, m’insegna ancora come si scala la montagna della vita, senza rassegnazione ma con la coscienza della nostra precarietà e limitatezza creaturale nell’universale eterno naturale: umiltà nei confronti della vita, resistenza nella storia: «E poi mi mortifica quest’Italia berlusconiana con troppi sottoposti al padrone. Sarà difficile liberarci. Comunque resistenza. Sempre. Abbi un po’ di compassione di questo vecchio ostinato che crede ancora in qualcosa».

La sua ingenuità, la capacità di meravigliarsi, come quando avvertì una ‘strana’ consonanza tra noi: «Rileggendo ora il poemetto Di quel mondo, che con tanta bontà hai voluto dedicarmi, ho trovato le radici delle Stagioni di Giacomo ed è sconcertante – almeno per me – la concomitante data di stesura: 28.3. 95 (!)». Di questa  profonda affine sensibilità montanara ho avuto conferma, quando mi ha accolto nella sua casa ‘di legno’ in Valgiardini, con semplicità, spontaneità, premurosa e calda ospitalità: mi era ‘debitore’ di una polenta ed Anna, moglie veramente tale, donna apprensiva e premurosa ed anche madre sua, protettrice dai petulanti e dagli intrusi,  aveva preparato tutto in sala da pranzo: noi abbiamo sbaraccato tutto e pranzato in cucina al calore del focolare, come si conveniva, appunto, ad una colta e calda amicizia montanara. Austero e ordinato il suo studio in mansarda. Serio, autorevole e solenne nel portamento composto e raccolto, era dotato anche di sottile ironia, sia nei rapporti quotidiani sia nella scrittura: i suoi, ora tristi,  lettori ricordano certamente ne Le stagioni di Giacomo quella scena carnevalesco-bachtiniana della manifestazione di protesta dei contadini contro l’introduzione dei tori svitt al posto di quelli locali di razza burlina al grido di «Viva Mussolini e i tori burlini!»

La sua modestia ed umiltà, come si evince da quanto scrive ‘al lettore’ nel Meridiano, che raccoglie tutta la sua opera: «Un giorno, passeggiando per il bosco con un amico, mi venne da dire: «Vede, la letteratura è come una foresta, ci sono alberi grandi e bellissimi che sovrastano gli altri: si chiamano Omero, Tucidide, Virgilio, Dante, Boccaccio, Cervantes, Shakespeare, Leopardi…, poi alberi di ogni misura e aspetto. Ma la foresta è bella perché ci sono anche arbusti e cespugli. È tutto l’insieme che è bello». Dove la foresta alpina si dirada e la montagna, in alto, diventa nuda, lassù cresce l’albero più piccolo della terra: il salice nano che si difende dal vento aggrappandosi al suolo e ruba il calore alla roccia che il sole illumina. La neve lo copre per sette mesi all’anno. È stata lunga la mia stagione sotto la neve; ecco, nella foresta della letteratura sono un salice nano». In realtà era uno scrittore vero – per niente istintivo e illetterato – e mi ha ringraziato di cuore, per quanto io ho scritto, a proposito de L’ultima partita a carte – «quello che ‘gli altri’ non avevano capito o non volevano capire» – («questo libro mi ha portato anche dispetto e dolore. E qualcosa di più, nel vedere come oggi vanno le cose sulla terra e come a troppi è diventato facile dimenticare il nostro non lontano passato. Anche tristezza ho provato, e la tristezza in vecchiaia non è cosa buona. Ma il cuore del mio pensiero, tutt’altro che triste, va ai ragazzi di oggi»): era, in verità, uno scrittore colto e raffinato, non un semplice “narratore di storie” come lui si definiva; autoetichetta, questa, della quale hanno profittato molti critici, per limitarne, marginalizzandolo quasi, l’importanza nella letteratura italiana del secondo Novecento, dove viene per lo più ricordato di sfuggita nei sottogeneri: memorialistica, ricordi di guerra, realismo nostalgico. Scrittore vero, il quale oltre che dei classici, di Dante, dei poeti Trecenteschi, di Leopardi ha nutrito la mente  e il cuore anche di poeti contemporanei, come Montale e Ungaretti:«Mi ero incontrato con lui tre o quattro volte e sempre, nei miei confronti, era amichevole e benevolo. Una volta fu lui, a un convegno, a volermi accanto. Ne ho un buon ricordo e, naturalmente, amo la sua poesia».

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Il  rapsodo della civiltà alpina, suo rifugio, l’antidoto vitale all’orrore che aveva attraversato: un luogo serenante dell’anima che, a differenza di Primo Levi che non l’aveva più ritrovato, lo aveva salvato. Non un presepe, ma una grande allegoria, sostenuta da una felicità di nominazione delle persone e delle cose quasi adamitica, per cui esse sono sottratte di fatto, pur mantenendo la loro concretezza realistica, ad ogni determinazione spazio-temporale (proprio come gli idilli leopardiani, di concreta e cosmica verità), e trasformate in sentimenti, pensieri, comportamenti e valori universali: la sua civiltà alpina non è, dunque, un monumento nostalgico a qualcosa che si sta definitivamente perdendo, ma presenza viva proiettata con forza dentro il nostro e presente mondo di disvalori, come critica forte e alta di questa inciviltà senza direzione, senza rapporto più con i problemi ultimi dell’esistenza individuale e collettiva; i valori di questa cultura, ci ha insegnato Mario, possono (devono) essere ancora oggi paradigmatici, se non si vuole andare verso un nuovo autoritarismo politico-istituzionale, la perdita definitiva del rapporto dell’uomo con la natura e la disumanizzazione.

La sua intatta e sbalorditiva freschezza d’animo, dalla quale zampillavano sorgivi incanti poetici: in mezzo alla natura l’anima era rimasta quella di un bambino, e ben gli si addice quanto scriveva il suo amato Leopardi:«Quello che furono gli antichi, siamo stati noi tutti, e quello che fu il mondo per qualche secolo, siamo stati noi per qualche anno, dico fanciulli e partecipi di quella ignoranza e di quei timori e di quei diletti e di quelle credenze e di quella sterminata operazione della fantasia; quando il tuono e il vento e il sole e gli astri e gli animali e le piante e le mura dei nostri alberghi, ogni cosa ci appariva o amica o nemica nostra, indifferente nessuna, insensata nessuna».

La sua riservatezza: Mario ha scritto tanto delle sue esperienze, che ha trasfuso in personaggi dei suoi libri, ma in realtà ‘nulla’ di sé; il suo vero discreto autoritratto interiore, la fonte d’ispirazione, per raccontare il suo mondo, realisticamente lirico e  incantato, li troviamo nello specchio di Lettera a Jacopo (da Bassano) nel libro Aspettando l’alba: «Caro Jacopo, ancora una volta sono sceso dalla montagna per rivedere i tuoi capolavori. Sono ritornato a guardarli con attenzione e la scorsa notte non ho dormito perché dentro avevo quelle tue pitture che mi davano da pensare. Cercavo a occhi chiusi di selezionare le immagini, che non erano di personaggi ma di uomini, donne, ragazzi, bambini, animali, alberi, casupole, montagne, cieli della nostra terra. Mi pareva, in quei pastori, contadini, artigiani, osti, di riconoscere volti ai quali poter dare un nome di stirpe famigliare. Nei tuoi paesaggi ritrovavo il profilo di quella montagna, l’ombra di quel bosco, la luce di quella radura, le mele di quell’ albero. Persino le pecore erano le nostre, di razza «foza», e le vacche le «burline». Così cani, i gatti, le stoviglie, i mobili. Da tanto tempo, Jacopo, ti conosco, un tempo che non si può misurare, e ti sento fratello maggiore e grande, il più bravo e il più grande dei compaesani; nelle tue pitture ritrovavo quello che la nostra patria e la nostra gente avevano espresso di meglio.[…] osservavi i pesci nei canestri dei pescatori, le anatre sull’acqua, le transumanze dei nostri pastori che ogni primavera risalivano verso i pascoli alti e ogni autunno scendevano verso i pascoli invernali, sempre seguiti lungo la «strada della lana» dalle loro donne e dai bambini, con migliaia di pecore e agnelle, e i montoni robusti, e le capre per il latte, e i cani per la custodia, e gli asini per il trasporto a soma delle pentole di rame, delle mastelle, degli agnelli appena nati dentro le borse. Dopo, a casa, ripensavi alle storie che tuo nonno ti raccontava e aveva portato con sé quando scese dalle montagne: ti diceva di gente venuta da tanto lontano per vivere in pace; agli uomini, alle donne, ai ragazzi davi i nomi delle storie della Bibbia e del Vangelo; solamente nei paesaggi montani dietro le figure principali e nelle piccole figure lontane trovavi qualcosa di vivo; guardavi oltre le finestre dove sotto scorreva il fiume: vedevi l’acqua e gli uccelli sulla corrente, gli alberi con i frutti e gli uccelli, i colli con le vigne, il castello degli Ezzelini, il Grappa, le pendici dell’Altipiano nostro. E dentro le tue pitture mettevi anche il gatto di casa, il cane pezzato bianco e castano, le pentole di rame, il tappeto turco, i fiori dei prati intorno. Ti era sufficiente il mondo che vedevi attorno, questa vita, questi uomini e questi paesaggi per raccontare la nascita, il lavoro, la morte. La Bibbia e il Vangelo diventavano la vita di tutti i giorni; la mitologia i racconti di tuo nonno attorno al fuoco nell’inverno, le stagioni e il trascorrere dei giorni, la vita della natura. In tutti o quasi tutti i tuoi dipinti c’è la luce della creazione, dell’alba sopra le montagne. Non c’è il sole radioso, ma quella luce che fa fremere il creato e lo fa nascere dal buio. Il paesaggio che si apriva intorno — con le grandi montagne di rocce e di neve contro il cielo, le valli profonde, i boschi odorosi per il disgelo della terra, i lavori della gente sui prati e negli orti appena liberati dall’inverno, gli agnelli e i capretti che saltavano tra l’erba novella, le donne intente a filare il lino e la lana davanti agli usci — erano per te sempre cose nuove. Nell’aria c’era intenso l’odore del fieno che essiccava su prati appena sfalciati, e nel cielo il canto delle allodole. Alla fine dei tuoi giorni era il crepuscolo che ora volevi dipingere, la tua prenotte. Forse il prenatale che viene dopo un tramonto. Lumeggiature nella notte buia, come uno splendore sovrumano che inizia al mistero arcano, una luce che può venire solo da dentro. Da parte mia, Jacopo, fratello grandissimo e caro, vorrei solo che i miei racconti dessero al lettore una piccola parte di quanto tu hai saputo darci».

 

Quando la storia passa dalla Carnia, qualcuno ricorda Giuseppe Chittaro Job?

 

Io, Ermes Dorigo, sì, perché, quando fu interrogato dai Carabinieri di Tolmezzo, gli chiesero se conoscesse qualcuno e lui buttò lì il mio nome, per cui fui gentilmente accompagnato da due Carabinieri in caserma, per chiarire la mia posizione. Io risposi che non lo conoscevo e che forse poteva essere uno dei “grandi”, quando ero in Collegio dai Salesiani. Una veloce verifica confermò quanto avevo affermato e con tante scuse potei tornarmene tranquillo – come quando ero stato convocato –a casa.

Da: Lotta Continua,13 febbraio 1980

Udine, 12 – Giuseppe Job Chittaro, l’uomo che avrebbe consegnato il documento su Fioroni a Pat Trivulzio ha alle spalle una storia lunga ed avventurosa. Chittaro non è un  triestino come scrivemmo nel giornale di domenica ma un friulano, come suggeriscono i cognomi, tipici di quest’angolo d’Italia e come dicono i dati anagrafici del comune di Udine, la città dove nasce una quarantina di anni fa. Figlio legittimo per alcuni, figlio adottivo di Giuseppe e Olimpia Job, per altri, Chittaro cresce a IIleggio, una frazione di Tolmezzo tra i monti della Carnia. Di questo paese sperduto e sconosciuto Chittaro finirà per essere il personaggio più famoso. Ma anche il più inquietante per le vicende che celebrità gli hanno dato. La prima volta che Chittaro sale agli onori della cronaca – titoli e foto sui giornali locali -è agli inizi degli anni ’70, imputato nel processo che si celebra il 16 maggio del ’72 nella piccola aula del tribunale di Tolmezzo. Il processo deve giudicare Chittaro – che non si presenta – per una serie di piccoli reati, furtarelli che non sempre hanno a che vedere con la professione, vera o pretesa, del rivoluzionario: alcuni gioielli finti rubati ad una statua della madonna in una stradina di montagna, uno zaino, una coperta e dei liquori rubati in un rifugio alpino, due vecchi moschetti Beretta calibro 21, sottratti ad un poligono militare dove il custode l’ha riconosciuto. Ma, sul fondo delle piccole ruberie, raccontate dalla lettura delle deposizioni rese in istruttoria dal Chittaro, si aprono squarci di una oscura vicenda accaduta tra il settembre e l’ottobre del ’69. Una storia che ha per drammatici ingredienti la morte di un anarchico, l’esistenza di una radio emittente clandestina, ed un campo di addestramento «guerrigliero» in alta montagna. Lontano dalle grandi città, nel cuore di un’area sottosviluppata coperta di caserme e di malcontenti, avrebbe dovuto sorgere – a quanto racconta Chittaro –  riedizione della Sardegna dei caschi blu e del banditismo, un’isola di guerriglia.

Legato a Feltrinelli e alfiere di questa Sierra maestra da strapazzo, proprio lui, Giuseppe Job Chittaro. Che incontra a Milano un anarchico francese, autore insieme a Pinelli, Valpreda ed altri dello sciopero della fame davanti il palazzo di giustizia di Milano, nei primi giorni dell’ottobre del ’69. Il biondo anarchico francese, amico di Cohn Bendit nei giorni del maggio parigino, è colpito da foglio di via. Chittaro lo prende con sé, gli promette di fargli passare il confine con Austria e, su una macchina carica di materiale logistico e di propaganda parte per la Camia. E’ il 6 ottobre, il 7 Chittaro ed il francese compiono il furto di due fucili al poligono di Tolmezzo, il giorno dopo giungono a Sauris. A Sauris altre quattro persone attendono Chittaro e l’anarchico: due tedeschi e «due compagni di lotta» Mario e Romano. Da lì inizia una marcia di montagna. La «base mobile» ha il compito di disturbare le trasmissioni di Radio Praga e di rivolgere proclami rivoluzionari ai pacifici montanari dell’Austria, pochi chilometri più in là. Ma in breve, si accorgono di essere seguiti dai carabinieri, sulle tracce del Chittaro e del francese per il furto d’armi nel poligono, oltre che per i furti d’arte, precedente specialità del Chittaro. Il gruppo si divide: i due tedeschi da una parte, Mario e Romano dall’altra, Chittaro e il francese da un’altra ancora. Verso mezzogiorno il Chittaro abbandona la carabina e si separa dal francese. Poco distante, su quelle stesse montagne, il 25 ottobre viene trovato il cadavere di un uomo con accanto i due fucili rubati al Poligono di Tolmezzo ed un colpo alla testa. Il documento, un foglio di congedo militare, è intestato ad un certo Pino Rossi. Ma in breve 1’identità è accertata: l’uomo è Daniel Gérard Collet. Intanto Chittaro è sparito. E’ riuscito a raggiungere la Francia. Le indagini, mesi dopo, vengono condotte da un ufficiale dei carabinieri giunto appositamente da Roma. L’ufficiale si chiama Varisco, un nome che sta cominciando a diventare famoso per il ruolo assunto nell’istruttoria Valpreda. Varisco – come si sa – morirà nel giugno 1979 per mano delle BR a Roma. L’allora capitano Varisco archivia rapidamente il caso: il francese si è suicidato, anche se qualcuno dice che il corpo presentava tre colpi al volto e non uno alla nuca come afferma la versione ufficiale.

Chittaro è in Francia, a Mulhouse. Può contare su influenti amicizie. Ha avuto modo di farsele durante i suoi soggiorni milanesi. Quando, ancora prima della vicenda della base mobile, frequentava l’albergo «Commercio Occupato», il circolo anarchico della Ghisolfa, la casa dello studente di viale Lamagna, il circolo chiamato «Internazionale 2000».Quando, strana specie di emigrante, Chittaro è intestatario di cinque auto che dovranno servire al trasporto di ricetrasmittenti ed altro. Quando mantiene rapporti con Feltrinelli, di cui vantarsi nelle cene d’osteria a Tolmezzo, dove ritorna a raccogliere lettere di emigranti e a far circolare e distribuire «materiale sovversivo». Quando conosce Allegra.

Sarà proprio Allegra a consigliarlo amichevolmente di disfarsi delle macchine, di sottrarsi ad ogni responsabilità. Chittaro gli ha scritto una lettera. Sono passati pochi giorni dalla morte dell’agente di PS Annarumma. Chittaro sostiene di aver udito all’Albergo Commercio certi discorsi che, in un certo senso, potevano preludere alla volontà di giungere al morto per far precipitare le cose. In giro, Chittaro va dicendo di essere in possesso del filmato della TV svizzera sugli scontri in cui trovò la morte Annarumma e di averlo poi distrutto perché in alcuni fotogrammi, lui stesso, il Chittaro, poteva essere riconosciuto.

12 dicembre 1969: sono passate poche ore dalle bombe alla Banca dell’Agricoltura. Allegra si ricorda di Chittaro. Si procura il suo numero di telefono. Glielo dà il console italiano a Basilea, Pastinelli, che con il «guerrigliero» amico della questura intrattiene buoni rapporti. Allegra gli telefona verso la mezzanotte e prepara un incontro. E’ per il giorno dopo a Basilea: Chittaro e Calabresi parlano a lungo. Senza ricavarne nulla – dirà Calabresi – che tra le altre cose chiede a Chittaro chiarimenti sulla lettera che il friulano avrebbe scritto all’avvocato Gentili su Pinelli, sugli anarchici. Forse Chittaro viene scaricato. Fatto è che viene arrestato in Francia e processato a Colmar. Viene concessa l’estradizione e Chittaro viene incarcerato a Tolmezzo.

Ma dura poco. Lo interrogano e lui parla, dice molto. Poi c’è l’amnistia e lo rilasciano. Al processo del maggio ’72 per i furti d’arte e di armi viene assolto. «Cose vecchie», dice il pubblico ministero.

Lui, Chittaro, non si è neppure presentato. Ha altro da fare. Ha ripreso i contatti con Feltrinelli, viene segnalato in una vacanza sullo yacht dell’Editore con Saba, un sardo il cui nome uscirà poco dopo. Poi di Chittaro si perdono le tracce. Ha molte amicizie al posto giusto, qualcuno lo aiuta a ritornare nel silenzio per tornare fuori al momento opportuno.

Feltrinelli è morto, è morto Calabresi, è morto Varisco. Lui, però è vivo, e dal buio civile ed umano della sua condizione di guerrigliero amico delle questure lascia filtrare uno o più documenti. Quelli che tirano in causa Fioroni. E che, assieme, al «rivoluzionario» di Tolmezzo fanno emergere dal sottofondo delle infiltrazioni e delle complicità, i nomi di Calabresi, di Allegra e di Varisco.

 

Toni Capuozzo

 

CHI RICORDA IL “TEOREMA CALOGERO” E L’ARRESTO DI TONI NEGRI IL 7 APRILE?

Io sì, perché gli avevo scritto come redattore di MACCHIE, e pochi giorni dopo:

 

Rebibbia G 12

Roma 18 aprile 1982

Caro Dorigo,

la tua lettera mi ha raggiunto dopo un lungo giro. Adesso sono infatti a Rebibbia Roma in attesa del processo che dovrebbe aprirsi in giugno. Il mio indirizzo è dunque Rebibbia G 12 Roma. Grazie per la tua lettera. Ho anche guardato il numero di Macchie che hai spedito e mi sembra una cosa davvero agile e radicata. Mi piacerebbe molto scrivere qualcosa per voi. Ma piuttosto che riaprire il discorso su il 7 aprile – cosa che potrebbe benissimo fare un altro – non credi che sarebbe più piacevole discuter di cose che mi stanno infinitamente a cuore, come ad esempio tematiche regionalistiche, separative, di decentramento effettivo…? Per quanto riguarda il 7 aprile ti segnalo l’ultimo numero di Critica del diritto, tutto dedicato al processo. Potresti ritagliare qualche articolo da quel numero. E poi si può intervenire, qualcuno di noi, subito. Comunque ti faccio spedire dall’agenzia 7 aprile (Via Tomacelli 103. 00186) alcuni materiali che sono stati recentemente elaborati. Per quanto riguarda il mio intervento io preferirei, come ti dicevo, un tema più legato alla vostra realtà. Al tipo di battaglie che conducete con forte radicamento. Mi dici se ti va bene? Aspetto un tuo cenno. Ti ringrazio molto per quello che comunque farai per noi. Questa galera è brutta, lunga, troppo lunga – e troppo ingiusta.

Ciao. Un abbraccio fraterno.

Tuo Toni Negri

 

Negri sconterà in totale, durante la sua vita, dieci anni di carcere di cui gli ultimi quattro in semilibertà.

L’eredità Berlusconiana, di Ermes Dorigo

di ermes dorigo.

Invece che nella promessa mitica età dell’oro o in un nuovo Rinascimento (Fatto!) tanta parte d’Italia dalla sbornia mediatica, dopo il torrenziale pantano parolaio e le scenografiche pagliacciate – che hanno stregato e imbarcato, insieme ai disonesti, tanti poveri cucchi e illusi in buona fede di partecipare alla modernizzazione del Paese –, oltre che con le scarselle vuote e depredate s’è risvegliata trasformata in una grande discarica a cielo aperto di rottami industriali arrugginiti, di insegne di negozi chiusi, di segnali turistici dismessi, di ferruginosi attrezzi artigianali accatastati alla rinfusa; in un deposito di reietti umani – immigrati, prostitute, tossicodipendenti, omosessuali, barboni -, ai quali si mescolano, relitti e rotti e feriti dentro, licenziati, disoccupati,  cassintegrati, precari, pensionati affamati, malati trascurati, magistrati calunniati ed emarginati, giornalisti e uomini di cultura epurati, sopra i quali esalazioni miasmatiche condensano una fosca ghignante nube, – che, a confronto, quella di ceneri e lapilli dell’Etna sembra una cartolina – di disperazione, paura, insicurezza, morte, incubi suicidi, che lugubri venti ghignanti trasportano e depositano su tutta la penisola, fanno penetrare nelle case dei cittadini onesti e pure in quelle d’ingenua gente comune anche perbene che tenta di chiudere le imposte sulla realtà, dopandosi  con la TV spazzatura; case pervase ora tutte da ansia e angoscia, da tensioni laceranti, da crisi d’identità e di valori, demoliti  uno ad uno, come l’onestà, il civismo, la laboriosità, la dignità e il rispetto dell’altro, l’intimità e la privatezza, lo spirito di servizio, la solidarietà, il dialogo politico ed il confronto dialettico con quello che nella nostra tradizione civile e culturale si chiamava ‘avversario’ ed oggi invece ‘nemico’.

Gli azzurri fiumi torrenti ruscelli, che allietavano il multiforme modulato paesaggio italiano, sono divenuti d’un color marrone scuro melmoso ed emanano una pestilenziale loffa diarroica – che si diffonde sino in Europa, nuova bandiera, prevalentemente verdastra, dell’incultura e inciviltà della rapace classe dominante italiana -, segnale evidente della mancanza di controllo degli sfinteri (vedi Freud) da parte dei nuovi padroni che, del resto, guazzano e si rinvigoriscono solo nella cacca, metafora del denaro; sopravvivono, in realtà, alcune altomurate zone protette, dove risiedono le consorterie dei delinquenti legalizzati che, anziché in carcere – lì dentro rischiano di finirci senza indulto gli onesti che si ribelleranno, perché hanno pagato sempre Irpef, canone Rai, bollo auto, Ici… -, se ne stanno beati nelle recintate oasi dell’evasione fiscale, dell’impunità giuridica, della frode sistematica, dell’insipienza, dell’improntitudine; ogni tanto escono, come i borseggiatori che di notte salgono/scendono con la metro dalle periferie per razziare il centro di Roma; poi si rinchiudono nella loro separatezza.

E ridono, mentre  gran parte d’Italia piange; sghignazzano deridono denigrano (e)ruttano (c’è chi mica parla: emette peti dalla gola); inventano giochi a chi più distrugge – “ Dai, dai! divevtiamoci!” -, proprio come adulti regrediti alla fase anale, tra deliri di onnipotenza e d’immortalità; nuove divinità intoccabili negli intermundia, al di sopra dei comuni mortali – si capisce come, con tanti e tali ceffi concorrenti, Dio si sia ritirato dal mondo. Recitano all’Olìmpore – aprendo periodicamente (c’è un timer) le cateratte del cielo e investendo i sudditi con diluvi verbosi incoerenti e farneticanti -, al banchetto dell’indiato (mi perdoni Dante) Prostatéus: unti del Signore (Dio mi perdoni la maiuscola); battezzati dal dio Po; giocatori di Monopoli (“Io do una pvopvietà pubblica  a te e tu ne dai una a me; tanto, mica son nostve”!); occhialute  Barbie, riciclate dall’economia domestica in economiste; la dea Tristizia, scheletrica Mary Poppins a cavallo d’una falce,   gode a tagliare e devastare università, ricerca (finanziata con la fumosa tassa sul fumo!) e istruzione (tra l’altro: nei professionali mancheranno i finanziamenti per gli stage obbligatori!); Ganimede si ribella talvolta alle eccessive palpate; e poi, un gradino più in basso, supponenti di mediocre statura vaniloquenti sui massimi sistemi, macchiette grezze,  comparse grossolane, maghi che trasformano gli occhi in video e il virtuale in reale – che squallore! -. Ma si divertono, soprattutto nei giochi di società, quali: sostituire i competenti con incompetenti; trasformare l’economia politica da scienza previsionale in navigazione a vista; sostituendo le estrazioni del Lotto con l’estrazione della Finanziaria; scommettere su quanti clandestini moriranno in mare in un giorno x e dove; quale additivo sia più adatto a trasformare le camicie verdi in camicie brune; come togliere il legittimo sospetto dai mafiosi; il gioco del baro, per testare la disonestà degli eletti; quiz storico: vince chi ignora il maggior numero di date, cause e avvenimenti (un po’ distratto il Ramarri, che rimugina su come scancellare L’eredità e Passaparola, troppo intelligenti per i suoi gusti e pericolose, perché rendono gli italiani colti: telefonerà al Re Magio che aumenti il numero di ore delle trasmissioni: “Esponete in pubblico le vostre mutande sporche!”). Questi giochi  sono facoltativi;  invece, in attesa che il Cacatelli ne lasci cadere una delle sue, tutti devono sottostare al gioco dell’Oco: sfilare servili, untuosi e reverenti ai piedi del trono di Prostatéus, che li rabbuffa con un sorriso, se hanno la mandibola un po’ cadente e non caninamente aggressiva; o le labbra troppo strette e poco ondulate e i denti un po’ giallognoli o cariati; o si mostrano poco scattanti e poco  arroganti con occhi magari limpidi e non carogneschi (in questo caso, però, è prevista una punizione: scendere e salire di corsa cento volte i gradini dall’Olìmpore alla terra): poi ognuno viene collocato nella sua casella –  proprio così, non: cella – in base agli equilibri vigenti nella  libera casa chiusa; infine, dopo che a tutti è stata sostituita in una parte cerebrolesa la cassetta preregistrata di quanto dovranno dire, tornati in terra, il Premier dei Consigli, come un buon padre di famiglia, scioglie l’adunanza.

Si divertono. Ma protervi cattivi vendicativi (si vendicano di aver dovuto in passato sottostare alle leggi come i comuni mortali), ossessivi nelle loro allucinazioni devastanti; sostenitori del darwinismo sociale e della legge della selezione naturale – la società come foresta di belve, in cui sopravvive solo il più potente -; privi di un benché minimo barlume culturale, etico e morale, disturbati da fantasmi, turbe psichiche – c’è chi sembra parlare come un impasticcato da come strascica la lingua -, traumi infantili mai/mal curati; senza disciplina interiore e freni intellettuali inibitori liberano gli istinti più bassi e bestiali, esaltano il primitivismo non la socialità e la razionalità. In realtà, dominati, direttamente o indirettamente, dalla paura della morte che determina, ad un tempo, vaneggiamenti d’eternità ( lasciare macerie come ricordo perenne di sé), atteggiamenti e comportamenti ridanciani (da bambini irresponsabili o da vecchi biliosi) e la cacarella, appunto, la cui puzza esonda dalle fogne e impesta l’aria, togliendo il respiro, riducendo la visibilità, soprattutto del cielo azzurro e infinito e del verde della speranza, – non dico dell’acqua,  fonte della vita, ridotta a torrenziali melmosi razzisti volgari sproloqui – con la devolution in Padania (?) Dante diverrà un autore di lingua straniera;  e un minimo di vivibilità  sociale, civile e culturale.

Dopo di loro, niente. E neppure prima. Nanuncoli, non hanno alcun interesse a confrontarsi col passato – se sono costretti, capziosamente lo distorcono -, sarebbero schiacciati da giganti. Per essi il mondo comincia con la loro presenza in esso ed esiste solo ciò che essi fanno esistere: se loro non ‘dicono’ (nominano) una cosa o una persona, queste non esistono: emarginati o epurati. Del resto, a subumani, trasformati in macchine contabili, aliquote ambulanti, indici borsaioli, apprendisti stregoni della finanza, frodatori legalizzati, antenne televisive, fonometri…, cosa può interessare la memoria storica, lo spessore culturale individuale e collettivo? Anzi, lo rifuggono come peste minacciosa, per la loro sopravvivenza omunculare. Le nuove divinità – tali sono, avendo realizzato la coincidenza degli opposti e annullato l’ossimoro: detto e disdetto coincidono, come pure vero e falso, apparenza e realtà – alimentano e utilizzano questa deprivazione intellettuale ed emotiva diffusa  con l’unico scopo di mantenere il potere degli affaristi: dividono e frantumano, delineano scenari impossibili, come illusionisti in scena, manovratori di marionette. Infantilizzano la società, capovolgendo anche i canoni tradizionali della psichiatria (una loro riforma poco evidenziata), per cui la schizofrenia diventa normalità, non tanto perché recto e verso coincidono, quanto perché abituano alla deresponsabilizzazione: “ ‘sta schifezza l’ha pronunciata il mio leader, mica io”;  “L’ho detto, ma non l’ho detto, nel senso che volevo dire…”; condivisione e presa di distanza sono simultanee. Questo cosiddetto comun pensare (si fa per dire) e agire, come una colata di immondizia lutulenta impesta e ammorba tutti coloro che non sono dotati di antivirus o di maschere antigas (loro ‘sono’ maschere: tutti vestiti uguali, con gli stessi gesti cialtroneschi, gli stessi movimenti, gli stessi sorrisi oltraggiosi e derisori: clonati sepolcri imbiancati), li intristisce, li impoverisce dentro; sporca i rapporti interpersonali e sociali, rendendo la società sempre più simile ad una porcilaia, dove la comunicazione è sostituita da grugniti, grufolii, urla, ragliate, motteggi ed irrisioni; dove il ragionamento (altra importante loro riforma) inizia dalle conclusioni poste come premessa (di nuovo la coincidenza degli opposti): non ha una articolazione, non più un diagramma di flusso logico organico argomentato, ma un segmentino: assiomi, spot, gesto con rutto, televisionese; deturpa, quasta immondizia, ogni bellezza: il patrimonio culturale storico è soffocato dal kitsch e dallo schif: ogni baggiano si reputa una persona colta e capace mentre, per il meccanismo della negazione dell’altro (altra importante loro riforma), la persona colta, che ha dedicato una vita allo studio, alla ricerca e al dibattito sulle idee, è considerata un povero …one,  che non ha capito che la vita va per denari non per conoscenza e valori: hanno ribaltato il messaggio di Dante: “Fatti foste a viver come bruti/ non per seguire virtute e canoscenza”.  

Dall’Olìmpore delle nuove divinità piovono scaracchi e caccole e non bastano gli ombrelli a proteggersi dalla loro nauseabonda appiccicosità, che rende scivolose le strade e dubbioso il procedere ancora in questo schifo. Invero, nei cittadini, a differenza che nei sudditi, disillusione disperazione sconforto cedimento interiore chiusura nel privato rischiano di aprire una voragine, dalla quale rischiano di essere ingoiati, se non faranno emergere ed esplodere tutta la loro indignazione per questa vergogna nazionale, uscendo dall’isolamento e dalla solitudine e ritornando sulle piazze di tutti i paesi e di tutte le città d’Italia, a ritessere legami interpersonali e sociali, a ragionare e discutere del bene comune, a denunciare truffatori e prepotenti, a fare progetti, a organizzarsi per realizzare direttamente quelli ‘piccoli’ e costringere le forze di opposizione a dare respiro e realizzazione a quelli grandi: fare da soli o in antagonismo a coloro si sono eletti garantisce solo un lungo futuro necro/coprofilo. I fatalisti e i rassegnati, che non sanno o non riescono a resistere e incazzarsi, potrebbero almeno andare in chiesa che così farebbero contenti almeno i preti senza pecorelle.

Mi auguro che sia ancora valida l’affermazione di Vincenzo Cuoco, per cui “gli uomini si muovono non per raziocinii, ma per bisogni”, vale a dire che la materialità cruda della vita quotidiana prevalga sulle chiacchiere e sul bambinesco mondo virtuale. Propongo un giuoco: dividere le 24 ore della giornata in minuti e provare a calcolare per ogni piccola e grande frazione di ora quanto esce dalle nostre tasche,  ad ogni respiro e per ogni giorno dell’anno, per Irpef – diminuite le tasse e aumentate le pensioni (Fatto! )-, bollette dell’acqua, della luce, del gas, canone televisivo, bollo e assicurazione auto, affitto, spese condominiali, tassa immondizie, trasporti, abbigliamento, assicurazioni sulla casa, alimentazione, tasse scolastiche, libri, trasporti, mense… e, come uscita, il diminuito potere d’acquisto dei salari e degli stipendi erosi dall’inflazione e dai mancati aumenti contrattuali: un gioco terra terra non olimpico, ma che dovrebbe riportare un minimo di coscienza e di consapevolezza in certe zucche, che infine butterebbero la testa in dotazione e in prestito e riprenderebbero la propria, sempre che ce l’abbiano o l’abbiano avuta una propria.